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“Pantheon di uomini che hanno amato la Roma”

La coreografia della Curva Sud del 2015 è già entrata nell’immaginaro collettivo. Sedici leggende del firmamento romanista descritte dalla penna brillante e documentata di Tonino Cagnucci. Un modo per raccontare la nostra storia. 

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Figli di Roma, capitani e bandiere. Ricordiamo tutti l’ultima coreografia presentata dalla Curva Sud in un derby, l’11 gennaio 2015. E se non fosse che i veri motivi per cui poi non ce ne sono state più sono altri, verrebbe da dire che è quasi giusto così, perché dopo un’immagine del genere davvero è difficile trovare qualcos’altro da dire. Invece l’ha trovato Tonino Cagnucci, che nel suo ultimo libro intitolato, appunto, “Figli di Roma, capitani e bandiere” (Newton Compton, 14.90 euro), ha raccontato le storie dei 16 giocatori che quel giorno la Curva Sud ha messo nel suo “pantheon di uomini che hanno amato la Roma”. Ha spiegato, in pratica, perché questo è “il mio vanto che non potrai mai avere”. Sedici capitoli da leggere uno dopo l’altro, ma prendendosi una piccola pausa alla fine di ogni racconto, per interiorizzare bene ciò che ha da dirci. E per arrivare a una conclusione che quasi inverte il concetto. Il vanto che altri non potranno mai avere non sta tanto nei personaggi rappresentati, ma nel fatto che la Roma sia talmente magica da saper trasmettere a chi sa cogliere, un sentimento talmente forte e puro da far nascere queste storie. Storie d’amore. Amore per la Roma.

In ognuno dei capitoli Cagnucci riesce a unire il suo stile unico, un’accurata ricerca storica ed estrema attenzione a cogliere dettagli che diventano elementi chiave. Ognuno può seguire il percorso che vuole, perché anche leggendo i racconti in ordine casuale, si può cogliere facilmente un filo che li lega l’uno con l’altro. Praticamente questo libro potrebbe avere tranquillamente 16 inizi e 16 conclusioni diverse e non perdere nulla.

Si va da Giorgio Carpi, aristocratico nella vita e popolare in campo (aristocratico e popolare: come la Roma), che giocò gratis perché poteva permetterselo ma che probabilmente lo avrebbe fatto anche a costo di doversi guadagnare il pane in altro modo, per quanto era romanista, a Volk, centravanti “futurista e fragile”, che cambiò soprannomi e nomi non perdendo però mai la sua identità di primo grande attaccante della Roma. Primo a segnare nel derby, primo a segnare a Testaccio. Primo portiere per sempre è naturalmente Masetti, primo capitano è Attilio Ferraris IV (Era un santo. Nel capitolo dedicato a lui scoprirete perché), così come il primo ad aver indicato a tutti cosa significa essere romanisti è Fulvio Bernardini. “Se Carpi giocò gratis per la Roma, lui pagò per andar via dalla Lazio”. Il primo “ottavo Re di Roma” è stato Amedeo Amadei, il primo Principe è stato Giuseppe Giannini. La Roma è stata la sua vita. Totti, invece, è stato la nostra vita e non è un caso se proprio l’11 gennaio 2015 ha segnato una doppietta spegnendo la loro ennesima illusione.

A volte, leggendo il libro, devi prenderti una pausa un po’ più lunga. Perché hai la netta sensazione che essere romanista sia addirittura una cosa troppo grande (forse è per questo che a volte noi stessi non sappiamo gestirla, chissà). Anche se in un corpo apparentemente piccolo, come quello di Bruno Conti, che forse come nessun altro è stato simbolo di un’epoca. La più bella. Vincendo il Mondiale più bello, ha aperto la strada allo scudetto. Troppo romanista Giacomo Losi per giocare con un’altra maglia, quando gli hanno fatto capire che non lo volevano più. Meglio smettere. Troppo romanista Mario De Micheli per subire le angherie del potere. Meglio rispondere e pazienza se me la faranno pagare. Troppo romanista Picchio De Sisti per non tornare alla Roma dopo essere stato costretto a lasciarla e per rimettere a posto la storia. Troppo romanista Francesco Rocca per non stare in Curva Sud ad alzare i cori durante Roma-Liverpool. Troppo veloce, pure per il suo fisico, ma poi lentamente sotto la Sud è tornato con la mano sul cuore nel 2012. Troppo in generale, anche per se stesso, Agostino Di Bartolomei. La lettera che gli scrisse il CUCS al momento del suo addio e l’intervista che gli fece Enzo Tortora nel 1980 sono due delle tante “chicche” del libro. Che non si sottrae anche alla pagina più difficile, quella struggente dedicata a Giuliano Taccola. E che si chiude con Daniele De Rossi, che un’eredità di tutto questo sentimento ha saputo cogliere e vuole ancora trasmettere.

Ma poi no, non è troppo. Forse lo sembra in questo tempo dove l’orgoglio romanista a volte sembra sopito. Ma sta sempre lì e questo libro riprende a coltivarlo, raccogliendo il seme gettato dalla Sud l’11 gennaio 2015. La Sud che adesso non c’è, ma che siccome oltre a un luogo fisico è anche un luogo dell’anima, in questo testo ritorna con tutta la forza del sentimento romanista. Che nessuno, ma proprio nessuno, potrà mai avere.

Luca Pelosi

“Questo è il mio vanto, che non potrai mai avere”

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Figli di Roma, Capitani e bandiere è il racconto vivo di una coreografia della Curva Sud che ha fatto letteralmente storia. Sedici ritratti di uomini che più di chiunque hanno rappresentato Roma e la Roma. La poesia di una squadra campione con un ragazzino che portava il pane – Amadei – per attaccante e un portiere, Masetti, che quando venne per la prima volta a Roma salì a San Pietro e vide il mare. Taccola, il nostro eroe tragico. Volk, l’attaccante futurista. Un gigante di nome Giacomino, la santità di Ferraris IV, capitano che giocava a tutto nella vita perché solo la Roma era sacra; la superiorità di Bernardini che pagò di tasca sua per andarsene dalla Lazio, mentre Carpi per la Roma ha giocato gratis. L’esempio di Rocca in Curva a guidare la Sud col Liverpool. La romanità assoluta di De Micheli e De Sisti, le corse ragazzine di Conti, l’attaccamento di Giannini, la poesia sanguigna di De Rossi, il tutto di Totti. Al centro, con un doppio ritratto, Agostino Di Bartolomei, il cuore di questa storia e di quella coreografia. Uomini che spiegano perché un tifoso della Roma si sente privilegiato e perché la fede romanista è così esclusiva e unica: il vanto che nessuno potrà mai avere.

55 Secondi

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55 secondi

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Ecco l’elenco delle librerie e delle edicole dove è già stato distribuito il libro “55 secondi”. In attesa che venga distribuito in tutti i circuiti, vi darò aggiornamenti perché siete proprio tanti. Grazie.

Albatros snc
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Den lilla pricken var han

Nu när jag hittar pratminusen igen minns jag, vagt. Francesco Totti gjorde aldrig mål i den första matchen förra säsongen, hemma mot Cesena. Det slutade 0–0. Efteråt var han nedstämd och sa att han var besviken för han hade velat tillägna ett mål till sin vän Daniele.

Jag forskade aldrig då i vem denne Daniele var, men nu dyker kaptenens ord upp när jag googlar hans namn: Daniele Betti.

Totti och Betti spelade fyra år tillsammans i Romas ungdomslag. De spelade också på somrarna, på stranden i Torvainaica ihop med några andra när de var barn. Betti var nummer åtta, en mittfältare med grinta i Romas giovanissimi, allievi och primavera. Men han tog sig aldrig till A-laget.

2005 var kaptenen och hälsade på de intagna på fängelset Regina Coeli i Trastevere, en dag när de fick träffa sina familjer. En som hette Cristiano sjöng Chitarra romana och Schuberts Ave Maria. (När Totti gifte sig tre månader senare ville han att Ave Maria skulle spelas i kyrkan.) Daniele Betti kom fram till Totti och sa:

– Hej Francesco kommer du ihåg mig, vi spelade tillsammans i Roma?

Totti kom direkt ihåg och log.

– Det var min dröm att spela i Roma, laget i mitt hjärta. Det gick annorlunda, synd, sa Betti.

– Du hade bara mer otur än jag, sa Totti.

Det är en av alla historier som jag inte kände till om min kapten, men som Tonino Cagnucci berättar om i sin bok Francesco Totti, dai pollici al cuore.

Det som är bra med boken är historierna från när kaptenen var barn. Jag har redan tagit upp blygheten, Cagnucci berättar till exempel också om Tottis tid i Curva Sud. Totti har inte talat om det så ofta, men han stod ju verkligen i kurvan, det är inget som man bara säger för att det låter bra, enligt författaren.

Totti, den blyge, levde inte med så mycket, han var inte en av dem som sjöng högst och mest, men han var där.

Totti i september 1994, efter hans första mål i Serie A:

– Jag vet att det är en dröm, att prata med de som jag förut såg långt bortifrån kurvan är en stor känsla. Jag har fortfarande inte tagit körkort, mina kompisar Giancarlo, Bambino, Stefano, Antonio står fortfarande i Sud, i il Commando. Roma vill jag aldrig lämna. Jag skulle bara gå ifall klubben bestämde sig för att skicka iväg mig för att växa. Tänk er att jag gick och såg Roma första gången när jag var fem år, under samma period som jag började spela boll med laget i mitt kvarter. Min pappa Enzo, romanista, tog mig till Olimpico. Sen dess har jag alltid följt de färgerna, den fanan… Jag springer, som jag springer under den kurvan. Den kurvan är det vackraste i Rom.

Till skillnad från vad som ofta lättvindigt sägs i Sverige har inte allting alltid varit rosenrött och konfliktfritt kring Tottis relation till sin klubb, stad eller Curva Sud. Ingenting är det i Rom. Nuförtiden har vi en ”Baldinigate” och det talas om Tottis vänner och entourage som lever på hans rykte, delar av kurvan har ifrågasatt honom under åren, han han hotat att lämna, folk har tvivlat på honom, och till och med när han äntligen återvände till Sud, den 12 april 2006, gjorde han det till en grupp som många ansåg ha för starka band till klubbledningen och som senare kördes ut från kurvan. Även den händelsen, ofattbart underbar som den också var, gick att diskutera.

Men det finns romantik. Så mycket att hjärtat blir fullt och svämmar över flera gånger om.

Cagnucci berättar till exempel att Totti var en av de få, bara 2 000 romanisti, som fick plats på bortasektionen när derbyt spelades på lilla stadio Flaminio den 18 mars 1990, medan Olimpico renoverades för VM. Någon i kurvan hade givit spelarna i laget tröjor med texten ”Lazio? No Grazie”, som de hade på sig. Giannini slog ett inlägg till Völler som nickade in det enda målet, det var sammandrabbningar med polisen och Paolo Di Canio stod och grät på planen efteråt. Och i Tottis sektion av stadion sjöng de: ”Di Canio pezzo di merda”.

För något år sedan såg Totti enligt författaren ett foto på Romasektionen på Flaminio den dan, jag tror att det måste vara det här, pekade och sa till Romas gamle massör Giorgio Rossi:

– Ser du, Giorgio? Den lilla pricken var jag.

Totti stod i Sud ända till han började spela i A-laget själv. 1990 började han vara bollkalle och försökte då alltid få plats under Sud.

Till exempel var han där när Roma spelade semifinal i Uefacupen mot Bröndby, berättar Cagnucci. Roma ledde med 1-0, vilket innebar avancemang, och istället för att ge Peter Schmeichel i målet bollarna, la den 14-årige Francesco Totti ner dem vid reklamskyltarna. Schmeichel blev förbannad på honom.

Daniele Betti fortsatte att gå till kurvan. Han var på bortaläktaren när Roma mötte Brescia 1994, och blev arresterad. Cagnucci skriver inte varför, så det är därför jag googlar.

När det hände var Betti 18 år och var på lån från Roma i Tor di Quinto. Den 20 november mötte Roma Brescia borta, 1 000 romanisti åkte på bortaresan, men också fascister och folk från extremhögern. De attackerade polisen på läktarna, en polis blev knivhuggen i bröstet, men dog inte. (Det var borgmästarval i Brescia den dagen, och en del menar att de våldsamma fascisterna genom kaoset på matchen ville sända en varning till Lega Nord, som en månad senare gjorde så att den dåvarande regeringen föll.)

Betti var en av dem som arresterades, och senare dömdes till flera års fängelse. Han erkände efter ett tag, att han hade slagit polismannen Angelo De Rosa, att han var beväpnad.

Corriere della Sera frågade om han ångrade sig.

– Jag tycker inte om det ordet. Vi kan säga att jag är ledsen och om jag skulle gå till stadion igen skulle jag välja bättre vem jag gick med.

Totti och Bruno Conti ringde till honom efter det som hände. Han berättade för Corsera att folk hade sagt till honom att han borde skriva ett brev till polisen och be om ursäkt.

– Jag vet inte om jag ska göra det. Det kan verka som att jag driver med dem. Först har jag slagit dem, sedan ber jag dem om ursäkt. Hur skulle de kunna tro på mig?

Det var inte första eller sista gången som Daniele Betti blev arresterad. Då hade han redan varit misstänkt för rån och langning av droger. Den sista gången som hans namn dyker upp i tidningsarkiven verkar vara 2006. Han och en kompanjon hade ett år tidigare försökt råna Bulgaributiken på Via Condotti, och nu försökt med en annan juvelerarbutik.

Och sen förra året, i samband med kaptenens uteblivna mål. När jag söker om information får jag reda på att Betti just dött då, av en infarkt, och Francesco hade velat hedra honom med ett mål.

– Alla mina tankar nu är för honom, sa kaptenen i intervjun efter matchen.

Strax innan han dog hann i alla fall någon tillägna Daniele Betti ett kapitel i en bok om Francesco Totti.

Ett år efter att de möttes på Regina Coeli sågs Totti och Betti igen, i samband med någon inspelning. Tyvärr kan jag inte hitta den men Cagnucci återger:

– Francesco, kommer du ihåg? Vilken lycka att träffa dig igen, skriver du på tröjan?

– Nej, skriv på den du, så tar jag med den hem. Du har redan min, den här vill jag behålla.

Bettis nummer åtta.

 

© Tonino Cagnucci & http://www.eurosport.se

 

Den lille utomjordingen

Jag skulle kunna skriva om Francesco Tottis lite buttra intervjuer sedan Roma samlades igen för nästa säsong (för revolutionen), det faktum att han ska ha tackat nej till att vara med på Thomas DiBendettos presskonferens eller att han blev väldigt arg på den nya ledningen när en 25-årig sjukgymnast inte fick följa med till ritiron i Brunico.

Sen börjar jag läsa Tonino Cagnuccis bok Francesco Totti, dai pollici al cuore, får en liten Tottiromantisk chock av den, och så ser jag såna här bilder från den första träningen på lägret idag, Francesco som ser ut att ha roligast av alla.

Jag tycker det är så fint – eftersom man tänker sig romare som extroverta och högljudda personer – att de två största kaptenenerna i Romas historia, Agostino Di Bartolomei och Fracesco Totti, är blyga.

Kaptenen har själv skrivit om i en av sina böcker att han var så blyg som barn att han hade svårt att få kontakt med andra i sin egen ålder, och om hur hans pappa Enzo brukade ta honom med sig på promenader, själv sätta sig och dricka kaffe nånstans och slänga in sin pojke bland de större killarna som spelade boll. Först ville ingen ha honom i sitt lag, till slut var det ”lillkillen eller bollen”, och de som vann lottningen valde alltid bollen över Totti. Sedan efter fem minuter ville de göra om lagen.

En person, Dario Castaldo, berättar väldigt fint i Tonino Cagnuccis bok om Totti som barn.

Francesco var verkligen blyg, ibland hade du intrycket av att om han hade kunnat så skulle han ha sjunkit ner i jorden. När han var liten hade jag svårt att komma ihåg hur hans röst lät för han pratade nästan aldrig. Jag kommer ihåg att han var spinkig och jätteblond, och att han var väldigt blyg. Så var det i bibelskolan också, som vi gick i tillsammans, men när han spelade fotboll var han Kungen.

Totti spelade alltid fotboll, före skolan, efter. En gång i Fortitudo gjorde de ett prov där de kickade bollen. Någon annan än Francesco vann.

Han brydde sig inte så mycket om det: han var kamraten som alla hade velat ha, han fick dig att inte känna av hans överlägsenhet, han skulle inte nödvändigtvis göra mål, han ägnade sig åt att få de andra att spela, han fick dig att känna att du spelade fotboll. Det var därför du spelade med honom. Han var verkligen från en annan planet.

Allt det bakom varje passning från Francesco Totti, världens bäste på att passa en boll.

 

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© Tonino Cagnucci & http://ilcalcioalcorso.org

Acquisti: Giorgio Rossi, il primo della fila

Più di Drogba, più di Neymar, più di Buffon, più di qualsiasi altro, la Roma ha un acquisto da fare. E’ senza contratto. Non costa molto, anzi non costa niente perché non è in vendita. Non ha prezzo. Il cartellino è sempre stato suo e lui lo ha sempre timbrato per la Roma. Non è propriamente il giovane di belle e sicure speranze secondo il profilo tratteggiato da Baldini e Sabatini per gli acquisti, ma di speranze e di certezze ai giocatori della Roma ne ha sempre date. E ne deve ancora dare. Daniele De Rossi per lui ha detto una cosa: «Io non so come faranno quelli che verranno a Trigoria quando non ci sarà». Non parlava di un compagno di squadra, ma forse della squadra stessa. Che è un’altra mamma. E lui è come un altro padre.

Giorgio Rossi è senza contratto, è stato alla Roma dal 1957. Non può certo finire così, tanto più se da questa parte del mondo è sbarcata l’America. Come fa l’America a rinunciare a Giorgio Rossi? Sono cinquantaquattro anni di Roma. «E tutti sempre firmando un contratto annuale. Sempre anno dopo anno per la Roma. A parte una volta quando Viola mi fece un biennale, perché per continuare a stare con la Roma avrei dovuto lasciare il posto fisso che avevo all’ospedale Sant’Eugenio». All’epoca, come ogni anno, Giorgio Rossi scelse la Roma. Lo racconta lui. E’ venuto a far visita al Romanista pochi giorni fa, portando in mano il foglio di un’intervista che questo giornale gli fece in occasione degli 80 anni della Roma. Cioè i suoi. «No, non ditelo che io so’ la Roma, e ste cose qui…». ’Ste cose qui però vanno dette. Quella è un’intervista fatta in un bar sulla Tuscolana: non c’era una persona che passando non lo salutasse. Durò quattro ore, venne fatta con l’Enciclopedia della Roma in mano da Giorgio perché non voleva dimenticarsi per sbaglio neanche un nome. Chiamò tutto il pomeriggio per sincerarsi che ci fossero tutti. Chi? L’Enciclopedia. Tutti.

A via Barberini è passato per un saluto con quei fogli in mano e per delle fote. Ce ne sono con lui e Maradona, Papa Woityla e Falcao, tanto per citare – sicuramente non in ordine di importanza – tre personaggi che hanno avuto la possibilità di conoscerlo. E non è solo una boutade. Chi sta alla Roma lo sa bene, chiunque sia sempre stato alla Roma ha considerato Giorgio Rossi come qualcosa di speciale, qualcosa da cui non poter prescindere. Sempre De Rossi dopo un gol alla Fiorentina fatto da Ostia andò a baciarselo perché era il suo compleanno; Luciano Spalletti, che la capacità di intuire l’ambiente ce l’ha sempre avuta, gli fece fare una conferenza stampa; per Fabio Capello Giorgio Rossi era il primo della fila, quello che si doveva sedere al primo posto in panchina.

Il primo della fila è anche il titolo del libro che Massimo Izzi, collaboratore storico del Romanista (ma è dire molto poco), ha fatto su Giorgio Rossi e che presto uscirà. Un libro romanista. Cinquantaquattro anni di Giorgio Rossi alla Roma, sono mille anni di giocatori, di aneddoti, di spogliatoio, di pianti, di fughe, di paure, di cose giuste e sbagliate, di docce, di battiti di cuore, di pianti per giocatori che non se ne dovevano andare, che se ne sono andati, di allenatori, di tifosi, di molto più di questo. Una cosa bellissima ha detto Giorgio Rossi qua: «Essenzialmente per stare tutto questo tempo alla Roma devi aver avuto una qualità: stare in silenzio». Che è sinonimo di pazienza, umiltà, capacità di ascoltare e di osservare, cioè il modo di essere migliore. Lo vedi dagli occhi quanto hanno visto quegli occhi. Quanto sanno. Quanto potrebbero raccontare ma non faranno. Quanto annunciano. Di Di Bartolomei: «Agostino è sempre stato il capitano». Di… 30 maggio 1984: «Io conservo una foto di Bruno Conti e Falcao nello spogliatoio dopo la partita, dentro una vasca. Senza dire una parola. Nessuno parlava. Nessuno ha parlato per tutto il tempo dopo. Tranne Ago…». In una sospensione del genere c’è tutto Giorgio Rossi. Tutto quello che può riempirla. E quegli occhi più passano gli anni più diventano grandi e trasparenti. Belli.

Giorgio Rossi è una bellissima persona, il protagonista di se stesso, di una storia iniziata quando lui faceva il pompiere: «E portai con l’ambulanza uno già morto all’ospedale. Conobbi Minaccioni, un massaggiatore storico della Roma, che mi conosceva e mi chiese se potevo sostituirlo a un torneo a Sanremo perché a lui non davano le ferie. Ah, sapessi quante ferie non ho fatto io per la Roma…». Il pompiere e poi l’infermiere, ma mica il calzolaio! «E’ quello che dissi quando a via Sannio mi consegnarono invece che la cassetta con i medicinali quella con il tiralacci, il martello, le tenaglie, la pompa. Perché all’epoca il massaggiatore faceva tutto». Giorgio Rossi ha continuato a fare tutto. Il compagno, l’assistente, il padre, il confidente, l’amico, chi c’era, chi c’è sempre stato. Chi ci dovrà essere. Romanista è ciò che è sempre stato: «Mio padre mi portò a vedere Lazio-Napoli come prima partita, non mi ha fatto nessuno effetto». La Roma sì. E continua a farglielo (quest’anno ha fatto la battuta più bella del 2010/11: «Il derby più bello? Tutti quelli con la Lazio in serie B»). Nonostante sia una delle persone più generose che ci sia nel mondo del calcio, ha una collezione incredibile di maglie: da quella di Aldair col Genoa a quella di Dellas con la nazionale greca campione d’Europa. Poi le cose più strette se le tiene strette. Le cose che contano se le tiene nel cuore. E i giocatori lo sanno. Quelle maglie gliele hanno regalate loro, ci tengono a fargliele avere quando se ne vanno. Anche Leandro Cufré, per esempio, gli ha dato quella del Monaco. I calciatori quando hanno saputo che si stava scrivendo un libro su di lui hanno fatto quasi a gara per fare il loro racconto. Non succede mai quando scrivi qualcosa.
Nel libro tutti i grandissimi della nostra – sua – storia hanno parlato di Giorgio: insomma, Falcao e Totti ci stanno, ma ce ne stanno altre decine. Ci sta anche Carletto Ancelotti che il giorno dopo aver telefonato per parlare del libro ha chiamato Giorgio e Giorgio gli ha detto: «Aho! ma quanno te sbrighi a ritorna’ che qua io e Silio Musa stamo a diventa’ vecchi?». Magari presto Giorgio avrà una risposta.

Un’altra il mondo Roma gliela deve anche perché lui non ha fatto nessuna domanda. Giorgio Rossi non deve chiedere a nessuno di continuare a lavorare per la Roma, non lo ha fatto, non lo farà, non lo farebbe, non è proprio questo il punto. Non è nemmeno corretto parlare solo di lavoro. E in questi casi tirare fuori gli slogan da “i giocatori passano la Roma resta” non è cosa. Già è una cazzata (un conto è Rocca un altro Manfredonia, per fare proprio l’esempio più semplice), ma se i giocatori, e gli allenatori e i presidenti sono passati, Giorgio Rossi c’è sempre stato. Adesso, in quest’età di mezzo, in questo passaggio storico, mantenere Giorgio Rossi anche per la nuova proprietà avrebbe un valore enormemente simbolico. E sarebbe il meno. La verità, quasi artigianale, è che Giorgio Rossi serve a questo ambiente, ai giocatori, alla Roma, a questo calcio di tessere da tifoso, di stadi vuoti. Che questo mondo è diventato grande – perché una volta lo è stato – perché ci sono state persone come Giorgio che lo hanno costruito. Sognato.

Giorgio Rossi è una sopravvivenza, qualcosa che si mantiene vivo malgrado i malgrado… Un bellissimo racconto, un nonno rassicurante e poetico, un orgoglio ultrà e come disse una volta lui parlando della Roma «che cos’è? Tanto». Quando se ne è andato via dalla redazione salutandolo con Forza Roma, s’è fermato, s’è girato, t’ha guardato: «Sempre, ricordatelo». Sempre.

“Quando l’inno si alzerà”. La Sud si racconta in un libro

A chi lo ha fatto probabilmente darebbero fastidio troppe parole, soprattutto di complimenti, anche perché chi lo ha fatto questo libro non lo ha scritto, non lo ha raccontato, non lo ha fotografato, non lo ha distribuito, non lo ha pubblicizzato: l’ha vissuto. Si chiama Quando l’inno si alzerà – La storia della Sud dal 1972 al 1990. Firmato: La Vecchia Guardia. E potrebbe bastare, e non solo perché a chi lo ha fatto darebbero fastidio troppe parole. Però qualcosa va detto, magari in modo sobrio, serio, senza presunzioni e particolari pretese, come hanno fatto i ragazzi (i ragazzi sono sempre ragazzi) che hanno vissuto queste pagine. In prima persona. Dietro o davanti a uno striscione, con i tamburi, i fumogeni. Un bandierone. Con la passione per la Roma, che era un modo di essere nel mondo, senza che si sconfini nella sociologia e negli slogan da Upim da Supertifo.

Quando l’inno si alzerà è un canto che si vede: 250 pagine dedicate alla Curva Sud, dalla nascita dei primi gruppi ultras al Flaminio, più di 250 foto sia in bianco nero sia a colori, 13 capitoli che raccontano le vicende della squadra e della sua curva e di chi è venuto a “trovarci” (per info e prenotazioni contattare lavecchiaguardia@libero.it oppure sms al 3331990539). Per chi lo ha visssuto o per chi ha sentito i racconti di quella curva è ritrovarsi in mano e negli occhi un mondo fatto di sensazioni nette, di luci, di mattinate, di speranze, di ideali, di odori che non sono stati mai più forti e belli come quel tempo in cui tutto appariva possibile. Un’altra società. E la Roma era un modo di starci nella maniera più vera e più romantica. E’ un libro che non vuoi aprire – come quando sai di affrontare un’emozione – ma che poi non vuoi più chiudere. Uno di quelli che ci pensi a dove metterlo a casa. Molto in alto. Sotto il cuscino. Una cassaforte apposta. In banca?

Ci stanno diciotto anni di un’eternità, di un tempo mitico: quello in cui il popolo era al potere e con quel potere ha saputo dire ti amo. Ci stanno cose che spiazzano chi non sa da dove proviene (i Fedayn in quella curva mentre la Roma giocava a Como… Straordinario). Ci sarebbe da scrivere un libro su questo libro, ma non sarebbe mai abbastanza. Non sarebbe la nostra vita. Quella Roma e quella Curva Sud lì. La stessa cosa.