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“Pantheon di uomini che hanno amato la Roma”

La coreografia della Curva Sud del 2015 è già entrata nell’immaginaro collettivo. Sedici leggende del firmamento romanista descritte dalla penna brillante e documentata di Tonino Cagnucci. Un modo per raccontare la nostra storia. 

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Figli di Roma, capitani e bandiere. Ricordiamo tutti l’ultima coreografia presentata dalla Curva Sud in un derby, l’11 gennaio 2015. E se non fosse che i veri motivi per cui poi non ce ne sono state più sono altri, verrebbe da dire che è quasi giusto così, perché dopo un’immagine del genere davvero è difficile trovare qualcos’altro da dire. Invece l’ha trovato Tonino Cagnucci, che nel suo ultimo libro intitolato, appunto, “Figli di Roma, capitani e bandiere” (Newton Compton, 14.90 euro), ha raccontato le storie dei 16 giocatori che quel giorno la Curva Sud ha messo nel suo “pantheon di uomini che hanno amato la Roma”. Ha spiegato, in pratica, perché questo è “il mio vanto che non potrai mai avere”. Sedici capitoli da leggere uno dopo l’altro, ma prendendosi una piccola pausa alla fine di ogni racconto, per interiorizzare bene ciò che ha da dirci. E per arrivare a una conclusione che quasi inverte il concetto. Il vanto che altri non potranno mai avere non sta tanto nei personaggi rappresentati, ma nel fatto che la Roma sia talmente magica da saper trasmettere a chi sa cogliere, un sentimento talmente forte e puro da far nascere queste storie. Storie d’amore. Amore per la Roma.

In ognuno dei capitoli Cagnucci riesce a unire il suo stile unico, un’accurata ricerca storica ed estrema attenzione a cogliere dettagli che diventano elementi chiave. Ognuno può seguire il percorso che vuole, perché anche leggendo i racconti in ordine casuale, si può cogliere facilmente un filo che li lega l’uno con l’altro. Praticamente questo libro potrebbe avere tranquillamente 16 inizi e 16 conclusioni diverse e non perdere nulla.

Si va da Giorgio Carpi, aristocratico nella vita e popolare in campo (aristocratico e popolare: come la Roma), che giocò gratis perché poteva permetterselo ma che probabilmente lo avrebbe fatto anche a costo di doversi guadagnare il pane in altro modo, per quanto era romanista, a Volk, centravanti “futurista e fragile”, che cambiò soprannomi e nomi non perdendo però mai la sua identità di primo grande attaccante della Roma. Primo a segnare nel derby, primo a segnare a Testaccio. Primo portiere per sempre è naturalmente Masetti, primo capitano è Attilio Ferraris IV (Era un santo. Nel capitolo dedicato a lui scoprirete perché), così come il primo ad aver indicato a tutti cosa significa essere romanisti è Fulvio Bernardini. “Se Carpi giocò gratis per la Roma, lui pagò per andar via dalla Lazio”. Il primo “ottavo Re di Roma” è stato Amedeo Amadei, il primo Principe è stato Giuseppe Giannini. La Roma è stata la sua vita. Totti, invece, è stato la nostra vita e non è un caso se proprio l’11 gennaio 2015 ha segnato una doppietta spegnendo la loro ennesima illusione.

A volte, leggendo il libro, devi prenderti una pausa un po’ più lunga. Perché hai la netta sensazione che essere romanista sia addirittura una cosa troppo grande (forse è per questo che a volte noi stessi non sappiamo gestirla, chissà). Anche se in un corpo apparentemente piccolo, come quello di Bruno Conti, che forse come nessun altro è stato simbolo di un’epoca. La più bella. Vincendo il Mondiale più bello, ha aperto la strada allo scudetto. Troppo romanista Giacomo Losi per giocare con un’altra maglia, quando gli hanno fatto capire che non lo volevano più. Meglio smettere. Troppo romanista Mario De Micheli per subire le angherie del potere. Meglio rispondere e pazienza se me la faranno pagare. Troppo romanista Picchio De Sisti per non tornare alla Roma dopo essere stato costretto a lasciarla e per rimettere a posto la storia. Troppo romanista Francesco Rocca per non stare in Curva Sud ad alzare i cori durante Roma-Liverpool. Troppo veloce, pure per il suo fisico, ma poi lentamente sotto la Sud è tornato con la mano sul cuore nel 2012. Troppo in generale, anche per se stesso, Agostino Di Bartolomei. La lettera che gli scrisse il CUCS al momento del suo addio e l’intervista che gli fece Enzo Tortora nel 1980 sono due delle tante “chicche” del libro. Che non si sottrae anche alla pagina più difficile, quella struggente dedicata a Giuliano Taccola. E che si chiude con Daniele De Rossi, che un’eredità di tutto questo sentimento ha saputo cogliere e vuole ancora trasmettere.

Ma poi no, non è troppo. Forse lo sembra in questo tempo dove l’orgoglio romanista a volte sembra sopito. Ma sta sempre lì e questo libro riprende a coltivarlo, raccogliendo il seme gettato dalla Sud l’11 gennaio 2015. La Sud che adesso non c’è, ma che siccome oltre a un luogo fisico è anche un luogo dell’anima, in questo testo ritorna con tutta la forza del sentimento romanista. Che nessuno, ma proprio nessuno, potrà mai avere.

Luca Pelosi

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“E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo”

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La Domenica del Romanista

La sigla de “La Domenica del Romanista” in onda ogni domenica dalle 10 alle 14, anche su Roma TV, Canale 213 Sky

As Roma Story – Franco Sensi

 

Il 26 giugno dell’84 l’ultima partita di Ago con la maglia della Roma

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Roma-Verona, 26 giugno 1984, ritorno di finale di Coppa Italia. L’ultima partita di Agostino Di Bartolomei con la Roma. L’ultima partita di Nils Liedholm prima di tornare al Milan e dopo aver fatto giocare a zona un sogno per cinque anni. La quinta Coppa Italia, alzata con due braccia e tenuta con una mano dal Capitano prima dell’ultimo giro di campo finito sotto la Sud.

Tutto troppo poco per quella Roma che aveva quasi preso con tutta se stessa la Coppa dei Campioni, e troppo poco per tutto. Se n’era andato il sogno. Se ne stava andando la Roma da lui. Lui da noi. A maggio, Roma-Verona era stata anche l’ultima partita in campionato della Roma prima della finale col Liverpool, divenne l’ultima in assoluto come a eternare un momento a venire. Come a dire: la rigiocheremo. Lo rivedremo. Tra i tanti striscioni quella sera in Sud ce n’era uno che recitava così: “Agostino: il nostro non è un addio… Ciao campione”. E invece la Sud quella volta si sbagliò. Ma come fai a non sbagliarti in occasioni del genere? Come fai ad alzare una coppa quando hai perso La Coppa? Come fai a salutare il tuo Capitano per sempre? Quel giorno i ragazzi della Curva Sud riuscirono a far avere tramite Peppe Giannini una lettera per Agostino Di Bartolomei. Quella lettera, scritta da Ludovica, venne pubblicata sul Corriere dello Sport per quella finale. Eccone un pezzo:

“E’ difficile pensare che oggi sia il giorno del saluto… Come facciamo ad immaginarti con un’altra maglia uscire dal tunnel dell’Olimpico? Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere, quanto l’abbiamo apprezzato…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”, quella grinta, quell’abnegazione, quella volontà… ci saranno d’aiuto ovunque. … Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido ma pieno di gratitudine… senza troppe scene, sincero con i tuoi tifosi. Sei stato un maestro per noi, in campo e nella vita, ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, ci hai fatto sentire orgogliosi di essere romani e romanisti, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Ci sembra anche stupido farti gli auguri per la tua nuova squadra, che senso avrebbe? Forse ancora non ci crediamo, non vogliamo crederci, non possiamo farlo… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere sotto di noi, rideremo e piangeremo tutti perché avremo avuto un grande uomo che ci ha voluto bene. Tutti i ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud”.

Quella sera Ago non segnò, e nemmeno sorrise perché quando alzò la Coppa aveva una specie di ghigno. Era il momento dell’addio. I 90′ prima più di un trofeo significavano solo il tempo da rubare al tempo. Più che una finale, il preludio del Finale.  La partita fu anche abbastanza noiosa, relativamente tesa ma nemmeno difficile, con la Roma che in gol al 28′ del primo tempo per un’autorete di Ferroni e che nella ripresa – grazie anche all’espulsione dell’ex Iorio che stava per ritornare alla Roma – controlla l’1-0 buono la coppa visto l’1-1 dell’andata. Della partita l’episodio più curioso avvenne a dieci minuti dalla fine quando – platealmente – Paulo Roberto Falcao bloccò la sostituzione di Pruzzo con Vincenzi decisa da Liedholm. Il giorno dopo i giornali criticarono questa specie di insubordinazione non vedendo l’uovo di Colombo: Falcao stava già prendendo il posto d Liedholm che aveva deciso di andarsene. Falcao era sempre stato l’allenatore in campo. “Mi dispiace, io ho fatto una scelta, finisce una storia e se ne apre un’altra”, disse Liddas lasciandosi con un addio più morbido rispetto a quello che Agostino invece dovette subire. Non rientrava più nei piani della società. Non rientrava più con la Roma. Stava uscendo infilandosi nel tunnel. Quel Roma-Verona 1-0, quinta orgogliosa Coppa Italia della nostra storia rimarrà per sempre l’ultima partita di Ago con la Roma, cioè rimarrà per sempre la partita che non sarebbe mai dovuta arrivare. Né giocare. Quando entrò in campo Agostino si girò come sempre verso la Sud e lesse questo striscione rimasto famoso: “Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva”. L’ho sempre amato questo striscione, ma anche questo adesso capisco che era sbagliato: la Roma ad Ago non gliela toglierà mai nessuno.

23 anni fa Roma-Torino 5-2, finale di ritorno di Coppa Italia

Oggi ricorre il 23° anniversario di Roma-Torino 5-2, finale di ritorno di Coppa Italia, nella quale la Roma per poco non riuscì a ribaltare il 3-0 subito allo Stadio delle Alpi nella gara d’andata.

Ecco il ricordo di Tonino Cagnucci di quella sera.

Il giorno dopo un giornalista de la Stampa scrisse così:

L’ultima mezz’ora è stata l’assalto a un muro sbrecciato. La Roma si è fatta straordinaria, grandissima, violenta come un temporale d’estate. Così bella da far piangere di gioia la sua gente. I granata hanno giocato gettando le ultime once di energia. Soltanto un Dio padano può spiegare come hanno fatto a salvare con il 5-2 l’esilissimo filo che li teneva legati alla loro Coppa Italia…

Marco Ansaldo, La Stampa

“Soltanto un Dio padano può spiegare” come il Toro ha vinto quella Coppa, mentre noi no, né il giorno dopo, né adesso sappiamo spiegare cos’era quello che ci aveva spinto a riempire l’Olimpico nell’impresa pressoché impossibile di rimontare lo 0-3 dell’andata del Dell’Alpi, nemmeno adesso sappiamo cos’era quella cosa che ci ha spinto a crederci prima di iniziare tanto da scrivere “Certi di farcela, annientiamoli: Insieme si può”; nemmeno adesso sappiamo cos’era quella cosa che ci aveva spinto a colorare tutto lo stadio, a far accendere e a girare decine e decine di girandole pirotecniche all’ingresso in campo, nemmeno adesso sappiamo cos’era che ci ha portato in vantaggio certi di aver iniziato a scrivere una pagina memorabile e soprattutto cos’era quella cosa che dopo il primo e il secondo pareggio di Silenzi a crederci persino più di prima.

Soltanto un Dio padano può spiegare come il Toro ha vinto quella coppa, nessuno però  riuscirà mai a spiegare come ci credevamo, come tifavamo malgrado giocassimo in porta con un ragazzino, Fimiani, per colpa di assurde e invisibili squalifiche ai primi due portieri, Cervone e Zinetti, nel tunnel del post partita della semifinale Milan-Roma, per le partite di andata e ritorno della finale.

Forse soprattutto quelle squalifiche un dio padano può spiegare, in un momento in cui politicamente eravamo debolissimi, dopo la morte di Viola, i problemi giudiziari di Ciarrapico e il passaggio della società appena formalizzato alla coppia Mezzaroma-Sensi.

Ma nessuno può spiegare quello che è successo quando Mihajlovic ha segnato la punizione del 5-2, lui il Sinisa romanista, che era venuto dalla Stella Rossa campione d’Europa allo slogan “ne segno due su tre” e invece in tutto l’anno ne segnò due e quella era la seconda (la prima in un Brescia-Roma di campionato utile solo per la storia: l’esordio di Totti).

Nessuno può spiegare soprattutto le lacrime di Giuseppe Giannini dopo il palo che avrebbe significato il 6-2, dopo i suoi tre rigori segnati, tre su tre, e una partita immensa, totale, forse la sua più grande in tutta la sua carriera.

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“Forse soltanto un Dio padano può spiegare” come quella Coppa sia finita al Toro, e in fondo a noi va bene così: perché tutti quella sera e il giorno dopo ci siamo stretti stretti attorno alla Roma e al nostro “Dimmi cos’è” che si chiama Roma ma che nemmeno un dio può dire.

Il rumore del silenzio

Questo stendardo l’hanno fatto i cugini Francesco e Gioacchino Lalli. Due romanisti. Abitavano a Centocelle, quel giorno presero il tram fino a Porta Maggiore, da lì l’autobus fino a piazzale Flaminio e a piedi fino allo stadio. Quel giorno – il 14 giugno 1942 – era il giorno dello Scudetto della Roma. Quando lo srotolarono in tribuna lo stadio applaudì: quello stendardo esprimeva per conto di una generazione un’emozione troppo grande da dire a parole. Per loro era letteralmente così: erano sordomuti. Erano romanisti. All’epoca non c’erano social, telefonini, tv a pagamento, non stavamo nel villaggio globalissimo, stavamo con le lettere da spedire, le cose le facevi per fare le cose, per te e per la Roma. Oggi 74 anni dopo nel regno della “condivisione”, dei “follow”, del “like”, de “periscope” e simili, di “eyes wide shut”, gps, google maps, di telecamere h24 fori e dentro casa, hanno vinto ancora i cugini Lalli, che erano sordomuti ma che stanno a strilla’ “VIVA LA ROMA” da più di settant’anni perché la Roma la sentivano dentro. Oggi so quasi rimasti soli.

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I lived a European Cup final – and Ago was my captain

In this extract from the book ’55 secondi’ (Pagine, 2014), journalist Tonino Cagnucci reflects on the famous European Cup final of 1984 – and the captain that night, Agostino Di Bartolomei…

I think it was a time of wonderful people, wonderful feelings, incredible suspense and it deserved that kind of match…

In the end, Alan Kennedy – who the English all called Barney – scored the penalty to make it 5-3. But that version doesn’t sit well. The end of what? Of who? Of a dream? Could it not be the beginning?

[…]

May 30 is a wound that will never heal, a wound that gushes history and pride, that is open and strikes right to the heart. It hurts as love hurts and is tremendous as beauty is in our minds. Clean, innocent, pure, like those white shirts, that nobody shall dare sully. No Roma fan can allow anyone to mock or scoff at that match, at our Captain. That match is and will always belong to us – that night is still ours, that Captain will be our Captain forever.

Have you experienced the love that can be born from pain? Have you experienced the loyalty that can be born from defeat? They are lessons that life teaches, and May 30 will always be one of the significant days in our lives.

We kept ourselves in that game, against the greatest opponent around, until the last possible penalty kick. It finished 1-1 after 90 minutes, after 120 too. With none of Carlo Ancelotti, Toninho Cerezo, Roberto Pruzzo and Aldo Maldera on the field, we lost that cup on penalties. Roma 3-5 Liverpool on penalties. But Roma 3-5 Liverpool is not a result, but a date: 3-5. Thirty-five. The thirtieth of the fifth. 30 May. Keep it in your hearts. Our Captain did – he kept it in his heart along with an image of the Curva that night, right until the end.

That match is our pride. It is truly immense, yet there is something more.

We did something infinitely greater.

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That night did not end after the penalty shootout, because the heart chose a different finale. Have you experienced the love that can be born from pain? Did you experience the great, moving wonder of what happened afterwards?

A chant sprang up: “Roma! Roma! Roma!”

Fifty-five seconds after Kennedy’s penalty, we had chosen a different ending.

Fifty-five seconds afterwards, roughly the time between one penalty and another.

“Roma! Roma! Roma!”

Fifty-five seconds afterwards, as if it was the Curva Sud taking a penalty. As if it was the Sud’s turn. Who were we singing to in that moment? For whom were we signing? For ourselves? For God? For what had happened? For what hadn’t happened? For all our memories? For all those nights? For Katsche? For Atletico? For Borussia? For a player? For the captain? I don’t know, but sing we did.

“Roma! Roma! Roma!” we sang.

We sang for everything Roma represented for us – quite simply, we sang for Roma.

“Roma! Roma! Roma!”

My Roma. I carried you forth for years after that night before I realised that it was on that night that you were reborn, even greater. Because it was that match that taught us that Roma is not only bigger than defeat – than the ultimate defeat – but it is bigger than victory, because there is no greater victory that a victory dreamed of, a victory yearned, a victory prayed for, brushed against, grasped for all of 55 seconds.

May 30 taught us that Roma is bigger than any victory. That the men count for more than the result. Especially one man in particular.

I want to see him smile. I loved Agostino for everything he did and everything he was unable to do […] He was the older brother I never had and he made me feel safe. I found the conviction you search for when you concede a corner kick by thinking of Ago. If he was on the pitch, I was less afraid. If he was there, you were sure things were going to be done right.

I played a European Cup final with Ago as my captain. He scored the goal to give us the lead for the first and last time that night. He made us European champions for 55 seconds. He made us champions in life with his serious, loving ways. I will always be thankful to him and to that Roma side. To him and to that Curva.

I will always be proud of Roma v Liverpool. It’s a credit to us. It is an infinite tale. Pure. Pure. Profound. Pure. And now that I am a father, Agostino Di Bartolomei is even more of an example. I’ll never judge what he did. It hurts, but others have been hurt infinitely more.

I’ll always love him. It’s the only thing I can do.

[…]

And when we do get our moment’s celebration, I want to hear the stadium offer up an olè for Nappi, Righetti, Bonetti (yes, Bonetti too) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… and an even louder one for Maldera, not because he’s no longer with us, but because he wasn’t with us that night. Then we’ll take the cup to Ago. And we’ll dedicate it to him and to everyone else who was left speechless that night.

For now, we must wait for that day. We’ve been waiting since 30 May 1984, waiting to play the game of our lives again.

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55 secondi

“…Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere…
Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l’inizio? (…) Il Trenta Maggio è una ferita che non si rimarginerà mai perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l’amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita, di sbeffeggiarla. Quantomeno lo deve al nostro Capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano lo sarà per sempre. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete l’attaccamento che può nascere da una perdita? E’ la vita che lo insegna e il TrentaMaggio è un giorno della nostra vita. Non l’abbiamo persa quella partita, contro l’avversario più grande, fino all’ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90′ e poi dopo 120′. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera abbiamo perso la Coppa ai rigori. Roma-Liverpool 3-5 dcr, Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c’è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un’immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c’è qualcosa di più grande.
Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande.
Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l’ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un’altra versione. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d’inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l’altro prima di fare quel coro. “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostro ricordi? Per quelle notti? Per Katsche? Per l’Atletico? Per il Borussia? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo “Roma! Roma! Roma!”. Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma. “Roma! Roma! Roma!”. Roma mia. T’ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce lo ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c’è vittoria che t’appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per 55 secondi. Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno.

Voglio vederlo sorridere. Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. (…). Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d’angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c’era lui in campo io avevo meno paura. Se c’era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte Lui ci ha fatto campioni d’Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. E’ un vanto. E’ un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. Adesso che sono diventato padre Agostino Di Bartolomei è ancora più un esempio. Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene. E’ l’unica cosa che posso fare (…)

…E quando saremo felici, io quel giorno vorrò allo stadio gli “olè” per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… uno un po’ più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c’era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita.

Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c’è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l’ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare”.
(Da “55 secondi”, Pagine, 2014)

Maregiallorosso

 

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