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Il Tre Fontane una fede mai persa

Il Tre Fontane: una fede mai persa

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Il Tre Fontane ha visto la Primavera di Agostino, la sua e quella di una squadra di ragazzini Campioni d’Italia non una ma due volte. A metà degli Anni 70 a vedere quella Primavera (intendetela in senso lato per favore) ci andavano anche diecimila persone.

Giocava la Roma dei ragazzini lì e ci si allenava la Roma dei grandi, la Roma Roma. Francesco Rocca era già l’uno e ancora l’altro quando si fece male: il Tre Fontane ha sentito il suo urlo di dolore mentre palleggiava con l’arbitro Lattanzi dopo aver fatto torello con Peccenini. Poco dopo Giorgio Rossi, incaricato da un dirigente, portò un prete a benedire il punto dove si era fatto male Kawasaki.

I sogni si rompono, le moto si parcheggiavano più in là. Sotto la Colombo. Dietro al muro dove Nils Liedholm diceva a Bruno Conti e a Paulo Roberto Falcao “palleggiate seicento volte col destro, seicento col sinistro”. Il totale era un paradosso.

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È al Tre Fontane che Liedholm snocciavala il rosario delle sue parabole pallonare, che si vantava di quella volta che aveva annullato Di Stefano e, ai giocatori che gli facevano notare “mister Di Stefano quella volta fece tre gol”, rispondeva: “Eh appunto, solo tre gol”. Il totale è chissà quante partite di allenamento, quante Primavere dal 1960 all’inizio degli anni 80.

Qualcosa si può datare. Sul verbale del comitato esecutivo della As Roma del 17 febbraio 1959 si legge che il giorno seguente il Coni avrebbe consegnato alla Roma il campo; da un altro verbale del 10 marzo 1959 si può dedurre che la prima partita giocata al Tre Fontane dovrebbe essere stata un Roma-Fiorentina del torneo De Martino (una specie di campionato riserve). Il 22 settembre di quell’anno si stabilì che ogni mercoledì per vedere la Roma si sarebbero pagate 200 lire. Perché la Roma la andavano a vedere tutti al Tre Fontane.

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Qualcosa si può datare, qualcos’altro non si può spiegare. Il Tre Fontane è stata una fede. Una celebrazione romanista prima di andare a vedere la Roma all’Olimpico, una specie di miracolo laico quando i tifosi recuperarono e riconsegnarono a Peirò l’automobile, un Bmw, che gli era stata rubata, proprio dopo un allenamento al Tre Fontante. C’è anche Peirò quando a inizio campionato 1967/68 la Roma va a sfidare a Milano la sua ex squadra, la Grande Inter. Qua c’è il Mago di Turi, Oronzo Pugliese, dall’altra c’è il Mago e basta Herrera e una partita che per la Roma ha un valore particolare e che sceglie di preparare in maniera speciale al Tre Fontane: organizza la rifinitura con la Stefer, qualcuno vorrebbe far disputare quell’amichevole a porte chiuse per escludere gli osservatori nerazzurri, ma il Club risponde con questa nota: “La Roma è dei tifosi”. Punto. Punto. E punto. Al campo si presentano 7.000 tifosi. A San Siro la Roma pareggia con la Grande Inter, Giuliano Taccola segna il suo primo gol in serie A.

La prima volta che ci ha giocato Francesco Totti non aveva nemmeno 10 anni, era il 9 febbraio 1986, con gli Esordienti della Smit Trastevere: 0-0 con Totti che sbaglia un rigore contro il Tre Fontane. Un 9 febbraio di un altro anno però (1997) per un torneo chiamato Città di Roma, Francesco segnerà i gol che impediranno lo scempio di vederlo partire, anche perché quando arrivò alla Roma, arrivò proprio lì: Stadio Tre Fontane. Fine agosto 1989, in automobile accompagnato dall’amichetto Daniele Arelli e da suo padre Pietro al volante. Era stato appena preso dalla Lodigiani. Francesco Totti ha passato il suo primo giorno da romanista al Tre Fontane.

E’ una fede antica. Quella di Giorgio Rossi che si divideva fra il suo fare tutto per la Roma e svolgere il suo lavoro al Sant’Eugenio: “Quando ci allenavamo al Tre Fontane avevo una stanza con un grande tavolo dove facevamo i massaggi. Prima di iniziare mi toglievo sempre la fede nuziale dal dito. Un brutto giorno alla fine del lavoro non la trovai più senza farmi una ragione di quello che era successo. Quando una decina d’anni dopo, nel 1979, ci spostammo a Trigoria trasportammo il grande tavolo che avevamo in dotazione al Tre Fontane nella nuova sala massaggi del Bernardini. Aprendo uno dei cassetti trovai un giornale del 1969. Nell’aprirlo sentii un rumore metallico, abbassai gli occhi e vidi il luccichio della mia fede nuziale…l’avevo ritrovata”.

Ecco che cos’è oggi il Tre Fontane: una fede mai persa.

Happy birthday Falcao, Roma’s rising sun

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In the beginning there was Falcao.

Como v Roma, 14 September 1980.

The life of every Roma fan was changed forever that day, as Paulo Roberto Falcao made his Serie A debut.

Roma won the match 1-0 courtesy of an own goal from Piero Volpi in the 25th minute of the first half.

Nothing was ever the same after Falcao’s debut. Silverware came to a city starved of trophies. The match jerseys were gorgeous, incorporating both the old and the new all at once. Youngsters could be seen wearing them on the cobbled streets of Rome as they replaced the crumpled shirts and flags of old.

Rome became cultured and beautiful once again. The club itself was different back then. It had big dreams to achieve. Roma was everywhere.

It was a special time. Everyone was able to enjoy the privilege of going to the stadium. The Olimpico was a playground and nobody needed any invitation to believe in fairy tales. It was time to dream.

Roma was everywhere. It was a phenomenon that transcended the boundaries of football and invaded people’s social lives, the music they listened to, the films they watched. It was there, every day, in the background. It was the ultimate companion.

If there was one period in time when the people were king, it was then. It was an era when you would go to the stadium and be moved to say: I love you.

Paulo Roberto Falcao was embodiment of all that, a footballer as aesthetically beautiful as he was practical. It’s little wonder that we now think of two Romas – one before Falcao, one after.

He added that sprinkle of gold dust to our club. He was the fifth point of our compass, on and off the pitch.

He was the evening sun you could glimpse from the Curva Sud.

He was a rising sun.

Based on an extract from ‘Il mare di Roma’

25 Maggio 1977

Zero a zero

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Daniele, Marco e Andrea sono nati nel 1977. Hanno vite diverse ma un passato comune nelle squadre giovanili della AS Roma Calcio. Giocavano con Totti e Buffon, giravano il mondo con le Nazionali Under vincendo coppe e campionati. Ma la vita li ha messi di fronte a delle prove che a diciassette anni non tutti sono capaci di superare.

Il documentario mostra un lato nascosto del calcio per parlare delle aspettative e dei sogni che ci tengono vivi. Perché, come sostenne Albert Camus: “Il calcio non è una questione di vita o di morte. È molto di più”.

8 maggio 1983

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“Io restavo a guardarli…”

Tu lo guardavi e ti chiedevi: “Ma come fa ad avere tutta quella voce? Da dove gli arriva quella forza?”. La risposta era “boh” però ti faceva crescere bene, perché evidentemente – ti dicevi – che è possibile diventare così grandi, così forti, così tifosi della Roma e quando sei ragazzino e innamorato della Roma non c’è cosa che vuoi ti più al mondo che diventare così, come il Coca Cola. Perché lui era quello col megafono in Curva Sud, mica uno così.

Lui era quello che lanciava i cori, che quando stavamo troppo zitti s’incazzava e se s’incazzavano là sotto poi non ci potevi più stare: dovevi cantare. Sempre. E se non ce la facevi c’era l’uomo col megafono a ricordarti che era una scusa, che da qualche parte ce l’avevi l’energia per continuare a tifare: e questo è un grande insegnamento di vita, non solo di stile ultras. Cose da spiegare ai figli. Quando dici avere un punto di riferimento dici questo. Personalmente ho sempre sognato di diventare come lui. Ancora adesso, intendo. Tra il presidente del mondo, tra qualsiasi mestiere o premio, ed essere almeno per un secondo l’uomo del megafono sul muretto della Curva Sud non ci sono dubbi, sull’importanza, sul prestigio, l’etica della scelta.

Essere chi fa cantare la Curva Sud è un privilegio che neanche gli dei hanno avuto. Lui se lo meritava, anche perché cose così grandi non possono che essere meritate. Almeno una volta era così. Era romanista, e quindi generoso, di quei tempi commoventi di Roma e di stadio, in quei tempi in cui il popolo è stato al potere e con quel potere ha detto una volta ti amo. E’ successo prima di un derby. I derby: quando c’erano contava solo una cosa, quella che diceva lui: “Quelli oggi non li vojo sentì”: e chi li ha mai sentiti? Allo stadio, in curva, – invece – ascoltavi sempre un’eco, quello di una canzone sulle note di “My darling Clementine”, il coro più bello di sempre: «Forza Roma/ Forza Roma/Dalla curva si alzerà/ Noi t’amiamo e t’adoriamo/Siamo del Commando Ultrà».

Coca Cola, che si chiamava Roberto Venturelli, dicono che sia morto. Però lui diceva un’altra cosa: “Nessuna cosa muore finché vive nei cuori di chi resta”. È così. Sarà così. Sarà sempre soltanto così. Per tutti.

Anche per Fabio “Roscio”, un altro tifoso storico della Curva Sud che se ne è andato troppo presto, troppo presto per tutto. (…)Qualcuno ieri ha scritto che la Roma dovrebbe giocare con il lutto al braccio e ha scritto solo una cosa in parte giusta: oggi dovrebbe giocare col megafono in mano. Il Coca Cola è stato come il Commando Ultrà, cioè una di quelle cose, di quelle persone che sembrano esserci da sempre e che non finiranno mai. E per tutta una generazione – quella cresciuta all’uscita di scuola coi ragazzi che vendevano i libri – sarà sempre lui, “quello col megafono di quelli del Cucs”, che restavo a guardare cercando il coraggio per imitarli

10 aprile 2010

A casa

La Curva Sud e Totti al loro posto e la Roma vince. Roma-Udinese è in questa riga. Il resto è resto: la dedica a Strootman, gli abbracci di Dodò Di Natale a De Sanctis, Allan che è grande e Benatia che è il suo profeta, Bastos che entra quando segna Basta, Torosidis che è l’unico Toro buono che segna e poi corre come un ragazzino sotto la Sud ma poi all’improvviso si ferma, lo stop a 100 all’ora di Gervinho mentre mandava Pinzi a prendere il latte, Garcia che a fine partita parla «dell’arte di complicarci le cose» e arricchisce il linguaggio e la filosofia… Ma la Bellezza sta nella prima riga.

Se n’è parlato tanto ultimamente di bellezza, è diventata roba da Oscar e da esportazione, da ingrosso. Invece sta qui. La Bellezza è Il Giocatore che ritrova il pallone e tante persone che ritrovano… tante persone. Come l’acqua al mare. La sensazione è quella di un ritorno a casa: del calcio e della passione. La Bellezza è proprio questa Roma che gioca a pallone, gioca, accetta la sfida, costruisce, soffre, soprattutto soffre, ma dà un immagine di un’incredibile pulizia, di una pulizia che sarebbe normale, addirittura all’uopo e necessaria ma che in questa serie A, in questo campionato malandrino, mezzo e mezzo, sporcato, a tratti meschino, addirittura brilla. Addirittura è stella. E allora più della lotta per il secondo posto, più dei sogni da Champions, degli investimenti di mercato, dei bilanci risanati eccetera, quello che resta di questo Roma-Udinese 3-2 è comunque quel cuore in gola all’ultimo minuto, quel calcio d’angolo non fischiato, quel sospiro finale che si rilassa in una mezza smorfia prima di trasformarsi in un accenno di sorriso, e tutto questo per una partita importante sì, ma vabbè… Perché poi i cuori romanisti sono votati alla rivoluzione e al grande sogno, non si entusiasmano per un piazzamento, si entusiasmano per la Roma. Ieri questo è tornato al suo posto. Che non sarà mai secondo a nessuno.

Non dirgli cos’è

Vallo a spiegare che pure un pareggio per come avevamo giocato era da buttare, che li hai presi a pallonate a casa loro, senza De Rossi, Totti, Strootman, un terzino sinistro titolare e un ragazzino da quella parte. Vallo a spiegare che il campionato è praticamente finito (sì stavolta sì, così so tutti contenti) a una decina di partite dalla fine e che chi non lo vince all’inizio ne aveva vinte dieci di fila come nessuno aveva mai fatto prima. Vallo a spiegare che su 26 partite ne hai vinte 17, questa è appena la seconda che perdi (e meritavi di vincerla) hai la migliore difesa d’Italia e tipo d’Europa e ti ritrovi a 14 punti dal primo posto dove ci sta una squadra che tu hai eliminato dalla Coppa. Vallo a spiegare a chi dirà oggi che Garcia ha sbagliato a non mettere Destro prima, che Garcia la partita è così che l’ha incartata a Benitez che fino all’altro ieri era l’unico allenatore ad aver messo in difficoltà ma che da ieri sera sta prendendo appunti e cercando di capire come gliel’ha nascosta la Roma. Vallo a spiegare che chi invoca Destro, probabilmente, è lo stesso che raccontava che Destro non è un attaccante da Roma. Valli a spiegare tutti questi che dentro un periodo che ci stanno male…

Vallo a spiegare che cos’è la discriminazione territoriale, che ti chiudono le curve, ti squalificano i giocatori e poi ti dicono “pensa a te stesso e non ti lamentare”. Vallo a spiegare il gol di Pogba col Torino, quelli di Tevez a Verona, il primo della Juventus al Napoli, il rigore della Juventus col Genoa, il gol annullato a Diakite, l’intervento di Chiellini su Bergessio, il rigore non dato a El Kaddouri, quelli non dati a Pjanic, Maicon (Torino), Gervinho (Bergamo), Ljajic (Sassuolo), De Rossi (Milan). Anzi no, non andarlo a spiegare. La Roma ha pure perso, ce devi perde pure tempo? 

Non glielo spiegare perché tanto i narratori di regime, i cantori dei vincitori racconteranno sempre e solo le loro verità, snoccioleranno i loro numeri, mostreranno le loro statistiche, manderanno in onda le loro immagini, i loro replay, le loro slow motion… e convinceranno chi non vede l’ora di venire convinto, di avere certezze, perché non ne ha. I tifosi della Roma ce ne hanno eccome invece, ce ne hanno una più grande di tutte: la Roma.

Non spiegate niente a nessuno perché tanto, che è l’unica cosa che conta, ai tifosi della Roma non devi spiegare niente. Loro sanno tutto questo, anzi nemmeno, loro sentono. La Roma continua a restare un sentimento, il più grande, il più bello, il più folle. E il tifoso della Roma stanotte è orgoglioso di una squadra che quest’anno s’è messa spalle al campo e cuore davanti alla Curva a leggere uno striscione di un sogno di un pomeriggio di mezza estate: “Non saper rimediare a una sconfitta è peggiore della sconfitta stessa”. Quelle di ieri non sono sconfitte, sono altre indicazioni, una su tutte: che qui su ’sto campo dove hai perso la stella, hai capito che presto ti prenderai tutto il cielo. E’ un friccicorio dentro. E’ quel sentimento. Quel “dimmi cos’è” che gli altri non potranno mai dire. Quel “dimmi cos’è” che gli altri non sapranno mai capire.