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Grazie

Grazie per questo abbraccio. Grazie per stanotte. Per adesso, perché si vivono così pochi “adesso” nella vita. Grazie perché ti sei messo a nudo, e ci vogliono le palle per farlo, ci vogliono i controcoglioni di un romanista vero per amare. Grazie perché mi fai vergognare un po’ di meno di fare il mio mestiere, ché raccontare te e la Roma non solo non è cosa da poco, ma è un privilegio, una responsabilità, un dovere. Non hai mai amato così tanto come ieri. Grazie come papà. Grazie a nome di mio figlio. Sei in questo abbraccio, nel mio così come in quello di tanti altri padri e figli, ed è per questo che non devi avere troppa paura: secondo te ci lasceremo mai?

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“Questo è il mio vanto, che non potrai mai avere”

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Figli di Roma, Capitani e bandiere è il racconto vivo di una coreografia della Curva Sud che ha fatto letteralmente storia. Sedici ritratti di uomini che più di chiunque hanno rappresentato Roma e la Roma. La poesia di una squadra campione con un ragazzino che portava il pane – Amadei – per attaccante e un portiere, Masetti, che quando venne per la prima volta a Roma salì a San Pietro e vide il mare. Taccola, il nostro eroe tragico. Volk, l’attaccante futurista. Un gigante di nome Giacomino, la santità di Ferraris IV, capitano che giocava a tutto nella vita perché solo la Roma era sacra; la superiorità di Bernardini che pagò di tasca sua per andarsene dalla Lazio, mentre Carpi per la Roma ha giocato gratis. L’esempio di Rocca in Curva a guidare la Sud col Liverpool. La romanità assoluta di De Micheli e De Sisti, le corse ragazzine di Conti, l’attaccamento di Giannini, la poesia sanguigna di De Rossi, il tutto di Totti. Al centro, con un doppio ritratto, Agostino Di Bartolomei, il cuore di questa storia e di quella coreografia. Uomini che spiegano perché un tifoso della Roma si sente privilegiato e perché la fede romanista è così esclusiva e unica: il vanto che nessuno potrà mai avere.

Il Tre Fontane: una fede mai persa

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Il Tre Fontane ha visto la Primavera di Agostino, la sua e quella di una squadra di ragazzini Campioni d’Italia non una ma due volte. A metà degli Anni 70 a vedere quella Primavera (intendetela in senso lato per favore) ci andavano anche diecimila persone.

Giocava la Roma dei ragazzini lì e ci si allenava la Roma dei grandi, la Roma Roma. Francesco Rocca era già l’uno e ancora l’altro quando si fece male: il Tre Fontane ha sentito il suo urlo di dolore mentre palleggiava con l’arbitro Lattanzi dopo aver fatto torello con Peccenini. Poco dopo Giorgio Rossi, incaricato da un dirigente, portò un prete a benedire il punto dove si era fatto male Kawasaki.

I sogni si rompono, le moto si parcheggiavano più in là. Sotto la Colombo. Dietro al muro dove Nils Liedholm diceva a Bruno Conti e a Paulo Roberto Falcao “palleggiate seicento volte col destro, seicento col sinistro”. Il totale era un paradosso.

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È al Tre Fontane che Liedholm snocciavala il rosario delle sue parabole pallonare, che si vantava di quella volta che aveva annullato Di Stefano e, ai giocatori che gli facevano notare “mister Di Stefano quella volta fece tre gol”, rispondeva: “Eh appunto, solo tre gol”. Il totale è chissà quante partite di allenamento, quante Primavere dal 1960 all’inizio degli anni 80.

Qualcosa si può datare. Sul verbale del comitato esecutivo della As Roma del 17 febbraio 1959 si legge che il giorno seguente il Coni avrebbe consegnato alla Roma il campo; da un altro verbale del 10 marzo 1959 si può dedurre che la prima partita giocata al Tre Fontane dovrebbe essere stata un Roma-Fiorentina del torneo De Martino (una specie di campionato riserve). Il 22 settembre di quell’anno si stabilì che ogni mercoledì per vedere la Roma si sarebbero pagate 200 lire. Perché la Roma la andavano a vedere tutti al Tre Fontane.

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Qualcosa si può datare, qualcos’altro non si può spiegare. Il Tre Fontane è stata una fede. Una celebrazione romanista prima di andare a vedere la Roma all’Olimpico, una specie di miracolo laico quando i tifosi recuperarono e riconsegnarono a Peirò l’automobile, un Bmw, che gli era stata rubata, proprio dopo un allenamento al Tre Fontante. C’è anche Peirò quando a inizio campionato 1967/68 la Roma va a sfidare a Milano la sua ex squadra, la Grande Inter. Qua c’è il Mago di Turi, Oronzo Pugliese, dall’altra c’è il Mago e basta Herrera e una partita che per la Roma ha un valore particolare e che sceglie di preparare in maniera speciale al Tre Fontane: organizza la rifinitura con la Stefer, qualcuno vorrebbe far disputare quell’amichevole a porte chiuse per escludere gli osservatori nerazzurri, ma il Club risponde con questa nota: “La Roma è dei tifosi”. Punto. Punto. E punto. Al campo si presentano 7.000 tifosi. A San Siro la Roma pareggia con la Grande Inter, Giuliano Taccola segna il suo primo gol in serie A.

La prima volta che ci ha giocato Francesco Totti non aveva nemmeno 10 anni, era il 9 febbraio 1986, con gli Esordienti della Smit Trastevere: 0-0 con Totti che sbaglia un rigore contro il Tre Fontane. Un 9 febbraio di un altro anno però (1997) per un torneo chiamato Città di Roma, Francesco segnerà i gol che impediranno lo scempio di vederlo partire, anche perché quando arrivò alla Roma, arrivò proprio lì: Stadio Tre Fontane. Fine agosto 1989, in automobile accompagnato dall’amichetto Daniele Arelli e da suo padre Pietro al volante. Era stato appena preso dalla Lodigiani. Francesco Totti ha passato il suo primo giorno da romanista al Tre Fontane.

E’ una fede antica. Quella di Giorgio Rossi che si divideva fra il suo fare tutto per la Roma e svolgere il suo lavoro al Sant’Eugenio: “Quando ci allenavamo al Tre Fontane avevo una stanza con un grande tavolo dove facevamo i massaggi. Prima di iniziare mi toglievo sempre la fede nuziale dal dito. Un brutto giorno alla fine del lavoro non la trovai più senza farmi una ragione di quello che era successo. Quando una decina d’anni dopo, nel 1979, ci spostammo a Trigoria trasportammo il grande tavolo che avevamo in dotazione al Tre Fontane nella nuova sala massaggi del Bernardini. Aprendo uno dei cassetti trovai un giornale del 1969. Nell’aprirlo sentii un rumore metallico, abbassai gli occhi e vidi il luccichio della mia fede nuziale…l’avevo ritrovata”.

Ecco che cos’è oggi il Tre Fontane: una fede mai persa.

Roma-Austria: l’esordio assoluto di Francesco Totti nella Roma nel 1993

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Era giovedì come oggi, il 18 febbraio 1993 la Roma sfidava in amichevole l’Austria allenata da Herbert Prohaska e Francesco Totti giocava la sua prima partita in assoluto con la Roma.

L’esordio a Brescia sarebbe arrivato un mese e dieci giorni dopo, ma la prima partita fra i grandi Totti l’ha giocata quel giorno, contro la nazionale allenata per la prima volta da Herbert Prohaska. Stadio Flaminio di Roma, Roma contro Austria, roba imperiale, anche un po’ di più se è possibile.

Siamo in piena Tangentopoli, Scalfaro fa un appello al parlamento sulla questione morale, Licio Gelli rivela che nel 1980 intervenne presso Calvi per far ottenere un prestito al PSI di Craxi, tramite il Banco Ambrosiano, ma, soprattutto, quel giorno una tribuna coperta allo stadio costa 25.000 lire, i Distinti 10.000, che forse erano troppi all’epoca per un’amichevole in un’annata non eccezionale della Roma, ma visti da qui erano prezzi stracciati: quanto vale il biglietto dell’ouverture assoluta di Francesco? Si conta? Quel giorno Padoa sul Messaggero preannunciava l’esordio: “Boskov avrà i suoi problemi (…) basta citare gli assenti: Rizzitelli, Salsano, Garzya, Haessler…Mihajlovic… E ancora sicuri assenti Caniggia e Muzzi in nazionale… Potrebbe entrare il giovane attaccante Totti, casse ’76, una mezzoretta per far capire che le sue qualità un giorno potranno essere sfruttate anche dalla prima squadra”. Potrebbe. Poté. Può ancora.

“In campo poi è entrato Totti, classe 76, al posto di Giannini:un paio di lanci illuminanti, un gol fallito per un niente con un diagonale di destro, grande autorità e applausi dei tifosi.  Un debutto in grande stile per il gioiello della Primavera, reduce da un’operazione al ginocchio” scriveva il giorno dopo Ferretti sul Messaggero. Il grande momento è stato l’11’ del secondo tempo: Totti al posto di Giannini, fuori il Principe dentro il Piccolo contro l’Austria Imperiale. Ci sta tutto. A disposizione fra gli austriaci c’era Miki Konsel, seduto accanto a lui Herbert Prohaska che a sua volta viveva il suo esordio da commissario tecnico.

“Cominciare questa avventura proprio da Roma mi fa enormemente piacere. È impossibile cancellare i ricordi…”.

E chi se li dimentica i giorni di Prohaska a Roma. Lo chiamavamo Lumachina per i capelli e per la sua (relativa) lentezza, come uno dei personaggi di Pinocchio, ma eravamo per davvero nel Paese dei Balocchi quell’anno.

Prohaska è stato la definizione stessa della discrezione, dell’esattezza, della puntualità, della levità. È stato un anno soltanto qui e ha vinto quello che questa città aspettava da 41 anni. In quell’anno segnò gol come lui: decisivi in partite non così clamorose da ricordare (Ascoli, Avellino e Firenze nel giorno in cui il Toro faceva 3 gol in 4’ alla Juve: chi se lo ricorda il suo gol su rigore?).

Se nel calcio romanista c’è un cameo, quello è stato il suo percorso: Prohaska è il  co-protagonista perfetto di qualsiasi storia, non poteva non esserlo della Storia che proprio quel giorno cominciava a farsi, senza quasi che se ne accorgesse qualcuno. Un cameo che è un kolossal.

Chi se li scorda i giorni di Prohaska a Roma! Chi se la ricorda la prima di Totti?

Era giovedì come oggi.

Il tabellino:

Roma: Cervone (46′ Zinetti), D. Rossi, Caputi, Tempestilli, Aldair (74′ G. Rossi), Comi (46′ Benedetti), Piacentini, Petruzzi, Carnevale, Giannini (56′ Totti), Bonacina.

A disposizione: Pellegrino, Marchetti, Perli, Torbidoni.

All. Boskov.

Austria: Wohlfart, Hochmaier, Peci (48′ Streiter), Feiersinger (46′ Wazinger) Zsak, Baur, Ogris (68′ Stoger), Prosenik, Pfeifenberger, Kuhbauer, Rodax (46′ Schinkels).

A disposizione: Konsel.

CT Prohaska.

Totti, il campione del mondo

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9 luglio 2006 – 9 luglio 2014. Otto anni oggi, in mezzo un altro Lippi, Donadoni, Prandelli, Abete, Petrucci, Beretta, Chiellini, Balotelli … Otto anni oggi,in mezzo un’eliminazione contro Slovacchia e Nuova Zelanda in Sudafrica, e poi una con la Costarica in Brasile. Notevole. Il 9 luglio 2006 Francesco Totti divenne Campione del Mondo tre mesi dopo che gli avevano rotto una caviglia, otto anni dopo è il Capitano della stessa squadra di sempre e per sempre, vice campione d’Italia, che torna in Champions e sogna lo Scudetto. Lui sta in piedi con una placca dentro, il calcio italiano è col culo per terra. Aveva e ha detto basta da Campione del Mondo e poi… macerie: Prandelli è finito a Istanbul, Balotelli non lo vuole più nessuno. Dopo Totti, 8 anni di niente. E’ un po’ la misura del calcio italiano. E della sua grandezza. Qui di seguito un pezzo del libro “Francesco” per ricordare quei giorni, fino a quel giorno, che un po’ è ancora oggi, Francesco Totti: «Dopo l’operazione alla caviglia i medici non potevano fare più niente, toccava a me. Facevo le stesse domande: ce la faccio o no? Non servivano a niente, ma mi facevano ricominciare… Cercavo di rubare sempre qualche giorno in più. Il momento peggiore era la notte perché non dormivo per la fascia stretta: ero diventato un metronotte. Pensavo a come e quando sarei potuto rientrare, se ero come prima… Mi sembravo matto perché parlavo da solo, ma in quei momenti se ti dai le risposte sbagliate vai a picco. Ce l’ho fatta». Il Piccolo Principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto. Questa è la storia che Antoine de Saint-Exupéry non ha mai scritto, questa storia racconta di come il Piccolo Principe s’è fatto uomo.(…) Di come un ragazzo è diventato bionico con il cuore. Questa è una storia alla rovescia perché arriva a difendere una placca, un particolare, quell’inserto meccanico nella caviglia ferita e spaccata a sangue, tenuta insieme da un cuore d’acciaio. Come Jeeg, Hiroshi corri ragazzo laggiù tra lampi di blu di una maglia dell’Empoli intravista con la coda dell’occhio, e quella campana di bronzo che il destino, un padre, ti ha innestato controvoglia (…) Questa storia è alla rovescia, parte dalla fine perché non se ne conosce l’inizio: a 14 anni Francesco Totti si rompe il menisco in un derby. (…). Que- sta storia parte da quelle paure lontane di non diventare mai campione del mondo di un ragazzino. Il sogno. (…). È lì che Francesco ha imparato a difenderlo come quella placca e quelle viti che tengono insieme tibia e perone e tutti quei 15 anni che passano e arrivano al 19 febbraio 2006. Mancava cosi poco tempo alla Coppa del Mondo. Forse l’ha vinta proprio quel giorno. Quella giornata era diversa. (…) Il 19 febbraio a Roma tornava ferito da una mostra a Milano il più importante dipinto custodito a Roma del Caravaggio, La Madonna dei Pellegrini, uno dei quadri più cari ai romani, sfregiato. Il danno al piede del fedele. Quello sinistro, all’altezza del perone. Il dipinto proprio quel giorno viene ricollocato nella chiesa di Sant’Agostino e a sera restaurato con una pecetta. Una piccola placca sulla storia dell’arte. Non s’era mai visto prima nemmeno questo. Stava accadendo qualcosa quel giorno: in questa storia anche il Dottore parla come un antico profeta. Solo così si può credere alla costruzione di un calciatore bionico con il cuore. Mario Brozzi, il dottore: «Sì, noi lo sapevamo che sarebbe successo, che Totti si sarebbe infortunato seriamente…». (…) A questo punto la storia diventa cronaca di quelle incredibili 5 ore, scarse, che hanno trasformato il Calciatore, fermato Roma, cambiato il corso degli eventi. Ma sempre per l’umanità contro la regina Himika. La storia è in un gioco: la partita. Al primo fallo gliel odico: «”Mi fai male, lo sai come sto?”. Dopo due minuti un altro intervento del genere, penso che lo stia facendo apposta e gli dico pure questo. Poi al terzo fallo, al crac, non ho più avuto la forza di dirgli niente: ho sentito dolore appena ricevuto il calcio, la sensazione che la caviglia si fosse spezzata. Ho sentito l’allungamento di tutto, l’ho presa in mano e non sentivo più dolore». È il minuto 6 e 12 secondi. Ore 15.07. Domenica. È solo Totti in quel momento dentro uno stadio immediatamente muto. È in questo momento che il record eguagliato di vittorie si bagna di maledizione, destinato ad essere superato. Arriva il Dottore: «Appena arrivato Francesco mi ha detto: “me so’ rotto”. E io: “smettila”. Quando gli ho tolto la fascia, perché ogni calciatore si benda i piedi, ho capito tutto: il piede è crollato, la caviglia collassata. (…) Doveva andare via a Villa Stuart subito. Via sulla macchinetta verso l’ambulanza. “Ma tu vieni sì? Se non arrivi non me faccio tocca’”. “Arrivo”. Arrivo». Corri ragazzo laggiù. E attento alle risposte. Il Piccolo Principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto. Arriverà alle 17.38 Brozzi, quando ormai starà solo aspettando quella placca d’acciaio per l’operazione.La storia s’è messa in moto col destino e una telefonata quando il Dottore avverte dal campo il Direttore a casa: «Bruno, Francesco s’è fatto male di brutto». Anche in questa storia di Bruno ce n’è sempre uno. Turchetta avverte la sua clinica che ha una convenzione H24 con la Roma: qualsiasi cosa succeda in qualsiasi momento a un calciatore della Roma scatta il protocollo. Questo: «Ho chiamato Villa Stuart, ho avvertito la radiologia che ha chiamato il Professor Mariani… In cinque minuti eravamo in clinica». Lo stesso tempo ci mette Totti. Corri ragazzo laggiù. Adesso è dentro l’ambulanza con Vito Scala e con l’altro Dottore della Roma. Stefano Del Signore: «(…) Lui non capiva. “Ma perché se mi sono fatto male non sento niente?”. Quello era il segno, quello era preoccupante». Colpite le fibre nervose: qui è il cuore che comincia a diventare d’acciaio. «Ma perché se mi sono fatto male non sento niente?». Il Piccolo Principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto. Dietro l’ambulanza, c’è l’auto di Mamma Fiorella (che una notte, il 9 luglio, scriverà una lettera). La famiglia del Calciatore è stata avvertita telefonicamente e immediatamente da VitoScala.(…)Stanno andando a VillaStuart anche Ilary e Cristian, che non va più all’aeroporto per Sanremo ma a via Trionfale 5952. Monte Mario ai piedi dell’Olimpo, casa di cura per Caravaggio. «Ilary stava andando a Fiumicino con Cristian. Doveva preparare il Festival, due settimane di lavoro. Così avevamo deciso di tenere il bambino una settimana per ciascuno. Ma strada facendo sentiva la partita e ha capito che m’ero fatto male. Ha chiamato Giancarlo, ha chiamato mia mamma, le hanno detto che mi stavano portando a Villa Stuart e così è venuta in clinica con Cristian». (…). Si stanno muovendo tutti mentre la Roma segna (15.15). Si sta muovendo anche il Professore. Il protocollo è scattato, da Villa Stuart l’hanno chiamato. Il Professore: «(…)Prima di quel giorno ero un nome, non una faccia». Stanno quasi tutti lì. Brozzi nello spogliatoio avverte Spalletti, l’Allenatore, e la squadra. «C’erano silenzi e volti bassi. Spalletti era il più preoccupato di tutti. I giocatori non parlavano. Uno ha detto: vediamo di vincerla per il Capitano». (…) Mariani parla con Totti: «Ti devi operare». «Ma se lo faccio vado ai Mondiali?». Il Piccolo Principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto e il Professore lo sa. «Al 99,99%, sì ti do la mia parola». Allora sì. Per forza. Per forza e per amore. È il momento più difficile, servono le parole di Vito, l’amico: «Avevo solo uno scopo, far passare meno tempo possibile fra l’incidente e l’intervento (…)E poi io gli ho detto anche un’altra cosa: “Se molli non vali un **bip***, come uomo e come giocatore”». Una spintonata,un altro modo per dirgli: corri ragazzo laggiù. Perché nella vita è solo nel momento più duro che capisci che ce la puoi fare. Scollini. È solo dopo aver perso la partita che la puoi rigiocare. È solo perché sei stato fermo che potrai camminare. Dopo le 16.30 sale Ilary con Cristian, Totti è al secondo piano, stanza 38, al piano terra aveva fatto le lastre,poi la Tace la risonanza magnetica,al terzo piano si dovrà operare. È già tutto pronto, tranne la placca d’acciaio. Il cuore è lì. Totti vede Cristian. E piange. Francesco: «Appena l’ho visto sono scoppiato a piangere come un ragazzino. M’ha fatto capire tante cose tenerlo in braccio in quel momento». Quando il campione era bambino certe placche non c’erano, certi giocatori non sarebbero rientrati. E non sono rientrati. (…) Oggi Francesco Rocca e Marco van Basten avrebbero potuto sfidarsi. Ma chi ce l’avrebbe fatta a giocare un Mondiale dopo tre mesi quando da poco più di un’ora t’hanno spaccato il perone in tre parti, lesionato i legamenti, rotto la caviglia? E poi quel Mondiale è da vincere, c’è il sogno di un bambino in ballo. Questo è il nostro piede sinistro. Bisognava farlo subito. Francesco. Vincere. Operare. Bisognava riparlare con Mariani, rifare sempre le stesse domande perché se ti dai la risposta sbagliata affondi. Il Piccolo Principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto. «Professore ma semi opero lo faccio il Mondiale?». «Sì, ma se lo facciamo subito». Il più presto possibile. L’intervento e il Mondiale. Sono la domanda e la risposta più importanti della storia dell’Arte. Perché in quest’altra storia infinita di talloni feriti che va dritto al racconto di Achille, l’istante, la velocità, l’immediatezza è ciò che riesce a mutare anche il mito. Pier Paolo Mariani non appena ha messo la lastra sul lettore ha esclamato: «È da operare adesso!». È ora il momento della storia. Il Dottore, il Professore, il Direttore, lo raccontano insieme. È l’antico Coro della tragedia greca, ma stavolta può aiutare il protagonista. Edipo, che in greco significa piede gonfio (e nel mito originario era proprio il sinistro) non finirà accecato. I raggi X l’oracolo di Tebe non ce li aveva a disposizione. «Se avessimo aspettato solo qualche ora in più, Totti non avrebbe mai fatto i Mondiali. Dovevamo farlo subito». (…) Lo possiamo ricostruire. Per questo mancava una cosa. I materiali, la placca e le viti necessarie per saldare perone e tibia. Dal tipo di frattura Mariani ha deciso il materiale. «Chiamate, fate portare qui questo tipo di placca». Di un acciaio simile all’osso, ma malleabile. Una specie di serratura per finestre. (…) È adesso che c’è il capovolgimento, che Achille ferito al tallone non muore. No, Richard Vanigli non è Paride, ma un difensore dell’Empoli che ha pianto in sala stampa e ha già chiamato Francesco in clinica. Tutti hanno chiamato Totti a Villa Stuart. (…) Porteranno laicamente oro, incenso e mirra, ma è il materiale che deve arrivare subito perché adesso c’è l’intervento. Il materiale è depositato dentro dei grandi magazzini.

Ma dove? Dov’è nascosta la placca che cambierà il corso degli eventi, che può realizzare il sogno infortunato di un ragazzo? Quanto è lontana? Dove sta? Dove? A Formello. Sì, proprio a Formello. Nei grandi magazzini di Formello. Ecco dov’è finito il cavallo di tr..a nel terzo millennio. Cantami o diva del Pelide Achille l’ira funesta… No. Totti, il Calciatore che sta per diventare bionico, più che arrabbiato, è determinato. Ha paura sì, ma degli aghi, non degli achei. (…) Totti ha gli occhi chiusi anche senza anestesia. C’è Chopin nell’aria perché Mariani non opera senza musica… Gli mettono 33 punti, gli anni di questa crocifissione, con 11 viti, di cui una più lunga per tenere insieme tibia e perone e quella placca. La campana di bronzo di Hiroshi, sarà protetta per qualche tempo da un gambaletto ortopedico in neoprene e non con un’ingessatura per evitare l’ipertrofia del muscolo della coscia e in particolare del polpaccio. Totti apre gli occhi, quando si risveglia vede Cristian e Ilary, poi cinquemila tifosi della Roma che gli fanno festa a Trigoria, la Sud che fa magia, vincere la Roma, i compagni e l’allenatore con la sua maglia (…) Da questo momento Totti può tutto, perché è il calciatore bionico. E niente, se non ha cuore acciaio dentro. Lui ha scelto di diventare campione del mondo. «Dopo l’operazione i medici non potevano fare più niente, toccava a me… Cercavo di rubare sempre qualche giorno in più. Il momento peggiore era la notte… Pensavo a come e quando sarei potuto rientrare, se ero come prima… Mi sembravo matto perché parlavo da solo,ma…Ce l’ho fatta».Per questo si terrà la placca fino a quando giocherà a pallone, se non gli darà fastidio, se non si romperà (è un po’ più fragile di un osso). (…) È che è diventato campione del Mondo con quella placca, in altri termini,solo così avrebbe potuto salvarlo il Mondo: diventando Jeeg. Togliersela sarebbe togliersi un po’ quel pezzo di vita in più che s’è ripreso. Questa storia racconta che non è mai finita veramente, che a 14 anni ti rompi il menisco, a 29 la caviglia e poco dopo raggiungi il sogno. Che forse per questo lo raggiungi. Che c’è sempre un cielo sopra Berlino veramente, perché c’è sempre un cielo sopra dovunque. Chiunque. E per raggiungerlo bisogna scendere, non salire, perché è laggiù che devi correre, dentro quel cuore acciaio: una placca arrivata da Formello”.

Zero a zero

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Daniele, Marco e Andrea sono nati nel 1977. Hanno vite diverse ma un passato comune nelle squadre giovanili della AS Roma Calcio. Giocavano con Totti e Buffon, giravano il mondo con le Nazionali Under vincendo coppe e campionati. Ma la vita li ha messi di fronte a delle prove che a diciassette anni non tutti sono capaci di superare.

Il documentario mostra un lato nascosto del calcio per parlare delle aspettative e dei sogni che ci tengono vivi. Perché, come sostenne Albert Camus: “Il calcio non è una questione di vita o di morte. È molto di più”.

Totti, Chiellini e il gran rifiuto: lui è il popolo, lui è Roma

Juventus v AS Roma - Serie A
S’è rialzato da solo, l’ha snobbato, ha guardato da un’altra parte. E la mano no. Non gliel’ha data. Non gliel’ha voluta dare, perché Francesco Totti da Porta Metronia non è un ipocrita e Giorgio Chiellini da Pisa è un Montero-bis, uno che entra per far male, uno che aveva già provato a lasciare il segno, più che su Roma-Juve, sulle caviglie del Capitano. Totti ha la fierezza dei romani, gente che la mano non te le dà se non te la meriti. Totti ha quell’orgoglio lì, quello di chi Roma-Juve non sarà mai una partita come le altre, mentre per molti, troppi, è stata una partitella di fine stagione, un incontro di quelli che se vinci, bene, altrimenti chissenefrega. Totti contro Chiellini, Totti contro la Juve. A difesa della Roma, a difesa dei valori che si celano storicamente dietro questa che non è davvero una partita come le altre. Perché Totti lo sa, perché Totti c’è cresciuto in questa storia, Totti ha vissuto l’inchiesta di Guariniello, il sistema di Calciopoli, Totti quella Calciopoli là l’ha combattuta sul campo, Totti era bambino al gol di Turone. In questo Totti di questo Roma-Juve s’è vista la rabbia del solo-contro-tutti, del gladiatore tatuato che dal braccio si sposta sul cuore, del Capitano che difende la Roma come dopo Catania aveva difeso Roma. Aveva fatto scudo contro le generalizzazioni pericolose. «Roma non c’entra niente, quei fatti di Coppa sono accaduti lì solo perché la Capitale ha ospitato la finale ma poteva succedere ovunque. Roma è una città pulita e accogliente. Roma è Roma. È la Capitale e va rispettata». Totti come uomo vero, come fuoriclasse che la mano ai Chiellini della vita non la dà, ma Totti anche come alfiere, come Sindaco di Roma. Ecco, il Capitano e la sua Capitale. Questo rapporto, quest’amore che lo rende ultras della propria città, viene raccontato da Tonino Cagnucci in un estratto del suo libro “Totti, dai pollici al cuore”. Ve lo proponiamo qui sotto:

Totti è più tifoso della Roma di quanto ne sia campione, Totti è più innamorato della Roma di quanto sia capace col pallone. E lui in campo è van Gogh (la definizione è stata data nel gennaio del 2002 da Giovanni Trapattoni) è Mozart e Beethoven, è uno scapigliato e un soldato, un veliero e un’istituzione, è energia solare distribuita in tutta la terra di Germania e tuono, è tutto se gli cambi una vocale. Il Comune di Roma si dovrebbe attivare seriamente presso il Governo e l’Unione Europea per far sì che i pollici versi di Totti al derby del 18 aprile 2010 finiscano sulle monete dell’euro, come logica conseguenza – quasi una propaggine fisica – dell’Uomo Vitruviano. È stata persino fisiologica quell’esultanza visto che Totti quando segna il pollice se lo mette in bocca, non giocando, ma esultando, ha usato lo stesso arnese da lavoro come poteva. Francesco è romanista soprattutto in questo, per la generosità, per la mancanza di certi sofismi, di sovrastrutture, di ricerche di stili che ti mettono al sicuro da certe critiche, da certi ambienti, da certi circoli, qualunque essi siano. Totti è sempre stato fuori moda, apposta poi l’ha creata, Totti è sempre stato uno di quartiere, uno che da ragazzino prima o poi doveva andare dal barbiere. Totti è il telefono coi fili, la pizza rossa e la pizza bianca, la villeggiatura più che la vacanza, più che il gettone – che vale sempre 200 lire – è la cabina telefonica. Il mangianastri arancione che aveva la zia più «moderna», la prima moquette nelle case di Roma senza ambienti da Arancia Meccanica.

Totti è certe zone di Roma, San Giovanni dov’è nato è tutta sua. San Giovanni è uno dei posti di Roma meno cambiati dal ’76 a oggi. C’è lì una specie di medietà romana dove respiri il centro, perché ci stai, la storia, perché ce l’hai davanti, ai bordi del Colosseo, ma attraverso l’arco t’arriva pure l’eco bucato della periferia, non quello sostenuto della Cassia, di Collina Fleming, dei Parioli, le uniche zone dove puoi constatare una certa rilevanza laziale. È un modo di essere più sostanziale che stiloso. È chi va a imbucarsi – ogni tanto però – a una festa, piuttosto di chi è invitato a quelle in maschera o – peggio – a tema. Totti ha la faccia di un film di Pasolini, non quella di un libro di Moccia.

Non sta tre metri sopra il cielo, ma in mezzo ai binari dove passa il tram di Fellini per Roma. È la tombolata non lo shopping. Pianerottolo e odore di fettina ben cotta. Totti è timido e per questo può diventare sfrontato non cinico, sveglio non opportunista. Tutto questo vuol dire appartenere a una certa tradizione tipicamente romanista. Totti ha rappresentato anche, se non soprattutto, il tifoso medio della Roma. Francesco non è di nicchia, non è un’esclusiva ultras, perché è del popolo. Totti è la Roma più che l’Aesse Roma. Francesco Totti è il chiacchiericcio di Roma, quello che gira per l’aria, prima di essere un nome già impresso nella sua storia. È nei discorsi sul pianerottolo fra Anna e Maria, con le porte di casa aperte come questa città sui ballatoi di San Lorenzo. Totti è quella Roma che resiste. Lui l’ha fatto: non se n’è mai andato. Anche in questo ha risparmiato tempo a Dio: niente parabole da figliol prodigo, semmai pallonetti, palombelle giallorosse, cucchiai. «Forza che il pranzo è pronto, ma speriamo che Totti domani segni ». Anzi: «che domani segna». È meglio. Il congiuntivo a volte è un errore, non dà il senso. Totti resta Totti perché dov’è nato è rimasto: indicativo – col pollice – sempre presente. Non l’aveva mai fatto nessuno prima. Strano a dirsi ma nessuno l’ha mai detto, è il segreto più scoperto del mondo: la Roma nella sua storia uno romano, romanista così per sempre non ce l’aveva mai avuto.

C’è solo Daniele De Rossi che può fare la stessa strada. Fulvio Bernardini iniziò con la Lazio, Amedeo Amadei il primo ottavo Re da queste parti andò all’Inter e al Napoli, Agostino prima d’essere cacciato al Milan, al Vicenza, Bruno Conti al Genoa. Giacomino core de Roma è di Cremona. E nemmeno  TancrediNelaVierchowodAncelottiFalcãoMalderaProhaska- PruzzoIorio sono nati e finiti qui; neanche nessuno dei campioni d’Italia del terzo millennio. Nemmeno Peppe Giannini o Pluto Aldair. Totti è una rarità già semplicemente per questo, escludendo quel capolavoro d’arte varia che mostra al mondo con cui gioca a pallone ogni benedetta domenica. (…) Il suo romano, lampo di una battuta («Aho») che fa a cazzotti e vince con la noiosa prosa mentale dell’italiano, giustamente archiviabile in un «è normale che».

È normale per tutti ma non per Totti. Faccia romana e rinascimentale, un po’ Lorenzo il Magnifico un altro po’ er Più de San Giovanni, Porta Metronia. Poesie e pallonate. Stornelli e allenamenti. Sogni e conferenze. Il nostro piede sinistro infortunato contro il carrarmato, la mazzafionda del borgo contro l’establishment, Pasquino che, col dito in bocca, è arrivato a fare il suo sberleffo in mondovisione. Un televisore analogico a due pollici, altro che maxischermi al plasma in digitale. Francesco Totti non è solo Roma che non è sparita, ma quella che si fa vedere e t’innamora nell’arancio, o in quella luce che si mette la mattina. L’odore fresco di pane, sampietrini, cornetti e vento. La bandiera. Ma non per questo ci è diventato. No. Lui è il primo giocatore al mondo che s’è identificato nella sua tifoseria prima che succedesse il contrario. E questa cosa se la porta dentro. E si vede meglio soprattutto in certe partite, in certe sfide. E diventa grande quando si tratta di difendere la bellezza di questa città: il suo sentimento.

Francesco Totti

Что значит “Рома” для Франческо Тотти?
Трудно выразить, нелегко подобрать слова… Я думаю, мой сын сам поймёт, когда вырастет, что привязанность к “Роме” даёт тебе больше, чем другие привязанности. Для меня “Рома” – это всё: страсть, любовь, желание привести команду к любым высотам, которых только можно достичь.

... Потому что в первую очередь Франческо Тотти – болельщик “Ромы”…
– Всю свою жизнь. Быть капитаном команды – это честь и ответственность, но не это повлияло на меня.Так было сразу, с самого начала.

Когда вы вперыве были на стадионе?
“Рома”- “Наполи”, мы выиграли 1-0, когда Фёллер забил уже на исходе времени. Строительные работы шли, Курва-Зюд тогда ещё не было.

Ни против Сампдории, ни против Интера…
– На самом деле, я вообще не ходил на стадион. Слышать вопли Де Санктиса и то, что кричали тренеры, все это казалось мне бессмысленным

А в матче против Удинезе всё было нормально…
– Поэтому я и забил.

Являются ли слова “римский ублюдок” или “римский дерьма кусок” дискриминацией по территориальному признаку?
– Конечно, да! Двойные стандарты в действии

Когда пришлось забыть о Скудетто?
– В последние 4-5 игр, не раньше. Мы верили, мы шли первыми, потом вторыми, мы продолжали борьбу. Однако сейчас 99%, что всё кончено. 1% я оставляю на чисто арифметическую вероятность.

Вы сожалеете о чём-то?
В лиге – нет, я жалею о полуфинале Кубка Италии против Наполи. Не о втором матче даже, а о первом. Если бы мы выиграли 2:0 или 3:0, пошла бы совсем другая игра. Мы в прекрасном стиле обыграли Сампдорию, а также и Ювентус, и мы собирались победить и Наполи. Финал против Фиорентины – это было бы прекрасно, столько бывших игроков бы собралось.

Генуя – Ювентус?
Я был готов расколошматить свой телевизор, но – именно так выигрываются чемпионаты.

Почему вы проиграли его?
Потому что Ювентус очень силён. И недосягаем.

А почему недосягаем?
Потому что силён. Три года они выигрывают, отдадим им должное. А когда всё шло немного не так, им всегда немного помогали. Никто не станет этого отрицать.

Ювентус был сильнее, удачливее, и ему больше помогали?..
Да, и то, и другое, и третье.

А второе место вы боитесь потерять?
Нет, потому что всё зависит только от нас. Мы хотим завоевать его, как будто это наш Скудетто. Осталось 12 игр, и мы постараемся провести их как можно лучше.

Много ли вам не хватает, чтобы всё-таки завоевать Скудетто?
Совсем немного

Чего именно?
Троих новых игроков

Включая и отличного форварда?
Да, по отличному игроку для каждой линии.

Дрогба?
Если бы он согласился! Он ведь даже моложе меня (смеётся). С такими, как он, можно добиваться побед. Но в любом случае, не я отвечаю за трансферы, и никогда этим не занимался. Но с тремя новыми игроками эта команда могла бы победить в будущем году

И хорошо сыграть в Лиге чемпионов?..
Да, но сначала нужно ещё квалифицироваться туда (смеётся)

Вы всю жизнь об этом мечтаете?
Мне этого просто не хватает. Это мечта каждого Романисты. Это сложнее, чем завоевать кубок мира.

Агостино ди Бартоломеи?
“Я был ещё мальчишкой и помню мало, но все воспоминания только хорошие”

А вы бы назвали стадион его именем?
Да, или в честь кого-то другого, кто был великим романистой и кого с нами больше нет. Было бы просто великолепно почтить память их всех.”

А вы будете играть на новом стадионе, как говорит Паллотта?
Зависит от того, сколько его будут строить! Года два я точно ещё буду играть

Франческо Тотти осознаёт, кто такой Франческо Тотти?
Нет.

И никогда не осознавал?
Когда я бываю за границей. Когда меня видят и узнают, я говорю “Вау…”. С тех пор как я ношу десятый номер на майке и капитанскую повязку, у меня другая роль. Ведь я здесь вырос, всегда выступал в этой майке, но ответственность сильно повысилась. Но я принимаю это всё со спокойной душой. Я знаю свою силу – в первую очередь, ментальную. Когда у вас мяч в ногах, то, если вы хороший игрок, вы знаете, что с ним сделать, но истинная сила игрока – у него в голове.

Сила “Ромы” – вот в этих людях?
Как и в 2001 году. Давайте начнём отсюда заново и попробуем стать лучше. Все, включая тренера. У нас очень сплочённая команда.

Руди Гарсия?
Он особенный. Я думал, просто будет ещё один вызов для нас, ведь он молод, он иностранец. Но он делает великие дела. Это тренер, который может помочь нам победить. Он и партнёры по команде.

Пьянич?
Я не собираюсь заставлять игроков оставаться в команде. Он молод, он феноменален, и таких футболистов, как он, найти нелегко. Конечно, я отпускаю всякие шуточки. А он отвечает мне: “Не переживай”.

Стротман?
Он сразу же вписался в команду, выглядит, как будто давно в ней. Великолепный игрок. Я не ожидал, что он настолько силён, просто не знал. 20 миллионов евро? Вау, сказал я сам себе, должно быть, он просто супер. Вся команда очень привязалась к Кевину и относится к нему с большим уважением. Шестой номер на майке – не просто номер. Его носили игроки, творившие историю.

Как Алдаир?
У меня с ним отличные отношения. Он передал мне капитанскую повязку в Бергамо. Чудесный мужик. Мы до сих пор контактируем.

А с кем ещё вы по-прежнему общаетесь?
Кандела, Монтелла, ди Франческо. Я бы предложил Эузебио (ди Франческо) проиграть, если бы вышел на поле в матче против Сассуоло.

Капелло?
Грубоват, но переживал за команду. Впрочем, я с ним с тех пор ни разу даже не разговаривал.

Бальдини?
И с ним тоже.

Кубок мира в Бразилии?
Я привлёк бы Кассано. Он слегка ненормальный, но хороший. Я? Если я буду в форме, почему бы нет?

Пранделли?
Он не звал меня – и не думаю, что позовёт.

Дель Пьеро?
Он на связи, мы иногда переписываемся. Я, правда, больше общаюсь с Гаттузо и Джиджи (Буффоном), а также с Липпи. И у меня хорошие отношения с Каннаваро и Тони.

Дисквалификация Даниэле де Росси?
Когда кто-то из Ромы что-то такое делает, это всегда раздувают. Он знает, что был неправ, но действовал на уровне инстинктов. Я не намерен оправдывать его, он был неправ и поплатился за это, но мы не должны вешать на него всех собак. Просто такие вещи иногда случаются.

Вы стали бы играть вместе с Балотелли?
Не думаю, что такое может произойти. Единственно, разве что, в случае попадания в сборную. Мы здоровались, но после того, что произошло, с меня было достаточно. Напряженность постоянно нарастала, и то, как он себя повёл… Хватит.

Год начинался так хорошо…
Надо было набрать большое преимущество, но такого старта не ожидал никто!

Какую оценку вы сами себе поставили бы себе за первые семь игр?
Хорошую. В Милане в матче против “Интера” наша игра была даже лучше, чем сами забитые мячи. Я понял, что делал на границе нашей штрафной, ещё до того, как счёт стал 3-0.

Как вы полагаете, ваш прощальный матч будет сыгран между Ромой-2001 и Ромой-2015?
Да, вполне может быть. А может, я никогда не буду играть прощальный матч. Правду сказать, тренером я быть не хочу. Но может случиться, что когда я перестану играть, у меня появится желание тренировать, не знаю. Пока я играю. И есть мечты, которые мне хотелось бы осуществить с этой командой

Кто выиграет лигу чемпионов?
Мадридский “Реал”.

А Лигу Европы?
“Фиорентина” (как мы знаем, это предсказание не сбылось)

Кубок Италии?
Надеюсь, “Фиорентина”, ведь у них столько игроков из Ромы! (Фиорентина, как мы опять же знаем, проиграла)

Криштиану Роналду или Месси?
Криштиану Роналду.

Так что значит “Рома” для вас?
Что-то, что находится в глубине тебя, и выразить это невозможно.

© Tonino Cagnucci

La giusta distanza

La doverosa distanza

La giusta distanza

Francesco Totti

Cristian ancora non me lo ha chiesto che cos’è per me la Roma, se dovesse farlo non sarebbe facile per me rispondere

Cos’è la Roma per Francesco Totti? 

Difficile da dire, non è facile trovare le parole per farlo… Mio figlio credo che lo capirà da solo crescendo che quando tifi Roma hai qualcosa in più rispetto agli altri. Per me è tutto, è passione, è amore, è voglia di portarla il più lontano possibile.

Perché Francesco Totti è soprattutto un tifoso della Roma.

Da sempre. Esserne il Capitano è un onore e una responsabilità che però non mi ha mai pesato. E’ stato così da subito.

La tua prima partita allo stadio?

Roma-Napoli quando vincemmo 1-0 con un gol di Voeller all’ultimo. C’erano i lavori allo stadio, non c’era la Curva Sud.

Neanche con la Sampdoria, nemmeno con l’Inter c’è stata.

E io infatti allo stadio non ci sono andato. Dico con l’Inter, perché con la Samp mi aveva fatto un effetto brutto. Sentire le urla di De Sanctis, quello che dicono gli allenatori mi sembrava senza senso, allora non ci sono andato.

Con l’Udinese è tornato tutto a posto.

E infatti ho segnato.

“Romano bastardo” o “Romano pezzo di merda” è discriminazione territoriale?

Sì, certo. E’ evidente. Su questa storia sono stati usati due pesi e due misure.

Andare allo stadio e tifare: è vero che da ragazzino stavi al Flaminio nel mitico derby vinto con un gol di Voeller, il derby con poche migliaia di romanisti? Era il 18 marzo del 1990. Cioè ieri.

Sì c’ero. C’è pure una foto con un cerchietto e dentro ci sto io. La prima volta andai con mio padre, al derby con Bruno Ripani. Sono partite da sogno queste.

Quand’è che il sogno quest’anno è finito?

Nelle ultime quattro-cinque partite, non prima. Noi credevamo allo scudetto, eravamo primi, poi secondi, stavamo lì. Ci credevamo. Comunque è svanito al 99%, un 1% me lo tengo. Così per l’aritmetica.

Il rimpianto di quest’anno?

Guarda che non è legato al campionato, ma alla semifinale col Napoli. All’andata, non al ritorno. Se avessimo vinto due, tre a zero sarebbe stata tutta un’altra partita.Avevamo battuto una Samp in ottima forma, avevamo battuto la Juventus e stavamo per battere il Napoli. Poi la partita secca con la Fiorentina sarebbe stata bella, con tanti ex,sarebbe stata una gara tutta da giocare.

I rimpianti… l’hai vista Genoa-Juventus?

Se l’ho vista? (fa una smorfia, vicino c’è pure Florenzi con Nanni che ne fanno un’altra, ndr) Tra un po’ spaccavo il televisore, ma uno scudetto si vince anche così

Perché l’abbiamo perso?

Perché la Juve è forte. Sono inarrivabili.

Perché sono inarrivabili?

Perché sono forti. Sono tre anni che vincono, va dato loro merito. Quando le cose andavano meno bene avevano sempre un piccolo aiutino. Dati di fatto, visibili, che nessuno può negare.

Mettiamola così: la Juventus è stata più forte, più fortunata o più aiutata?

Tutte e tre le cose.

A tuo figlio è difficile spiegare cos’è la Roma, ma come glielo spieghi quando non fischiano un rigore, quando non vedono un fuorigioco? 

Eh, guarda che succede veramente, a volte mi dice: “Ma papà perché l’arbitro non ha dato quel rigore?” e io gli rispondo: “Sono episodi a papà”. E perché quest’altra cosa? “È un episodio a papà”.

Temi anche per il secondo posto?

No, perché dipende solo da noi, vogliamo centrarlo come fosse il nostro scudetto. Purtroppo capitano questi episodi sfavorevoli a noi, ma se recriminiamo su tutto ci potremmo fare un film. Evitiamo. Mancano 12 partite, cercheremo di fare il massimo.

Episodi a parte, quando ci sarà la grande puntata? Quanto manca allo scudetto?

Poco.

Cosa?

Tre acquisti.

Anche un grande attaccante?

Sì. Un grande giocatore per reparto.

Si è fatto il nome di Drogba.

Magari venisse! E’ pure più giovane di me (ride) E’ con giocatori così che vinci. Comunque non sono io che faccio il mercato, né mai l’ho fatto. Ma con tre giocatori questa squadra può vincere il prossimo anno.

E fare una Champions di livello?

Prima annamoce eh (ride)… però sì.

Quello è sempre il tuo sogno?

Quella è la cosa che mi manca. È il sogno di tutti i romanisti. E’ più difficile che vincere un Mondiale.

Il 30 maggio saranno trent’anni da quella finale…

Ricordo poco. Ero piccolo. Ho dei flash…

Agostino Di Bartolomei.

Ero piccolo, ricordo poco ma di lui solo cose belle.

Lo intitoleresti lo stadio al lui?

Sì, a lui o a qualcuno che non c’è più è che è stato un grande romanista. Sarebbe bello poterli onorare tutti.

Ci giocherai nel nuovo stadio, come dice Pallotta?

Eh dipende quando lo costruiscono! Io questo e altri due anni li faccio sicuro.

Francesco Totti si rende conto di chi è Francesco Totti?

No.

Mai?

Quando vado all’estero. Appena mi vedono e mi riconoscono, mi dico “cavolo”. Da quando ho preso la 10 e la fascia da capitano ho avuto un ruolo differente da quello del semplice giocatore. Essendo cresciuto qui, avendo indossato sempre questa maglia, le responsabilità si sono moltiplicate. Ma le ho vissute con tranquillità. Conosco la mia forza, ma più che altro quella mentale. Quando hai la palla tra i piedi se sei bravo sai cosa farne, ma la forza di un giocatore è nella testa.

La forza di questa Roma sta nel gruppo?

Un gruppo così ce l’abbiamo avuto nel 2001 e io ne ho viste de cose eh… Ammazza se ne ho viste… La Roma deve essere questa e da qui bisogna ripartire e migliorare. Allenatore compreso. Siamo molto affiatati. C’è una grossa unione come quell’anno, quando eravamo un tutt’uno anche fuori. E Garcia è speciale. Pensavo ad un’altra scommessa: giovane, straniero… Invece ha fatto cose grandi.

Invece per lo scudetto ci dev’essere lui?

Sì, lui è l’allenatore che può farci vincere. Lui e questi compagni.

Hai detto a Pjanic di restare?

Non sto qui a dire ai giocatori di rimanere, ma spero lo faccia. È un giocatore giovane, fenomenale, trovarne così in giro per il mondo non è facile. Una battuta gliela faccio eh, ma poi ognuno sa se rimanere o no. La battuta gliela faccio spesso e volentieri, lui ti dice “sì sì, tranquillo”.

Kevin Strootman.

Lui si è inserito subito nel gruppo, sembra un veterano. Giocatore formidabile, giocatore che si è visto come approccio alla gara, come personalità. Non me lo aspettavo così forte, non lo conoscevo. È arrivato all’improvviso, in un periodo altalenante dove tutti andavano e venivano. Però, 20 milioni? “Cavolo”, mi sono detto, deve essere un top player.

Hai voluto tu la maglia per lui?

Tutta la squadra voleva la maglia. Il 6 è importante, l’hanno indossata, e la indosseranno giocatori che hanno fatto la storia.

Come Aldair.

Con Aldair ho un grande rapporto. A Bergamo mi lasciò la fascia. Un ragazzo splendido. Lo sento ancora.

Delle tue Roma chi senti ancora?

Candela sento spesso, oltre a Montella, Di Francesco… Fossi stato in campo col Sassuolo a Eusebio gli avrei detto di perdere. (ride)

Capello?

Un po’ rude, ma alla fine ci teneva al gruppo. Alla sua maniera. Comunque no, non ci ho più parlato, né l’ho sentito.

Con Baldini?

Nemmeno.

Cassano?

Si, l’ho visto a Roma-Parma. È mezzo matto, ma è simpatico.

Lo porteresti ai Mondiali?

Sì, e se continua così è giusto che ci vada.

E Totti ce lo porterebbe Totti in Brasile?

Perché no? Se sta bene, ce lo porterei.

Prandelli lo hai sentito?

Non mi ha mai chiamato e non credo mi chiamerà.

Del Piero?

A volte tramite sms lo sento, Gattuso e Gigi li sento di più. Lippi lo sento spesso, è venuto anche qui. Abbiamo un bel rapporto anche con Cannavaro e Toni.

Roma e l’Italia: Daniele De Rossi. La sua squalifica come l’hai vissuta?

Quando fa una cosa un romano si ingigantisce sempre. È la realtà dei fatti. Sa di aver sbagliato a fare determinati gesti, ma sono cose istintive. Non sto qui a giustificare, ha sbagliato, ha pagato ma non dobbiamo dargli addosso. Succede.

Succedono tante cose: giocheresti con Balotelli?

Non credo che possa capitare, credo che l’unico modo sia in Nazionale. Ci siamo salutati, ma per me è finita lì dopo quell’episodio. Era un accumulo di partite, di tensione, il suo modo di comportarsi… È finita lì.

Quest’anno era iniziata così bene…

Dovevamo prendere più punti di vantaggio lì. Nessuno si aspettava però una partenza simile.

E nemmeno un Totti ancora una volta così grande. Che voto ti dai nelle prime sette gare?

Un bel voto. A Milano contro l’Inter sono state più belle le azioni che i gol. Rivedendole, mi sono reso conto di cosa ho fatto al limite della nostra area sull’azione che ha portato al 3-0.

Rivedendoti un giorno, la tua partita d’addio sarà la Roma del 2001 contro la Roma del 2015? 

Sì potrebbe essere. Però magari non farò mai una partita d’addio. Non è che ho tanta voglia di allenare. Può darsi pure che quando smetto scatta la voglia di fare l’allenatore, non lo so. Adesso gioco. Ci sono dei sogni da raggiungere con questa squadra.

A proposito, chi la vince la Champions quest’anno?

Il Real Madrid.

L’Europa League?

La Fiorentina.

La Coppa Italia?

Spero la Fiorentina perché c’è mezza Roma.

Domanda per tutti: Cristiano Ronaldo o Messi?

Oggi Cristiano Ronaldo.

Domanda per te: cos’è la Roma?

Una cosa che hai dentro e che non riesci a dire.

Forse nemmeno a un figlio. Francesco Totti, il giorno della festa del papà.