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Roma-Austria: l’esordio assoluto di Francesco Totti nella Roma nel 1993

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Era giovedì come oggi, il 18 febbraio 1993 la Roma sfidava in amichevole l’Austria allenata da Herbert Prohaska e Francesco Totti giocava la sua prima partita in assoluto con la Roma.

L’esordio a Brescia sarebbe arrivato un mese e dieci giorni dopo, ma la prima partita fra i grandi Totti l’ha giocata quel giorno, contro la nazionale allenata per la prima volta da Herbert Prohaska. Stadio Flaminio di Roma, Roma contro Austria, roba imperiale, anche un po’ di più se è possibile.

Siamo in piena Tangentopoli, Scalfaro fa un appello al parlamento sulla questione morale, Licio Gelli rivela che nel 1980 intervenne presso Calvi per far ottenere un prestito al PSI di Craxi, tramite il Banco Ambrosiano, ma, soprattutto, quel giorno una tribuna coperta allo stadio costa 25.000 lire, i Distinti 10.000, che forse erano troppi all’epoca per un’amichevole in un’annata non eccezionale della Roma, ma visti da qui erano prezzi stracciati: quanto vale il biglietto dell’ouverture assoluta di Francesco? Si conta? Quel giorno Padoa sul Messaggero preannunciava l’esordio: “Boskov avrà i suoi problemi (…) basta citare gli assenti: Rizzitelli, Salsano, Garzya, Haessler…Mihajlovic… E ancora sicuri assenti Caniggia e Muzzi in nazionale… Potrebbe entrare il giovane attaccante Totti, casse ’76, una mezzoretta per far capire che le sue qualità un giorno potranno essere sfruttate anche dalla prima squadra”. Potrebbe. Poté. Può ancora.

“In campo poi è entrato Totti, classe 76, al posto di Giannini:un paio di lanci illuminanti, un gol fallito per un niente con un diagonale di destro, grande autorità e applausi dei tifosi.  Un debutto in grande stile per il gioiello della Primavera, reduce da un’operazione al ginocchio” scriveva il giorno dopo Ferretti sul Messaggero. Il grande momento è stato l’11’ del secondo tempo: Totti al posto di Giannini, fuori il Principe dentro il Piccolo contro l’Austria Imperiale. Ci sta tutto. A disposizione fra gli austriaci c’era Miki Konsel, seduto accanto a lui Herbert Prohaska che a sua volta viveva il suo esordio da commissario tecnico.

“Cominciare questa avventura proprio da Roma mi fa enormemente piacere. È impossibile cancellare i ricordi…”.

E chi se li dimentica i giorni di Prohaska a Roma. Lo chiamavamo Lumachina per i capelli e per la sua (relativa) lentezza, come uno dei personaggi di Pinocchio, ma eravamo per davvero nel Paese dei Balocchi quell’anno.

Prohaska è stato la definizione stessa della discrezione, dell’esattezza, della puntualità, della levità. È stato un anno soltanto qui e ha vinto quello che questa città aspettava da 41 anni. In quell’anno segnò gol come lui: decisivi in partite non così clamorose da ricordare (Ascoli, Avellino e Firenze nel giorno in cui il Toro faceva 3 gol in 4’ alla Juve: chi se lo ricorda il suo gol su rigore?).

Se nel calcio romanista c’è un cameo, quello è stato il suo percorso: Prohaska è il  co-protagonista perfetto di qualsiasi storia, non poteva non esserlo della Storia che proprio quel giorno cominciava a farsi, senza quasi che se ne accorgesse qualcuno. Un cameo che è un kolossal.

Chi se li scorda i giorni di Prohaska a Roma! Chi se la ricorda la prima di Totti?

Era giovedì come oggi.

Il tabellino:

Roma: Cervone (46′ Zinetti), D. Rossi, Caputi, Tempestilli, Aldair (74′ G. Rossi), Comi (46′ Benedetti), Piacentini, Petruzzi, Carnevale, Giannini (56′ Totti), Bonacina.

A disposizione: Pellegrino, Marchetti, Perli, Torbidoni.

All. Boskov.

Austria: Wohlfart, Hochmaier, Peci (48′ Streiter), Feiersinger (46′ Wazinger) Zsak, Baur, Ogris (68′ Stoger), Prosenik, Pfeifenberger, Kuhbauer, Rodax (46′ Schinkels).

A disposizione: Konsel.

CT Prohaska.

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Happy birthday Falcao, Roma’s rising sun

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In the beginning there was Falcao.

Como v Roma, 14 September 1980.

The life of every Roma fan was changed forever that day, as Paulo Roberto Falcao made his Serie A debut.

Roma won the match 1-0 courtesy of an own goal from Piero Volpi in the 25th minute of the first half.

Nothing was ever the same after Falcao’s debut. Silverware came to a city starved of trophies. The match jerseys were gorgeous, incorporating both the old and the new all at once. Youngsters could be seen wearing them on the cobbled streets of Rome as they replaced the crumpled shirts and flags of old.

Rome became cultured and beautiful once again. The club itself was different back then. It had big dreams to achieve. Roma was everywhere.

It was a special time. Everyone was able to enjoy the privilege of going to the stadium. The Olimpico was a playground and nobody needed any invitation to believe in fairy tales. It was time to dream.

Roma was everywhere. It was a phenomenon that transcended the boundaries of football and invaded people’s social lives, the music they listened to, the films they watched. It was there, every day, in the background. It was the ultimate companion.

If there was one period in time when the people were king, it was then. It was an era when you would go to the stadium and be moved to say: I love you.

Paulo Roberto Falcao was embodiment of all that, a footballer as aesthetically beautiful as he was practical. It’s little wonder that we now think of two Romas – one before Falcao, one after.

He added that sprinkle of gold dust to our club. He was the fifth point of our compass, on and off the pitch.

He was the evening sun you could glimpse from the Curva Sud.

He was a rising sun.

Based on an extract from ‘Il mare di Roma’

Giuliano Taccola

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Giuliano Taccola era il nostro Sessantotto. I nostri sogni, la nostra rivoluzione. Aveva l’età di uno studente ed è l’età che avrà per sempre da quel 16 marzo 1969. Il 24 settembre del ’67 aveva segnato alla prima partita in serie A con la Roma, a San Siro, con l’Inter, dopo un gol di Facchetti, a Sarti, il portiere col quale iniziava una filastrocca tuttora in voga. Lui invece non sarebbe mai diventato di moda. Veniva da Pisa, era cresciuto al Genoa, come Gigi Meroni. Volava. Era leggero. Veloce. Segnava. A San Siro era stato un balenio, perché è dell’Olimpico che sarebbe diventato la luce. La stagione dopo alla prima partita fece un gol dopo trenta secondi alla Fiorentina, il primo gol di tutto il campionato. Un altro balenio. Ne farà 7 in 12 partite, e chissà quanti inutili articoli si farebbero oggi sulle sue medie, senza riuscire a restituire mai la poesia dei gesti e della felicità che promettevano. Era già il ’69. Era ancora il nostro ’68. Era la nostra rivoluzione, i nostri sogni. I tifosi una volta lo andarono a prendere di ritorno da una trasferta vittoriosa per portarlo in trionfo alla Stazione Termini. Non era ancora una storia sbagliata, ma stava già ai bordi del cuore. Aveva l’età di uno studente, ma purtroppo stava per diventare un eroe. Fragilissimo. Poetico. Lieve. Assurdo. Dimenticato subito. Alle 17.55 del 16 marzo 1969 la guardia civile di Cagliari ne constatò il decesso: morto. Dopo una partita mai giocata come la sua vita. Cordova, Sirena e D’Amato restarono lì perché non se la sentirono di abbandonarlo su quel lettino nello spogliatoio dell’Amsicora. Senza una bombola d’ossigeno, con l’ambulanza arrivata dopo mezzora, o forse di più. Tonsillite, allergia alla penicillina, problema cardiaco, troppi misteri e una storia ancora più triste che da quel momento ha investito per forza e senza amore la sua famiglia. Alla Basilica di San Paolo c’erano cinquantamila persone al suo funerale. Un drappo nero, la maglia numero 9 della Roma. “Giuliano” gridavano. Il nome di Taccola, inserito nel 2012 e nel 2014 nelle candidature alla Hall of Fame della AS Roma, è tornato ad essere ricordato nell’ultimo derby con quel volto disegnato e sorretto da ragazzi della Sud che non lo hanno mai visto giocare ma che lo hanno tenuto dentro al cuore. Perché Giuliano Taccola era anche il loro sogno, la rivoluzione che sarà sempre da fare e che lui ci ha fatto intravedere in un balenio nei suoi gol per la Roma.

La serata giusta

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28 maggio 1981, Torino – Stadio Comunale
Juventus-Roma 0-1
Coppa Italia, semifinale di andata

Uno era squalificato, l’altro infortunato ma non pareva un caso: quella sera mancavano sia Ramon Turone sia Cesare Prandelli che lo teneva in gioco diciotto giorni e qualche centimetro prima su quello stesso campo per quella stessa partita. Quella valeva lo scudetto questa un po’ di più della semifinale di Coppa Italia, almeno per la Roma, almeno per i romanisti che tornavano letteralmente sul luogo del delitto dopo poco più di due settimane con l’orgoglio e soprattutto la consapevolezza di una squadra che si sentiva più forte della Juventus, perché lo era.

E lo dimostrò anche quella sera. L’immagine è quella della serata giusta, del volto più pulito possibile, quello del Bimbo Ancelotti che segna, dopo aver ricevuto palla da Birigozzi, a Zoff. C’è una foto del suo sorriso accanto al ghigno scocciato di Brio che racconta un’epoca e una differenza. Certi commentatori si preoccuparono subito di sottolineare che la Juve aveva qualche assenza, che Bettega era appena rientrato, che la Coppa Italia non era lo Scudetto, che c’era ancora la sbornia per lo Scudetto…

La risposta sta nel tabellino, nel volto di Ancelotti e negli “ottantamila circa” che si presentarono al ritorno: aspettavano il ritorno di un’andata giocata molti giorni e qualche centimetro prima.

The right scoreline

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May 28, 1981, Turin – Stadio Comunale
Juventus 0-1 Roma
Coppa Italia, semi-final first leg

They were both missing that night, one suspended, the other injured. And it didn’t seem like a coincidence. Ramon Turone, scorer of the infamous disallowed goal which could have been the match-winner when Juventus hosted Roma for a decisive Serie A showdown a few weeks earlier; and Cesare Prandelli, the man who kept him onside in the eyes of everyone except the linesman.

The Scudetto had been on the line in that game; this time there was a place in the final. But it was more than ‘just’ a semi-final. At least it was for Roma and the Giallorossi fans who traveled back up to the scene of the crime with a sense of pride and the feeling they were better than Juventus. Because they were. And so they proved.

The lasting image of that second meeting at the Stadio Comunale is the face of the goalscorer, a kid by the name of Carlo Ancelotti. The joy on his face after beating Dino Zoff from Luca Birigozzi’s pass. There’s a photo of him smiling next to a scowling Sergio Brio which says it all.

Some critics immediately pointed to the fact that Juve had been missing several players, that Roberto Bettega had only just come back, that the Coppa Italia was not the Scudetto, that the Bianconeri were still celebrating the Serie A title. The answer to that was on the scoresheet. In Ancelotti’s smile. And in the 80,000 odd who turned up at the Olimpico for the return leg a week later. The return leg of a tie whose real ‘first leg’ had been played several weeks and a few centimeters earlier. A return leg which ended 1-1 and enabled the Giallorossi to take their place in the final against Torino, emerging victorious two legs and a penalty shootout later to claim the club’s fourth Coppa Italia crown.

That cup triumph couldn’t bring Turone’s goal back, but at least the scoreline was right this time: Juventus 0-1 Roma.

Il nostro amore, il vostro cuore…

22 maggio 1991, Roma – Stadio Olimpico
Roma-Inter 1-0
Coppa UEFA, finale di ritorno

“IL NOSTRO AMORE – IL VOSTRO CUORE – ALZERANNO LA COPPA – CARICA RAGAZZI”. Questo ha letto la Roma quando è entrata in campo quella sera di maggio contro l’Inter per il ritorno della finale Uefa.

C’erano da recuperare due gol. La Sud le ha srotolato questi quattro striscioni al centro della curva, mentre poco più in alto comparivano giganti le lettere S P Q R usate anche in un derby. E tutto attorno colore. Al centro anche un po’ di viola, ai lati arancio e poi giallo rosso nei Distinti e in Tevere (sfumato in arancione). La scenografia in tutto lo stadio, così com’era successo nell’86 con la Juventus, così come sanno fare i tifosi della Roma.

Al centro un po’ di viola anche perché quella coppa sarebbe dovuta essere del suo presidente Adino, che tifava da lassù. Quaggiù si andò allo stadio molto presto, al pomeriggio la Sud era piena come alla sera, come il giorno dopo addirittura (quando ci sarebbe stato l’epico addio al calcio di Bruno Conti).

La Roma aveva giocato una Coppa Uefa da favola, aveva eliminato il Benfica, il Valencia, il Bordeaux, l’Anderlecht, il Broendby e a Milano con l’Inter era stata sfortunata in certi episodi. Due gol da rimontare come col Dundee, un’impresa simile. Un tifo assordante, i cori del Commando, la squadra di Giannini e Voeller – che era e sarebbe rimasto capocannoniere di quella coppa con 10 gol – e di Piacentini e Salsano che entrò e un po’ cambiò la partita.

La Roma iniziò come doveva fare, come soleva fare, com’era in quel tempo d’amore: una fiammata e ardore. Dopo nemmeno dieci minuti sotto la Sud il palo di Rizzitelli, a poco meno di dieci minuti dalla fine l’1-0 di Rizzitelli che non avrà tempo per la gloria, per il raddoppio, per la storia.

Finì con un “grazie lo stesso” e con la Sud che abbracciò così come all’inizio la sua Roma. Come nella nostra storia, pochi giorni dopo sarebbe arrivata la vittoria della Coppa Italia alzata al cielo – sempre struggente per noi – di Genova dalla Signora Flora Viola.

“Il nostro amore e il vostro cuore…” Sono stati giorni che comunque non dimenticheremo.

Our love, your heart

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May 22, 1991, Rome – Stadio Olimpico
Roma 1-0 Inter
UEFA Cup, final second leg

“OUR LOVE – YOUR HEART – WILL LIFT THE CUP – COME ON LADS” was the message that met the Giallorossi players as they walked out onto the field for the second leg of the 1990-91 UEFA Cup final on the evening of May 22, 1991. The task ahead was substantial, but not impossible – Roma had to overhaul a two-goal deficit from the first leg in Milan.

In addition to these four banners unfurled by the Curva Sud, if the Roma players were to cast their eyes a little higher into the stand, they would have seen the gigantic letters S P Q R – an acronym for the Latin phrase meaning the Senate and People of Rome. The centre section of the Sud was a sea of purple, with orange on either side. Meanwhile, yellow and red – blending to orange – adorned the Distinti and Tevere sections.

Just like against Juventus in 1986, the stadium was testament to the Giallorossi fans’ unrivalled knack for producing some truly stunning pre-match choreography. The purple – or viola, as they would put it – if you were wondering, was a tribute to the club’s late president Dino Viola, who was no doubt cheering Roma on from on high.

The Giallorossi had enjoyed an incredible run in the UEFA Cup that year, eliminating Benfica, Valencia, Bordeaux, Anderlecht and Brondby on their way to the final. In the first leg against Inter, however, Roma were short on luck and suffered a damaging 2-0 defeat. Indeed, the situation was reminiscent of the Giallorossi’s European Cup semi-final against Dundee United back in the 1983-84 season: Roma lost 2-0 up in Scotland, only to storm back for an irresistible 3-0 victory in the second leg. Lightening was going to have to strike twice if the Giallorossi were to lift the cup.

The Stadio Olimpico was pumping, and the Curva Sud had been full from mid-afternoon in anticipation of the big match. The line-up featured the likes of Giuseppe Giannini and Rudi Voeller, who would be the competition’s leading scorer that year with an impressive ten goals, whilst Giovanni Piacentini and Fausto Salsano came on midway through the second half, with the latter having a great impact on the game.

Roma roared out of the blocks as they often did in those days – a torrent of fire and passion. Ruggiero Rizzitelli hit the post in front of the Curva Sud after just ten minutes, but it wasn’t until the 81st minute that the Italian striker put the Giallorossi ahead. Alas, there was no time for a second – no time for glory, for history to be made.

And so it ended, with the Sud lauding its heroes as it had done before the match. A few days later, Roma won the Coppa Italia and it was Flora Viola – who had taken over the presidency from her departed husband – who raised it the trophy to the heavens. Our love, your heart…

These were days of heartbreak and elation, but nonetheless days we will never forget.

Santarini, il libero che inventò la zona

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11 maggio 1980, Avellino – Stadio Partenio
Avellino-Roma 0-1
Serie A, ultima giornata del girone di ritorno

Italo Allodi lo portò all’Inter perché lo vide fermare in un’amichevole fra Venezia e Santos Pelè. Helenio Herrera se ne innamorò e lo volle con sé quando andò alla Roma e una volta gli fece giocare il derby contro la Lazio cinque giorni dopo un’operazione (“Basta la tua presenza”), eppure anche tutto questo non dà il senso di cos’è stato Sergio Santarini per la Roma: eleganza, sicurezza, serietà, affidabilità, grazia, appartenenza, rassicurazione, intelligenza.

E’ stato novità, perché è stato il primo difensore centrale nella storia del nostro campionato a fare calcio, a proporsi, avanzare, inserirsi, suggerire, ed è stato esperienza perché ce l’aveva naturalmente, di quei giovani-vecchi che hanno un passo diverso in campo e fuori già da ragazzini (quando fermano Pelè) e perché alla Roma c’è rimasto tredici stagioni. Sergio Santarini è un pezzo di Roma. Capitano.

L’ha presa da Losi, c’era Herrera, l’ha portata a Falcao, tre decenni, tre Coppe Italia, dalla Roma dei 60 alla Roma di Viola. L’immagine di Santarini, per tutti quelli che all’epoca erano ragazzini, è quella col giaccone della pouchain mentre fa il giro di campo all’Olimpico dopo la vittoria in Coppa Italia col Torino, il 17 maggio 1980. Ci sarà anche un anno e un mese dopo, il 17 giugno 1981, per un’altra coppa, sempre contro il Torino, ma al Comunale, per segnare come la stagione prima un rigore.

Da Losi a Falcao quanta Roma c’è in mezzo? C’è Sergio Santarini. Liedholm per “colpa” sua s’inventò la zona, per “colpa” di Santarini nacque la Roma più colta e tatticamente aristocratica della nostra storia. C’erano lui e Turone, due liberi, nessuno voleva fare lo stopper e allora Santarini andò dal Barone a proporgli la zona. “Ma voi ne siete capaci?” chiese Liedholm. Santarini rispose “sì”, e “allora giochiamo a zona” sentenziò il Barone, col suo garbo, la sua leggerezza, la sua intelligenza. Santarini ha avuto tutte queste doti, e anche per questo quando la Roma vincerà lo scudetto più bello possibile l’8 maggio dell’83 a Genova, Falcao lo ricorderà per primo ringraziandolo per aver fatto parte di una squadra che era nata con lui.

Quell’11 maggio ad Avellino segnò il suo ultimo gol con la Roma, niente di epico perché di gol ne fece pochi, né quella partita al Partenio significava molto. Ma serve per parlare di Sergio Santarini, uno che ha attraversato il cuore della nostra storia, lottando sempre e rimanendo incredibilmente pulito e bianco come la seconda maglia della Roma con cui viene più facile ricordarlo.

Santarini, the defender who reinvented the position

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May 11, 1980, Avellino – Stadio Partenio
Avellino 0-1 Roma
Serie A, Week 30

Italo Allodi signed him for Inter after seeing him do a job on Pelè in a friendly between Venezia and Santos. Helenio Herrera fell in love with him and took him with him when he took up the reins at Roma. The great Argentine manager once even played him in the derby against Lazio five days after an operation, merely stating: “Your presence is enough.”

But none of that quite encapsulates what Sergio Santarini meant for Roma. Santarini was elegance, security, calmness, dependability, grace, belonging, reassurance, intelligence. And he was something of a trailblazer, because he was the first central defender in Italian football to get involved with the game in front of him, to head upfield, to help build the play.

Santarini had experience that belied his years – even when he was a young player, he had the guile to calmly do his job against the likes of Pelè. Of course, Santarini only improved with age over his 13 seasons with the Giallorossi. Yes, Sergio Santarini is an everlasting part of AS Roma.

He wore the captain’s armband from 1976 to 1980, safely delivering the club from the times of Giacomo Losi and Herrera to those of Paulo Roberto Falcao and Dino Viola, picking up three Coppa Italias along the way.

For any Giallorossi fans that were young lads around that time, the enduring image of Santarini is surely that of him wearing a big, padded coat as he parades around the Stadio Olimpico with the Coppa Italia aloft. That cup, won against Torino on May 17, 1980, was joined in the trophy cabinet a year and a month later as Roma once again tasted Coppa Italia glory, again at the expense of Torino but this time at the Stadio Comunale.

Nils Liedholm created the space for Santarini to play, and Santarini rose to the occasion to help build the most cultured, tactically sound side in Giallorossi history. Maurizio Turone and Santarini were both ball-playing defenders, you see, and neither wanted to commit to being the team’s stopper. Santarini went to see Liedholm to suggest they switched to zonal defending. “But are you up to it?” asked the Swedish coach. “We are,” came the response from Santarini. And so the switch to zonal defending was made.

It was the start of a truly great team, and when Roma won their second Scudetto on May 8, 1983 in Genoa, Falcao was keen to remember Santarini’s contribution, thanking him for having formed such an integral part of the team.

On this day in 1980, Santarini scored his last goal for Roma. It was nothing special – Santarini didn’t score many – and neither was the game itself against Avellino anything to write home about. But it’s a great reason to talk about Sergio Santarini, a man who is in our hearts and in our history, a man who fought for every ball but was as clean as that brilliant white Roma away strip with which we remember his Giallorossi career best.

Quarti di nobiltà e d’orgoglio

7 maggio 1986, Roma – Stadio Olimpico
Roma-Inter 2-0
Coppa Italia, andata quarti di finale

Il senso di questo Roma-Inter 2-0 sta nella formazione della Roma che leggi nel tabellino: Gregori, Oddi, Mastrantonio, Desideri (67′ Bencivenga), Lucci, Righetti, Graziani, Giannini, Tovalieri (87′ Gespi), Impallomeni, Di Carlo.

Una masnada di ragazzini che in questo pomeriggio di Coppa Italia si sbarazzeranno dell’Inter e che si appresteranno a vincere la competizione. Il senso di questa partita è quello della migliore Roma di Eriksson che da poco aveva subito il trauma surreale e grottesco del Lecce dopo aver giocato il miglior calcio del pianeta e aver recuperato 8 punti alla Juventus in 13 partite quando la Juve era campione del mondo e la vittoria valeva due punti.

Questo Roma-Inter 2-0 – invero contro un’Inter pure lei dimessa perché i pezzi grossi di tutte le squadre lavoravano per i Mondiali in Messico – è stata la prima partita dopo l’ultima gara di quel campionato, dopo l’epica e struggente trasferta di Como del 27 aprile, e nemmeno una ventina di giorno dopo il Lecce. Roma-Inter 2-0, continuando a giocare il calcio migliore pure con i ragazzini e vincendo alla fine una Coppa Italia che avrebbe avuto ancora forte il sapore del nostro orgoglio.

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