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I lived a European Cup final – and Ago was my captain

In this extract from the book ’55 secondi’ (Pagine, 2014), journalist Tonino Cagnucci reflects on the famous European Cup final of 1984 – and the captain that night, Agostino Di Bartolomei…

I think it was a time of wonderful people, wonderful feelings, incredible suspense and it deserved that kind of match…

In the end, Alan Kennedy – who the English all called Barney – scored the penalty to make it 5-3. But that version doesn’t sit well. The end of what? Of who? Of a dream? Could it not be the beginning?

[…]

May 30 is a wound that will never heal, a wound that gushes history and pride, that is open and strikes right to the heart. It hurts as love hurts and is tremendous as beauty is in our minds. Clean, innocent, pure, like those white shirts, that nobody shall dare sully. No Roma fan can allow anyone to mock or scoff at that match, at our Captain. That match is and will always belong to us – that night is still ours, that Captain will be our Captain forever.

Have you experienced the love that can be born from pain? Have you experienced the loyalty that can be born from defeat? They are lessons that life teaches, and May 30 will always be one of the significant days in our lives.

We kept ourselves in that game, against the greatest opponent around, until the last possible penalty kick. It finished 1-1 after 90 minutes, after 120 too. With none of Carlo Ancelotti, Toninho Cerezo, Roberto Pruzzo and Aldo Maldera on the field, we lost that cup on penalties. Roma 3-5 Liverpool on penalties. But Roma 3-5 Liverpool is not a result, but a date: 3-5. Thirty-five. The thirtieth of the fifth. 30 May. Keep it in your hearts. Our Captain did – he kept it in his heart along with an image of the Curva that night, right until the end.

That match is our pride. It is truly immense, yet there is something more.

We did something infinitely greater.

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That night did not end after the penalty shootout, because the heart chose a different finale. Have you experienced the love that can be born from pain? Did you experience the great, moving wonder of what happened afterwards?

A chant sprang up: “Roma! Roma! Roma!”

Fifty-five seconds after Kennedy’s penalty, we had chosen a different ending.

Fifty-five seconds afterwards, roughly the time between one penalty and another.

“Roma! Roma! Roma!”

Fifty-five seconds afterwards, as if it was the Curva Sud taking a penalty. As if it was the Sud’s turn. Who were we singing to in that moment? For whom were we signing? For ourselves? For God? For what had happened? For what hadn’t happened? For all our memories? For all those nights? For Katsche? For Atletico? For Borussia? For a player? For the captain? I don’t know, but sing we did.

“Roma! Roma! Roma!” we sang.

We sang for everything Roma represented for us – quite simply, we sang for Roma.

“Roma! Roma! Roma!”

My Roma. I carried you forth for years after that night before I realised that it was on that night that you were reborn, even greater. Because it was that match that taught us that Roma is not only bigger than defeat – than the ultimate defeat – but it is bigger than victory, because there is no greater victory that a victory dreamed of, a victory yearned, a victory prayed for, brushed against, grasped for all of 55 seconds.

May 30 taught us that Roma is bigger than any victory. That the men count for more than the result. Especially one man in particular.

I want to see him smile. I loved Agostino for everything he did and everything he was unable to do […] He was the older brother I never had and he made me feel safe. I found the conviction you search for when you concede a corner kick by thinking of Ago. If he was on the pitch, I was less afraid. If he was there, you were sure things were going to be done right.

I played a European Cup final with Ago as my captain. He scored the goal to give us the lead for the first and last time that night. He made us European champions for 55 seconds. He made us champions in life with his serious, loving ways. I will always be thankful to him and to that Roma side. To him and to that Curva.

I will always be proud of Roma v Liverpool. It’s a credit to us. It is an infinite tale. Pure. Pure. Profound. Pure. And now that I am a father, Agostino Di Bartolomei is even more of an example. I’ll never judge what he did. It hurts, but others have been hurt infinitely more.

I’ll always love him. It’s the only thing I can do.

[…]

And when we do get our moment’s celebration, I want to hear the stadium offer up an olè for Nappi, Righetti, Bonetti (yes, Bonetti too) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… and an even louder one for Maldera, not because he’s no longer with us, but because he wasn’t with us that night. Then we’ll take the cup to Ago. And we’ll dedicate it to him and to everyone else who was left speechless that night.

For now, we must wait for that day. We’ve been waiting since 30 May 1984, waiting to play the game of our lives again.

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55 secondi

“…Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere…
Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l’inizio? (…) Il Trenta Maggio è una ferita che non si rimarginerà mai perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l’amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita, di sbeffeggiarla. Quantomeno lo deve al nostro Capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano lo sarà per sempre. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete l’attaccamento che può nascere da una perdita? E’ la vita che lo insegna e il TrentaMaggio è un giorno della nostra vita. Non l’abbiamo persa quella partita, contro l’avversario più grande, fino all’ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90′ e poi dopo 120′. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera abbiamo perso la Coppa ai rigori. Roma-Liverpool 3-5 dcr, Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c’è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un’immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c’è qualcosa di più grande.
Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande.
Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l’ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un’altra versione. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d’inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l’altro prima di fare quel coro. “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostro ricordi? Per quelle notti? Per Katsche? Per l’Atletico? Per il Borussia? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo “Roma! Roma! Roma!”. Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma. “Roma! Roma! Roma!”. Roma mia. T’ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce lo ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c’è vittoria che t’appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per 55 secondi. Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno.

Voglio vederlo sorridere. Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. (…). Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d’angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c’era lui in campo io avevo meno paura. Se c’era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte Lui ci ha fatto campioni d’Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. E’ un vanto. E’ un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. Adesso che sono diventato padre Agostino Di Bartolomei è ancora più un esempio. Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene. E’ l’unica cosa che posso fare (…)

…E quando saremo felici, io quel giorno vorrò allo stadio gli “olè” per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… uno un po’ più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c’era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita.

Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c’è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l’ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare”.
(Da “55 secondi”, Pagine, 2014)

Maregiallorosso

 

55 Secondi

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“Ricordo che quand’ero ragazzino sognavo di essere…”

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“È giusto che il primo gol scudetto lo abbia segnato il Capitano”

O Captain! My Captain!

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Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,
La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.
Mentre gli occhi seguono la salda carena,
la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,
O stillanti gocce rosse
Dove sul ponte giace il mio Capitano.
Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.
Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;
Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;
Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,
Questo mio braccio sotto la tua testa;
È un sogno che qui sopra il ponte
Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;
Il mio padre non sente il mio braccio,
Non ha polso, né volontà;
La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.
Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!
Ma io con passo dolorante
Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

(Walt Whitman)

Agostino Di Bartolomei, il cuore, la Roma.

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