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“Questo è il mio vanto, che non potrai mai avere”

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Figli di Roma, Capitani e bandiere è il racconto vivo di una coreografia della Curva Sud che ha fatto letteralmente storia. Sedici ritratti di uomini che più di chiunque hanno rappresentato Roma e la Roma. La poesia di una squadra campione con un ragazzino che portava il pane – Amadei – per attaccante e un portiere, Masetti, che quando venne per la prima volta a Roma salì a San Pietro e vide il mare. Taccola, il nostro eroe tragico. Volk, l’attaccante futurista. Un gigante di nome Giacomino, la santità di Ferraris IV, capitano che giocava a tutto nella vita perché solo la Roma era sacra; la superiorità di Bernardini che pagò di tasca sua per andarsene dalla Lazio, mentre Carpi per la Roma ha giocato gratis. L’esempio di Rocca in Curva a guidare la Sud col Liverpool. La romanità assoluta di De Micheli e De Sisti, le corse ragazzine di Conti, l’attaccamento di Giannini, la poesia sanguigna di De Rossi, il tutto di Totti. Al centro, con un doppio ritratto, Agostino Di Bartolomei, il cuore di questa storia e di quella coreografia. Uomini che spiegano perché un tifoso della Roma si sente privilegiato e perché la fede romanista è così esclusiva e unica: il vanto che nessuno potrà mai avere.

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Grazie

Un bacio o due

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L’editoriale

«Io la maglia della Roma me la levo solo per lanciarla ai tifosi».

 

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Quel goal della Roma a Como

Quel ramo del lago di Como… è un bell’inizio ma anche un anagramma che per ogni romanista è il principio di un altro romanzo. Fatelo: ramo-Roma, lago-goal, Como resta Como e le preposizioni danno il la: Quel goal della Roma a Como… La vita di ogni romanista è cambiata per sempre da quel momento, da quando Paulo Roberto Falcão ha dato il la giocando la sua prima partita nel campionato italiano. Era il 14 settembre del 1980. A Como. La Roma vinse 1-0 per un’autorete nel primo tempo di Volpi. Minuto 25. Natale. Dopo quell’esordio nulla fu come prima: intere generazioni di romanisti vennero educate all’arte da un calciatore sbarcato a Fiumicino, accanto al mare, direttamente dal sole, tanto era luce. Arrivarono le coppe in una città povera di vittorie, magliette bellissime, insieme antiche e nuove, vinaccia e porpora, indossate anche dai ragazzini sui sampietrini abituati da sempre a stracci e bandiere care e sgualcite. Era una Roma che tornò colta e bella, era la città di un’altra società che credeva di avere ancora molto da sognare: la Roma stava dappertutto.

Finire la rivoluzione del 1977 e vincere lo scudetto era la stessa cosa, soltanto che era molto più probabile il sovvertimento dell’ordine sociale rispetto al tricolore, d’altronde l’ultimo era stato vinto prima della Resistenza. La Democrazia Cristiana sembrava meno solida della Juventus di Trapattoni: nella vita civile non si arrivò a un momento così basso come col gol annullato a Turone a Torino, un 10 maggio che pioveva. Un’ingiustizia che costrinse a crescere almeno quella generazione diromanisti. Si aveva a che fare sempre con un’emozione. Andare allo stadio era un privilegio di tutti: l’Olimpico era il paese dei balocchi, ma nessuno era più pinocchio. Le favole non avevano bisogno di morale. Era il tempo del sogno. La Roma era dappertutto. Era un fenomeno del pallone, della vita sociale, della musica, del cinema, un sottofondo quotidiano. Una compagna veramente. Se c’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere è stato quello, quando si arrivò a dire in uno stadio: ti amo. Arrivò lo scudetto. Si festeggiò in un Roma-Torino finito 3-1. Nel millenovecentottantatré. E tutto questo ebbe inizio dopo quel goal della Roma a Como. Misteriose corrispondenze fra poeti. Secolari alchimie fra iniziati. È storiografia che Alessandro Manzoni prima di scrivere I Promessi Sposi ebbe l’apparizione del Santo Vero: il Divino. Da quelmomento contro il Como in trasferta in serie A con la Roma ci ha esordito soltanto un altro giocatore: Daniele De Rossi, il 25 gennaio 2003. C’era la notte quel sabato sera, non perché era inverno, ma per far vedere meglio quel ragazzo biondo. Non aveva nemmeno vent’anni, lui cheè nato quando tutto venne alla luce: d’estate. Nel millenovecentottantatré. Campo neutro di Piacenza, ma Como-Roma in schedina, negli almanacchi, nella storia. La suastava ufficialmente per iniziare: quel giorno la Roma non segnò, ma soltanto perché De Rossi avrebbe dovuto aspettare un altromomento, un altro segno del tempo: un 10 maggio, che non pioveva ma c’era il sole, in un Roma-Torino finito 3-1. Magici appuntamenti del destino. Déjà-vu di Dio. Un doppio sogno. Come un’altra chance concessa dalla storia alla storia, un secondo esordio.

Quello di De Rossi, rispetto al mito di Falcão, è un altro romanzo giocato davanti alla difesa, un altro modo di intendere la vita fra le due linee, di abitare l’orizzonte, lì nel mezzo, sospeso tra ciò che hai e ciò che vuoi, nella zona di tutti i dilemmi del mondo: il centrocampo. Amleto sarebbe stato sicuramente un grande regista, ecco perché soffriva a fare il personaggio. Colpa di Shakespeare che gli ha sbagliato ruolo. Merito di Capello se ha fatto esordire Daniele De Rossi lasciando in panchina uno che si chiama Pep Guardiola. De Rossi ha iniziato a giocare a calcio facendo vedere i tacchetti degli scarpini a uno dei più grandi centrocampisti di sempre. Soprattutto, lo ha fatto con nonchalance. Quel pomeriggio fu proprio Guardiola a comunicarglielo: «Giochi tu, Daniele», nello stesso giorno in cui era stato deciso l’addio del catalano alla Roma. Investiture. Se, insieme a Pier Paolo Pasolini, Paolo Roberto Falcão è stato il più grande pensatore del Novecento, Daniele De Rossi è tutta l’energia che manca a questo secolo spento, l’unico antidoto alla crisi: una specie di fresco sopravvissuto, un nato vecchio, un saggio punk, un viaggio a Mompracem e il rifugio domestico, stornelli e Metallica, lui che sull’Ipod sente R&B e Lando Fiorini, sintesi riuscita di ragione e sentimento. Certi grandi uomini si riconoscono subito per un marchio di natura: Falcão lo era dalla fronte alta (ci si specchiavano il sole e la luna, nei pomeriggi o nelle serate di coppa), Daniele De Rossi per quel biondo sfacciato e lucente dei capelli. È una specie di shining che si porta dietro. Una luce in mezzo al campo.

Un fuoco d’artificio di giorno. Un miracolo maya. Una mattinata tedesca. Un girasole di van Gogh. Un solco in mezzo al campo e al viso. Una specie di sorriso. Dicono ce l’avesse già dal primo vagito. È nato il 24 luglio nel giorno in cui Dorando Pietri stremato dalla fatica vinse la maratona olimpica a Londra prima di venire squalificato perché aiutato dai giudici a rialzarsi. L’immagine dello sforzo epico e poetico per antonomasia, della generosità non solo nello sport, ma nella vita: perché un calciatore è una persona e Daniele De Rossi è una persona molto generosa. Se sostituiste, come nell’Attimo fuggente, quell’icona del tempo – 1908 – con l’immagine di De Rossi, non avreste un quadro sfigurato, anacronistico, alterato. Persino il pettorale è simile al numero di maglia: un 19 «accartocciato» che sembra il suo 16. Probabilmente De Rossi ai giudici sarebbe riuscito a dire di no. Perché Daniele De Rossi è una promessa di rivoluzione. Riuscita. È l’unico caso, nella storia delle dottrine politiche, di democrazia applicata compiutamente: è romanista che gioca per la Roma da romanista, rappresenta gli altri quando è se stesso. È l’unico caso in cui la gioia più intima, più ferocemente profonda esprime quella degli altri: daje Roma daje urla dopo aver segnato. Non si indica il numero di maglia, né tanto meno il nome sulla maglia: non potrebbe mai, lui appartiene a un calcio che non ce li aveva scritti. Non sa cosa siano. Non si celebra mai, lavora. Risorge ogni volta dai contrasti come se non li avesse mai fatti, asciutto appena uscito dalle cascate del Niagara. Lui è il Frank Sinatra della foga, l’eleganza della sua lotta è la lealtà.

Non è mai banale pure se il suo compito è quello di cucire, tessere la tela, fare la grammatica, non cercare l’acuto, il do di petto, il salto carpiato in alto. È poesia della prosa perché è sostanza che arriva fino agli spigoli: fa i ricami con l’utile, è surplus reinvestito per la Casa del popolo. Sa spolverare in frack, lui nato per essere un re popolano. È fresco e spigliato come una promessa di partenza su una mongolfiera alla Verne, o un video notturno degli Smashing Pumpkins, eppure è sinceramente umile, sa di pane, della domenica Diamante cantata da Zucchero, colloquiale come il vociare nei pomeriggi della Toscana, di un tramonto placido senza retorica sin dalla preistoria. Daniele De Rossi è un’intera giornata di vita, tra divertimento e fatica. Per lui vale ciò che scrisse il filosofo tedesco Martin Heidegger nell’analisi di un quadro di van Gogh che raffigurava delle semplici scarpe da contadino e che lo portò alla formulazione delle categorie di Terra e Mondo. Non è né più, né meno che una descrizione. Al posto di quelle scarpe immaginate gli scarpini di De Rossi. Eccole. Eccoli: …Della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell’umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale.

Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità alla morte. Questo mezzo appartiene alla Terra e il Mondo della contadina lo custodisce. Terra e Mondo. Se Paulo Roberto Falcão è stato il più grande giocatore della storia del calcio senza palla, cioè senza Mondo, Daniele De Rossi è quello più a contatto con la Terra: il campo, il sudore, l’erba, il fango. Lui è diga e fiume, l’interfaccia della Roma che sta qua e là, chiude e apre, segna e sogna. Art-attack. È la classicità della Madonna col bambino di Raffaello, ma sanguina di spontaneità come un’opera di Pollock. Daniele De Rossi è veramente come un’opera d’arte che sa ancora parlare al cuore ogni volta che lo vedi. La versione ultras della sindrome di Stendhal. I tifosi che lo guardano provano gli stessi sentimenti che provavano venti-trent’anni prima; i figli le stesse sensazioni dei padri e i padri quelle dei loro padri (…). È così dall’inizio. La Roma era dappertutto quando è nato Daniele De Rossi. Era sulle prime pagine del «Corriere della Sera» e di «Repubblica». Era nei cinema, veniva citata nei varietà televisivi, cantata dai cantautori, oltre a essere un antico chiacchiericcio sui ballatoi di San Lorenzo. De Rossi è il sopravvissuto di quell’epoca di sogno. È il qui e ora, il miracolo della ripetizione inaugurale. Ha colto la prima mela ma è rimasto nel giardino incantato a vedersi un Roma-Liverpool dal finale sbagliato. Quella Coppa… altro che paradiso perduto! Milton, a confronto, è soltanto un mediocre giocatore del Como. Quella Coppa… De Rossi non lo hanno cacciato da quel sogno, apposta ogni tanto lo fanno gli arbitri: invidia.

È un replicante anni Ottanta. Ha riportato all’Olimpico quell’Eden fatto di olio canforato, magliette dall’uno all’undici, partite in contemporanea la domenica pomeriggio alle 14 e 30 (massimo fino alle 16 per l’ora solare), esultanze spontanee… che s’era smarrito dietro ai trenini per Bari. È di un biondo spaziale perché negli occhi ha impresse quelle immagini ancestrali che ogni romanista ha dentro. Un Rutger Hauer trasteverino che ogni volta che va in campo, giocando, racconta una vecchia filastrocca: «Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E lo stadio pieno, quel marmo bianco sdraiato sotto la madonnina d’oro quando l’Osservatorio non era un organismo del Viminale ma guardava le stelle da Monte Mario; la cometa del 3-0 al Göteborg, l’abbraccio pianto di Agostino con Ancelotti dopo il gol all’Avellino, la parata di Tancredi a Zaccarelli, le radioline, le trombette a gas, i fischietti, la maglietta pouchain, quella luce bianca senza sponsor nella notte col Liverpool, i tamburi in Curva Sud, il loro odore più che la loro musica, il senso di luminosità che dava Falcão, l’eleganza della corsa di Maldera. Ho visto Ciccio Graziani diventare Pelé contro il Dundee, i capelli lunghi, il bianco e nero prepotente di Attilio Ferraris, Thomas Milian che oltre a non essere romano parlava poco l’italiano con il Cucs in un Roma-Toro di campionato dell’84, le invasioni di campo contro Michelotti, i risultati attesi dentro a un cinema nel ’50 quando la radio trasmetteva ancora una canzone di Testaccio e i tre uruguaiani se ne erano già andati via… Ho visto una spalla rotta di Losi diventare la spalla per tutti i tifosi della Roma. E un cuore. Il più grande che ci possa essere.

E ho visto la Juve prendersi i nostri scudetti. Ho visto immaginandola cadere nel verso giusto la monetina col Gornik, la sigla di Fantastico a colori, Grazie Roma presentata a Domenica in…, il Lecce, la sostituzione Ciucci-Negretti, l’errore di Bonetti, l’esodo a Pisa, un tempo di partita più una sintesi sulla Rai, Roma- Modena dentro Ladri di biciclette, vite e profumi di quartiere, lo stadio sempre pieno…». Insomma tutte quelle cose che noi romanisti abbiamo visto e che gli altri non possono nemmeno immaginare, noi che «quel 30 maggio eravamo in Curva Sud abbracciati alla Roma e guardavamo il mondo dalla cima di un’emozione che tutti gli altri non potranno scalare mai». Daniele De Rossi tutte queste cose le sa. Gli arrivano da molto lontano, anche prima di quel goal della Roma a Como. È da sempre che sono promessi sposi: «Il mio amore per la Roma nasce prima di aver cominciato a giocare in questa squadra, e lontano da questa squadra io non mi ci vedo Non sarei altrettanto felice a giocare con un’altra squadra, che la Roma compri o non compri campioni. Io gioco per la Roma, non per la società. Non sapete Roma che significa: la Roma è un orgoglio».
(Da “Il mare di Roma”) 

De Rossi, nato il 24 luglio

Domenica. Quel giorno sul pianeta Terra, a Roma, Fiumicino, vicino al mare, stava succedendo qualcosa di particolare. Cosa? In città faceva caldissimo, 36 gradi di media, esattamente come l’ultimo 24 luglio passato. Per chi non era andato al mare (poco mosso, a Ostia quel giorno non sventolava bandiera rossa) in televisione c’era da guardare il Tour de France su Montecarlo che però – di fatto – era già stato vinto da Laurent Fignon.

Il Trofeo Matteotti e il campionato di scherma trasmessi da Rai1 a partire dalle 15 non potevano essere una grande attrazione (allora meglio il culturale con un film su Rai2 dei fratelli Taviani: “Allonsanfan”, ore 14.10). Al teatro dell’opera, a Caracalla, c’era la “Tosca”. I cinema erano quasi tutti chiusi. Quelli aperti proiettavano capolavori: al Pasquino “Blade runner” in versione originale, all’Ariston 2 “Oltre il giardino”, all’Adriano Guerre stellari di George Lucas, al Fiamma – addirittura – “Arancia Meccanica” vietato chissà perché ai minori di 18 anni. I biglietti costavano fra le 3.500 e le 5.000 lire, ma in giro c’erano pellicole come “Missing”, “Tootsie”, “Lo stato delle cose” di Wenders, “Ghandi” e “Il paradiso può attendere”. Forse.

Il paradiso poteva aspettare non oltre questo 24 luglio: stava succedendo qualcosa di particolare. Cosa? Sui giornali tracce ancora non ce ne potevano essere: stava per accadere, non era ancora successo. Il «Corriere della Sera» apriva con «Craxi, prime indiscrezioni sul programma di governo», di spalla gli esteri: «Reagan tenta il dialogo Siria-Israele». I titoli di taglio riguardavano il rapimento di Emanuela Orlandi avvenuto in quel mese e la polemica sui contratti dei metalmeccanici (la triste vicenda di Enzo Tortora arrestato il 17 giugno già non veniva nemmeno più richiamata in prima). In basso sicuramente la notizia più interessante: «I brasiliani Zico e Cerezo potranno giocare in Italia». Il Coni aveva sconfessato la Federazione e le lacrime di Sordillo, dando ragione alla Roma e all’Udinese sul tesseramento degli assi del Brasile: prodromi della globalizzazione. «Repubblica» riportava, sostanzialmente, le stesse notizie: apertura con i tentativi di formazione del governo Craxi («È sicuro di farcela»), fondo di Beniamino Placido sull’imminente quarantennale della caduta del fascismo («Signori ricordate il vostro fascismo? ») e – sempre in prima pagina ovviamente – il riquadro sulla Roma: «Il Coni dà via libera a Zico e Cerezo». Dentro a pagina un interessante pezzo di un giovanissimo Magdi Allam su Arafat che dichiara inimicizia a Gheddafi, che all’epoca non veniva ricevuto a Villa Pamphili; nello Sport a commentare la decisione della giunta del Coni un corsivo dei suoi di Mario Sconcerti. Una delle cose più interessanti quella mattina del 24 luglio 1983 la potevi leggere sul «Messaggero»: un’intervista di Fulvio Stinchelli nella sede della Lazio di via Col di Lana a Giorgio Chinaglia che gli confessa: «Ho bisogno di tifosi. Siamo a zero. Io alla Roma invidio Di Bartolomei e Bruno Conti perché sono tifosi della loro squadra».

Sul «Corsera» a pagina 5 in un articolo di taglio si legge una strana cosa: «Dopo un mese di arsura finalmente Como berrà l’acqua del suo lago resa potabile». Quella notizia sul lago di Como… Cosa stava succedendo? Ricominciamo dalla prima del «Messaggero». «Annullato il veto della Figc, Cerezo giocherà con la Roma…», era lo spallone. Ruggiero Palombo scriveva che «giustizia è fatta», Marco De Martino intervistava Dino Viola: «Ora lo posso dire: è la Roma che volevo». La Roma dei sogni nasceva il 24 luglio 1983, la Roma della Coppa dei Campioni nasceva il 24 luglio 1983. Non lo diceva soltanto il presidente, ma anche Nils Liedholm a pagina 19 del «Corsera» in un’intervista dell’allora inviato al seguito, Franco Melli: «Con Cerezo andremo lontano in Coppa dei Campioni. Ma il favorito resta il Liverpool…». Testuale. Vaticini misteriosi, verità oracolare di un allenatore che è stato e rimarrà per sempre un maestro. Quel giorno stava nascendo qualcosa. Roberto Pruzzo – l’ultimo a parlare dal ritiro di Brunico – spiegava cosa: «Avremo la migliore Roma di ogni tempo». Il 24 luglio 1983 nasceva la Roma più forte di sempre. Ma stava succedendo dell’altro, qualcosa che lo compendiava. Quel giorno se andavi ad Ostia Antica queste cose le potevi sentire nell’aria perché venivano cantate: c’era il concerto di Antonello Venditti. Quei concerti erano una festa, si cantava «A-ntonello, A-ntonello!» e «Roma-Roma», ogni tanto s’intonava pure per Falcão (come quell’urlo sordo e ritmato prima del Colonia e prima del Dundee di un popolo che consegnava qualsiasi speranza al suo re: «Falcão! Falcão! Falcão!»). A quei concerti ci andava la Curva Sud, non dello stadio Olimpico ma della città di Roma. Era il tempo in cui la comunità poteva ancora credere alla comunità: il crollo delle ideologie sarebbe arrivato solo più tardi. Ai rigori. Contro il muro del Liverpool. Ad Ostia Antica, tra Roma e il mare, Venditti cantava Sara, Le ragazze di Monaco, Attila e la stella, Grazie Roma… Era l’epoca del vavavavavavavavavavavavavavavavavavava… e ci si capiva.

Accadeva vicino al mare, mentre a Riscone di Brunico in montagna la Roma era più che mai la Roma. E quel 24 luglio stava succedendo anche un’altra cosa sul pianeta Terra, a Roma, Fiumicino, vicino vicino al mare: tornava a casa proprio lui, un vecchio amico dell’infanzia, Paulo Roberto Falcão. Quando se ne era andato un mese e mezzo prima aveva appena vinto lo scudetto, dimostrato agli atei che lui c’è, a Beckett che Godot arriva dopo 41 anni, illudendo i bambini romanisti che la vita è soltanto felicità. Ritornava dalle Americhe perché il suo agente Cristoforo Colombo aveva trovato l’accordo con il presidente Viola: un miliardo e tre caravelle. Il nuovo mondo da scoprire si sarebbe chiamato Coppa dei Campioni e lo si cantava con una canzone da spiaggia dei Righeira: Coppa dei Campioni ohoh- oh. Falcão atterrava alle ore 15 e 12 di domenica 24 luglio 1983 con il Jet Alitalia numero 1755, a Fiumicino c’erano almeno un migliaio di persone (e uno striscione più grande degli altri: «Bentornato imperatore») come quando arrivò la prima volta. Come un altro esordio. Come se, dalle stelle, stesse per arrivare qualcuno per giocare la sua prima partita con la Roma a Como. Quel giorno Roma era unita e felice: il ritorno del Divino, l’acquisto ufficiale di Toninho Cerezo, le parole di Dino Viola, quelle di Nils Liedholm e Roberto Pruzzo, Antonello Venditti che cantava Grazie Roma ad Ostia Antica… Ma in quel momento al mondo c’erano due persone più felici di tutte le altre: Alberto e Michela che per la prima volta nella loro vita vedono quella di Daniele.

Da “Il Mare di Roma”, edito nel 2009 da Limina

Il mare di Roma, presentazione 17/12/2009

Grazie per sempre

Il mare di Roma a Milano

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Avete mai visto il mare a Milano? De Rossi sì, per la prima cosa vinta con la sua Roma sì. Era un segreto che aveva dentro da troppo tempo. Quando il bambino era bambino… “E uno dei miei sogni che si e realizzato. E il primo trofeo con la Roma, prima non avevo vinto niente, neanche quando giocavo coi ragazzini. Nel settore giovanile la nostra era l’unica squadra che perdeva sempre, quella degli ’83, anche se poi molti di noi sono diventati calciatori affermati. Ci ho sempre creduto e abbiamo vinto una Coppa Italia che non e poco: ricordiamoci da dove eravamo partiti e come ci eravamo salvati due anni fa. Adesso spero che restino tutti, poi si puo migliorare sul distacco dall’Inter, non credo su Manchester: quella e una partita unica e non credo, anche se ho paura a dirlo, che perderemo più per 7-1. Quella gara vale, in esperienza, come cinquanta partite di Champions. Questo è un buon inizio… Dopo il gol di Crespo urlavo “calma calma” ai compagni? Uno dice “calma, calma” pero poi non e tanto calmo… Avevo paura. Perdere questa Coppa sarebbe stata una tragedia, noi lo sapevamo che sarebbe stata dura, non lo dicevamo cosi tanto per dire. Sarebbe stato una tragedia: tutta questa gente che è venuta qui per noi, tutte queste aspettative. Per loro non ci sono parole, sono sempre lì. A Milano erano una infinita. Quando si dice quanto è bello giocare per la Roma o cos’è la Roma, si risponde la città, il clima, i compagni, ma sono i tifosi quelli che fanno la differenza. Li avete visti? A Milano erano una marea”.

Una volta che il desiderio è realizzato si può anche confessare il segreto: a Milano c’era la marea. A quel punto il ragazzino di Ostia non si può più nascondere, il mare s’ingrossa. Dopo il 6-2 e un 1-2 che ci dà la Coppa (“Ho visto Perrotta esultare parlando al cellulare con la moglie di un tifoso, ho visto Pizarro fare il golpe giusto in Cile, ho rivisto Bruno Conti in ginocchio sotto la curva…”), la partita più lunga della storia del calcio deve continuare. Dopo Inter-Roma al Meazza c’è Inter-Roma al Meazza. Dopo la Coppa c’è la Supercoppa. Dal 17 maggio al 19 agosto 2007 non passa un giorno: i tifosi della Roma sono sempre lì, una marea, De Rossi pure. Ma il segreto è scoperto, si va in mare aperto quando il capitano ti lascia il compito di attraccare la Lombardia. E’ il 33’ del secondo tempo, la Roma ha dominato la partita e adesso ha la possibilita di vincerla. E’ il 33’ del secondo tempo, qualche secondo prima Francesco Totti è stato steso dentro l’area da Nicolas Cage Burdisso. E’ il 33’ del secondo tempo, rigore. Va Totti. No. Per la prima volta da quando l’uomo inventò il cavallo, Totti non tira un rigore stando in campo. No, nessuno sciopero generale, nessun biennio rosso, niente di tutto questo: Francesco spiegherà che non stava bene. Certo nemmeno De Rossi era una rosa. Era tutto fasciato. E’ andato. Anzi sta ancora andando.

E’ il 33’ del secondo tempo, De Rossi va. Altro che Berlino! vuoi mettere una Supercoppa di Lega con la Roma con un Mondiale? Non c’è un tifoso della Roma che non farebbe il cambio, ci caricherebbe sopra pure l’Europeo del ’68. De Rossi è un tifoso della Roma e va verso i suoi tifosi. Allo specchio. Il rigore si tira di fronte ai diecimila ultrà romanisti: lo sono anche se in quel momento non c’è uno di loro che non guardi il campo. Ci sono momenti che vanno oltre. Sono i momenti ultrà, appunto, e poi De Rossi è uno di loro. De Rossi continua a guardare la curva. Ce l’ha davanti, ce l’ha negli occhi, non può non farlo. Ce l’ha nel cuore, non può non farlo. E’ una scena che Daniele ha vissuto tante volte: lui di fronte al mare, di notte. E’ il momento che lo fa grande: tutti i più grandi calciatori della storia del calcio lo hanno vissuto.

I calciatori sono marinai: hanno le gambe arcuate perché per piantarle bene al suolo sulle navi allargano le gambe e così fanno forza. George Best è cresciuto con l’irrequietezza del mare di Belfast, quelle onde nere e forti che sbattono come le pinte nei pub per la libertà: apposta la cercava. Eusebio ha l’eleganza di chi è nato a Maputo, con la schiuma bianca negli occhi, il tocco vellutato dell’oceano che coccola l’Africa all’oriente del mondo. Cristiano Ronaldo è nato a Funchal, nell’ultima isola del Portogallo, Figo sulla spiaggia opposta a Lisbona, agli estremi, ed è per questo che giocano larghi, sulle fasce. Ali.

Perché soprattutto chi nasce in riva al mare sa volare: prima degli altri sa che oltre non si può più camminare. De Rossi di fronte ha diecimila cieli. Cruyff è stato il primo giocatore universale, in grado di far tutto, perché il mare ad Amsterdam non è abbandonato dalla città, ma fa parte degli scambi, del lavoro, della terra. Zidane ballava con il pallone la danza mai vista in Europa dei maghrebini, dei popoli una volta colonizzati ma ancora non realmente liberi, di chi ha lo sguardo malandrino e poetico di Diabolik perché è cresciuto con il peso di tutti i sapori forti che soltanto Marsiglia sa mischiare e tenere insieme sotto una suola delle scarpe. Romario, Zico e Ronaldo sono nati a Rio: hanno visto la risata dell’oceano, la sua faccia grassa, la sua carnevalata, ecco perché hanno vissuto di dribbling o di traiettorie impossibili: il loro calcio era una festa di Copacabana. Maradona e Pelé sono più grandi del posto dove sono nati: sono l’Argentina e il Brasile, due popoli che da sempre giocano il derby degli oceani. Il mare è un destino. A De Rossi ha dato un appuntamento al 33’ del secondo tempo del 19 agosto, un rigore che vale una Coppa, a Milano, con Totti in campo. Daniele De Rossi va. E’ un momento che non ha vissuto mai. Non fa nemmeno in tempo a prendersi la valeriana come a Berlino, non si ricorda nemmeno che s’era mangiato quel pomeriggio anche se il 19 agosto è proprio il compleanno di Nanni Moretti (le merendine di quand’era bambino), ma al 33’ del secondo tempo tutto questo non conta piu. Va.

A qualcuno può far venire in mente Charles Baudelaire: Uomo libero, amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nel volgersi infinito dell’onda che rotola…Nello scomporsi forsennato entusiasta di ventimila braccia che si dimenano contro le leghe lombarde sotto i mari. Frana, la curva frana. L’onda rotola su se stessa. Corpi portati via dalla corrente di non si sa quanti abbracci. E’ una Guernica della felicità la curva della Roma a San Siro, e De Rossi sta là sotto, con questo rigore ha già fatto per l’umanità molto più di Picasso. Il primo ad abbracciarlo è Aquilani, poi arriva Totti e capita la scena più bella e divertente di questa storia. Daniele e Francesco si abbracciano come stanno facendo i tifosi dietro di loro, poi De Rossi guarda Totti per dirgli chiaro chiaro, netto, cosa ne pensa del più grande dono mai fatto da un compagno a un altro, un assist persino superiore alla sostituzione dell’Olympiastadion: “Tacci tua!”. De core. Trilussa, Belli, la Magnani, Sordi, Boccaccio, Shakespeare… non avrebbero saputo riassumere meglio in una battuta, in due parole due (tacci tua) la romanità. Lontana è Milano dalla mia terra.

Non avevo mai tirato un rigore con la Roma, devo tornare a un Roma-Triestina di Coppa Italia di almeno cinque anni fa, lì non era molto importante per il resto del mondo ma per me era come un Mondiale. Quando vai lì lo stato d’animo è lo stesso. Quando sono andato sul dischetto ho provato le stesse sensazioni di quella notte a Berlino. E’ stata una bella vittoria, credo meritata. Abbiamo dimostrato di essere una grande squadra e un grande gruppo. E’ un segnale che conta per la stagione che comincia. Un trionfo, lo stadio colorato di giallorosso, la palla che rotola in rete, il trofeo al cielo. E poi la Coppa Italia vinta poco più di un mese prima. Fotogrammi indimenticabili.

Fotogrammi che vanno dritti nella mostra della storia dei tifosi della Roma (non è un modo di dire, ma quella di Testaccio) scatti che ne seguono altri. Quell’estate la Roma ha festeggiato i suoi 80 anni e De Rossi all’Olimpico ha giocato una partita con Giacomo Losi, Carlo Ancelotti, Toninho Cerezo, Sebino Nela, Paulo Roberto Falcao… i suoi contemporanei. E li i tiri da lontano erano passaggi vicini, mentre Tosca cantava quella splendida canzone che “come un vecchio ritornello nessuno canta più”: Al di là dei miei ex compagni, giocare al fianco di Falcao, Cerezo, Giannini e Prohaska sarà una cosa divertente e piacevole. Come si dice a Roma, a questi campioni gli posso solo portare l’acqua con le orecchie. Agostino Di Bartolomei è il grande assente. Lui è la storia della Roma, come Dino Viola. Il mio domani l’ho già progettato e lo vedo solo a Roma. A Roma si può essere grandi anche senza vincere. Se poi raggiungi qualche traguardo, entri nella storia e non esistono paragoni.

In quella che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione. Per festeggiare la Coppa Italia, nell’ultima di campionato col Messina i giocatori della Roma avevano fatto entrare in campo i loro bambini… “Ed entrare in campo con mia figlia Gaia non ha prezzo: nemmeno i Mondiali o la Coppa Italia con la Roma valgono tanto”.

Quando il bambino era bambino entrò in campo mano nella mano col padre. E’ ancora la stessa storia, la Storia: La storia siamo noi padri e figli… La storia siamo noi queste onde del mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare…

(Da “Il Mare di Roma”)

Da Carletto fino al Mare di Roma

A maggio, è il turno di quella che può forse essere salutata come l’autobiografia più riuscita di un ex atleta romanista. Ci riferiamo a: “Preferisco la Coppa. Vita, partite e miracoli di un normale fuoriclasse” (RCS libri, 17.50 euro, 264 pagine), realizzato da Carlo Ancelotti con l’aiuto di Alessandro Alciato.

Uno stile ironico, pragmatico, ma anche chiaro. Un libro in cui il sentimento nei confronti della Roma, della Roma e dei romani (ma forse è la stessa cosa) emerge in modo abbagliante: «Roma città matta, capitale del mio cuore. Di Milano non conosco niente, di Roma tutto. Lì ho imparato a vincere, anche se il mio rapporto con e disincantato nell’affrontare gli avvenimenti belli è strano: li ricordo poco. Nel calcio come nella vita – anche privata – ti restano più addosso le delusioni, di cui però non ho tutta questa voglia di parlare. Lo scudetto del 1983 è stata la mia prima vittoria (…)».

Nel mese di ottobre arriva invece un’opera destinata a segnare, oltre che un successo editoriale con pochi precedenti, un nuovo “modello” di narrativa sportiva. Ci riferiamo a: “Daniele De Rossi. Il mare di Roma ”, di Tonino Cagnucci (Limina, 214 pagine, 18 euro). Uno stile che unisce alla conoscenza cronologica ed esaustiva di avvenimenti e personaggi, una volontà quasi astrologica di incrociarli, scovando invisibili simmetrie passate inosservate sino a quel momento, simmetrie che inondano i fatti di una luce inedita. Tonino Cagnucci, non ha, a differenza di Vittorio Finizio per quanto riguardava Fulvio Bernardini, la frequentazione quotidiana, confidenziale con l’eroe del suo tempo (Daniele De Rossi), non ha l’esplosivo dna popolare e allo stesso tempo aristocratico dello stile di Fulvio Stinchelli, ma come nessuno una sapienza narrativa visionaria in cui le memorie della vita si mescolano indissolubilmente a quelle del calcio. Il terreno erboso diventa una scacchiera che mette sotto i riflettori qualità che vivono soprattutto al di fuori dal campo, immutabili e che danno senso alla vita.

Ecco dunque che Paolo Roberto Falcao diventa: «assieme a Pier Paolo Pasolini il più grande pensatore del Novecento» e che il suo procuratore, Cristoforo Colombo trova l’accordo con il presidente Viola per: «un miliardo e tre caravelle». L’autore porta a spasso il lettore per le pagine de: “Il mare di Roma ”, facendolo divertire, attraversando questo divertimento con concetti profondi: «E’ una questione di fiducia l’amore. Quando tu tiri un pallone al mare, il mare te lo riporta sempre. E’ l’uno due più grande e intimo che ci sia. E’ proprio così che Daniele De Rossi ha cominciato a giocare al calcio», inquietanti: «ci sono cose che non hanno prezzo, anche se pure questo è diventato uno slogan pagato bene», illuminanti: «A dicembre Roma aspetta un derby che significa né tanto né poco, ma giustamente tutto». Ne nasce un mix straordinario, che ha colpito migliaia di lettori e lo stesso De Rossi, che dopo aver divorato la storia della sua vita su un file-word, intervenne in carne e ossa alla presentazione del libro, il 17 dicembre 2009 al Teatro dell’Angelo. Cagnucci, si deve dirlo, completa e rinnova una trilogia di mostri sacri della narrativa romanista che compone con Finizio e Stinchelli.

Il 2010, con un pizzico di fortuna in più avrebbe potuto trasformarsi nella data della più clamorosa impresa sportiva della storia della Roma. La fantascientifica rincorsa all’Inter, si conclude nel più amaro dei modi a pochi metri dal traguardo. Ne fanno le spese, naturalmente, la messe di libri in rampa di lancio. A vedere comunque la luce è: “AS Roma. Grazie lo stesso. A un passo dal sogno: il diario giallorosso di una stagione indimenticabile” (Adriano Stabile, Alberto Castelvecchi Editore, 186 pagine, 14.90 euro). E’ un documento (anche iconografico con le sue 81 foto), comunque significativo di una cavalcata a cui era doveroso dedicare un simile sforzo. Il 2010 è anche e soprattutto l’anno dell’uscita, in 999 copie numerate, del monumentale: “Il libro ufficiale dell’AS Roma”, edito dalla Collezioni Numismatiche. Dopo oltre 12 mesi di lavoro, il gruppo di ricerca coordinato da Fabrizio Grassetti, licenzia un libro di 520 pagine con un formato 30×40, 1000 foto, di cui 380 inedite, provenienti in grande numero dalla leggendaria collezione di Gabriele Pescatore (che ha firmato l’opera al pari di Fabrizio Grassetti, Franco Bovaio e Massimo Izzi).
Dal punto di vista iconografico si tratta, di gran lunga, del capolavoro assoluto della storia bibliografica romanista, con una carrellata irripetibile di cimeli, memorabilia, particolarità di ogni genere. Sempre nel novembre del 2010, Adriano Stabile firma anche il poderoso: “Tutti gli uomini che hanno fatto grande la AS Roma” (Alberto Castelvecchi Editore, 395 pagine, 19.90 euro). Nell’ottobre 2011, patrocinato da Roma Club Eur Torrino Federica Del Poggetto, “Il primo della fila” (Massimo Izzi, 197 pagine, 10.00 euro), un libro che ripercorre la vita e la carriera di Giorgio Rossi come pretesto per raccontare oltre mezzo secolo della storia della Lupa. Il volume venne presentato il 31 ottobre 2011 alla Sala Luigi Di Liegro di Palazzo Valentini. A fare compagnia a Giorgio, personaggi come Tessari, Trebiciani, Losi, Superchi e Walter Sabatini, che quasi a tempo scaduto aveva firmato questa bella prefazione: «Incredibile ritrovarti dopo 35 anni con la faccia scolpita dal tempo e dai ricordi, lo sguardo un po’ appannato ma pronto ad illuminarsi nel racconto sbrigativo di una iperbole di Liedholm, una rincorsa di Francesco Rocca o un silenzio di Agostino. Ti vedo percorrere silenzioso e quasi circospetto lo spogliatoio ammiccando impercettibilmente a chiunque incrocia il tuo cammino, attento a non dar fastidio, tu testimone antico del tempo e delle cose. Quando ci fermiamo a parlottare sei percorso da un dubbio divertito sommessamente irriverente. Ma può quella improbabile e oziosa ala destra essere il DS della Roma? Grande Giorgio, hai dovuto vedere e sopportare anche questa».

Nel 2012 non passa certo inosservata la pubblicazione a cura dell’AIRC del volume celebrativo “40 volte … ti amo”. Il libro è soprattutto una raccolta di documenti fotografici (643 immagini), ma nelle 207 pagine non manca la ricostruzione delle vicende dell’Associazione, che in passato erano state demandate all’opuscolo del 1981 “Dieci anni dopo”, e alla pubblicazione del 1986 “Quindici anni dopo”.

Potremmo continuare ancora con molte puntate, ma “rischieremmo” di entrare troppo nell’attualità. Duque la nostra storia bibliografica della Roma, la prima nella storia, termina qui. (XV – fine)

Le prime quattordici puntate sono state pubblicate sul Romanista del 18 febbraio, 19 febbraio, 3 marzo, 25 marzo, 3 aprile, 11 aprile, 11 agosto, 13 agosto, 15 agosto, 17 agosto, 18 agosto, 19 agosto, 20 agosto e 22 agosto.

Massimo Izzi

Daniele, c’è solo un motivo

Non si sa perché ieri Panorama abbia elencato cinque motivi secondo cui Daniele De Rossi dovrebbe andarsene da Roma, ma si potrebbe fare una panoramica di tutti i motivi per cui Daniele De Rossi deve restare a Roma. Sono mille e mille e mille di più, ma ce n’è uno che vale tutti gli altri insieme, uno che vale di più: forse l’unico che va ricordato a lui, perché tutti gli altri lui sicuramente li sa. Daniele De Rossi deve restare a Roma non perché è ancora uno dei più forti centrocampisti al mondo (lo ha detto la Confederations Cup l’altro giorno), non perché sennò con chi lo sostituisci? Non perché Daniele De Rossi è il giocatore nella storia della Associazione Sportiva Roma ad aver giocato più volte con la Nazionale, non perché Daniele De Rossi è il giocatore nella storia della Associazione Sportiva Roma ad aver segnato più volte con la Nazionale, non perché Daniele De Rossi è insieme a Attilio Ferraris il giocatore della storia dell’Associazione Sportiva Roma ad aver vinto una medaglia olimpica e un Mondiale.

Non perché Daniele De Rossi ha vinto un Mondiale e lo ha vinto tirando a ventidue anni un rigore dopo quattro giornate di squalifica in finale. Daniele De Rossi non deve restare alla Roma nemmeno perché una volta (a Bologna) si commosse quando raggiunse il numero di partite giocate da Agostino Di Bartolomei, e nemmeno perché pianse davanti a tutti quando intitolarono un campo a Trigoria per il Capitano. Daniele De Rossi non deve restare alla Roma perché da ragazzino indossava la maglia Barilla di Falcao e di Agostino o perché quella storia la conosce e la rispetta a memoria, nel cuore o davanti al mare. No. Daniele De Rossi non deve restare alla Roma perché quando la Roma perde perde soprattutto lui visto che è romanista e visto che il ritornello ormai è confezionato: “a corpa è de De Rossi”; non deve restare alla Roma perché non è vero che “so’ tre anni che non gioca” visto che nella stagione di Luis Enrique ha la media voto più alta dei giocatori della Roma; non deve restare alla Roma perché quando la Roma vince non gliene frega niente di venire a parlare davanti alle telecamere troppo occupato magari a rivedersi la partita nel suo personalissimo interiore 90° minuto. Non per il sorriso spudorato smargiasso beffardo fantastico romano romanista in diretta tv quando vide la schermata della classifica con la Lazio terz’ultima dopo la sconfitta in casa col Catania di Maxi Lopez. Non per quella volta che s’è arrampicato sul cancello giallo fra palco e realtà, pista dell’Olimpico e Curva dell’Olimpo dopo un derby vinto, nemmeno per quella volta che là sopra ci arrivò solo con un salto, per andarsi ad abbracciare Okaka dopo un gol al Siena all’ultimo minuto manco fosse il Real Madrid. Assist di Pit. Non per quella maglietta sdrucita, slabbrata, strappata, amata, baciata mille volte e milleuna riamata, tirata fra il suo cuore e le gole della sua gente dopo un 3-3 in rimonta sull’Inter. Non per il tiro da lontano (roba di decenni, roba di vecchia Roma come un ritornello che nessuno canta più) tirato dalle mille miglia a Siena per infrangersi – lui mare e sempre mare di Roma – contro una vetrata dove c’era una scritta per Antonio De Falchi e dove c’era la sua Brigata. Daniele De Rossi non deve restare per i fiori che ha portato sotto le vetrate e dentro al cuore, non per tutto quello che ha fatto e che non dice, non per le parole che sceglie di tacere quando se parlasse forse in tanti capirebbero quello che pure è evidente…

Non per rispondere a tutto il livore che sopporta, nemmeno alle calunnie che lo feriscono e che feriscono le cose sante della sua vita. Daniele De Rossi non devere restare alla Roma per le lacrime a Verona, né per il sorriso che quando la Roma segna sprigiona. E no, nemmeno perché semplicemente e veramente ama la Roma. Né perché è biondo, non per la vena del collo che si gonfia, non per far vedere quello che c’è sotto la barba (il viso pulito di una persona pulita), non perché ha firmato col contratto in scadenza rifiutando il doppio di quello che guadagna. Daniele De Rossi non deve restare a Roma nemmeno perché se se ne andasse farebbe vincere le cattive voci, le calunnie di fuori e non le voci di dentro, lasciando anche un po’ più soli i romanisti. Non se ne deve andare perché allo stadio finora non è mai stato fischiato dalla sua Curva, né perché negli ultimi tre anni la sua Curva ha deciso di fare soltanto uno striscione per un giocatore: a lui (“Daniele De Rossi non si tocca”). Daniele De Rossi deve restare per un motivo soltanto. Deve restare anche se a volte amare vuol dire soprattutto separarsi, lasciarsi e lasciarla andare. Ma l’amore devi saperlo anche finire e la tua storia, la tua immagine, la tua ultima partita non può essere quella. Non con te che piangi, non con loro che festeggiano. Non con te in ginocchio, non con quelli che saltano. No. Mai. No. Non lo meriti tu, non lo meritiamo noi. Non lo merita nessuno. Resta, magari per giocare solo un’altra partita. Alza quella Coppa Daniele, come fece Agostino, poi dopo se vuoi sarai libero di… amare.