Un ti amo è senza condizionale

Immagine

Basterebbe che qualche radical chic e qualcuno dell’Osservatorio leggesse un paio di nozioni elementari di linguistica per risolvere in maniera più giusta la questione della discriminazione territoriale e capire che certi messaggi non sono violenti in sé; basterebbe leggere Ferdinand de Saussure e conoscere la differenza fra segno, significante e significato per interpretare correttamente certi messaggi (magari come provocatori, paradossali o addirittura “unificanti” comunque sicuramente non discriminatori); basterebbe capire che un “sì grazie” persino corredato da un sorriso può essere più falso e violento di un “vaffanculo” detto col cuore per amore; basterebbe invece un demente per capire che i cori fatti per esempio domenica a Firenze pro Liverpool con riferimento all’Heysel (ma i benpensanti hanno mai “ben pensato” all’Heysel?) sono infinitamente peggio di certi sfottò “territoriali”, o che anche – seguendo la loro stessa logica – un “romano bastardo” al limite è discriminatorio allo stesso modo; basterebbe conoscere la storia del calcio per farla finita con l’oziosa stronzata che un volta allo stadio non c’era violenza e ci andavano le famiglie quando cariche, invasioni di campo, risse non solo fra tifosi, ma fra calciatori e tifosi (negli Anni 30 mitico il match fra Bernardini e Ferraris con alcuni tifosi del Napoli), dirigenti, squadre e arbitri nascosti nello spogliatoio scortati da volanti della polizia, punti in testa ad allenatori, lanci di monetine, fanno parte dell’antichità del calcio, così come nel tempo invece è aumentata esponenzialmente la frequentazione al femminile dello stadio e quindisaltando qualche passaggio logicodelle famiglie; basterebbe capire che una certa qual forma di antagonismo dev’essere benedetta perché ogni pensiero dominante è pensiero violento, e ogni pensiero dominante non è autenticamente tale, ma debole, inutile, dannoso, retorico; basterebbe conoscere la storia del costume, del cinema, forse d’Italia o un altro paio di nozioncine di sociologia o di antropologia culturale (va bene pure un manuale di Etnologia) per cercare di leggere le cose per quelle che sono; basterebbe punire solo i colpevoli e non gli innocenti, basterebbe fare giustizia e non giustizia generalizzata, basterebbe punire i colpevoli quando i colpevoli ci sono, e basterebbe non inventarseli quando invece servono per spostare l’attenzione su qualcos’altro (qui solitamente scatta l’accusadibenaltrismo“); basterebbe capire che c’è una discriminazione economica quando si mettono i prezzi dei biglietti troppo alti, che sicuramente c’è una discriminazione territoriale quando impedisci l’acquisto dei biglietti in certe zone e in altre no; basterebbe capireperché” e non “chi”, basterebbe capire e basterebbe affrontare il razzismo quand’è razzismo, perché il razzismo è una cosa seria e non può essere confuso con slogan cantati alle elementari, dai tempi delle elementari del Regno delle due Sicilie (giuro non è discriminazione questa); basterebbero talmente tante altre cose da dire (l’ovvia considerazione che così ti esponi ai ricatti, che è stata proprio la curva B del Napoli con un mix di goliardia, intelligenza e paradosso a lanciare di fatto la sfida alla Pubblica Ottusità, eccetera eccetera) ma non è mai abbastanza. E quindi lasciamo perdere. Su questo piano hanno vinto loro. Bisogna stacce.

D’altronde come fai a difendere una posizione di fronte a chi ti accusa: “che difendi gli insulti razzisti?”. Basta così. Basta difese. Lasciamo perdere questo discorso a perdere. Let it be. D’altronde con chi chiude e sanziona soltanto un colloquio del genere è impossibile, e in fondo resta un discorso sulla difensiva e in negativo. Oggi, e proprio oggi 23 ottobre, sarebbe bello capire e proporre un’altra cosa: quello che di bello c’è nelle curve. Una nuova critica del Giudizio, un inno al bello.

Andare all’attacco, rilanciare, dimenticare, perdonare, far vedere, costruire, sparigliare. Raccontare quello che c’è di bello e che si può dire, cioè quello che si vede e che è incontrovertibile, quello che nemmeno loro possono confutare. C’è una cosa soprattutto che è diventata merce rara in questo mondo che mercifica tutto proprio perché è senza valore, si chiama passione. La passione è quella che ti fa alzare la mattina presto e andare in trasferta, quella che ti fa preparare il bandierone, la coreografia, con o senza colletta, che ti fa perdere la voce durante e già prima della partita, e tante amicizie, e chissà qualche amore (ma è vero amore quello che non ama il tuo?) durante la settimana, che ti fa dare senza ricevere, che ti fa dare non per ricevere, che ti fa strillare, sotto l’acqua, il sole, la neve, urlare al cielo, bestemmiare e pregare insieme, abbracciare un estraneo, conoscerlo, volergli bene o meno ma avere a che fare con lui. La passione è il contrario dell’indifferenza. I tifosi, gli ultrà (sì usiamola questa parola tabù) sono il contrario degli indifferenti che da Dante a Pasolini giustamente venivano collocati nell’anti-Inferno, nemmeno meritevoli di entrare nell’Ade. La passione per la Roma per esempio, o per il Genoa, per il Toro, per la Spal, per qualsiasi squadra (sì persino per quelli) può essere mai una cosa brutta? Può essere mai il problema dell’Italia la gente che va allo stadio? La passione pura e semplice, al netto di tutte le iniziative di beneficenza, delle raccolte di fondi fatte per chi è in difficoltà, delle attrezzature comprate per gli ospedali, delle visite nelle carceri, dell’impegno civile e concreto nei casi per esempio delle alluvioni a Genova, o in Piemonte o in Campania (qui non c’è nessuna discriminazione) fatte da tante curve da tanti anni, questo lasciamolo perdere. Questo sarebbe troppo facile come discorso e non esaustivo, quello che conta è proprio la passione per il calcio, e proprio perché è un gioco, perché se metti impegno lì lo puoi e lo sai mettere quando le cose sono serie. Perché la passione se la metti lì, se la metti a gratis, a perdere, senza nulla a pretendere, tranne la poetica anacronistica pretesa di cantare quella tua stessa passione, per qualcosa che non ti dà soldi, che anzi ti toglie in quei termini, e in termini di tempo e addirittura (appunto) di libertà, la puoi e la sai mettere dappertutto. Fai vita.

La passione è impegno, è per, è costruttiva, è propositiva, la passione è verso non contro, anche un coro contro è un coro per, nella stessa misura in cui un coro contro è un coro d’amore. Il regista Antonioni (Michelangelo non Giancarlo) disse una volta che “l’amore reca in sé il peso dell’offesa altrui”, tradotto: un forza Roma reca in sé per forza un “lazio schifo fa…”. Davvero il problema dell’Italia è colpire le persone che vanno allo stadio? Davvero questo fa paura? Forse sì, è così. Perché forse non lo sai ma pure questo è amore, un’altra parolaccia da abrogare, da mercificare in cioccolatini e in trasmissioni rivoltanti, in soap opere e modelli estetici infami. Oggi nel tempo in cui chiudono le curve con la condizionale, proprio oggi 30 anni fa una Curva invece usò un indicativo e scrisse una cosa: “Ti amo”. Era il 23 ottobre 1983. Oggi, trent’anni fa. Ti amo, tempo presente indicativo di un sentimento che non è mai finito. E anche quell’amore che stanno zittendo, è anche quello che stanno chiudendo, è anche a quello che vogliono mettere la condizionale senza sapere che non ci riusciranno mai, perché un “Ti amo” accetta solo le sue condizioni:quelle che non ha.

Annunci

Obrigado, grande campione

Roma-1982-83-Olimpico-torino-FalcaoNappi

Ci deve essere un errore, Paolo Roberto Falcao, nato il 16 ottobre 1953, compie 60 anni. Ma come, noi, che ci siamo appena rassegnati a vederlo senza i riccioli al vento… che storciamo sempre la bocca quando vediamo un giocatore della Roma indossare la numero 5 (per quanto bravo non potrà mai essere Falcao), adesso dobbiamo accettare anche questa? “Il Divino”, lo ripeto quasi per convincermene, compie sessant’anni. Per noi tifosi della Roma è assai difficile rendersene conto, perché dopo averlo avuto, come una bandiera al vento per quattro anni che valgono quattro secoli (il quinto fu in realtà un enorme prologo verso l’addio), ce lo siamo visto salire su un aereo e svanire per poi cristallizzarsi in un’immagine che si è conservata intatta. Ci sono stati, è vero, i suoi ritorni… ma erano quasi surreali. Il primo, se non sbaglio, ci fu nel dicembre del 1985, un Roma–Atalanta che Paulo vide da una cabina dello Stadio Olimpico. Era mai possibile che Falcao assistesse a una partita della Roma senza scendere in campo? Scrissero che Viola e Falcao si videro nella sede del Circo Massimo: «Presidente – disse il brasiliano –non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati così». Se fossi stato presente avrei senz’altro aggiunto: «Non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati».

Era iniziato tutto molti anni prima, nell’ottobre del 1954. Lajos Nagy, l’autore dell’Uomo che fugge”, proprio il giorno 28 di quel mese, si spegneva a Budapest. Anche la famiglia di Falcao a quel tempo era in fuga… fuga dalla miseria, con un marmocchio che aveva da poco compiuto un anno. Bento Falcao, il padre del marmocchio, lavorava come agricoltore ad Abelardo Luz, un piccolo centro nello stato di Santa Catarina e non riuscendo a garantirgli un tenore di vita sufficiente. Aveva dunque deciso di spostarsi assieme alla moglie Azise e a tre bambini, fino a Porto Alegre. Non è detto che la fuga sia un cedimento di vigliaccheria. Spesso è una ribellione estrema, giocata contro la logica e il buon senso, un tuffo nel buio che in questo caso, dopo un viaggio di 700 chilometri, terminò a Canoas, alla periferia di Porto Alegre. La strada, l’Avenida Niteroi, era un rettilineo accompagnato da piccole costruzioni e da enormi palazzoni che da soli, costituivano quasi un quartiere. Ancora oggi, vedendo quest’assembramento di uomini, si capisce perché, proprio qui, nello stato del Rio Grande do Sul, fosse scoppiata la rivoluzione dei “Farrapos”.

La rivoluzione politica degli “straccioni” di Porto Alegre aveva avuto come guida un certo Giuseppe Garibaldi, quella calcistica, contro il potere costituito dei grandi club brasiliani, avrebbe puntato su un certo Paolo Roberto Falcao. Che poi, anche qui, a ben vedere, i due si assomigliano non poco… entrambi sono passati alla storia come “eroi dei due mondi”, entrambi indossarono una maglietta rossa di cui avevano scelto personalmente la tonalità… entrambi credevano che a Roma dovesse compiersi il proprio destino. Una differenza, a dire la verità, tra i due c’era: Falcao, innegabilmente, giocava infinitamente meglio a pallone di Garibaldi. Passa negli Escalinho, nei Mirim B e A, negli Infantil B e A, negli Infanto Juvenil, sino ad arrivare a 19 anni al debutto nella squadra dei Professional. Da raccattapalle a stella assoluta dell’Internacional e da allora arriveranno le vittorie nel campionato Gaucho nel 1973, 74, 75, 76, 78, nel campionato Brasileiro del 1975, 76 e 79 e la maledetta finale di Coppa Libertadores persa contro il Nacional di Montevideo. Fu proprio quello, il 1979, l’anno in cui sentii parlare per la prima volta di Falcao. Paulo non era più, già da un pezzo, “Un uomo in fuga”, ma quel nome, Falcao, mi arrivò addosso partendo proprio da Budapest, la città di Nagy. Ad agosto venne presentato il film “Fuga per la vittoria”… presenti tutti gli attori del cast, compreso Pelè. Al termine della proiezione, un giornalista italiano si avvicinò alla Perla nera e gli chiese: «La Roma sogna di acquistare Zico. Cosa ne pensa?». «Come condottiero – disse O Rey, – è meglio Falcao». Ero solo un bambino ma mi arrabbiai parecchio, perché quando si giocava a pallone, ed era il 1979, sognavamo di essere Keegan o Zico, Falcao non sapevamo neanche chi fosse. Lo avremmo capito l’anno seguente, il 1980 e scendendo le scalette di quell’aereo che lo conduceva a Roma, Paulo fece un passo più grande di quello di Neil Armstrong. Il resto della storia la sapete meglio di me… auguri Falcao e ancora obrigado!

© Massimo Izzi

 

Rinati il 27 maggio

Immagine

Il silenzio colpevole di Conte per non parlare di calcioscommesse e il sorriso di Garcia mentre s’abbraccia un suo giocatore che è un ragazzino. I capelli di Conte che sono come le partite che vincono loro e i capelli di Gervinho che sono come i dribbling e come i gol che fa, magari sghembi e inopportuni ma veri, veri e buoni per un sorriso.

No, non prendetelo in giro Gervinho per il gol che ha fatto ieri, oppure sì ma solo pe’ ride con lui, non per altro: Gervinho non lo sa, ma oggi è una risposta simbolica a tante cose, innanzitutto a chi strumentalizza il razzismo che con Balotelli non può c’entrare niente, perché il razzismo è una cosa seria e Balotelli no, e poi perché è come i genii: gli riescono naturali, come il sole d’Africa, le cose che aicittadini” del pallone appaio no impossibili, come prendere la palla e bersene quattro alla faccia di tutti in un bar che sembra chiuso, e poi incespicare sulle cose facili, e così un gol a porta vuota diventa palo, e un golè soltanto un tiro ubriaco col destro sul sinistro. Gervinho sembra quello che per Baudelaire era un poeta, un Albatros, un principe delle nuvole e del volo ma che sulla terra con le sue ali da gigante non riesce a camminareE’ un altro linguaggio il suo. Il nostro. Dal loro. Le differenze tra Roma e Juventus non sono 5 punti, ma mille e mille e mille, senza possibilità mai di incontrarci nemmeno all’infinito. In fondo fa bene Conte Antonio a starsene zitto, altrimenti diventerebbe dangerus e chissà verso quale epilogolo ci condurrebbero le sue parole. Magari fuori da un gironcino di Champions. Almeno Ai fink so. Noi e loro. Roma e Juventus è uno scontro fra pronomi che ricomincia alla prima dell’anno come a dire: non smetterà mai. Noi e loro: inconiugabili. Noi, loro e gli altri. The Others. Gli scomparsi. Con quelli c’è un alfabeto di punti di differenza: 21. Ventuno modi per dirti sempre la stessa cosa, soprattutto se ti segna uno che si chiama Romulo: “ll mio nome è il simbolo della tua eterna sconfitta”. Gli “altri” sono rimasti al 26 maggio 2013. Tra poco sarà un altro anno e non se ne sono accorti. Diteglielo. Aho è Capodanno, non se festeggia al 71’ eh. Benatiale a tutti! La vita continua e la Roma è vita. Tra poco sarà un altro anno e l’anno che verrà sarà il nostro giorno dopo. Quello iniziato e non finito ieri, con l’ultimo gol fatto da uno nato il 27 maggio, Gervinho, e col cambio più romantico possibile che Garcia (l’uomo che sorride coi ragazzini) si poteva inventare: un bambino al posto della Storia. Il nostro giorno dopo è gonfio di futuro, il nostro giorno dopo è una partita per lo scudetto e ha il volto biondo della sfida di un ragazzino del ’94 che si chiama Federico Ricci e che – non può essere un caso – anche lui nato un 27 maggio. Ha le iniziali del destino: Forza Roma.

Il mare di Roma a Milano

Immagine

Avete mai visto il mare a Milano? De Rossi sì, per la prima cosa vinta con la sua Roma sì. Era un segreto che aveva dentro da troppo tempo. Quando il bambino era bambino… “E uno dei miei sogni che si e realizzato. E il primo trofeo con la Roma, prima non avevo vinto niente, neanche quando giocavo coi ragazzini. Nel settore giovanile la nostra era l’unica squadra che perdeva sempre, quella degli ’83, anche se poi molti di noi sono diventati calciatori affermati. Ci ho sempre creduto e abbiamo vinto una Coppa Italia che non e poco: ricordiamoci da dove eravamo partiti e come ci eravamo salvati due anni fa. Adesso spero che restino tutti, poi si puo migliorare sul distacco dall’Inter, non credo su Manchester: quella e una partita unica e non credo, anche se ho paura a dirlo, che perderemo più per 7-1. Quella gara vale, in esperienza, come cinquanta partite di Champions. Questo è un buon inizio… Dopo il gol di Crespo urlavo “calma calma” ai compagni? Uno dice “calma, calma” pero poi non e tanto calmo… Avevo paura. Perdere questa Coppa sarebbe stata una tragedia, noi lo sapevamo che sarebbe stata dura, non lo dicevamo cosi tanto per dire. Sarebbe stato una tragedia: tutta questa gente che è venuta qui per noi, tutte queste aspettative. Per loro non ci sono parole, sono sempre lì. A Milano erano una infinita. Quando si dice quanto è bello giocare per la Roma o cos’è la Roma, si risponde la città, il clima, i compagni, ma sono i tifosi quelli che fanno la differenza. Li avete visti? A Milano erano una marea”.

Una volta che il desiderio è realizzato si può anche confessare il segreto: a Milano c’era la marea. A quel punto il ragazzino di Ostia non si può più nascondere, il mare s’ingrossa. Dopo il 6-2 e un 1-2 che ci dà la Coppa (“Ho visto Perrotta esultare parlando al cellulare con la moglie di un tifoso, ho visto Pizarro fare il golpe giusto in Cile, ho rivisto Bruno Conti in ginocchio sotto la curva…”), la partita più lunga della storia del calcio deve continuare. Dopo Inter-Roma al Meazza c’è Inter-Roma al Meazza. Dopo la Coppa c’è la Supercoppa. Dal 17 maggio al 19 agosto 2007 non passa un giorno: i tifosi della Roma sono sempre lì, una marea, De Rossi pure. Ma il segreto è scoperto, si va in mare aperto quando il capitano ti lascia il compito di attraccare la Lombardia. E’ il 33’ del secondo tempo, la Roma ha dominato la partita e adesso ha la possibilita di vincerla. E’ il 33’ del secondo tempo, qualche secondo prima Francesco Totti è stato steso dentro l’area da Nicolas Cage Burdisso. E’ il 33’ del secondo tempo, rigore. Va Totti. No. Per la prima volta da quando l’uomo inventò il cavallo, Totti non tira un rigore stando in campo. No, nessuno sciopero generale, nessun biennio rosso, niente di tutto questo: Francesco spiegherà che non stava bene. Certo nemmeno De Rossi era una rosa. Era tutto fasciato. E’ andato. Anzi sta ancora andando.

E’ il 33’ del secondo tempo, De Rossi va. Altro che Berlino! vuoi mettere una Supercoppa di Lega con la Roma con un Mondiale? Non c’è un tifoso della Roma che non farebbe il cambio, ci caricherebbe sopra pure l’Europeo del ’68. De Rossi è un tifoso della Roma e va verso i suoi tifosi. Allo specchio. Il rigore si tira di fronte ai diecimila ultrà romanisti: lo sono anche se in quel momento non c’è uno di loro che non guardi il campo. Ci sono momenti che vanno oltre. Sono i momenti ultrà, appunto, e poi De Rossi è uno di loro. De Rossi continua a guardare la curva. Ce l’ha davanti, ce l’ha negli occhi, non può non farlo. Ce l’ha nel cuore, non può non farlo. E’ una scena che Daniele ha vissuto tante volte: lui di fronte al mare, di notte. E’ il momento che lo fa grande: tutti i più grandi calciatori della storia del calcio lo hanno vissuto.

I calciatori sono marinai: hanno le gambe arcuate perché per piantarle bene al suolo sulle navi allargano le gambe e così fanno forza. George Best è cresciuto con l’irrequietezza del mare di Belfast, quelle onde nere e forti che sbattono come le pinte nei pub per la libertà: apposta la cercava. Eusebio ha l’eleganza di chi è nato a Maputo, con la schiuma bianca negli occhi, il tocco vellutato dell’oceano che coccola l’Africa all’oriente del mondo. Cristiano Ronaldo è nato a Funchal, nell’ultima isola del Portogallo, Figo sulla spiaggia opposta a Lisbona, agli estremi, ed è per questo che giocano larghi, sulle fasce. Ali.

Perché soprattutto chi nasce in riva al mare sa volare: prima degli altri sa che oltre non si può più camminare. De Rossi di fronte ha diecimila cieli. Cruyff è stato il primo giocatore universale, in grado di far tutto, perché il mare ad Amsterdam non è abbandonato dalla città, ma fa parte degli scambi, del lavoro, della terra. Zidane ballava con il pallone la danza mai vista in Europa dei maghrebini, dei popoli una volta colonizzati ma ancora non realmente liberi, di chi ha lo sguardo malandrino e poetico di Diabolik perché è cresciuto con il peso di tutti i sapori forti che soltanto Marsiglia sa mischiare e tenere insieme sotto una suola delle scarpe. Romario, Zico e Ronaldo sono nati a Rio: hanno visto la risata dell’oceano, la sua faccia grassa, la sua carnevalata, ecco perché hanno vissuto di dribbling o di traiettorie impossibili: il loro calcio era una festa di Copacabana. Maradona e Pelé sono più grandi del posto dove sono nati: sono l’Argentina e il Brasile, due popoli che da sempre giocano il derby degli oceani. Il mare è un destino. A De Rossi ha dato un appuntamento al 33’ del secondo tempo del 19 agosto, un rigore che vale una Coppa, a Milano, con Totti in campo. Daniele De Rossi va. E’ un momento che non ha vissuto mai. Non fa nemmeno in tempo a prendersi la valeriana come a Berlino, non si ricorda nemmeno che s’era mangiato quel pomeriggio anche se il 19 agosto è proprio il compleanno di Nanni Moretti (le merendine di quand’era bambino), ma al 33’ del secondo tempo tutto questo non conta piu. Va.

A qualcuno può far venire in mente Charles Baudelaire: Uomo libero, amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nel volgersi infinito dell’onda che rotola…Nello scomporsi forsennato entusiasta di ventimila braccia che si dimenano contro le leghe lombarde sotto i mari. Frana, la curva frana. L’onda rotola su se stessa. Corpi portati via dalla corrente di non si sa quanti abbracci. E’ una Guernica della felicità la curva della Roma a San Siro, e De Rossi sta là sotto, con questo rigore ha già fatto per l’umanità molto più di Picasso. Il primo ad abbracciarlo è Aquilani, poi arriva Totti e capita la scena più bella e divertente di questa storia. Daniele e Francesco si abbracciano come stanno facendo i tifosi dietro di loro, poi De Rossi guarda Totti per dirgli chiaro chiaro, netto, cosa ne pensa del più grande dono mai fatto da un compagno a un altro, un assist persino superiore alla sostituzione dell’Olympiastadion: “Tacci tua!”. De core. Trilussa, Belli, la Magnani, Sordi, Boccaccio, Shakespeare… non avrebbero saputo riassumere meglio in una battuta, in due parole due (tacci tua) la romanità. Lontana è Milano dalla mia terra.

Non avevo mai tirato un rigore con la Roma, devo tornare a un Roma-Triestina di Coppa Italia di almeno cinque anni fa, lì non era molto importante per il resto del mondo ma per me era come un Mondiale. Quando vai lì lo stato d’animo è lo stesso. Quando sono andato sul dischetto ho provato le stesse sensazioni di quella notte a Berlino. E’ stata una bella vittoria, credo meritata. Abbiamo dimostrato di essere una grande squadra e un grande gruppo. E’ un segnale che conta per la stagione che comincia. Un trionfo, lo stadio colorato di giallorosso, la palla che rotola in rete, il trofeo al cielo. E poi la Coppa Italia vinta poco più di un mese prima. Fotogrammi indimenticabili.

Fotogrammi che vanno dritti nella mostra della storia dei tifosi della Roma (non è un modo di dire, ma quella di Testaccio) scatti che ne seguono altri. Quell’estate la Roma ha festeggiato i suoi 80 anni e De Rossi all’Olimpico ha giocato una partita con Giacomo Losi, Carlo Ancelotti, Toninho Cerezo, Sebino Nela, Paulo Roberto Falcao… i suoi contemporanei. E li i tiri da lontano erano passaggi vicini, mentre Tosca cantava quella splendida canzone che “come un vecchio ritornello nessuno canta più”: Al di là dei miei ex compagni, giocare al fianco di Falcao, Cerezo, Giannini e Prohaska sarà una cosa divertente e piacevole. Come si dice a Roma, a questi campioni gli posso solo portare l’acqua con le orecchie. Agostino Di Bartolomei è il grande assente. Lui è la storia della Roma, come Dino Viola. Il mio domani l’ho già progettato e lo vedo solo a Roma. A Roma si può essere grandi anche senza vincere. Se poi raggiungi qualche traguardo, entri nella storia e non esistono paragoni.

In quella che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione. Per festeggiare la Coppa Italia, nell’ultima di campionato col Messina i giocatori della Roma avevano fatto entrare in campo i loro bambini… “Ed entrare in campo con mia figlia Gaia non ha prezzo: nemmeno i Mondiali o la Coppa Italia con la Roma valgono tanto”.

Quando il bambino era bambino entrò in campo mano nella mano col padre. E’ ancora la stessa storia, la Storia: La storia siamo noi padri e figli… La storia siamo noi queste onde del mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio così duro da raccontare…

(Da “Il Mare di Roma”)

Avete rotto il calcio

È bello pensare che Rudi Garcia si sia tolto l’auricolare in diretta Sky non per un problema tecnico, ma come unica risposta possibile alle domande di Marchegiani, Mauro e compagnia parlando (perché quello fanno: parlano). È ancora più bello vedere le loro facce sorprese e imbarazzate, tra lo stizzito e il piccato, quando Rudi Garcia ha fatto semplicemente presente che il rigore per la bella parata di Canini su Maicon non è«presunto» ma netto «perché l’hanno visto tutti». L’hanno visto tutti tranne quelli che hanno le televisioni, tranne quelli che commentano le immagini e le spiegano, tutti tranne chi fa opinione. È stato un attimo di imbarazzo, n momento di gelo nello studio dell’Itaglia televisiva (cioè dell’Itaglia tout court) perché loro avevano appena detto col sorrisetto: «se lo davano avremmo parlato di rigore generoso» e quell’altro che «no, non c’era», e invece arriva un omone elegante fresco e non itagliano che semplicemente dice la verità e li cortocircuita. Ma come? E il fair play? Ma come? e Sannino? e quelle boiate che piacciono tanto al potere tipo «dobbiamo pensare solo a noi stessi», «se la Roma avesse giocato come nell’ultima mezz’ora avrebbe sicuramente vinto»? Quelle cose Garcia le aveva già dette, soltanto che ne ha aggiunta un’altra sacrosanta facendo capire che una cosa non esclude l’altra, salutando il discorso e le loro facce da Damato con un purissimo «è un po’ troppo». È un po’ troppo troppo. È un po’ troppo tutto.

Le designazioni e gli errori in buona fede contro il Torino, il Sassuolo e ieri con l’Atalanta (ovvio sono in buonissima fede magari come quella mai rinnegata dell’interista Damato), quegli altri sempre in buonissima fede a favore della Juventus contro il Torino,il Chievo, il Genoa, il Napoli… È un po’ troppo tutto, è un po’ troppo pure che tutta questa storia venga premiata dal gol al 91’ di Llorente, come a volerti dire che tanto non cambierà mai niente, tanto sarà sempre come deve andare, che vincerà il potente e voi potete al massimo fare i Don Chischotte per una stagione, non di più, non più su. E quelle facce da trucco televisivo, quelle facce truccate come le partite nel’80, nell’86, nel 2006, nel 2008 eccetera, le ritroverai sempre con l’impunità negli occhi, stranite o stralunate quando qualcuno soltanto accennerà ai propri diritti. È l’Itaglia signori, ed è uno schifo. E forse esserne campioni è un premio che merita chi se lo confeziona. Ma chi non lotta è complice. Chi s’arrende non è romanista. È l’Itaglia che porta dodicimila ragazzini allo stadio per farsi vedere pulita, col solito gesto melenso e buonista da pseudo pedagogia risorgimentale da libretto cuore che non significa niente: a cosa porta? Che vuol dire? Cosa insegna? Forse che anche i ragazzini strillano «merda»quando rinvia il portiere (nel caso specifico era Brkic, quindi occhio che potrebbe scattare la discriminazione razziale più che territoriale). Fine. Poi ci stanno tre minuti di recupero che sono la cosa più scandalosa forse. Tre minuti solo tre minuti giusto per dire una cosa: ai bambini insegnate (insegniamo) il rispetto delle regole e a credere in un mondo dove possa vincere chi se lo merita, non alle vittorie di cartone. Non li prendete per il culo i bambini. Nemmeno una tantum. Da tempo avete rotto il calcio.

23 - Dicembre 2013 - Atalanta+BC+v+Roma

Mozione approvata: Campo Testaccio rinascerà

Immagine

A un certo punto – forse è stato il più alto – è stata citata la ciriola con la mortadella da un consigliere che c’aveva una cravatta sputata Anni 80 della Roma, mentre il suo collega dell’opposizione aveva appena chiuso l’intervento indossando la sciarpa del “Commando Ultrà del 1982” (parole sue). Poco prima un altro consigliere aveva raccontato il suo stupore quando da ragazzino scoprì che Manfredini era straniero e non italiano, una consigliera che il figlio col Testaccio ci giocava e un laziale (beh, almeno uno ce n’è – quasi – sempre) la buttava in caciara sperando nell’intervento – con gol – di Piola. È successo. È successo veramente ieri mattina, fra le 9 e 31 e le 11 e 25 a via della Greca 5, dove il Consiglio del Primo Municipio ha approvato una mozione per il ripristino e la valorizzazione di Campo Testaccio.

È il primo atto politico, il primo atto istituzionale che – la mozione dice questo – riporterà in vita un Campo che è una Culla (più che buca ancora oggi è meglio chiamarla così) di Roma, della romanità, dei romani, dei romanisti, di chi ha cuore questa città e la sua storia, persino i suoi odori, magari quelli della ciriola con la mortadella. È questo il punto, e, sì, è stato il più alto. Reset, non vale, stavolta la politica ha fatto la cosa giusta. Ha detto persino le parole giuste. Queste: «Campo Testaccio è un pezzo di cuore di questa città non solo per la storia della squadra di calcio della Roma, non solo perché racconta la storia di un’associazione sportiva, ma perché è parte di una storia più grande, la storia di popolo. E per una volta noi parliamo di storia di un popolo, e non della storia dei potenti, non la storia fatta da notabili. Parliamo di una storia di popolo, parliamo di una storia di ciriole con la mortadella, una storia di tifosi, parliamo della storia della gente di questa città. Oggi noi con questo atto decidiamo di stare da una parte, dalla parte della storia. Che è quella stessa parte che riempie gli stadi, è quella parte che subisce il pregiudizio di quell’altra parte della storia, quella dei potenti, quella storia che si è sempre saputa determinare attraverso i suoi rapporti di potere. Invece noi scegliamo la parte di popolo, quella che va allo stadio e subisce le vessazioni di certe campagna di stampa, di certi pregiudizi, di quella parte che viene giudicata da tanti benpensanti per cui oggi se un ragazzo vuole andare allo stadio la prima preoccupazione dei genitori è il pericolo della sua incolumità. Questo è un problema culturale grave, è una battaglia che noi dobbiamo fare e che la buona politica fa quando decide da che parte stare. Quando decide di stare da quella parte della storia, dalla parte del più debole, dalla parte che subisce sempre questo tipo di pregiudizi. Quello che noi dobbiamo fare oggi è dare un segnale, prendiamo una scelta di parte, noi ci mettiamo da quella parte della storia, noi ci mettiamo dalla parte della nostra città, dalla parte dei romani». Metteteci un minuto di silenzio o d’applausi ma è successo. Sono parole talmente belle che devono restare anonime e non perché altrimenti uno rischia di farla passare per marchetta, perché questa è roba bipartizan (18 voti favorevoli, 2 contrari, un astenuto). E’ successo che ieri la politica s’è messa dalla parte della gente, e persino degli ultrà (siamo a scandali a livelli pasoliniani) perché se ieri il Municipio di Roma Centro ha approvato a maggioranza la mozione di “valorizzazione di Campo Testaccio” è perché una domenica di metà novembre, mattina presto, duecento ultrà della Roma (sì, sì ultrà, proprio loro) sono andati con rastrelli, pale e scope a ripulire un Campo di Gloria ridotto a discarica. Con loro c’era persino Giorgio Rossi, un altro “facinoroso” 83 enne (è una battuta, sia chiaro, qui – in tempi di discriminazione territoriale – c’è il rischio che qualcuno non capisca: Giorgio Rossi è uno dei volti più belli della storia della Roma, ne è stato il massaggiatore e l’anima per 53 anni). Hanno detto (quasi) tutti le parole giuste (Giuntella, Servilio, Tozzi, Manca, Lilli, Secchi, Marchi e – fuori dal Consiglio- Cento e Cochi) e hanno fatto una cosa che è solo l’inizio. Questo è un atto istituzionale e politico che ha anche un peso simbolico essendo il primo atto dopo quella giornata a Testaccio.

Ora la mozione va in Comune, perché il Comune ne ha la competenza. E il Comune ha già anticipato, attraverso il suo Assessorato allo Sport, le proprie intenzioni, che sono quelle sante di far «rivivere Campo Testaccio con o senza parcheggi». Meglio senza. E qui entriamo in una storia (bassa) che parte dal 2007, una storia non di popolo, non di pasta, ma di pastoie burocratiche e amministrative, di carte, di errori. Campo Testaccio di proprietà del Comune è stato dato in concessione a un Consorzio nel 2007 secondo il Pup (Piano Urbano Parcheggi). Dopo anni di niente, e anche dopo l’intervento della Sovrintendenza, il ritrovamento dei”soliti” scavi, vari eventuali che vi immaginate (nulla osta che non arrivano, tubature che perdono, interessi che cambiano corso…), il Comune ha deciso di revocare la concessione: contro questa decisione da parte del Consorzio è stato fatto ricorso al Tar che ancora si deve pronunciare. I tifosi devono sapere che nel piano che prevedeva la costruzione dei parcheggi sotterranei si prevedeva già la costruzione in superficie di un campo di calcio e di due da calcetto; i tifosi devono sapere che probabilmente – a questo punto – quando Campo Testaccio sarà, sarà comunque senza parcheggi, un po’perché la politica ha capito che – insomma – sotto al Colosseo non si parcheggia, un po’ per interessi venuti meno. Nella mozione è accennato esplicitamente alla possibilità di un museo, un consigliere ha parlato della possibilità di farci giocare le giovanili della Roma, quello che conta che tutti, soprattutto l’Assessorato allo Sport, sono d’accordo che Campo Testaccio rinascerà come polo sportivo. Per quello che è. Come Campo Testaccio. Come storia. Un odore di ciriola e mortadella.

Quello che uno ha dentro

Non gliela dobbiamo dare vinta. Non a loro, alla Juventus, alle televisioni, ai titolisti del giorno prima, a chi ha celebrato dall’altro ieri la Juventus capolista, ai gufi fratelli d’Itaglia, non a Celi che s’inventa la regola dello svantaggio, non a Banti di Torino, a Giacomelli di Sassuolo, a Sonnino che si complimenta con chi gliel’ha appena rubata, a chi si inventa i fotomontaggi, a chi “zumma” su Garcia espulso perché ha saltato (!?), agli stadi che un giorno sono pronti e benedetti e poi invece non si possono più fare, ai cinesi in coma, a Daniele Conti che esulta per un pareggio, ai Cerci che ancora stanno a strilla’ per quel gol da centro-bassa classifica, a quel portiere con la faccia da scrittore triste che fa la parata del millennio su Maicon e alle tradizioni dei secondi portieri che con noi fanno meglio dei primi (Ciucci-Negretti), alle neo televisioni che licenziano giornalisti per farci lavorare quelli ammaestrati da un certo potere, alle Lega Nord e alla Lega di Serie A che sono la stessa cosa, alla saggezza che ti induce a pensare che siamo 5 punti sopra al Napoli (e 7 sopra l’Inter, 9 sulla Fiorentina, infiniti su “quelli” che prima o poi in serie B ci tornano) dimenticando però così la realtà, cioè che siamo a un punto (1) dal primo posto. Dal sogno.

Non gliela dobbiamo dare vinta perché non l’abbiamo persa, e non ne abbiamo ancora persa nemmeno una, manco mezza, proprio niente. Non gliela dobbiamo dare vinta al popolo degli ascari e dei Costacurta: «Quando De Sanctis ha parato su Ibarbo già gridavamo al gol», hanno detto all’Itaglia in diretta tivvù. Almeno hanno fatto outing. Però poi stasera basta scrive’ perché il tifoso della Roma ’ste cose già le sa e le sente dentro, e chi è tifoso della Roma ’sta cosa dentro non la fa’ sta zitta, non la lascia mori’. E non la deve fa mori’ nessuno.

Roma+v+Cagliari+Calcio+Serie+vut5J7qDtX3l