Archivi Blog

CUCS

Il Tre Fontane una fede mai persa

Nata grande

ASROMA_JUVENTUS_LR-23

Cos’è che ci fa sentire uniti?

IMG-20150823-WA0004

Cogito ergo Sud

SSLAZIO_ASROMA_-16

Our love, your heart

Coreografia2

May 22, 1991, Rome – Stadio Olimpico
Roma 1-0 Inter
UEFA Cup, final second leg

“OUR LOVE – YOUR HEART – WILL LIFT THE CUP – COME ON LADS” was the message that met the Giallorossi players as they walked out onto the field for the second leg of the 1990-91 UEFA Cup final on the evening of May 22, 1991. The task ahead was substantial, but not impossible – Roma had to overhaul a two-goal deficit from the first leg in Milan.

In addition to these four banners unfurled by the Curva Sud, if the Roma players were to cast their eyes a little higher into the stand, they would have seen the gigantic letters S P Q R – an acronym for the Latin phrase meaning the Senate and People of Rome. The centre section of the Sud was a sea of purple, with orange on either side. Meanwhile, yellow and red – blending to orange – adorned the Distinti and Tevere sections.

Just like against Juventus in 1986, the stadium was testament to the Giallorossi fans’ unrivalled knack for producing some truly stunning pre-match choreography. The purple – or viola, as they would put it – if you were wondering, was a tribute to the club’s late president Dino Viola, who was no doubt cheering Roma on from on high.

The Giallorossi had enjoyed an incredible run in the UEFA Cup that year, eliminating Benfica, Valencia, Bordeaux, Anderlecht and Brondby on their way to the final. In the first leg against Inter, however, Roma were short on luck and suffered a damaging 2-0 defeat. Indeed, the situation was reminiscent of the Giallorossi’s European Cup semi-final against Dundee United back in the 1983-84 season: Roma lost 2-0 up in Scotland, only to storm back for an irresistible 3-0 victory in the second leg. Lightening was going to have to strike twice if the Giallorossi were to lift the cup.

The Stadio Olimpico was pumping, and the Curva Sud had been full from mid-afternoon in anticipation of the big match. The line-up featured the likes of Giuseppe Giannini and Rudi Voeller, who would be the competition’s leading scorer that year with an impressive ten goals, whilst Giovanni Piacentini and Fausto Salsano came on midway through the second half, with the latter having a great impact on the game.

Roma roared out of the blocks as they often did in those days – a torrent of fire and passion. Ruggiero Rizzitelli hit the post in front of the Curva Sud after just ten minutes, but it wasn’t until the 81st minute that the Italian striker put the Giallorossi ahead. Alas, there was no time for a second – no time for glory, for history to be made.

And so it ended, with the Sud lauding its heroes as it had done before the match. A few days later, Roma won the Coppa Italia and it was Flora Viola – who had taken over the presidency from her departed husband – who raised it the trophy to the heavens. Our love, your heart…

These were days of heartbreak and elation, but nonetheless days we will never forget.

Santarini, il libero che inventò la zona

Santarini-Coppaitalia

11 maggio 1980, Avellino – Stadio Partenio
Avellino-Roma 0-1
Serie A, ultima giornata del girone di ritorno

Italo Allodi lo portò all’Inter perché lo vide fermare in un’amichevole fra Venezia e Santos Pelè. Helenio Herrera se ne innamorò e lo volle con sé quando andò alla Roma e una volta gli fece giocare il derby contro la Lazio cinque giorni dopo un’operazione (“Basta la tua presenza”), eppure anche tutto questo non dà il senso di cos’è stato Sergio Santarini per la Roma: eleganza, sicurezza, serietà, affidabilità, grazia, appartenenza, rassicurazione, intelligenza.

E’ stato novità, perché è stato il primo difensore centrale nella storia del nostro campionato a fare calcio, a proporsi, avanzare, inserirsi, suggerire, ed è stato esperienza perché ce l’aveva naturalmente, di quei giovani-vecchi che hanno un passo diverso in campo e fuori già da ragazzini (quando fermano Pelè) e perché alla Roma c’è rimasto tredici stagioni. Sergio Santarini è un pezzo di Roma. Capitano.

L’ha presa da Losi, c’era Herrera, l’ha portata a Falcao, tre decenni, tre Coppe Italia, dalla Roma dei 60 alla Roma di Viola. L’immagine di Santarini, per tutti quelli che all’epoca erano ragazzini, è quella col giaccone della pouchain mentre fa il giro di campo all’Olimpico dopo la vittoria in Coppa Italia col Torino, il 17 maggio 1980. Ci sarà anche un anno e un mese dopo, il 17 giugno 1981, per un’altra coppa, sempre contro il Torino, ma al Comunale, per segnare come la stagione prima un rigore.

Da Losi a Falcao quanta Roma c’è in mezzo? C’è Sergio Santarini. Liedholm per “colpa” sua s’inventò la zona, per “colpa” di Santarini nacque la Roma più colta e tatticamente aristocratica della nostra storia. C’erano lui e Turone, due liberi, nessuno voleva fare lo stopper e allora Santarini andò dal Barone a proporgli la zona. “Ma voi ne siete capaci?” chiese Liedholm. Santarini rispose “sì”, e “allora giochiamo a zona” sentenziò il Barone, col suo garbo, la sua leggerezza, la sua intelligenza. Santarini ha avuto tutte queste doti, e anche per questo quando la Roma vincerà lo scudetto più bello possibile l’8 maggio dell’83 a Genova, Falcao lo ricorderà per primo ringraziandolo per aver fatto parte di una squadra che era nata con lui.

Quell’11 maggio ad Avellino segnò il suo ultimo gol con la Roma, niente di epico perché di gol ne fece pochi, né quella partita al Partenio significava molto. Ma serve per parlare di Sergio Santarini, uno che ha attraversato il cuore della nostra storia, lottando sempre e rimanendo incredibilmente pulito e bianco come la seconda maglia della Roma con cui viene più facile ricordarlo.

Quarti di nobiltà e d’orgoglio

7 maggio 1986, Roma – Stadio Olimpico
Roma-Inter 2-0
Coppa Italia, andata quarti di finale

Il senso di questo Roma-Inter 2-0 sta nella formazione della Roma che leggi nel tabellino: Gregori, Oddi, Mastrantonio, Desideri (67′ Bencivenga), Lucci, Righetti, Graziani, Giannini, Tovalieri (87′ Gespi), Impallomeni, Di Carlo.

Una masnada di ragazzini che in questo pomeriggio di Coppa Italia si sbarazzeranno dell’Inter e che si appresteranno a vincere la competizione. Il senso di questa partita è quello della migliore Roma di Eriksson che da poco aveva subito il trauma surreale e grottesco del Lecce dopo aver giocato il miglior calcio del pianeta e aver recuperato 8 punti alla Juventus in 13 partite quando la Juve era campione del mondo e la vittoria valeva due punti.

Questo Roma-Inter 2-0 – invero contro un’Inter pure lei dimessa perché i pezzi grossi di tutte le squadre lavoravano per i Mondiali in Messico – è stata la prima partita dopo l’ultima gara di quel campionato, dopo l’epica e struggente trasferta di Como del 27 aprile, e nemmeno una ventina di giorno dopo il Lecce. Roma-Inter 2-0, continuando a giocare il calcio migliore pure con i ragazzini e vincendo alla fine una Coppa Italia che avrebbe avuto ancora forte il sapore del nostro orgoglio.

8586RomaInter_CI_01_af

Il vessillo al cielo

roma-avellino-ago

1 maggio 1983, Roma – Stadio Olimpico
Roma-Avellino 2-0
Serie A, tredicesima giornata del girone di ritorno

Roma-Avellino del primo maggio 1983 è la partita che contiene la più bella esultanza di un giocatore della Roma dopo un gol, quindi la più bella esultanza su un campo di calcio.

E’ il gol del 2-0 di Agostino Di Bartolomei da fuori area, collo pieno destro, sotto la Nord, alla spalle di Tacconi, poi la corsa. La corsa che dà una spiegazione persino alla pioggia – Roma che si commuove insieme al suo Capitano che urla – che si inginocchia, scivolando sull’erba il tempo per alzare gli avambracci e il volto al cielo, continuando a urlare e a piovere emozione, mentre Carletto Ancelotti col numero 8 se lo abbraccia in ginocchio, baciandogli il cuore in gola. Scolpita. Incancellabile. Indimenticabile. Romanista.

Quell’esultanza e quella partita, quella partita e quella giornata, quella giornata e quell’annata. Quella Roma. Se quel pomeriggio con quel 2-0 all’Avellino la Roma non ha vinto lo Scudetto è stato solo perché mancava il sole, l’unica spiegazione. Pioveva. Ma Falcao al 38′ del primo tempo aveva fatto uscire l’arcobaleno sotto la Sud, poi il raddoppio al 20′ della ripresa, mentre dalla curva spuntava letteralmente uno scudetto gigantesco. La Juve in quel momento perdeva 3-1 al Comunale contro l’Inter, e in quel momento la Roma era davvero – aritmeticamente – campione d’Italia (5 punti di vantaggio a due giornate dalla fine con due punti a vittoria).

Era iniziata con Di Bartolomei che parlava di arrivare in porto col vessillo, e con Falcao osannato nell’intervallo da tutto lo stadio. La Juve pareggerà anche se poi il Giudice Sportivo darà la partita vinta 2-0 a tavolino all’Inter perché prima della gara un mattone aveva colpito Marini. La Roma sarebbe diventata campione d’Italia la settimana successiva a Genova, ma senza saperlo già lo era già di fatto quel giorno. Quel giorno in cui pure il cielo di Roma si commosse per abbracciare il suo capitano.

Non dirgli cos’è

Vallo a spiegare che pure un pareggio per come avevamo giocato era da buttare, che li hai presi a pallonate a casa loro, senza De Rossi, Totti, Strootman, un terzino sinistro titolare e un ragazzino da quella parte. Vallo a spiegare che il campionato è praticamente finito (sì stavolta sì, così so tutti contenti) a una decina di partite dalla fine e che chi non lo vince all’inizio ne aveva vinte dieci di fila come nessuno aveva mai fatto prima. Vallo a spiegare che su 26 partite ne hai vinte 17, questa è appena la seconda che perdi (e meritavi di vincerla) hai la migliore difesa d’Italia e tipo d’Europa e ti ritrovi a 14 punti dal primo posto dove ci sta una squadra che tu hai eliminato dalla Coppa. Vallo a spiegare a chi dirà oggi che Garcia ha sbagliato a non mettere Destro prima, che Garcia la partita è così che l’ha incartata a Benitez che fino all’altro ieri era l’unico allenatore ad aver messo in difficoltà ma che da ieri sera sta prendendo appunti e cercando di capire come gliel’ha nascosta la Roma. Vallo a spiegare che chi invoca Destro, probabilmente, è lo stesso che raccontava che Destro non è un attaccante da Roma. Valli a spiegare tutti questi che dentro un periodo che ci stanno male…

Vallo a spiegare che cos’è la discriminazione territoriale, che ti chiudono le curve, ti squalificano i giocatori e poi ti dicono “pensa a te stesso e non ti lamentare”. Vallo a spiegare il gol di Pogba col Torino, quelli di Tevez a Verona, il primo della Juventus al Napoli, il rigore della Juventus col Genoa, il gol annullato a Diakite, l’intervento di Chiellini su Bergessio, il rigore non dato a El Kaddouri, quelli non dati a Pjanic, Maicon (Torino), Gervinho (Bergamo), Ljajic (Sassuolo), De Rossi (Milan). Anzi no, non andarlo a spiegare. La Roma ha pure perso, ce devi perde pure tempo? 

Non glielo spiegare perché tanto i narratori di regime, i cantori dei vincitori racconteranno sempre e solo le loro verità, snoccioleranno i loro numeri, mostreranno le loro statistiche, manderanno in onda le loro immagini, i loro replay, le loro slow motion… e convinceranno chi non vede l’ora di venire convinto, di avere certezze, perché non ne ha. I tifosi della Roma ce ne hanno eccome invece, ce ne hanno una più grande di tutte: la Roma.

Non spiegate niente a nessuno perché tanto, che è l’unica cosa che conta, ai tifosi della Roma non devi spiegare niente. Loro sanno tutto questo, anzi nemmeno, loro sentono. La Roma continua a restare un sentimento, il più grande, il più bello, il più folle. E il tifoso della Roma stanotte è orgoglioso di una squadra che quest’anno s’è messa spalle al campo e cuore davanti alla Curva a leggere uno striscione di un sogno di un pomeriggio di mezza estate: “Non saper rimediare a una sconfitta è peggiore della sconfitta stessa”. Quelle di ieri non sono sconfitte, sono altre indicazioni, una su tutte: che qui su ’sto campo dove hai perso la stella, hai capito che presto ti prenderai tutto il cielo. E’ un friccicorio dentro. E’ quel sentimento. Quel “dimmi cos’è” che gli altri non potranno mai dire. Quel “dimmi cos’è” che gli altri non sapranno mai capire.