Archivi Blog

CUCS

La lettera di Ludovica

Immagine

Coca Cola e Roscio, che Sud in Paradiso

Tu lo guardavi e ti chiedevi: “Ma come fa ad avere tutta quella voce? Da dove gli arriva quella forza?”. La risposta era “boh” però ti faceva crescere bene, perché evidentemente – ti dicevi – che è possibile diventare così grandi, così forti, così tifosi della Roma e quando sei ragazzino e innamorato della Roma non c’è cosa che vuoi ti più al mondo che diventare così, come il Coca Cola. Perché lui era quello col megafono in Curva Sud, mica uno così.

Lui era quello che lanciava i cori, che quando stavamo troppo zitti s’incazzava e se s’incazzavano là sotto poi non ci potevi più stare: dovevi cantare. Sempre. E se non ce la facevi c’era l’uomo col megafono a ricordarti che era una scusa, che da qualche parte ce l’avevi l’energia per continuare a tifare: e questo è un grande insegnamento di vita, non solo di stile ultras. Cose da spiegare ai figli. Quando dici avere un punto di riferimento dici questo. Personalmente ho sempre sognato di diventare come lui. Ancora adesso, intendo. Tra il presidente del mondo, tra qualsiasi mestiere o premio, ed essere almeno per un secondo l’uomo del megafono sul muretto della Curva Sud non ci sono dubbi, sull’importanza, il prestigio, l’etica della scelta.

Essere chi fa cantare la Curva Sud è un privilegio che neanche gli dei hanno avuto. Lui se lo meritava, anche perché cose così grandi non possono che essere meritate. Almeno una volta era così. Era romanista, e quindi generoso, di quei tempi commoventi di Roma e di stadio, in quei tempi in cui il popolo è stato al potere e con quel potere ha detto una volta ti amo. E’ successo prima di un derby. I derby: quando c’erano contava solo una cosa, quella che diceva lui: “Quelli oggi non li vojo sentì”: e chi li ha mai sentiti? Allo stadio, in curva, – invece – ascoltavi sempre un’eco, quello di una canzone sulle note di “My darling Clementine”, il coro più bello di sempre: «Forza Roma/ Forza Roma/Dalla curva si alzerà/ Noi t’amiamo e t’adoriamo/Siamo del Commando Ultrà».
Coca Cola, che si chiamava Roberto Venturelli, dicono che sia morto. Però lui diceva un’altra cosa: “Nessuna cosa muore finché vive nei cuori di chi resta”. È così. Sarà così. Sarà sempre soltanto così. Per tutti.

Anche per Fabio “Roscio”, un altro tifoso storico della Curva Sud che se ne è andato troppo presto, troppo presto per tutto. Ieri si sono celebrati i funerali in via Gallia, oggi sarà ricordato in Curva, sia nella Sud, sia nella Nord perché lo spirito può cambiare anche posto per restare a casa. E così sarà ricordato Roberto (i cui funerali si terranno domani a Torrevecchia nella Parrocchia Santa Maria della Presentazione, a mezzogiorno).

Qualcuno ieri ha scritto che la Roma dovrebbe giocare con il lutto al braccio e ha scritto solo una cosa in parte giusta: oggi dovrebbe giocare col megafono in mano. Il Coca Cola è stato come il Commando Ultrà, cioè una di quelle cose, di quelle persone che sembrano esserci da sempre e che non finiranno mai. E per tutta una generazione – quella cresciuta all’uscita di scuola coi ragazzi che vendevano i libri – sarà sempre lui, “quello col megafono di quelli del Cucs”, che restavo a guardare cercando il coraggio per imitarli.