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Il Tre Fontane una fede mai persa

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Mare dentro

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“Pantheon di uomini che hanno amato la Roma”

La coreografia della Curva Sud del 2015 è già entrata nell’immaginaro collettivo. Sedici leggende del firmamento romanista descritte dalla penna brillante e documentata di Tonino Cagnucci. Un modo per raccontare la nostra storia. 

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Figli di Roma, capitani e bandiere. Ricordiamo tutti l’ultima coreografia presentata dalla Curva Sud in un derby, l’11 gennaio 2015. E se non fosse che i veri motivi per cui poi non ce ne sono state più sono altri, verrebbe da dire che è quasi giusto così, perché dopo un’immagine del genere davvero è difficile trovare qualcos’altro da dire. Invece l’ha trovato Tonino Cagnucci, che nel suo ultimo libro intitolato, appunto, “Figli di Roma, capitani e bandiere” (Newton Compton, 14.90 euro), ha raccontato le storie dei 16 giocatori che quel giorno la Curva Sud ha messo nel suo “pantheon di uomini che hanno amato la Roma”. Ha spiegato, in pratica, perché questo è “il mio vanto che non potrai mai avere”. Sedici capitoli da leggere uno dopo l’altro, ma prendendosi una piccola pausa alla fine di ogni racconto, per interiorizzare bene ciò che ha da dirci. E per arrivare a una conclusione che quasi inverte il concetto. Il vanto che altri non potranno mai avere non sta tanto nei personaggi rappresentati, ma nel fatto che la Roma sia talmente magica da saper trasmettere a chi sa cogliere, un sentimento talmente forte e puro da far nascere queste storie. Storie d’amore. Amore per la Roma.

In ognuno dei capitoli Cagnucci riesce a unire il suo stile unico, un’accurata ricerca storica ed estrema attenzione a cogliere dettagli che diventano elementi chiave. Ognuno può seguire il percorso che vuole, perché anche leggendo i racconti in ordine casuale, si può cogliere facilmente un filo che li lega l’uno con l’altro. Praticamente questo libro potrebbe avere tranquillamente 16 inizi e 16 conclusioni diverse e non perdere nulla.

Si va da Giorgio Carpi, aristocratico nella vita e popolare in campo (aristocratico e popolare: come la Roma), che giocò gratis perché poteva permetterselo ma che probabilmente lo avrebbe fatto anche a costo di doversi guadagnare il pane in altro modo, per quanto era romanista, a Volk, centravanti “futurista e fragile”, che cambiò soprannomi e nomi non perdendo però mai la sua identità di primo grande attaccante della Roma. Primo a segnare nel derby, primo a segnare a Testaccio. Primo portiere per sempre è naturalmente Masetti, primo capitano è Attilio Ferraris IV (Era un santo. Nel capitolo dedicato a lui scoprirete perché), così come il primo ad aver indicato a tutti cosa significa essere romanisti è Fulvio Bernardini. “Se Carpi giocò gratis per la Roma, lui pagò per andar via dalla Lazio”. Il primo “ottavo Re di Roma” è stato Amedeo Amadei, il primo Principe è stato Giuseppe Giannini. La Roma è stata la sua vita. Totti, invece, è stato la nostra vita e non è un caso se proprio l’11 gennaio 2015 ha segnato una doppietta spegnendo la loro ennesima illusione.

A volte, leggendo il libro, devi prenderti una pausa un po’ più lunga. Perché hai la netta sensazione che essere romanista sia addirittura una cosa troppo grande (forse è per questo che a volte noi stessi non sappiamo gestirla, chissà). Anche se in un corpo apparentemente piccolo, come quello di Bruno Conti, che forse come nessun altro è stato simbolo di un’epoca. La più bella. Vincendo il Mondiale più bello, ha aperto la strada allo scudetto. Troppo romanista Giacomo Losi per giocare con un’altra maglia, quando gli hanno fatto capire che non lo volevano più. Meglio smettere. Troppo romanista Mario De Micheli per subire le angherie del potere. Meglio rispondere e pazienza se me la faranno pagare. Troppo romanista Picchio De Sisti per non tornare alla Roma dopo essere stato costretto a lasciarla e per rimettere a posto la storia. Troppo romanista Francesco Rocca per non stare in Curva Sud ad alzare i cori durante Roma-Liverpool. Troppo veloce, pure per il suo fisico, ma poi lentamente sotto la Sud è tornato con la mano sul cuore nel 2012. Troppo in generale, anche per se stesso, Agostino Di Bartolomei. La lettera che gli scrisse il CUCS al momento del suo addio e l’intervista che gli fece Enzo Tortora nel 1980 sono due delle tante “chicche” del libro. Che non si sottrae anche alla pagina più difficile, quella struggente dedicata a Giuliano Taccola. E che si chiude con Daniele De Rossi, che un’eredità di tutto questo sentimento ha saputo cogliere e vuole ancora trasmettere.

Ma poi no, non è troppo. Forse lo sembra in questo tempo dove l’orgoglio romanista a volte sembra sopito. Ma sta sempre lì e questo libro riprende a coltivarlo, raccogliendo il seme gettato dalla Sud l’11 gennaio 2015. La Sud che adesso non c’è, ma che siccome oltre a un luogo fisico è anche un luogo dell’anima, in questo testo ritorna con tutta la forza del sentimento romanista. Che nessuno, ma proprio nessuno, potrà mai avere.

Luca Pelosi

“E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo”

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“Questo è il mio vanto, che non potrai mai avere”

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Figli di Roma, Capitani e bandiere è il racconto vivo di una coreografia della Curva Sud che ha fatto letteralmente storia. Sedici ritratti di uomini che più di chiunque hanno rappresentato Roma e la Roma. La poesia di una squadra campione con un ragazzino che portava il pane – Amadei – per attaccante e un portiere, Masetti, che quando venne per la prima volta a Roma salì a San Pietro e vide il mare. Taccola, il nostro eroe tragico. Volk, l’attaccante futurista. Un gigante di nome Giacomino, la santità di Ferraris IV, capitano che giocava a tutto nella vita perché solo la Roma era sacra; la superiorità di Bernardini che pagò di tasca sua per andarsene dalla Lazio, mentre Carpi per la Roma ha giocato gratis. L’esempio di Rocca in Curva a guidare la Sud col Liverpool. La romanità assoluta di De Micheli e De Sisti, le corse ragazzine di Conti, l’attaccamento di Giannini, la poesia sanguigna di De Rossi, il tutto di Totti. Al centro, con un doppio ritratto, Agostino Di Bartolomei, il cuore di questa storia e di quella coreografia. Uomini che spiegano perché un tifoso della Roma si sente privilegiato e perché la fede romanista è così esclusiva e unica: il vanto che nessuno potrà mai avere.

Il Tre Fontane: una fede mai persa

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Il Tre Fontane ha visto la Primavera di Agostino, la sua e quella di una squadra di ragazzini Campioni d’Italia non una ma due volte. A metà degli Anni 70 a vedere quella Primavera (intendetela in senso lato per favore) ci andavano anche diecimila persone.

Giocava la Roma dei ragazzini lì e ci si allenava la Roma dei grandi, la Roma Roma. Francesco Rocca era già l’uno e ancora l’altro quando si fece male: il Tre Fontane ha sentito il suo urlo di dolore mentre palleggiava con l’arbitro Lattanzi dopo aver fatto torello con Peccenini. Poco dopo Giorgio Rossi, incaricato da un dirigente, portò un prete a benedire il punto dove si era fatto male Kawasaki.

I sogni si rompono, le moto si parcheggiavano più in là. Sotto la Colombo. Dietro al muro dove Nils Liedholm diceva a Bruno Conti e a Paulo Roberto Falcao “palleggiate seicento volte col destro, seicento col sinistro”. Il totale era un paradosso.

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È al Tre Fontane che Liedholm snocciavala il rosario delle sue parabole pallonare, che si vantava di quella volta che aveva annullato Di Stefano e, ai giocatori che gli facevano notare “mister Di Stefano quella volta fece tre gol”, rispondeva: “Eh appunto, solo tre gol”. Il totale è chissà quante partite di allenamento, quante Primavere dal 1960 all’inizio degli anni 80.

Qualcosa si può datare. Sul verbale del comitato esecutivo della As Roma del 17 febbraio 1959 si legge che il giorno seguente il Coni avrebbe consegnato alla Roma il campo; da un altro verbale del 10 marzo 1959 si può dedurre che la prima partita giocata al Tre Fontane dovrebbe essere stata un Roma-Fiorentina del torneo De Martino (una specie di campionato riserve). Il 22 settembre di quell’anno si stabilì che ogni mercoledì per vedere la Roma si sarebbero pagate 200 lire. Perché la Roma la andavano a vedere tutti al Tre Fontane.

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Qualcosa si può datare, qualcos’altro non si può spiegare. Il Tre Fontane è stata una fede. Una celebrazione romanista prima di andare a vedere la Roma all’Olimpico, una specie di miracolo laico quando i tifosi recuperarono e riconsegnarono a Peirò l’automobile, un Bmw, che gli era stata rubata, proprio dopo un allenamento al Tre Fontante. C’è anche Peirò quando a inizio campionato 1967/68 la Roma va a sfidare a Milano la sua ex squadra, la Grande Inter. Qua c’è il Mago di Turi, Oronzo Pugliese, dall’altra c’è il Mago e basta Herrera e una partita che per la Roma ha un valore particolare e che sceglie di preparare in maniera speciale al Tre Fontane: organizza la rifinitura con la Stefer, qualcuno vorrebbe far disputare quell’amichevole a porte chiuse per escludere gli osservatori nerazzurri, ma il Club risponde con questa nota: “La Roma è dei tifosi”. Punto. Punto. E punto. Al campo si presentano 7.000 tifosi. A San Siro la Roma pareggia con la Grande Inter, Giuliano Taccola segna il suo primo gol in serie A.

La prima volta che ci ha giocato Francesco Totti non aveva nemmeno 10 anni, era il 9 febbraio 1986, con gli Esordienti della Smit Trastevere: 0-0 con Totti che sbaglia un rigore contro il Tre Fontane. Un 9 febbraio di un altro anno però (1997) per un torneo chiamato Città di Roma, Francesco segnerà i gol che impediranno lo scempio di vederlo partire, anche perché quando arrivò alla Roma, arrivò proprio lì: Stadio Tre Fontane. Fine agosto 1989, in automobile accompagnato dall’amichetto Daniele Arelli e da suo padre Pietro al volante. Era stato appena preso dalla Lodigiani. Francesco Totti ha passato il suo primo giorno da romanista al Tre Fontane.

E’ una fede antica. Quella di Giorgio Rossi che si divideva fra il suo fare tutto per la Roma e svolgere il suo lavoro al Sant’Eugenio: “Quando ci allenavamo al Tre Fontane avevo una stanza con un grande tavolo dove facevamo i massaggi. Prima di iniziare mi toglievo sempre la fede nuziale dal dito. Un brutto giorno alla fine del lavoro non la trovai più senza farmi una ragione di quello che era successo. Quando una decina d’anni dopo, nel 1979, ci spostammo a Trigoria trasportammo il grande tavolo che avevamo in dotazione al Tre Fontane nella nuova sala massaggi del Bernardini. Aprendo uno dei cassetti trovai un giornale del 1969. Nell’aprirlo sentii un rumore metallico, abbassai gli occhi e vidi il luccichio della mia fede nuziale…l’avevo ritrovata”.

Ecco che cos’è oggi il Tre Fontane: una fede mai persa.