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Antonio De Falchi

…E’ tutto quello che si può fare quando non si può fare niente: opere di bene e fiori e bandiere pure se servono per l’attimo di un sorriso in un deserto di ferite. Fiori che nascono per morire, come Antonio. Bandiere che sono fatte per stare nel vento, non dove doveva stare adesso Antonio. Quando hanno ucciso Antonio il 4 giugno 1989 al Palaeur i Cure cantavano “Just like heaven”. Significa “Proprio come il paradiso”. Se c’è qualcosa di simile uno se lo deve immaginare come un sabato d’estate sulla Tiburtina a Roma, quando i tifosi della Roma hanno regalato la bandiera con Antonio alla sua mamma. Con quella bandiera non ci può far niente, ma se la può abbracciare mentre dorme. Mentre dorme come fa lui.

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La giusta distanza

IoeTotti

Grazie

Grazie per questo abbraccio. Grazie per stanotte. Per adesso, perché si vivono così pochi “adesso” nella vita. Grazie perché ti sei messo a nudo, e ci vogliono le palle per farlo, ci vogliono i controcoglioni di un romanista vero per amare. Grazie perché mi fai vergognare un po’ di meno di fare il mio mestiere, ché raccontare te e la Roma non solo non è cosa da poco, ma è un privilegio, una responsabilità, un dovere. Non hai mai amato così tanto come ieri. Grazie come papà. Grazie a nome di mio figlio. Sei in questo abbraccio, nel mio così come in quello di tanti altri padri e figli, ed è per questo che non devi avere troppa paura: secondo te ci lasceremo mai?

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Il Tre Fontane una fede mai persa

Nata grande

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Cos’è che ci fa sentire uniti?

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Cogito ergo Sud

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Our love, your heart

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May 22, 1991, Rome – Stadio Olimpico
Roma 1-0 Inter
UEFA Cup, final second leg

“OUR LOVE – YOUR HEART – WILL LIFT THE CUP – COME ON LADS” was the message that met the Giallorossi players as they walked out onto the field for the second leg of the 1990-91 UEFA Cup final on the evening of May 22, 1991. The task ahead was substantial, but not impossible – Roma had to overhaul a two-goal deficit from the first leg in Milan.

In addition to these four banners unfurled by the Curva Sud, if the Roma players were to cast their eyes a little higher into the stand, they would have seen the gigantic letters S P Q R – an acronym for the Latin phrase meaning the Senate and People of Rome. The centre section of the Sud was a sea of purple, with orange on either side. Meanwhile, yellow and red – blending to orange – adorned the Distinti and Tevere sections.

Just like against Juventus in 1986, the stadium was testament to the Giallorossi fans’ unrivalled knack for producing some truly stunning pre-match choreography. The purple – or viola, as they would put it – if you were wondering, was a tribute to the club’s late president Dino Viola, who was no doubt cheering Roma on from on high.

The Giallorossi had enjoyed an incredible run in the UEFA Cup that year, eliminating Benfica, Valencia, Bordeaux, Anderlecht and Brondby on their way to the final. In the first leg against Inter, however, Roma were short on luck and suffered a damaging 2-0 defeat. Indeed, the situation was reminiscent of the Giallorossi’s European Cup semi-final against Dundee United back in the 1983-84 season: Roma lost 2-0 up in Scotland, only to storm back for an irresistible 3-0 victory in the second leg. Lightening was going to have to strike twice if the Giallorossi were to lift the cup.

The Stadio Olimpico was pumping, and the Curva Sud had been full from mid-afternoon in anticipation of the big match. The line-up featured the likes of Giuseppe Giannini and Rudi Voeller, who would be the competition’s leading scorer that year with an impressive ten goals, whilst Giovanni Piacentini and Fausto Salsano came on midway through the second half, with the latter having a great impact on the game.

Roma roared out of the blocks as they often did in those days – a torrent of fire and passion. Ruggiero Rizzitelli hit the post in front of the Curva Sud after just ten minutes, but it wasn’t until the 81st minute that the Italian striker put the Giallorossi ahead. Alas, there was no time for a second – no time for glory, for history to be made.

And so it ended, with the Sud lauding its heroes as it had done before the match. A few days later, Roma won the Coppa Italia and it was Flora Viola – who had taken over the presidency from her departed husband – who raised it the trophy to the heavens. Our love, your heart…

These were days of heartbreak and elation, but nonetheless days we will never forget.

Santarini, il libero che inventò la zona

Santarini-Coppaitalia

11 maggio 1980, Avellino – Stadio Partenio
Avellino-Roma 0-1
Serie A, ultima giornata del girone di ritorno

Italo Allodi lo portò all’Inter perché lo vide fermare in un’amichevole fra Venezia e Santos Pelè. Helenio Herrera se ne innamorò e lo volle con sé quando andò alla Roma e una volta gli fece giocare il derby contro la Lazio cinque giorni dopo un’operazione (“Basta la tua presenza”), eppure anche tutto questo non dà il senso di cos’è stato Sergio Santarini per la Roma: eleganza, sicurezza, serietà, affidabilità, grazia, appartenenza, rassicurazione, intelligenza.

E’ stato novità, perché è stato il primo difensore centrale nella storia del nostro campionato a fare calcio, a proporsi, avanzare, inserirsi, suggerire, ed è stato esperienza perché ce l’aveva naturalmente, di quei giovani-vecchi che hanno un passo diverso in campo e fuori già da ragazzini (quando fermano Pelè) e perché alla Roma c’è rimasto tredici stagioni. Sergio Santarini è un pezzo di Roma. Capitano.

L’ha presa da Losi, c’era Herrera, l’ha portata a Falcao, tre decenni, tre Coppe Italia, dalla Roma dei 60 alla Roma di Viola. L’immagine di Santarini, per tutti quelli che all’epoca erano ragazzini, è quella col giaccone della pouchain mentre fa il giro di campo all’Olimpico dopo la vittoria in Coppa Italia col Torino, il 17 maggio 1980. Ci sarà anche un anno e un mese dopo, il 17 giugno 1981, per un’altra coppa, sempre contro il Torino, ma al Comunale, per segnare come la stagione prima un rigore.

Da Losi a Falcao quanta Roma c’è in mezzo? C’è Sergio Santarini. Liedholm per “colpa” sua s’inventò la zona, per “colpa” di Santarini nacque la Roma più colta e tatticamente aristocratica della nostra storia. C’erano lui e Turone, due liberi, nessuno voleva fare lo stopper e allora Santarini andò dal Barone a proporgli la zona. “Ma voi ne siete capaci?” chiese Liedholm. Santarini rispose “sì”, e “allora giochiamo a zona” sentenziò il Barone, col suo garbo, la sua leggerezza, la sua intelligenza. Santarini ha avuto tutte queste doti, e anche per questo quando la Roma vincerà lo scudetto più bello possibile l’8 maggio dell’83 a Genova, Falcao lo ricorderà per primo ringraziandolo per aver fatto parte di una squadra che era nata con lui.

Quell’11 maggio ad Avellino segnò il suo ultimo gol con la Roma, niente di epico perché di gol ne fece pochi, né quella partita al Partenio significava molto. Ma serve per parlare di Sergio Santarini, uno che ha attraversato il cuore della nostra storia, lottando sempre e rimanendo incredibilmente pulito e bianco come la seconda maglia della Roma con cui viene più facile ricordarlo.