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Un ti amo è senza condizionale

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Basterebbe che qualche radical chic e qualcuno dell’Osservatorio leggesse un paio di nozioni elementari di linguistica per risolvere in maniera più giusta la questione della discriminazione territoriale e capire che certi messaggi non sono violenti in sé; basterebbe leggere Ferdinand de Saussure e conoscere la differenza fra segno, significante e significato per interpretare correttamente certi messaggi (magari come provocatori, paradossali o addirittura “unificanti” comunque sicuramente non discriminatori); basterebbe capire che un “sì grazie” persino corredato da un sorriso può essere più falso e violento di un “vaffanculo” detto col cuore per amore; basterebbe invece un demente per capire che i cori fatti per esempio domenica a Firenze pro Liverpool con riferimento all’Heysel (ma i benpensanti hanno mai “ben pensato” all’Heysel?) sono infinitamente peggio di certi sfottò “territoriali”, o che anche – seguendo la loro stessa logica – un “romano bastardo” al limite è discriminatorio allo stesso modo; basterebbe conoscere la storia del calcio per farla finita con l’oziosa stronzata che un volta allo stadio non c’era violenza e ci andavano le famiglie quando cariche, invasioni di campo, risse non solo fra tifosi, ma fra calciatori e tifosi (negli Anni 30 mitico il match fra Bernardini e Ferraris con alcuni tifosi del Napoli), dirigenti, squadre e arbitri nascosti nello spogliatoio scortati da volanti della polizia, punti in testa ad allenatori, lanci di monetine, fanno parte dell’antichità del calcio, così come nel tempo invece è aumentata esponenzialmente la frequentazione al femminile dello stadio e quindisaltando qualche passaggio logicodelle famiglie; basterebbe capire che una certa qual forma di antagonismo dev’essere benedetta perché ogni pensiero dominante è pensiero violento, e ogni pensiero dominante non è autenticamente tale, ma debole, inutile, dannoso, retorico; basterebbe conoscere la storia del costume, del cinema, forse d’Italia o un altro paio di nozioncine di sociologia o di antropologia culturale (va bene pure un manuale di Etnologia) per cercare di leggere le cose per quelle che sono; basterebbe punire solo i colpevoli e non gli innocenti, basterebbe fare giustizia e non giustizia generalizzata, basterebbe punire i colpevoli quando i colpevoli ci sono, e basterebbe non inventarseli quando invece servono per spostare l’attenzione su qualcos’altro (qui solitamente scatta l’accusadibenaltrismo“); basterebbe capire che c’è una discriminazione economica quando si mettono i prezzi dei biglietti troppo alti, che sicuramente c’è una discriminazione territoriale quando impedisci l’acquisto dei biglietti in certe zone e in altre no; basterebbe capireperché” e non “chi”, basterebbe capire e basterebbe affrontare il razzismo quand’è razzismo, perché il razzismo è una cosa seria e non può essere confuso con slogan cantati alle elementari, dai tempi delle elementari del Regno delle due Sicilie (giuro non è discriminazione questa); basterebbero talmente tante altre cose da dire (l’ovvia considerazione che così ti esponi ai ricatti, che è stata proprio la curva B del Napoli con un mix di goliardia, intelligenza e paradosso a lanciare di fatto la sfida alla Pubblica Ottusità, eccetera eccetera) ma non è mai abbastanza. E quindi lasciamo perdere. Su questo piano hanno vinto loro. Bisogna stacce.

D’altronde come fai a difendere una posizione di fronte a chi ti accusa: “che difendi gli insulti razzisti?”. Basta così. Basta difese. Lasciamo perdere questo discorso a perdere. Let it be. D’altronde con chi chiude e sanziona soltanto un colloquio del genere è impossibile, e in fondo resta un discorso sulla difensiva e in negativo. Oggi, e proprio oggi 23 ottobre, sarebbe bello capire e proporre un’altra cosa: quello che di bello c’è nelle curve. Una nuova critica del Giudizio, un inno al bello.

Andare all’attacco, rilanciare, dimenticare, perdonare, far vedere, costruire, sparigliare. Raccontare quello che c’è di bello e che si può dire, cioè quello che si vede e che è incontrovertibile, quello che nemmeno loro possono confutare. C’è una cosa soprattutto che è diventata merce rara in questo mondo che mercifica tutto proprio perché è senza valore, si chiama passione. La passione è quella che ti fa alzare la mattina presto e andare in trasferta, quella che ti fa preparare il bandierone, la coreografia, con o senza colletta, che ti fa perdere la voce durante e già prima della partita, e tante amicizie, e chissà qualche amore (ma è vero amore quello che non ama il tuo?) durante la settimana, che ti fa dare senza ricevere, che ti fa dare non per ricevere, che ti fa strillare, sotto l’acqua, il sole, la neve, urlare al cielo, bestemmiare e pregare insieme, abbracciare un estraneo, conoscerlo, volergli bene o meno ma avere a che fare con lui. La passione è il contrario dell’indifferenza. I tifosi, gli ultrà (sì usiamola questa parola tabù) sono il contrario degli indifferenti che da Dante a Pasolini giustamente venivano collocati nell’anti-Inferno, nemmeno meritevoli di entrare nell’Ade. La passione per la Roma per esempio, o per il Genoa, per il Toro, per la Spal, per qualsiasi squadra (sì persino per quelli) può essere mai una cosa brutta? Può essere mai il problema dell’Italia la gente che va allo stadio? La passione pura e semplice, al netto di tutte le iniziative di beneficenza, delle raccolte di fondi fatte per chi è in difficoltà, delle attrezzature comprate per gli ospedali, delle visite nelle carceri, dell’impegno civile e concreto nei casi per esempio delle alluvioni a Genova, o in Piemonte o in Campania (qui non c’è nessuna discriminazione) fatte da tante curve da tanti anni, questo lasciamolo perdere. Questo sarebbe troppo facile come discorso e non esaustivo, quello che conta è proprio la passione per il calcio, e proprio perché è un gioco, perché se metti impegno lì lo puoi e lo sai mettere quando le cose sono serie. Perché la passione se la metti lì, se la metti a gratis, a perdere, senza nulla a pretendere, tranne la poetica anacronistica pretesa di cantare quella tua stessa passione, per qualcosa che non ti dà soldi, che anzi ti toglie in quei termini, e in termini di tempo e addirittura (appunto) di libertà, la puoi e la sai mettere dappertutto. Fai vita.

La passione è impegno, è per, è costruttiva, è propositiva, la passione è verso non contro, anche un coro contro è un coro per, nella stessa misura in cui un coro contro è un coro d’amore. Il regista Antonioni (Michelangelo non Giancarlo) disse una volta che “l’amore reca in sé il peso dell’offesa altrui”, tradotto: un forza Roma reca in sé per forza un “lazio schifo fa…”. Davvero il problema dell’Italia è colpire le persone che vanno allo stadio? Davvero questo fa paura? Forse sì, è così. Perché forse non lo sai ma pure questo è amore, un’altra parolaccia da abrogare, da mercificare in cioccolatini e in trasmissioni rivoltanti, in soap opere e modelli estetici infami. Oggi nel tempo in cui chiudono le curve con la condizionale, proprio oggi 30 anni fa una Curva invece usò un indicativo e scrisse una cosa: “Ti amo”. Era il 23 ottobre 1983. Oggi, trent’anni fa. Ti amo, tempo presente indicativo di un sentimento che non è mai finito. E anche quell’amore che stanno zittendo, è anche quello che stanno chiudendo, è anche a quello che vogliono mettere la condizionale senza sapere che non ci riusciranno mai, perché un “Ti amo” accetta solo le sue condizioni:quelle che non ha.

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Obrigado, grande campione

Roma-1982-83-Olimpico-torino-FalcaoNappi

Ci deve essere un errore, Paolo Roberto Falcao, nato il 16 ottobre 1953, compie 60 anni. Ma come, noi, che ci siamo appena rassegnati a vederlo senza i riccioli al vento… che storciamo sempre la bocca quando vediamo un giocatore della Roma indossare la numero 5 (per quanto bravo non potrà mai essere Falcao), adesso dobbiamo accettare anche questa? “Il Divino”, lo ripeto quasi per convincermene, compie sessant’anni. Per noi tifosi della Roma è assai difficile rendersene conto, perché dopo averlo avuto, come una bandiera al vento per quattro anni che valgono quattro secoli (il quinto fu in realtà un enorme prologo verso l’addio), ce lo siamo visto salire su un aereo e svanire per poi cristallizzarsi in un’immagine che si è conservata intatta. Ci sono stati, è vero, i suoi ritorni… ma erano quasi surreali. Il primo, se non sbaglio, ci fu nel dicembre del 1985, un Roma–Atalanta che Paulo vide da una cabina dello Stadio Olimpico. Era mai possibile che Falcao assistesse a una partita della Roma senza scendere in campo? Scrissero che Viola e Falcao si videro nella sede del Circo Massimo: «Presidente – disse il brasiliano –non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati così». Se fossi stato presente avrei senz’altro aggiunto: «Non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati».

Era iniziato tutto molti anni prima, nell’ottobre del 1954. Lajos Nagy, l’autore dell’Uomo che fugge”, proprio il giorno 28 di quel mese, si spegneva a Budapest. Anche la famiglia di Falcao a quel tempo era in fuga… fuga dalla miseria, con un marmocchio che aveva da poco compiuto un anno. Bento Falcao, il padre del marmocchio, lavorava come agricoltore ad Abelardo Luz, un piccolo centro nello stato di Santa Catarina e non riuscendo a garantirgli un tenore di vita sufficiente. Aveva dunque deciso di spostarsi assieme alla moglie Azise e a tre bambini, fino a Porto Alegre. Non è detto che la fuga sia un cedimento di vigliaccheria. Spesso è una ribellione estrema, giocata contro la logica e il buon senso, un tuffo nel buio che in questo caso, dopo un viaggio di 700 chilometri, terminò a Canoas, alla periferia di Porto Alegre. La strada, l’Avenida Niteroi, era un rettilineo accompagnato da piccole costruzioni e da enormi palazzoni che da soli, costituivano quasi un quartiere. Ancora oggi, vedendo quest’assembramento di uomini, si capisce perché, proprio qui, nello stato del Rio Grande do Sul, fosse scoppiata la rivoluzione dei “Farrapos”.

La rivoluzione politica degli “straccioni” di Porto Alegre aveva avuto come guida un certo Giuseppe Garibaldi, quella calcistica, contro il potere costituito dei grandi club brasiliani, avrebbe puntato su un certo Paolo Roberto Falcao. Che poi, anche qui, a ben vedere, i due si assomigliano non poco… entrambi sono passati alla storia come “eroi dei due mondi”, entrambi indossarono una maglietta rossa di cui avevano scelto personalmente la tonalità… entrambi credevano che a Roma dovesse compiersi il proprio destino. Una differenza, a dire la verità, tra i due c’era: Falcao, innegabilmente, giocava infinitamente meglio a pallone di Garibaldi. Passa negli Escalinho, nei Mirim B e A, negli Infantil B e A, negli Infanto Juvenil, sino ad arrivare a 19 anni al debutto nella squadra dei Professional. Da raccattapalle a stella assoluta dell’Internacional e da allora arriveranno le vittorie nel campionato Gaucho nel 1973, 74, 75, 76, 78, nel campionato Brasileiro del 1975, 76 e 79 e la maledetta finale di Coppa Libertadores persa contro il Nacional di Montevideo. Fu proprio quello, il 1979, l’anno in cui sentii parlare per la prima volta di Falcao. Paulo non era più, già da un pezzo, “Un uomo in fuga”, ma quel nome, Falcao, mi arrivò addosso partendo proprio da Budapest, la città di Nagy. Ad agosto venne presentato il film “Fuga per la vittoria”… presenti tutti gli attori del cast, compreso Pelè. Al termine della proiezione, un giornalista italiano si avvicinò alla Perla nera e gli chiese: «La Roma sogna di acquistare Zico. Cosa ne pensa?». «Come condottiero – disse O Rey, – è meglio Falcao». Ero solo un bambino ma mi arrabbiai parecchio, perché quando si giocava a pallone, ed era il 1979, sognavamo di essere Keegan o Zico, Falcao non sapevamo neanche chi fosse. Lo avremmo capito l’anno seguente, il 1980 e scendendo le scalette di quell’aereo che lo conduceva a Roma, Paulo fece un passo più grande di quello di Neil Armstrong. Il resto della storia la sapete meglio di me… auguri Falcao e ancora obrigado!

© Massimo Izzi

 

Rinati il 27 maggio

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Il silenzio colpevole di Conte per non parlare di calcioscommesse e il sorriso di Garcia mentre s’abbraccia un suo giocatore che è un ragazzino. I capelli di Conte che sono come le partite che vincono loro e i capelli di Gervinho che sono come i dribbling e come i gol che fa, magari sghembi e inopportuni ma veri, veri e buoni per un sorriso.

No, non prendetelo in giro Gervinho per il gol che ha fatto ieri, oppure sì ma solo pe’ ride con lui, non per altro: Gervinho non lo sa, ma oggi è una risposta simbolica a tante cose, innanzitutto a chi strumentalizza il razzismo che con Balotelli non può c’entrare niente, perché il razzismo è una cosa seria e Balotelli no, e poi perché è come i genii: gli riescono naturali, come il sole d’Africa, le cose che aicittadini” del pallone appaio no impossibili, come prendere la palla e bersene quattro alla faccia di tutti in un bar che sembra chiuso, e poi incespicare sulle cose facili, e così un gol a porta vuota diventa palo, e un golè soltanto un tiro ubriaco col destro sul sinistro. Gervinho sembra quello che per Baudelaire era un poeta, un Albatros, un principe delle nuvole e del volo ma che sulla terra con le sue ali da gigante non riesce a camminareE’ un altro linguaggio il suo. Il nostro. Dal loro. Le differenze tra Roma e Juventus non sono 5 punti, ma mille e mille e mille, senza possibilità mai di incontrarci nemmeno all’infinito. In fondo fa bene Conte Antonio a starsene zitto, altrimenti diventerebbe dangerus e chissà verso quale epilogolo ci condurrebbero le sue parole. Magari fuori da un gironcino di Champions. Almeno Ai fink so. Noi e loro. Roma e Juventus è uno scontro fra pronomi che ricomincia alla prima dell’anno come a dire: non smetterà mai. Noi e loro: inconiugabili. Noi, loro e gli altri. The Others. Gli scomparsi. Con quelli c’è un alfabeto di punti di differenza: 21. Ventuno modi per dirti sempre la stessa cosa, soprattutto se ti segna uno che si chiama Romulo: “ll mio nome è il simbolo della tua eterna sconfitta”. Gli “altri” sono rimasti al 26 maggio 2013. Tra poco sarà un altro anno e non se ne sono accorti. Diteglielo. Aho è Capodanno, non se festeggia al 71’ eh. Benatiale a tutti! La vita continua e la Roma è vita. Tra poco sarà un altro anno e l’anno che verrà sarà il nostro giorno dopo. Quello iniziato e non finito ieri, con l’ultimo gol fatto da uno nato il 27 maggio, Gervinho, e col cambio più romantico possibile che Garcia (l’uomo che sorride coi ragazzini) si poteva inventare: un bambino al posto della Storia. Il nostro giorno dopo è gonfio di futuro, il nostro giorno dopo è una partita per lo scudetto e ha il volto biondo della sfida di un ragazzino del ’94 che si chiama Federico Ricci e che – non può essere un caso – anche lui nato un 27 maggio. Ha le iniziali del destino: Forza Roma.

Il mare di Roma a Milano

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Avete mai visto il mare a Milano? De Rossi sì, per la prima cosa vinta con la sua Roma sì. Era un segreto che aveva dentro da troppo tempo. Quando il bambino era bambino… “E uno dei miei sogni che si e realizzato. E il primo trofeo con la Roma, prima non avevo vinto niente, neanche quando giocavo coi ragazzini. Nel settore giovanile la nostra era l’unica squadra che perdeva sempre, quella degli ’83, anche se poi molti di noi sono diventati calciatori affermati. Ci ho sempre creduto e abbiamo vinto una Coppa Italia che non e poco: ricordiamoci da dove eravamo partiti e come ci eravamo salvati due anni fa. Adesso spero che restino tutti, poi si puo migliorare sul distacco dall’Inter, non credo su Manchester: quella e una partita unica e non credo, anche se ho paura a dirlo, che perderemo più per 7-1. Quella gara vale, in esperienza, come cinquanta partite di Champions. Questo è un buon inizio… Dopo il gol di Crespo urlavo “calma calma” ai compagni? Uno dice “calma, calma” pero poi non e tanto calmo… Avevo paura. Perdere questa Coppa sarebbe stata una tragedia, noi lo sapevamo che sarebbe stata dura, non lo dicevamo cosi tanto per dire. Sarebbe stato una tragedia: tutta questa gente che è venuta qui per noi, tutte queste aspettative. Per loro non ci sono parole, sono sempre lì. A Milano erano una infinita. Quando si dice quanto è bello giocare per la Roma o cos’è la Roma, si risponde la città, il clima, i compagni, ma sono i tifosi quelli che fanno la differenza. Li avete visti? A Milano erano una marea”.

Una volta che il desiderio è realizzato si può anche confessare il segreto: a Milano c’era la marea. A quel punto il ragazzino di Ostia non si può più nascondere, il mare s’ingrossa. Dopo il 6-2 e un 1-2 che ci dà la Coppa (“Ho visto Perrotta esultare parlando al cellulare con la moglie di un tifoso, ho visto Pizarro fare il golpe giusto in Cile, ho rivisto Bruno Conti in ginocchio sotto la curva…”), la partita più lunga della storia del calcio deve continuare. Dopo Inter-Roma al Meazza c’è Inter-Roma al Meazza. Dopo la Coppa c’è la Supercoppa. Dal 17 maggio al 19 agosto 2007 non passa un giorno: i tifosi della Roma sono sempre lì, una marea, De Rossi pure. Ma il segreto è scoperto, si va in mare aperto quando il capitano ti lascia il compito di attraccare la Lombardia. E’ il 33’ del secondo tempo, la Roma ha dominato la partita e adesso ha la possibilita di vincerla. E’ il 33’ del secondo tempo, qualche secondo prima Francesco Totti è stato steso dentro l’area da Nicolas Cage Burdisso. E’ il 33’ del secondo tempo, rigore. Va Totti. No. Per la prima volta da quando l’uomo inventò il cavallo, Totti non tira un rigore stando in campo. No, nessuno sciopero generale, nessun biennio rosso, niente di tutto questo: Francesco spiegherà che non stava bene. Certo nemmeno De Rossi era una rosa. Era tutto fasciato. E’ andato. Anzi sta ancora andando.

E’ il 33’ del secondo tempo, De Rossi va. Altro che Berlino! vuoi mettere una Supercoppa di Lega con la Roma con un Mondiale? Non c’è un tifoso della Roma che non farebbe il cambio, ci caricherebbe sopra pure l’Europeo del ’68. De Rossi è un tifoso della Roma e va verso i suoi tifosi. Allo specchio. Il rigore si tira di fronte ai diecimila ultrà romanisti: lo sono anche se in quel momento non c’è uno di loro che non guardi il campo. Ci sono momenti che vanno oltre. Sono i momenti ultrà, appunto, e poi De Rossi è uno di loro. De Rossi continua a guardare la curva. Ce l’ha davanti, ce l’ha negli occhi, non può non farlo. Ce l’ha nel cuore, non può non farlo. E’ una scena che Daniele ha vissuto tante volte: lui di fronte al mare, di notte. E’ il momento che lo fa grande: tutti i più grandi calciatori della storia del calcio lo hanno vissuto.

I calciatori sono marinai: hanno le gambe arcuate perché per piantarle bene al suolo sulle navi allargano le gambe e così fanno forza. George Best è cresciuto con l’irrequietezza del mare di Belfast, quelle onde nere e forti che sbattono come le pinte nei pub per la libertà: apposta la cercava. Eusebio ha l’eleganza di chi è nato a Maputo, con la schiuma bianca negli occhi, il tocco vellutato dell’oceano che coccola l’Africa all’oriente del mondo. Cristiano Ronaldo è nato a Funchal, nell’ultima isola del Portogallo, Figo sulla spiaggia opposta a Lisbona, agli estremi, ed è per questo che giocano larghi, sulle fasce. Ali.

Perché soprattutto chi nasce in riva al mare sa volare: prima degli altri sa che oltre non si può più camminare. De Rossi di fronte ha diecimila cieli. Cruyff è stato il primo giocatore universale, in grado di far tutto, perché il mare ad Amsterdam non è abbandonato dalla città, ma fa parte degli scambi, del lavoro, della terra. Zidane ballava con il pallone la danza mai vista in Europa dei maghrebini, dei popoli una volta colonizzati ma ancora non realmente liberi, di chi ha lo sguardo malandrino e poetico di Diabolik perché è cresciuto con il peso di tutti i sapori forti che soltanto Marsiglia sa mischiare e tenere insieme sotto una suola delle scarpe. Romario, Zico e Ronaldo sono nati a Rio: hanno visto la risata dell’oceano, la sua faccia grassa, la sua carnevalata, ecco perché hanno vissuto di dribbling o di traiettorie impossibili: il loro calcio era una festa di Copacabana. Maradona e Pelé sono più grandi del posto dove sono nati: sono l’Argentina e il Brasile, due popoli che da sempre giocano il derby degli oceani. Il mare è un destino. A De Rossi ha dato un appuntamento al 33’ del secondo tempo del 19 agosto, un rigore che vale una Coppa, a Milano, con Totti in campo. Daniele De Rossi va. E’ un momento che non ha vissuto mai. Non fa nemmeno in tempo a prendersi la valeriana come a Berlino, non si ricorda nemmeno che s’era mangiato quel pomeriggio anche se il 19 agosto è proprio il compleanno di Nanni Moretti (le merendine di quand’era bambino), ma al 33’ del secondo tempo tutto questo non conta piu. Va.

A qualcuno può far venire in mente Charles Baudelaire: Uomo libero, amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nel volgersi infinito dell’onda che rotola…Nello scomporsi forsennato entusiasta di ventimila braccia che si dimenano contro le leghe lombarde sotto i mari. Frana, la curva frana. L’onda rotola su se stessa. Corpi portati via dalla corrente di non si sa quanti abbracci. E’ una Guernica della felicità la curva della Roma a San Siro, e De Rossi sta là sotto, con questo rigore ha già fatto per l’umanità molto più di Picasso. Il primo ad abbracciarlo è Aquilani, poi arriva Totti e capita la scena più bella e divertente di questa storia. Daniele e Francesco si abbracciano come stanno facendo i tifosi dietro di loro, poi De Rossi guarda Totti per dirgli chiaro chiaro, netto, cosa ne pensa del più grande dono mai fatto da un compagno a un altro, un assist persino superiore alla sostituzione dell’Olympiastadion: “Tacci tua!”. De core. Trilussa, Belli, la Magnani, Sordi, Boccaccio, Shakespeare… non avrebbero saputo riassumere meglio in una battuta, in due parole due (tacci tua) la romanità. Lontana è Milano dalla mia terra.

Non avevo mai tirato un rigore con la Roma, devo tornare a un Roma-Triestina di Coppa Italia di almeno cinque anni fa, lì non era molto importante per il resto del mondo ma per me era come un Mondiale. Quando vai lì lo stato d’animo è lo stesso. Quando sono andato sul dischetto ho provato le stesse sensazioni di quella notte a Berlino. E’ stata una bella vittoria, credo meritata. Abbiamo dimostrato di essere una grande squadra e un grande gruppo. E’ un segnale che conta per la stagione che comincia. Un trionfo, lo stadio colorato di giallorosso, la palla che rotola in rete, il trofeo al cielo. E poi la Coppa Italia vinta poco più di un mese prima. Fotogrammi indimenticabili.

Fotogrammi che vanno dritti nella mostra della storia dei tifosi della Roma (non è un modo di dire, ma quella di Testaccio) scatti che ne seguono altri. Quell’estate la Roma ha festeggiato i suoi 80 anni e De Rossi all’Olimpico ha giocato una partita con Giacomo Losi, Carlo Ancelotti, Toninho Cerezo, Sebino Nela, Paulo Roberto Falcao… i suoi contemporanei. E li i tiri da lontano erano passaggi vicini, mentre Tosca cantava quella splendida canzone che “come un vecchio ritornello nessuno canta più”: Al di là dei miei ex compagni, giocare al fianco di Falcao, Cerezo, Giannini e Prohaska sarà una cosa divertente e piacevole. Come si dice a Roma, a questi campioni gli posso solo portare l’acqua con le orecchie. Agostino Di Bartolomei è il grande assente. Lui è la storia della Roma, come Dino Viola. Il mio domani l’ho già progettato e lo vedo solo a Roma. A Roma si può essere grandi anche senza vincere. Se poi raggiungi qualche traguardo, entri nella storia e non esistono paragoni.

In quella che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione. Per festeggiare la Coppa Italia, nell’ultima di campionato col Messina i giocatori della Roma avevano fatto entrare in campo i loro bambini… “Ed entrare in campo con mia figlia Gaia non ha prezzo: nemmeno i Mondiali o la Coppa Italia con la Roma valgono tanto”.

Quando il bambino era bambino entrò in campo mano nella mano col padre. E’ ancora la stessa storia, la Storia: La storia siamo noi padri e figli… La storia siamo noi queste onde del mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare…

(Da “Il Mare di Roma”)

Avete rotto il calcio

È bello pensare che Rudi Garcia si sia tolto l’auricolare in diretta Sky non per un problema tecnico, ma come unica risposta possibile alle domande di Marchegiani, Mauro e compagnia parlando (perché quello fanno: parlano). È ancora più bello vedere le loro facce sorprese e imbarazzate, tra lo stizzito e il piccato, quando Rudi Garcia ha fatto semplicemente presente che il rigore per la bella parata di Canini su Maicon non è«presunto» ma netto «perché l’hanno visto tutti». L’hanno visto tutti tranne quelli che hanno le televisioni, tranne quelli che commentano le immagini e le spiegano, tutti tranne chi fa opinione. È stato un attimo di imbarazzo, n momento di gelo nello studio dell’Itaglia televisiva (cioè dell’Itaglia tout court) perché loro avevano appena detto col sorrisetto: «se lo davano avremmo parlato di rigore generoso» e quell’altro che «no, non c’era», e invece arriva un omone elegante fresco e non itagliano che semplicemente dice la verità e li cortocircuita. Ma come? E il fair play? Ma come? e Sannino? e quelle boiate che piacciono tanto al potere tipo «dobbiamo pensare solo a noi stessi», «se la Roma avesse giocato come nell’ultima mezz’ora avrebbe sicuramente vinto»? Quelle cose Garcia le aveva già dette, soltanto che ne ha aggiunta un’altra sacrosanta facendo capire che una cosa non esclude l’altra, salutando il discorso e le loro facce da Damato con un purissimo «è un po’ troppo». È un po’ troppo troppo. È un po’ troppo tutto.

Le designazioni e gli errori in buona fede contro il Torino, il Sassuolo e ieri con l’Atalanta (ovvio sono in buonissima fede magari come quella mai rinnegata dell’interista Damato), quegli altri sempre in buonissima fede a favore della Juventus contro il Torino,il Chievo, il Genoa, il Napoli… È un po’ troppo tutto, è un po’ troppo pure che tutta questa storia venga premiata dal gol al 91’ di Llorente, come a volerti dire che tanto non cambierà mai niente, tanto sarà sempre come deve andare, che vincerà il potente e voi potete al massimo fare i Don Chischotte per una stagione, non di più, non più su. E quelle facce da trucco televisivo, quelle facce truccate come le partite nel’80, nell’86, nel 2006, nel 2008 eccetera, le ritroverai sempre con l’impunità negli occhi, stranite o stralunate quando qualcuno soltanto accennerà ai propri diritti. È l’Itaglia signori, ed è uno schifo. E forse esserne campioni è un premio che merita chi se lo confeziona. Ma chi non lotta è complice. Chi s’arrende non è romanista. È l’Itaglia che porta dodicimila ragazzini allo stadio per farsi vedere pulita, col solito gesto melenso e buonista da pseudo pedagogia risorgimentale da libretto cuore che non significa niente: a cosa porta? Che vuol dire? Cosa insegna? Forse che anche i ragazzini strillano «merda»quando rinvia il portiere (nel caso specifico era Brkic, quindi occhio che potrebbe scattare la discriminazione razziale più che territoriale). Fine. Poi ci stanno tre minuti di recupero che sono la cosa più scandalosa forse. Tre minuti solo tre minuti giusto per dire una cosa: ai bambini insegnate (insegniamo) il rispetto delle regole e a credere in un mondo dove possa vincere chi se lo merita, non alle vittorie di cartone. Non li prendete per il culo i bambini. Nemmeno una tantum. Da tempo avete rotto il calcio.

23 - Dicembre 2013 - Atalanta+BC+v+Roma

Mozione approvata: Campo Testaccio rinascerà

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A un certo punto – forse è stato il più alto – è stata citata la ciriola con la mortadella da un consigliere che c’aveva una cravatta sputata Anni 80 della Roma, mentre il suo collega dell’opposizione aveva appena chiuso l’intervento indossando la sciarpa del “Commando Ultrà del 1982” (parole sue). Poco prima un altro consigliere aveva raccontato il suo stupore quando da ragazzino scoprì che Manfredini era straniero e non italiano, una consigliera che il figlio col Testaccio ci giocava e un laziale (beh, almeno uno ce n’è – quasi – sempre) la buttava in caciara sperando nell’intervento – con gol – di Piola. È successo. È successo veramente ieri mattina, fra le 9 e 31 e le 11 e 25 a via della Greca 5, dove il Consiglio del Primo Municipio ha approvato una mozione per il ripristino e la valorizzazione di Campo Testaccio.

È il primo atto politico, il primo atto istituzionale che – la mozione dice questo – riporterà in vita un Campo che è una Culla (più che buca ancora oggi è meglio chiamarla così) di Roma, della romanità, dei romani, dei romanisti, di chi ha cuore questa città e la sua storia, persino i suoi odori, magari quelli della ciriola con la mortadella. È questo il punto, e, sì, è stato il più alto. Reset, non vale, stavolta la politica ha fatto la cosa giusta. Ha detto persino le parole giuste. Queste: «Campo Testaccio è un pezzo di cuore di questa città non solo per la storia della squadra di calcio della Roma, non solo perché racconta la storia di un’associazione sportiva, ma perché è parte di una storia più grande, la storia di popolo. E per una volta noi parliamo di storia di un popolo, e non della storia dei potenti, non la storia fatta da notabili. Parliamo di una storia di popolo, parliamo di una storia di ciriole con la mortadella, una storia di tifosi, parliamo della storia della gente di questa città. Oggi noi con questo atto decidiamo di stare da una parte, dalla parte della storia. Che è quella stessa parte che riempie gli stadi, è quella parte che subisce il pregiudizio di quell’altra parte della storia, quella dei potenti, quella storia che si è sempre saputa determinare attraverso i suoi rapporti di potere. Invece noi scegliamo la parte di popolo, quella che va allo stadio e subisce le vessazioni di certe campagna di stampa, di certi pregiudizi, di quella parte che viene giudicata da tanti benpensanti per cui oggi se un ragazzo vuole andare allo stadio la prima preoccupazione dei genitori è il pericolo della sua incolumità. Questo è un problema culturale grave, è una battaglia che noi dobbiamo fare e che la buona politica fa quando decide da che parte stare. Quando decide di stare da quella parte della storia, dalla parte del più debole, dalla parte che subisce sempre questo tipo di pregiudizi. Quello che noi dobbiamo fare oggi è dare un segnale, prendiamo una scelta di parte, noi ci mettiamo da quella parte della storia, noi ci mettiamo dalla parte della nostra città, dalla parte dei romani». Metteteci un minuto di silenzio o d’applausi ma è successo. Sono parole talmente belle che devono restare anonime e non perché altrimenti uno rischia di farla passare per marchetta, perché questa è roba bipartizan (18 voti favorevoli, 2 contrari, un astenuto). E’ successo che ieri la politica s’è messa dalla parte della gente, e persino degli ultrà (siamo a scandali a livelli pasoliniani) perché se ieri il Municipio di Roma Centro ha approvato a maggioranza la mozione di “valorizzazione di Campo Testaccio” è perché una domenica di metà novembre, mattina presto, duecento ultrà della Roma (sì, sì ultrà, proprio loro) sono andati con rastrelli, pale e scope a ripulire un Campo di Gloria ridotto a discarica. Con loro c’era persino Giorgio Rossi, un altro “facinoroso” 83 enne (è una battuta, sia chiaro, qui – in tempi di discriminazione territoriale – c’è il rischio che qualcuno non capisca: Giorgio Rossi è uno dei volti più belli della storia della Roma, ne è stato il massaggiatore e l’anima per 53 anni). Hanno detto (quasi) tutti le parole giuste (Giuntella, Servilio, Tozzi, Manca, Lilli, Secchi, Marchi e – fuori dal Consiglio- Cento e Cochi) e hanno fatto una cosa che è solo l’inizio. Questo è un atto istituzionale e politico che ha anche un peso simbolico essendo il primo atto dopo quella giornata a Testaccio.

Ora la mozione va in Comune, perché il Comune ne ha la competenza. E il Comune ha già anticipato, attraverso il suo Assessorato allo Sport, le proprie intenzioni, che sono quelle sante di far «rivivere Campo Testaccio con o senza parcheggi». Meglio senza. E qui entriamo in una storia (bassa) che parte dal 2007, una storia non di popolo, non di pasta, ma di pastoie burocratiche e amministrative, di carte, di errori. Campo Testaccio di proprietà del Comune è stato dato in concessione a un Consorzio nel 2007 secondo il Pup (Piano Urbano Parcheggi). Dopo anni di niente, e anche dopo l’intervento della Sovrintendenza, il ritrovamento dei”soliti” scavi, vari eventuali che vi immaginate (nulla osta che non arrivano, tubature che perdono, interessi che cambiano corso…), il Comune ha deciso di revocare la concessione: contro questa decisione da parte del Consorzio è stato fatto ricorso al Tar che ancora si deve pronunciare. I tifosi devono sapere che nel piano che prevedeva la costruzione dei parcheggi sotterranei si prevedeva già la costruzione in superficie di un campo di calcio e di due da calcetto; i tifosi devono sapere che probabilmente – a questo punto – quando Campo Testaccio sarà, sarà comunque senza parcheggi, un po’perché la politica ha capito che – insomma – sotto al Colosseo non si parcheggia, un po’ per interessi venuti meno. Nella mozione è accennato esplicitamente alla possibilità di un museo, un consigliere ha parlato della possibilità di farci giocare le giovanili della Roma, quello che conta che tutti, soprattutto l’Assessorato allo Sport, sono d’accordo che Campo Testaccio rinascerà come polo sportivo. Per quello che è. Come Campo Testaccio. Come storia. Un odore di ciriola e mortadella.

Quello che uno ha dentro

Non gliela dobbiamo dare vinta. Non a loro, alla Juventus, alle televisioni, ai titolisti del giorno prima, a chi ha celebrato dall’altro ieri la Juventus capolista, ai gufi fratelli d’Itaglia, non a Celi che s’inventa la regola dello svantaggio, non a Banti di Torino, a Giacomelli di Sassuolo, a Sonnino che si complimenta con chi gliel’ha appena rubata, a chi si inventa i fotomontaggi, a chi “zumma” su Garcia espulso perché ha saltato (!?), agli stadi che un giorno sono pronti e benedetti e poi invece non si possono più fare, ai cinesi in coma, a Daniele Conti che esulta per un pareggio, ai Cerci che ancora stanno a strilla’ per quel gol da centro-bassa classifica, a quel portiere con la faccia da scrittore triste che fa la parata del millennio su Maicon e alle tradizioni dei secondi portieri che con noi fanno meglio dei primi (Ciucci-Negretti), alle neo televisioni che licenziano giornalisti per farci lavorare quelli ammaestrati da un certo potere, alle Lega Nord e alla Lega di Serie A che sono la stessa cosa, alla saggezza che ti induce a pensare che siamo 5 punti sopra al Napoli (e 7 sopra l’Inter, 9 sulla Fiorentina, infiniti su “quelli” che prima o poi in serie B ci tornano) dimenticando però così la realtà, cioè che siamo a un punto (1) dal primo posto. Dal sogno.

Non gliela dobbiamo dare vinta perché non l’abbiamo persa, e non ne abbiamo ancora persa nemmeno una, manco mezza, proprio niente. Non gliela dobbiamo dare vinta al popolo degli ascari e dei Costacurta: «Quando De Sanctis ha parato su Ibarbo già gridavamo al gol», hanno detto all’Itaglia in diretta tivvù. Almeno hanno fatto outing. Però poi stasera basta scrive’ perché il tifoso della Roma ’ste cose già le sa e le sente dentro, e chi è tifoso della Roma ’sta cosa dentro non la fa’ sta zitta, non la lascia mori’. E non la deve fa mori’ nessuno.

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Totti: «Applausi alla Curva Sud»

Francesco Totti, due punti, aperte le virgolette: «Applaudo i tifosi della Curva Sud… Mi sono commosso a vedere Giorgio Rossi… Le passioni di quel Campo devono continuare a vivere». Punto. A capo ci vanno i commenti che sono facili: queste sono parole di un capitano della Roma. Perché la Roma ha avuto tanti capitani ma tutti grandi, veri, romanisti, romani: Ferraris IV, Bernardini, Amadei, Guarnacci, Di Bartolomei, Giannini, Totti… Tutti figli della stessa storia, tutti figli di Testaccio. Totti a Testaccio ci ha festeggiato (come trequarti di Roma) il terzo scudetto, Totti a Testaccio durante la Mostra per gli 80 anni della Roma vide una foto degli spalti di un derby al Flaminio la indicò e disse a un amico: «Lo vedi quel puntino ero io». Stava a tifare la Roma quand’era ragazzino contro la lazio.

Com’è giusto che sia, come storia, come tradizione, come un testaccino. Lo scandalo di Totti, lo scandalo che nessuno ha ancora colto appieno, è che Totti è tifoso della Roma ancora di più di quanto è forte (e d’altronde così forte, così sempre forte per vent’anni, tu non ci puoi essere se a quella “cosa” non dai tutto). Allora Totti ieri- mentre a Craven Cottage c’era uno striscione che si chiedeva dove fosse – ha rimesso i puntini sulla storia, esattamente due punti, aperte le virgolette: «Volevo applaudire i tifosi della Roma per l’iniziativa di Campo Testaccio, un gesto romanista, molto romanista per salvare la storia e le tradizioni e le passioni che sono state vissute da quel campo e che spero continueranno a vivere perché Roma e la Roma sono e saranno sempre realtà storiche e sportive uniche nel mondo. Mi sono commosso a vedere Giorgio sul campo… Lui e i tifosi della Curva Sud hanno dato l’esempio. Poi Giorgio, e lui lo sa, per me è sempre l’unico inimitabile Giorgio. Un pezzo di Roma, come Campo Testaccio». Punto. Come è lui. Totti e Testaccio c’hanno pure la stessa iniziale. Totti è un po’ come quel campo chemai nessuno ce passerà“. Non è mai passato Totti. Non s’è mai venduto apposta è stato invendibile, potrebbe giocare altri mille anni e magari lo farà. E no, in uno stadio Ethiad qualsiasi. Un giorno come domenica appoggiata alla rete ci sarà una bandiera di un Capitano della Roma che guarda il campo, mentre i suo itifosi lo ripuliscono, seminano futuro, e un massaggiatore, un uomo cogli anni giusti per definirlo semplicemente il più grande, che si commuove a pensare a quello che sta accadendo. E’ un futuro già accaduto domenica, è questa fantastica storia della Roma. Che Totti parli diTestaccio non è scontato, soprattutto in questi tempi dove qualsiasi retorica e qualsiasi “politically correct” hanno preso il sopravvento sui sentimenti. Se lo fa è perchéTotti, e questo molti lo devono ancora capire, c’ha tanta Roma dentro e in passato ha sofferto quando con quel pezzo diCurva non riusciva a dirsi le parole giustePoi un po’ tutti hanno capito che contano i fatti, i gesti, gliocchi: «Io applaudo la CurvaSud. Loro e Giorgio Rossi hanno dato l’esempio». Chiuse le virgolette, punto.

Essere tifosi della Roma

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Uno a uno, embé? Uno a uno contiamo chi ci crede e chi no. Uno a uno si accomodino signori tutti quelli che non lo fanno, tutti quelli che oggi è finito tutto e che magari due settimane fa parlavano di Circo Massimo a Fiumicino, quelli che “tanto non è pe’ noi”, quelli che “Garcia mica è Conte”, “è sbajata a preparazione”, “so’ sbajati i cambi” , “a rosa fa schifo”, quelli che “io o sapevo che…” (che sapevi che?), quelli che “so solo mijardari se so già rilassati”, quelli che “è colpa de a americani””, quelli che fino all’anno scorso “De Rossi non gioca da tre anni” poi quest’anno “De Rossi è il vero capitano” e oggi “però ndo’ annamo senza Totti?”: ’ndannate? Uno a uno accomodatevi, prego.

Uno a uno, fuori i secondi perché qui si vuole arrivare primi. Si vuole ciò che si ha. Quello che non ho continua a essere quel che non mi manca. Uno a uno, fuori i piagnoni, i depressi pe’ moda o i tristi pe’ finta, fuori chi parla solo a cappella non solo nel senso che si unisce al coro, fuori chi non ha pensiero né palle, fuori chi non sa cosa sia tifare la Roma, fuori chi non sa soffrire, fuori chi non sa giudicare perché l’unica risposta a questa presa per il culo che il destino t’ha fatto ieri (fuori pure quelli che parlano di destino, fuori pure io se è necessario) è riempire lo stadio Olimpico quando sarà lunedì sera col Cagliari. Tipo ottantamila. Una volta ne saremmo stati capaci. Una volta quando la Roma stava per inciampare accorrevamo subito tutti là in ginocchio col mantello a tenderle la mano. Era un dovere, un piacere, un onore. La Roma è l’amore del tifoso della Roma. Perché la Roma se lo meritava sempre e questa Roma se lo merita. Non è vero che non ha fatto niente finora, la Roma non ha ancora vinto niente ma per questo c’è tempo, ma proprio per questo non bisogna mollare niente. E bisogna vincere. Bisogna volerlo. Bisogna lottare. Bisogna osare. Bisogna credere. Bisogna continuare. Bisogna capire. Bisogna tifare.

Non è vero che la Roma non ha fatto niente, la Roma una risposta l’ha data ai tifosi e a se stessa, ha vinto 10 partite di fila, ha fatto storia, ha vinto 10 partite e le altre due le ha pareggiate e non le ha perse, e due, soprattutto quella di ieri, meritava di vincerle. La Roma ha risposto. La Roma è prima. La Roma è prima da sola. La Roma che mai sola mai. Basta usare ’sto 26 maggio perché sennò diventa retorica, sennò diventa irrispettoso per chi ci è veramente stato male quel giorno (senza comunque che mai la lazio o qualsiasi espressione della lazialità possa mai nemmeno lontanamente risultare incisiva non solo sulla storia – è impossibile – ma sull’umore di un romanista per più di mezza giornata). Chi è della Roma il 27 maggio vedeva quello che continua a vedere adesso: la Roma. Prima. Bella. Nostra. Bionda. Mora. Orgogliosa. Sfortunata. Perfetta. Invincibile. Penalizzata. Pronta. Ferita. Incazzata. Romanista. Piangersi addosso non serve a niente, se veramente c’è da completare un riscatto, facciamolo: mancano 26 partite, sembra fatto apposta. Chi ci tiene al 26 maggio ci metta adesso tutto di più, molto di più di prima. Basta co ’sta retorica triste del “mai na gioia”: ve la immaginate la Roma degli Anni 80 sostenere una cosa del genere? Ve lo immaginate Falcao, che scende le scalette dell’aereo a Fiumicino, dire “mai ’na gioia” invece di “vinciamo lo scudetto in tre anni” in una città che non lo vinceva da 40? Secondo voi perché l’abbiamo vinto quello scudetto? Ve li immaginate Batistuta, Capello e Totti nel 2001 dichiarare “mai na gioia per noi?”. E che dovrebbe dì Paolo Negro? Che dovrebbero dire tutti i tifosi della squadra che si fa l’autogol sotto la Nord contro la Roma (lazio o Sassuolo che sia)? E non è retorica questa.

La Roma ha giocato meglio ieri che col Torino, che col Chievo, che con l’Udinese (almeno per 75’) persino col Napoli (che pareggia in casa 1-1 col Sassuolo). La Roma ha giocato senza 4 attaccanti, Totti, Gervinho, Destro poi Borriello, tre di questi sicuri titolari e uno, incidentalmente, il più forte giocatore d’Europa. Come atteggiamento, c’è più futuro in Ljajic e nei suoi gol sbagliati ieri che in Osvaldo che fa tripletta al Siena e fa vedere le orecchie ai tifosi che poi manderà candidamente affanculo a Riscone. Si potrebbe continuare, tirare fuori tanti motivi uno a uno. Uno a uno. Ma ne basta uno. Un punto. Quello che ci fa primi oggi e sempre: essere tifosi della Roma. Forza Roma.

“Zero alibi”

Gli arbitri ce l’hanno rubata a Torino?
Trentuno punti sul campo.

Che vuol dire?
Che è legittimo da parte della società manifestare il proprio disappunto nelle sedi competenti, che è legittimo da parte della tifoseria alzare la voce, ma poi stop, basta, punto, zero alibi, perché per quello che riguarda la squadra ’sta cosa non esiste.

Che esiste?
La Roma. Esiste quello che possiamo fare, quello che può fare la Roma, quello che dipende da noi. Nello spogliatoio non deve mai entrare il virus che gli arbitri possano influire sul risultato. Mai. E se avviene, allora devi pensare che può anche accadere il contrario. Io devo pensare a Floro Flores, a Zaza, quello – l’arbitro – è un fattore che non dipende da me. Perché se pensi all’arbitro durante la partita, tra adrenalina e tifosi, sei condizionato e magari lo mandi affanculo o fai un fallo che non devi fare.

A fine partita, a Torino, nello spogliatoio tra di voi non avete parlato dell’arbitro?
Tutti i discorsi sono stati messi a posto. Se qualcuno lo ha fatto dopo un secondo ha capito che non lo doveva fare. C’è la società, io mi fido, so che se deve fare qualcosa lo fa. Ma la squadra deve pensare che ci sono 27 partite da giocare. Punto. Detto questo, contro la Roma da altre parti nessuno può e deve parlare degli arbitri. Nessuno. L’ho detto perché qualcuno giustificando i vantaggi che aveva ottenuto in alcune partite qualche giorno prima aveva chiamato in causa la Roma. Qualcuno ha detto: “Io non parlo degli arbitri oggi perché non ne ho parlato nemmeno contro la Roma” alludendo a qualche favore per noi. No, tu non devi parlare degli arbitri perché alla Roma non è stato fatto nessun favore, alla Roma non è stato dato nessun vantaggio. Ecco che voglio dire con 31 sul campo. Punto.

Ecco che vuole dire Morgan De Sanctis. Punto e basta. Anche se non è mai abbastanza tutto quello che c’ha dentro ’sto portiere che è un portento. La rima baciata gliela dovrebbe Dante dopo che te lo saresti baciato in fronte quando è venuto a ballare l’haka impazzita della felicità sotto la vetrata a Udine. Spirito ultrà. Occhi sgranati sul presente, sempre pronto all’uscita, a parare le cattiverie su questa squadra che spiega lui quando è nata («Semplice: all’Open day»). Open, apposta lui chiude tutto. Probabilmente indossa i guanti anche di notte. Ha la perentorietà che gli arriva dal lavoro e dall’Abruzzo («se sono così è perché sono abruzzese: conta tanto per il mio carattere, anche Tancredi era abruzzese ma di Giulianova, io sono di montagna»). Tancredi era portiere di quale Roma…? Sssst, ma non per essere scaramantici, piuttosto perché è tutto troppo chiaro ai giocatori della Roma quest’anno e a giocatori come Morgan De Sanctis. Le sue parole sono sassi di Guardiagrele, il paese di pietra dov’è nato e dov’è cresciuto così: a Guardia della Roma, a guardia di una fede. Piccola grande vedetta romanista: «E’ finita una fase e adesso col Sassuolo ne inizia un’altra, vedrete». Vediamo, occhi aperti come i suoi su quel volto da Shining, professionista del Fight Club della vita, e barba rossa. “Caro il mio Barba Rossa studente in Filosofia” cantava un altro grande (grandissimo) abruzzese come Ivan Graziani. E non è solo un raccordo da cretini, è proprio così.

Studiavo filosofia. Mi sono iscritto all’università dopo il liceo scientifico grazie a un professore che mi aveva fatto avvicinare alla materia. Ho fatto due esami, poi il militare, poi il matrimonio e l’amore, poi ho lasciato perdere, ma magari un giorno ritorno a studiarla.

Filoso e pirata, perché Pirata?
Le avventure del Pirata Morgan, mi è stato dato a Napoli da Raffaele Auriemma. E Morgan per lo stesso motivo, a mio padre è piaciuto quel libro. Il soprannome mi va bene, ma da ragazzino mi chiamavano Super Fly, che mi piace molto e forse lo preferisco.

Come preferisci come numero di maglia, il 26 è per via del tuo compleanno, il 26 marzo?
No è perché sono arrivato a fine luglio e mi sono preso quello che era rimasto. Il fatto che io sia nato il 26 marzo è una coincidenza.

Anche Attilio Ferraris, il primo capitano della Roma è nato il 26 marzo.
Bello non lo sapevo.

Il suo motto era: “chi si estranea dalla lotta è un gran fijo de na mignotta”.
Ci sta. Lo dicevamo prima delle partite con Giorgio Rumignani, in serie B.

Anche questa è filosofia.
La filosofia ho smessa di studiarla, ma non di applicarla. Forse è semplicemente il mio modo di pensare, è una predisposizione quella che ho di capire perché uno fa e dice certe cose.

E i filosofi guidano i cambiamenti.
Io anche da giovane sono stato un profilo da leader, un punto di riferimento, con gli anni, con l’esperienza, questa posizione all’interno dello spogliatoio è cresciuta. Ma più che la filosofia è il fatto di essere sensibile agli altri e alle cose del mondo. Questo ti aiuta quando si tratta di spenderti per gli altri.

Qual è la filosofia di questa Roma?
Rudi Garcia.

Abbiamo rimesso la Chiesa al centro del Villaggio e una squadra al centro dello spogliatoio?
Mi ha impressionato quando è arrivato. Si poteva conoscere perché vai a vedere che ha vinto in Francia in una squadra come il Lille e ok lo sanno tutti, e l’idea te la fai che è bravo, ma quando l’ho conosciuto si è aperto un mondo. In due mesi ha parlato l’italiano e questo significa tanto. Non è solo la forma, ma i suoi contenuti, la chiarezza di quello che dice con chiunque. Io sapevo che ero arrivato in una squadra forte, malgardo i risultati degli ultimi due anni, io sapevo che ero arrivato in una grande Roma e se sono venuto è anche per questo perché sono pragmatico oltre che filosofo, ma quando ho conosciuto Garcia allora lì ho capito che potevamo essere grandi.

Perché che c’ha? Com’è?
È chiaro. La chiarezza con gli altri e con noi, fuori e dentro il campo. Lui ha una cultura generale importante che gli permette di mantenere a tutti i livelli con chiunque un linguaggio chiaro ed efficace. Di tenere testa, di guidare le cose. Ha fatto vedere a questa Roma qualcosa che questa Roma aveva bisogno di vedere: la consapevolezza di essere forte.

A Udine ha conosciuto Spalletti, assomiglia a Garcia n qualche cosa?
No. A parte il fatto che è un riferimento per tutti. Anzi c’è una differenza sostanziale.

Quale?
Spalletti usava anche il pugno duro, Garcia, no per il momento viviamo nell’autorità di Garcia senza che lui abbia mai avuto necessità di essere duro.

Allora non è vero che la cena col Chievo e il doppio allenamento sono state scelte del tecnico perché ha visto qualcuno allentare la presa?
No, non è vero. Giovedì abbiamo cenato solo perché giocavamo la domenica, il doppio allenamento oggi (ieri, ndr) c’è stato perché abbiamo avuto il giorno libero in più ieri (martedì, ndr). È strumentale pensare il contrario. Lo dico subito.

Cosa dici nello spogliatoio? Cos’ha di particolare uno spogliatoio che vince di fila le prima 10 gare?
Questo spogliatoio è un merito della società brava a scegliere certi giocatori con certe caratteristiche. Non bisogna sminuire le qualità morali dei ragazzi che ho trovato, forse erano rimaste bloccate, magari non erano riconosciute dall’allenatore e dall’ambiente. E poi il mister ha dato consapevolezza ai vecchi e ai nuovi. Questo gruppo si è assunto le responsabilità. Questo gruppo in tre mesi ha acquisito umiltà e pacatezza, cose mantenute malgrado l’inizio straordinario ed è questo che mi dà ulteriore certezza. E poi la certezza me la dà un’altra cosa.

Cosa?
L’insoddisfazione per il pari a Torino. Mi è piaciuta la reazione dopo il gol subìto e mi è piaciuta l’insoddisfazione che si respirava nello spogliatoi: è quello che mi dà la certezza che la Roma da adesso fino alla fine farà cose ancora più importanti.

All’Open Day De Sanctis disse ai tifosi: “vi faremo rialzare la testa”, dopo 10 vittorie e un pari è finita quella fase e ne è iniziata un’altra in cui la Roma è più consapevole della sua forza?
Sì e inizierà domenica col Sassuolo, e spero che sia più lunga e più soddisfacente pure della prima. Siamo più consapevoli ma sempre umili. Lo possiamo fare.

Liberi anche dall’assillo del record?
No, non c’entra. Mi piace pensare che quello che è successo nelle prime 11 partite possa ripetersi nelle prossime 27. Non sottovaluteremo mai l’avversario è un tranello che non ci possiamo permettere. In questo siamo saggi.

A proposito, ma ’sti saggi esistono?
Ma no, io ho giocato all’estero e in Spagna ci sono i quattro capitani. Qui ci siamo riuniti una volta sola. In quell’occasione c’eravamo io De Rossi, Mire (Pjanic, ndr), Totti, Benatia e Maicon, anche per le lingue, ma il tutto è avvenuto per una cosa che non c’entrava con il calcio. Questo consiglio dei saggi non c’è, se non ricordo male quella riunione è avvenuta dopo Livorno, c’era una questione da risolvere sui biglietti per i calciatori. Questa è l’unica riunione che io possa avvicinare a quello che chiamano “consiglio dei saggi”. È vero che il mister ha alimentato la storia dei saggi, ma ’sto consiglio s’è già sciolto: non ce ne è bisogno.

Borriello non è un “saggio” ma ce n’è così bisogno…
Sì e quando è rimasto siamo stati tutti contenti. Marco si è ritagliato uno spazio importante, voleva andare via per il rischio che non giocasse e nonostante il mercato non abbia portato alla cessione, si è messo a lavorare come nulla fosse. E i compagni lo hanno apprezzato. Il fatto è che lui ha questa immagine mondana, che invece non gli appartiene. Noi lo apprezziamo come uomo.

Di Totti cosa apprezzate? A parte il tutto che è in campo, cosa manca di lui adesso?
Francesco è meno espansivo di Marco, ma è sempre presente. Lo conosco da ragazzino, mi ha sempre impressionato che pur essendo Francesco Totti, cioè una divinità, nello spogliatoio si è sempre messo allo stesso livello degli altri. Ha una predisposizione che ha e che dà. Il suo calcio è fare cose che gli altri non si immaginano. Poi ci può stare che nei prossimi anni possa avere momenti in cui debba saltare partite, lui l’ha capito, i compagni anche prendendosi le loro responsabilità. E anche il club si è organizzato, basti pensare all’acquisto di Ljajic.

È tutto organizzato nella Roma di Garcia e di De Sanctis, eppure vi dicono fortunati.
La fortuna è quella che ti cerchi no? Allora sì siamo fortunati. Se un portiere sviene o ti danno tre rigori, in quel caso sì, è fortuna. A noi non è successo, quindi… Io non ho fatto 20 anni alla Juve, ma so cosa significa essere in testa e diventare antipatico, si crea il gufaggio, ma di che stiamo a parlare, se vuoi vincere devi essere più forte di queste cose.

I tifosi, quanto contano?
Tu hai fatto riferimento all’Open Day, prima di farlo con i compagni si discuteva sull’opportunità, ci chiedevamo. “La società ha fatto bene o no?”. Io pensavo di no, sentendo quello che si diceva. Poi ho fatto questo Open Day e anche quelli che si erano preoccupati, alla fine, si sono accorti che è stata la più grande manifestazione di affetto che potessero fare i tifosi dopo due anni di delusioni. Il tifoso della Roma è grande, rispettabile, magico, fantastico, e mettici tu gli aggettivi perché ci stanno… Il tifoso della Roma per me appena arrivato lo ha dimostrato già lì, nel momento più delicato. Non pensavo di parlare in quell’occasione, ma è successo, mi è venuto. Certo questa striscia non ce l’aspettavamo, ma che sputavamo sangue io lo sapevo. E questo ho detto. Quel giorno è stato importante.

Quale è stato il più importante?
Forse la prima a Livorno, forse il derby, ma Udine è stata strepitosa. Soffrivamo in 11 e poi in 10 abbiamo giocato meglio e vinto…

Questa Roma sembra dover soffrire, partire penalizzata, per volare, stravincere, sognare…
E’ nelle difficoltà che si trovano le motivazioni, ma questo è un discorso – come dire – molto italiano, e mi auguro che questo per noi non valga o non solo questo. Anche perché è difficile che riesci a vincere dopo aver toccato il fondo all’interno della stessa stagione.

I tifosi contano e conta essere tifosi del proprio lavoro. Chi è il giocatore più tifoso che hai conosciuto?
Pinzi stava in Nord il 26 maggio.

De Rossi?
Ovvio, ma io mi riferivo alla mia esperienza personale. La percezione di Daniele ce l’ho ora, in Nazionale non avevo modo di comprendere appieno quanto fosse romanista.

Il 26 maggio… Quel 26 te lo sei caricato sulle spalle?
Ci può stare, ma non ho pensato al 26 maggio quando ho scelto il numero, te l’ho detto. Però che simbolicamente l’ho caricato sulle spalle ci può stare. Non era il mio pensiero, ma scrivi così perché è giusto.

Alleggeriamo il carico: il film della tua vita?
Le ali della libertà. Si tratta sempre di Super Fly…

L’attore.
Edward Norton.

I libri?
Leggo poco.

La canzone.
L’emozione non ha voce.

Senza voce, cosa hai da dire ai tifosi, cosa vuoi dire ai tifosi della Roma?
Chiedo di stare vicini alla squadra. Se hanno dimostrato quel giorno di essere così vicini, così intelligenti, così grandi… Io un po’ ero arrivato prevenuto, con i racconti dei compagni che avevano sentito i malumori della piazza, ma lì sono rimasto sorpreso. E’ stato bello ricredersi, è stato bello. Ora nessuno ha più paura.

Sai che la Roma per molte persone significa tanto, può rendere migliore una vita difficile o più semplicemente più bella la vita.
Lo so. Vivere nel privilegio ti può portare lontano dalla realtà. Ma non è vero che i giocatori sono superficiali. Anzi, si rendono conto e capiscono che non ha senso tutto il benessere che abbiamo. Io sono assolutamente consapevole che significa la Roma per molte persone. Vengo da una città dove la squadra era un elemento di riscatto e di rivalsa. Napoli è perennemente in crisi di identità, in crisi sociale. Roma non si distacca molto dal punto di vista del rapporto squadra-tifosi. C’è amore. Però per un giocatore sentire questo, sentirsi responsabilizzato oltremodo può essere un limite. Non per me. Se in una rosa di 25 giocatori ne hai una decina che sentono e sanno sopportare questo hai un gruppo eccezionale, ma non puoi caricare tutti così, soprattutto i più giovani. Io però ci credo a queste cose.

Alle lacrime di Balzaretti?
Sì.

Vi siete commossi anche voi?
Sì. Come fai a non commuoverti. Ti immagini un disegno che magari non è divino, ma che rappresenta la voglia di riscatto. Dopo le critiche, il palo, la disperazione, il gol… le lacrime di Federico… E queste cose ti aiutano.

Hai idea di cosa significa la Roma?
Anche questo.

17 - Novembre 7,  2013 - Zero Alibi