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Emozione Florenzi: “Un orgoglio essere qui”

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Nicolas Burdisso lo ha benedetto, i fatti lo hanno confermato: Alessandro Florenzi è il volto più convincente della Roma a Riscone nel 2012. Ritornato a casa così, da Crotone (dove ha fatto una grande stagione) sta dimostrando di essere un calciatore zemaniano, innanzitutto nella testa. I tifosi se ne sono accorti, la sua maglietta è la quarta più venduta fra quelle di quest’anno («per me è motivo d’orgoglio sono molto felice di questa cosa, spero di ripagare questa fiducia»). Il suo ritorno è innanzitutto «un ritorno molto emozionante, è bello far felici i tifosi che ti sostengono e che lo faranno per tutto l’anno».

E’ per questo che si lavora sodo: come sono gli allenamenti di Zeman?
Duri, ma sono la benzina che ci darà forza per tutto l’anno. Il
mister ci ha dato una preparazione da fare due settimane prima, ho cercato di farle al meglio. La emozioni della prima amichevole? Già le ho avute due anni fa all’esordio con la Samp, mettere questa maglia è un onore e un privilegio.

Sei adatto al gioco di Zeman?
Anche gli altri ragazzi sono bravi a inserirsi, è la mia prerogativa, quello che mi riesce più naturalmente e cerco di farlo dentro al campo. Il gol? Me n’ero mangiato uno molto più facile.

La famiglia?
Viene prima di tutto, oltre a loro c’è anche la mia ragazza che mi ha fatto una sorpresa ieri. Sono la base di tutto, parte tutto dalla famiglia e dalle persone che ti circondano, manca mio fratello che sta lavorando, ci fosse stato lui sarebbe stato perfetto. Lo sento tutti i giorni.

Ti aspettavi di fare tanti gol a Crotone?
Neanche le persone che ho elencato prima se lo aspettavano. Da gennaio ho capito che lì in mezzo ci potevo stare, ed è uscita una grande stagione. Mister De Rossi ha avuto sempre fiducia in me, lo sentivo spesso. Ho fatto il primo gol di testa, mi ha chiamato e mi ha chiesto come fosse possibile, per scherzare. Devo
ringraziare tutti i mister che ho avuto alla Roma, ognuno di loro mi ha dato qualcosa.

La testa?
Ognuno ha il suo modo di prepararsi, io cerco di stare il più tranquillo possibile per concentrarmi. La corsa non è tutta questione di gambe, ma anche di testa, devi cercare di non deconcentrarti.

Chi ti ha impressionato?
Lamela è veramente impressionante sotto il profilo della corsa, sembra che non sudi, ci arrabbiamo quasi con lui (ride, ndr). Dimostrerà il suo valore.

Pjanic?
E’ uno dei giocatori che seguo con più attenzione anche quando mi alleno, cerco sempre di rubare con l’occhio quando fa qualche giocata, è un piacere giocare con lui. Parlare poi del Capitano mi sembra scontato.

Taddei?
Abbiamo lo stesso procuratore e parlando con lui ho detto che Rodrigo è il giocatore più sottovalutato d’Europa, è un giocatore incredibile. Cerco sempre di imparare dai più bravi, qualche cosa mi è riuscita.

I problemi della Roma dell’anno scorso?
Era come se a ogni partita mancasse qualcosa. In certe partite si riusciva a sbloccare subito il risultato e fare un buon gioco, in altre ci si innervosiva.

Come vedi la squadra?
Ci sono dei “vecchi” che sembrano avere vent’anni. Si stanno allenando con costanza e impegno, gliene va dato merito. Non credo che ci sia un traguardo da fissare, dobbiamo pensare partita per partita e vincere. A marzoaprile tireremo le somme.

Le tue aspettative?
Mi sto allenando, sono molto felice di questo, sto cercando di dare il mio supporto alla squadra. Il mister parla poco, ma quando parla punge sempre al punto giusto.

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Piovani: «Zeman è un artista, la Roma la musica della mia vita»

Premio Oscar. Direttore d’orchestra, pianista, compositore di tutta la musica musicabile (fra il creato che ha messo in nota ci sono anche gli album di De André Non al denaro, non all’amore, né al cielo e Storia di un impiegato). Ma Nicola Piovani, schivo, poeta già nel profilo, leggero nei modi come nel tocco, non di un pallone, ma di un tasto, è anche molto di più. Lui è romano e quindi romanista. Non è finita. Zemaniano. Definizione totale. Fa parte di quel coro degli eletti, orda di letterati, musici, ultras e poeti innamorati del Boemo, del suo credo e di quell’abracadabra flosofico declinato in diagonale col 4-3-3. Quando Zeman venne a Roma quindici anni fa – era il 1997, l’Avvento – fondò il quartetto di tifo e d’ascolto con Antonio Albanese, Vicenzo Cerami e Curzio Maltese. Senza Whyma con tanti Because. Non al denaro, non all’amore, né al cielo ma a Zeman sì.

Stanotte sotto i pini di Roma, Nicola Piovani sarà protagonista di un “Concerto in quintetto” con brani scritti per il cinema, per il teatro, per concerto (Suite De Andrè, La Vita è Bella, Suite Moretti, Annozero, La voce della Luna…) rivisitati e riarrangiati. Per la prima volta eseguirà il brano “Ciliegine” dall’omonimo film opera prima di Laura Morante. Un pieno d’atmosfera come un fumo di sigaretta boema, giuto per iniziare a parlare.

Maestro stasera un concerto “intimista”…

Intimista fino a un certo punto: siamo all’aperto, al fresco dei pini di villa Pamphili. Non è un concerto sinfonico, questo no, ma il concerto di una formazione solistica, siamo in cinque – Pasquale Filastò, Marina Cesari, Cristian Marini, Andrea avena e io – oramai ben affiatati. E ci piace suonare in modo più che “intimista” piuttosto “teatrale”, cioè un modo in cui l’aria che tira in platea quella sera arriva sul palco e influisce sul modo di suonare. Un quintetto che interpreterà Suite per De Andrè e La vita è bella. Sì, è un programma misto: le musiche scritte per De André, per Pasolini, per il cinema, il teatro. Un programma misto che chiude con le musiche che ho scritto per Federico Fellini. E inserisce anche le musiche dell’ultimo film che ho scritto, Ciliegine.

Perché Laura Morante?

E perché no? Mi sembra ci stia bene fra Taviani, Benigni, Moretti, Fellini. Degli ultimi miei lavori, “Ciliegine” di Laura Morante, è una musica che ha una certa leggerezza allegra. Abbiamo scelto di metterlo in programma perché sentivamo il bisogno, di questi tempi, di inserire una piccola suite ballabile: il fox-trot e il valzer che sono nel film.

Il pianoforte anche in questa partita che giocatore è?

Centrocampista-regista. O mediano di spinta, De Rossi insomma.

Le opere prime hanno avuto sempre un fascino su di lei, e i ritorni? Zeman?

Ecco… Siamo in molti ad essere felici per il ritorno di Zeman alla Roma, per più di un motivo. Innanzitutto è stata una scelta della società che ha rivelato coraggio: sono parecchi i nemici di Zeman che avrebbero voluto che non mettesse più piede in serie A. Zeman è un artista del calcio, di un calcio fondato sulle idee e sul lavoro, non solo sulla spesa ultramiliardaria. E poi, a leggere bene i numeri della sua carriera, si scopre che Zeman è un allenatore “vincente”, per usare un termine in voga fra i suoi detrattori. Francamente non so cosa avrebbe realizzato Capello a Pescara.

A cosa si può paragonare questo ritorno?

Scherzosamente qualcuno ha titolato questo ritorno: “Zeman due, la vendetta”. O “Il ritorno del Conte di Montecristo”. Al di là dello scherzo, questa stagione è un po’ la speranza del riscatto di un calcio pulito, fondato sulle idee e sul lavoro. Speriamo solo che gli arbitri non ci facciano scherzi, come nel 1999. Ricorda che furti ci fecero, solo perché Zeman aveva disturbato i traffici del Palazzo?

Se con Luis Enrique il progetto era la rivoluzione culturale, con Zeman che definizione si può dare?

A dire il vero i due non mi sembrano così distanti, a parte la verticalizzazione veloce, fondamentale nel gioco del boemo e trascurabile nel gioco dell’asturiano (noi lo chiamavamo “Scucchietta” per quel mento pronunciato). Luis Enrique ha pagato lo scotto della mancanza di esperienza nel campionato italiano. Con l’arrivo di Zeman io non vedo un nettissimo cambio di rotta, ma in parte anche qualche elemento di continuità: inseguire un’idea di calcio a dispetto del risultato immediato, e sottolineo immediato. Se giochi bene e hai pazienza, i risultati alla lunga arrivano. Anzi, ne approfitto per ricordare a tutti noi entusiasti che anche quest’anno, soprattutto all’inizio, ci vorrà un po’ di calma paziente.

Un quintetto in scena, e il quartetto per Zeman?

Beh, avevamo fondato in quell’anno del suo primo arrivo a Roma, un ideale fan club, era una passione che condividevamo e, penso, condividiamo ancora. Devo risentire Albanese. Con Curzio Maltese e Cerami ne abbiamo già parlato, e condiviso la soddisfazione: l’anno scorso tifavamo Pescara!

Più coinvolgente suonare o vedere la Roma?

Suonare.

Che partitura è Zeman?

Una partitura ben scritta, non banale, la cui bellezza può sfuggire ai disattenti.

Come si suona il 4-3-3? E in che ambiente?

In grande affiatamento fra esecutori. E in Teatro.

Che musica è la Roma?

La musica della mia infanzia, al quartiere Trionfale negli Anni Sessanta.

La sua prima partita allo stadio? E l’ultima?

Un Derby, tanti anni fa, con noi un amico milanese, professore di sociologia a Trento, che voleva vedere una partita di cartello, dal punto di vista “Antropologico”, pensi un po’! L’anno non me lo ricordo, ricordo che finì a botte. L’ultima, Roma-Sampdoria, con Ranieri, partita da dimenticare in cui lasciammo cadere lo scudetto.

Il ricordo più forte?

Lione-Roma, Champions League 2007, a Lione con i miei due figli: 0-2, gol di Totti e di Mancini.

Il suo giocatore di sempre e perché?

Vabbè, risposta scontata: Francesco Totti, con tanti perché, ma anche senza perché.

Mai stato in Curva Sud?

Da tanti anni non ci vado.

Che musica è la Curva Sud?

A volte gioiosa, a volte dodecafonica, a volte lugubre.

Cosa vorrebbe dire a Zeman?

Faccia attenzione a chi lo vuole fregare, mister, e sopporti con pazienza la banalità di certi suoi commentatori.

Perché Zeman è così legato alla Roma e i tifosi della Roma a lui?

Non tutti i tifosi: quelli che capiscono il calcio. Quelli che sanno che i risultati sono determinati da più fattori: uno di questi è il bel gioco, che non è mai fine a sé stesso, è sempre finalizzato a segnare. Poi ci sono gli episodi, i pali, gli arbitri, gli infortuni. E naturalmente la rosa dei giocatori a disposizione. In questo senso Zeman in passato qualche miracolo l’ha fatto.

Maestro, i tagli alla Cultura.

Sono una inutile vergogna: la cultura, l’arte, lo spettacolo hanno bisogno di investimenti lucidi, hanno bisogno di lotta agli sprechi, alle clientele, alle rendite di posizione: i tagli, in genere, non colpiscono i parassiti, i furbetti, i malversatori; colpiscono le eccellenze, i non protetti e gli uomini di buona volontà.

Il Teatro Valle occupato compie il suo anniversario, come valuta questa esperienza?

Una entusiasmante esperienza di partenza: ora bisognerebbe passare a un assetto normativo, continuo, con un progetto. E sono le istituzioni che devono intervenire, tenendo conto delle nuove istanze nate da quel movimento. Qualche amico mi obietta: “Ma è un’occupazione illegale!”. Sì, certo. Ma l’occupazione di certe cariche pubbliche dirigenziali vi sembra legale?

Un pensiero ai terremotati dell’Emilia.

Un musicista, quando accadono queste cose, magari dedica un concerto, una musica, una manifestazione alle popolazioni colpite dal disastro: quando lo faccio provo un forte sentimento di solidarietà e un frustrante sentimento di impotenza.

Ghiggia: «Maracanà ammutolito solo da tre persone: Sinatra, il Papa ed io»

«Mi costa ricordare il Maracanà, è la mia cosa più intima». E’ la cosa più paradossale e quindi più bella che dice Alcides Edgardo Ghiggia. Ottanta anni oggi («Grazie per gli auguri che però io faccio alla Roma che ha la mia età»). E’ oggi che si festeggia il compleanno della storia del pallone. Perché la sua cosa più intima è anche quella più pubblica che Ghiggia ha fatto: il gol più importante nella storia del calcio. Al Brasile, Maracanà, 200.000 persone dentro, la partita che vale il Mondiale. Nel ’950. Al Brasile infinitivamente più forte basta un pari, va pure in vantaggio, l’Uruguay piccolo-piccolo si trasforma gigante col tiro sbilenco di Ghiggia. Il gol del siglo. La partita delle partite poi finisce 2-1 per la Celeste. La gente per strada e nello stadio si uccise.

«Non ho mai visto così tanta tristezza, nel momento più bello della mia carriera, della mia gente a casa. Le famiglie dell’Uruguay e quelle del Brasile. Non ho mai visto occhi così feriti come quelli». Quasi per dimenticarseli è venuto alla Roma, otto anni, una vita (un’altra) un altro riserbo profondo: da quando se ne è andato, non ci è più tornato. Ma è quasi come quel gol. Non se ne parla perché «certe cose sono intime». Alcides Ghiggia vive a Las Piedras, una ventina chilometri da Montevideo, dove il Parlamento l’aspetta oggi per i tanti auguri a te.

Ottanta anni e sentirli per forza, come si vive?
«Conta la salute e quella ce l’ho. Come i ricordi, anche se io non guardo indietro. Mai».
Vero visto che in Italia non ci torna dal…
«Era il 1990, per i Mondiali. Ma sono andato a Milano. Stavo con Gianni Minà, lui sa della cultura del Sudamerica. Fece di tutto per riportarmi in quei giorni a Roma. Ma non se ne fece niente. Non potevo».
Da quant’è che non viene a Roma?
«Da quando sono tornato a Montevideo. Dal 1963».
Sono più di quarant’anni, adesso lei e la Roma ne contate 80, è il momento per ritrovarsi.
«Se c’è la festa della Roma la prossima estate mi piacerebbe tornare. Stavolta sì».
Ma in tutto questo tempo nessuno l’ha cercata. Tifosi, magari?
«I tifosi della Roma mi hanno cercato anche dalla Gran Bretagna, dal Canada, da dovunque, oltre che dall’Italia. I tifosi della Roma mi hanno regalato la bandiera che tengo a casa. Nel salotto».
E Ghiggia la Roma la segue ancora?
Dà la risposta più veloce «Nel 4-0 col Palermo mi ha impressionato, mi piace come gioca, mi piace tanto».
Chi di più?
«Totti. Totti e Montella»

Totti a chi somiglia?
«Dei miei tempi? A nessuno, i tempi non coincidono, i campioni non tornano. Però se vuoi un nome: Dino Da Costa. Io con Dino giocavo, Totti lo vedo per televisione, l’ho visto sempre in tv. Credo sia lui la bandiera della Roma».
Ghiggia lo è stata?
«Ghiggia quando ha giocato in Europa ha realizzato il sogno che ha avuto dopo il Maracanà».
E il Maracanà lo sogna?
«Sono cose tanto intime».
Quelle pubbliche: come fu venire alla Roma?
«Tante ore di volo, il dispiacere di lasciare il Penarol perché il Penarol è come la Roma, una squadra “attaccata” a dove gioca. C’era il presidente Sacerdoti, mi ricordo».

Mi ricordo… la prima cosa di Roma.
«Moderna dentro una stessa città. Mai più vista prima»
Né dopo: l’ultima immagine che ha di Roma?
«Le Olimpiadi».
Il compagno di sempre.
«Arcadio Venturi. Mio figlio si chiama Arcadio».
Perché?
«E’ lui che mi ha fatto sentire a casa quando non lo ero».
Roma, quegli anni e Ghiggia: le cronache e la storia significano Dolce Vita.

«Ricordo che non potevo uscire perché c’erano i paparazzi (testuale, ndr) , mi seguivano sempre, mi rendevano la vita impossibile».
Eppure sembrava così facile: le donne, le ragazze innamorate del baffo rococò.
Ride. «E’ capitato. Avevo moglie e figli, certo, spesso si presentavano delle occasioni…». Ride.
La miglior partita giocata a Roma?
«Il 3-0 alla Lazio, gol a Lovati».
I ricordi del derby.
«La cosa più bella che può succedere in assoluto a un giocatore è vincere un derby a Roma. La gente, i tifosi il calore, mi volevano bene. Ed io ero contento perché loro erano contenti di me».
Roma-Lazio o Penarol-National?
«Quasi lo stesso, sono i due derby del mondo. Almeno i miei».
Che differenza c’era tra romanisti e laziali, che significava derby a Roma?
«La Roma aveva i tifosi, la Lazio no. La Roma era la squadra del popolo, la Lazio di qualcuno».

La Coppa delle Fiere vinta, un altroricordo.
«Sì, però mi ricordo di più che quell’anno speravamo di vincere la Coppa Italia».
Perché lasciò Roma?
«Perché l’allenatore nuovo (non fa il nome, ndr) non mi volle. Mi cercò il Milan, andai a vincere uno scudetto prima di tornare a casa».
Il giocatore più forte all’epoca?
«Charles».
Quello di sempre.
«Uno come me è difficile incontrarlo».
E’ vero che la gente comprava i biglietti solo di Monte Mario o Tevere per vedere più da vicino Alcide Ghiggia?
«Sì è verdad».
Come il gol del siglo.
Pausa. «Quella è stata la cosa mas importante della vida mia».
Le capita di sognarlo?
«No, mi costa molto ricordare il Maracanà. E’ la mia cosa più intima».
Tutti se ne ricordano e per sempre ne parleranno.

«Era il campionato del mondo…».
A parte quello, la cosa più bella fatta in carriera?
«Un gol alla Lazio».
Tipo quello fatto a Barbosa il 16 luglio 1950. E’ vero che dopo ci è diventato amico?
«Sì. Visse male male dopo quella partita, il Brasile scaricò tutte le colpe su di lui».
Varela il suo capitano, l’uomo che guardando in faccia “uno a uno” i 200.000 del Maracanà dopo il vantaggio loro vi portò alla vittoria, finita la gara si ubriacò. Ma per dimenticare, per il dispiacere. E’ vero?
«Sì. Lui era uno dei più sensibili, il più dispiaciuto per tutto quel dolore che scoprì intorno. Era una grande persona».
Oggi si trovano giocatori così?
«C’è differenza nei tempi».
Ghiggia s’è mai dispiaciuto, pentito di aver vinto La Partita?
«A me come a Varela dispiacque vedere un intero stadio, un intero Paese piangere. Si ammazzarono le persone. Ma contemporaneamente il nostro popolo stava vivendo il giorno più glorioso».
Come le cambiò la vita?
«Andai a Roma».
Quando ci tornerà?
«Per gli 80 anni della società. Mi auguro di venire lì a festeggiare lo scudetto. L’Inter è forte ma es possibile».
Che sogno ha Ghiggia?
«Questo. Lì con lo scudetto».
A 80 anni ha paura di morire?
«No. Nella vita c’è sempre tempo per imparare nonostante l’età. La vita continua e non mi guardo indietro».
Però il gol del siglo… Quando disse che «Soltanto tre persone hanno ammutolito il Maracanà…».

Interrompe e continua: «il Papa, Frank Sinatra e io».

(intervista esclusiva de Il Romanista ad Alcide Ghiggia realizzata nel dicembre del 2006.)

Tonino Cagnucci & Gianni Tarquini

Bruno e 100 anni di Roma: «L’ho vista nascere»

La cosa più bella che ha raccontato Bruno Michetti che oggi compie 100 anni è una cosa apparentemente difficile da capire, soprattutto se la commisuri con l’incommensurabile dei suoi 100 anni e del racconto di quei 100 anni. Alla guerra, alla prigionia. Quando gli è stato chiesto quale sia stata la gioia più grande datagli dalla Roma, ha risposto così: “Un rigore di Chini Luduena e non so contro chi”. E’ una risposta che ti avrebbe potuto dare un bambino nella pienezza più sfrenata e spensierata della sua felicità. Infatti lui t’accoglie con la tuta della Roma nella residenza Maria Marcella dove sta da dieci anni. Perché ti dà il senso dell’attimo, della purezza, del momento. E quel “non so contro chi” quanta pienezza ha dentro. Ti dà l’età ragazzina di questi 100 anni non di solitudine. Con la Roma non stai solo mai. Nemmeno in Tibet, prigioniero dei sudditi di Sua Maestà, sotto l’Himalaya quando hanno rimpatriato i tuoi compagni e solo te sei rimasto ancora lì e per questo gli inglesi ti hanno fatto un regalo: una corda per impiccarti. Ma l’hai lasciata lì perché è stata più importante una lettera di tuo pade dove c’era scritto: “Bruno la Roma ha vinto lo scudetto”. L’ha fatto vivere, ma non l’ha potuto vedere. E Bruno anche a cent’anni ha gli occhi grandi. Blu. Dentro ci trovi tutto ma soprattutto quel rigore di Chini Luduena. Alla facciaccia degli inglesi. Alla facciaccia del Liverpool. Il resto è tanta tanta tanta e vera storia. Leggetela. Di questi tempi di fretta e di opportunismo, di tradimenti e di meschinità, fa commuovere non solo un ricordo, ma chi sa mantenerli. Come quel gol. Un cammeo, Uno schizzo. Una piccola rivoluzione. Un gol contro chissà chi. Però della Roma. La tua vita. Auguri Bruno.

 

Campo-Testaccio

 

Bruno, come sei diventato tifoso della Roma?

Mio padre Luigi, che era capotecnico della Società Romana dell’Elettricità, era socio della Roma. Lo è stato per anni. Il suo posto in tribuna era al lato di via Caio Cestio. Vicino c’era sempre un suo amico, si stringevano e veniva fuori lo spazio per me.

Quando nasce la Roma…

Quando nasce la Roma avevo 15 anni. La Roma già c’era, era nell’aria, c’era entusiasmo nella città nei giorni della cosiddetta fusione. Io c’ero, io giocavo a pallone.

Ti ricordi di quel calcio a Roma prima della Roma?

Giocavo sul campo della Rondinella dove ho anche segnato dei gol (ride, ndr). Ho giocato al Campo dei Due Pini, alla Madonna del Riposo, cioè il campo della Fortitudo, dove ho fatto campionati studenteschi. E c’ho pure segnato. Io giocavo nell’Alba.

All’Alba! Non è cosa da poco.

Era la stagione 1926/27, per la precisione in quella stagione la squadra si chiamava AlbaAudace. Mi ricordo che l’Alba aveva due squadre, io ero il capitano della seconda squadra. La maglia era quella verde con la fascia bianca in petto.

Al Campo dei due Pini giocava il Roman Football Club.

(La sua espressione si fa seria, ndr). C’era il Roman, sì… ma il Roman era una squadra aristocratica.

Hai giocato contro la Lazio?

Non me lo ricordo… Però sicuramente eravamo divisi. Ruolo? Mezzala sinistra.

L’allenatore?

Funzionava qualche volta come allenatore un giocatore, Pierino Rovida, che poi ha giocato nella Roma.

Pierino Rovida giocò la prima partita della storia della Roma il 17 luglio 1927 contro l’Ute… Ma l’Alba quant’era seguita?

Il livello sociale era… democratico. Se il Roman era la squadra aristocratica noi rappresentavamo un diverso livello sociale.

E la Lazio?

No (no e basta, ndr).

Al campo della Madonna del Riposo ci giocava la Fortitudo.

La squadra di Attilio Ferraris e dei suoi fratelli. Mi viene in mente un episodio legato ad una partita alla Madonna del Riposo. Ci ho giocato i campionati studenteschi. Mi ricordo in particolare che ero un rigorista, l’arbitro ci diede un rigore. Il portiere venne e mi disse: “Te lo paro”. E io “Aho ma che te sei messo in testa”. Io sono destro, ma calciavo molto bene di sinistro. Anzi i rigori li tiravo quasi sempre di sinistro, erano più imprevedibili. Segnai ma uno dei nostri entrò dentro l’area, l’arbitro lo fece ripetere, cambiai piede ma segnai sempre allo stesso angolo mentre il portiere continuava a dirmi “te lo paro”. Seee…

Al famoso bar di Attilio Ferraris ci sei mai stato?

Al bar di Attilio? Eh sì che ci andavo. Stava a via Cola di Rienzo. Andando verso piazza Risorgimento a sinistra verso la fine. Di fronte c’era una specie di supermercato. Andò a finì male Attilio, perché giocava. Era un buon giocatore di boccetta e mi ricordo che giocava in Galleria Colonna, a Largo Chigi al primo piano. Quando giocava lui bisognava stare zitti. Giocavano tanti soldi (fa il segno del denaro con la mano e alza le sopracciglia). Una volta gli mancava un punto, all’avversario tre. L’avversario c’aveva solo una palla in più a disposizione. Attilio se lo guardava e quello “acchiappa” un rinterzo… quattro punti e vince! Fermati cielo! Attilio momenti sfonda il soffitto con la pallata.

Fulvio Bernardini.

Non eravamo amici, ma ci sono stato in confidenza perché avevamo giocato insieme nella selezione universitaria di Economia e Commercio. Una volta andai a trovarlo ad Abbadia San Salvatore quando lui allenava la Fiorentina. Non mi riconobbe subito ma quando gli dissi: “Guarda io so’ quello che ti facevo fare i gol contro Ingegneria”. Perché Bernardini nei tornei studenteschi faceva solo una partita quella contro gli ingegneri. E basta. Perché? Non li sopportava. Bisognava passajela per forza perché finché non segnava non era contento (il figlio Pierluigi lì accanto, ci mormora: “Io sono ingegnere”).

Testaccio.

Io sono testaccino. Mi ricordo il mattatoio, mi ricordo dove si mangiavano i rigatoni alla pajata… A via Marmorata ci vivevo, al campo ci andavo a piedi. Ma il campo per noi è stata una sorpresa, perché non pensavamo che potessero farlo a via Nicola Zabaglia, all’angolo di via Galvani. Prima c’era una lavanderia pubblica, la gente andava a lavare i panni lì. Era il ’29. L’anno prima giocavamo al Motovelodromo Appio e con l’Alba Audace c’era Zi’ Checco. Mi ricordo la sorpresa nel vederlo poi custode di Campo Testaccio, con una panza così (sorride, ndr) e con sua moglie la Sora Angelica. Mi ricordo… Le maglie ce le lavava lei, le lasciavamo lì, non le portavamo a casa. Si interrompe e riprende Mi ricordo con la mia Alba: Degni, Rovida, Hegher, Galluzzi, Chini… Chini è il cognome della madre, perché lui faceva Luduena. Poi Hegher è stato pochissimo, è stato pochi mesi. Ha giocato la prima assoluta con la storia della Roma poi è sparito.

La maglia della Roma, i colori della maglia della Roma di Testaccio: com’era il rosso?

La Roma giocava con un rosso bordeaux e col colletto giallo. Aveva due maglie, una come quella attuale e l’altra a striscioni giallorossi ma quella raramente veniva usata. Il rosso era bordeaux. Che facevate quando entrava la Roma a Campo Testaccio? Quando i giocatori uscivano dalla botola ci alzavamo in piedi e poi cantavamo l’inno della Roma che era una canzone popolare… La canta: “C’è Masetti che è primo portiere…”. La canta tutta.

La cantavano veramente, quindi non era una leggenda?

Noooo, ma quale leggenda!! Eravamo tutti in piedi a cantalla! Tutti (rimarca questa parola, ndr) in piedi. Quando la Roma usciva da ’sto sottopassaggio.

Il ricordo della prima partita.

Con mio padre. Era un Roma-Napoli, l’anno in cui la Roma prese Volk (era il 10 novembre 1929, Bruno vide pareggiare i giallorossi 2-2, ndr). La Roma cambiò tre portieri, Ballante era di Tivoli, il meglio portiere del mondo. L’ala sinistra del Napoli gli segnò un gol, soltanto che Ballante fece vedere che la rete era rotta e che la palla era entrata dall’esterno. L’arbitro abboccò.

Altre partite memorabili.

Il 5-0 alla Juve. Quello a Combi (era il 15 marzo 1931, ndr). Ero nei popolari, la Curva vicino al Cimitero degli Inglesi. Il gol di Fasanelli praticamente lo vidi da sopra la porta. Combi era un grande portiere. Ma anche Ballante. E c’era Rapetti…

Rapetti.

Veniva dalla Fortitudo. Rapetti era alessandrino, si suicidò sulla ferrovia, nel primo tratto che va da Piazzale Flaminio verso Viterbo. Fece pure il tranviere.

Tra i portieri, il primo: Masetti:

Faceva il portiere in un bar e aveva messo su una squadretta: non ho mai capito come la Roma lo acquistò. Anche qui a Roma c’aveva un bar. Mi ricordo che il suo non fu un matrimonio felice.

La Lazio.

Cosa?

La Lazio?

Uhm. A Testaccio erano il 95% romanisti

E l’altro 5% laziali?

No, agnostici.

I derby.

Mi ricordo la partita che poi costò un mese di squalifica a Bernardini e a Ferraris. Pareggiammo su calcio di punizione all’ultimo secondo. Lo volle tirare Bodini, andò da Bernardini e gli disse: “A Fulvie’ tiro io!”. Tirò una bomba. Quando rientrarono, Sclavi sfottè Bernardini e Bernardini gli diede uno schiaffone. Nacque una scazzottata furibonda. All’epoca la gente scendeva dalle tribune e se vedeva sulla giacca che ciavevi il distintivo dell’altra squadra partivano sempre le botte.

Oltre a Testaccio, la Lazio era seguita?

No. Non era un granché.

In questi cento anni chi è stato il più grande giocatore che ha avuto la Roma?

Bruno risponde immediatamente, tranquillo, stentoreo, perentorio. Falcao.

Perché?

È stato perfetto. Era ambidestro. È stato più di un regista. Più di un calciatore.

Il più grande presidente?

Renato Sacerdoti.

Il più grande allenatore?

Non lo so. Quello a cui sono più affezionato è Degni. Io all’epoca ero un maschietto, quel mediano dell’Alba era forte, poi è diventato pure tecnico. Ero affezionato a Degni, a Rovida, a Hegher. A quelli dell’Alba. Degni era più chiuso, Rovida no era detto cappelletto… C’era Umberto Farneti, detto il “Guercio”. Aveva una bottiglieria a Via del Gambero, un posto dove io non potevo entrare perché non avevo abbastanza quattrini. Il primo derby che la Roma vinse, i giocatori della Roma andarono a festeggiarlo da Farnesi, che era passato alla Lazio.

La più grande gioia che t’ha dato la Roma?

Un calcio di rigore tirato da Chini e non ricordo contro chi. Quando giocava Chini non li tirava Bernardini, ma lui. Ne feci uno al Napoli e venne giù la tribuna.

Dei tre scudetti qual è stato il più bello: ’42, ’83 o 2001?

(Un attimo di silenzio) Quello del ’42 non lo so… S’interrompe. Io stavo in prigionia sotto gli inglesi.

Ti va di parlarne?

Sì. Sono stato sette anni e mezzo… Dal 1940 al 1947 in Tibet. Mi presero in Africa. Guarda le foto in divisa coloniale… Ce le portano, c’è l’immagine del campo di prigionia inglese, le baracche sono specie di palafitte sulla terra, alle pendici dell’Himalaya. Si vede persino la neve. E i soldati inglesi che gironzolano. Non è stato facile… Ho preso una malattia che in Italia non conosceva nessuno. Il momento più brutto è stato quando ci stavano rimpatriando. Quasi tutti tranne me. Ho visto i miei compagni partire per tornare in Italia e io sono rimasto lì. Quel giorno gli inglesi mi fecero un regalo, mi diedero una corda per impiccarmi. La davano a tutti. Ma quella notte io non l’ho usata.

Perché solo te non sei stato rimpatriato?

Mi ricordo ancora il console spagnolo che trattava per noi italiani. Mi disse: “Ragazzo sono stato quattro ore a trattare, a parlare solo per te, ma niente, non ci hanno voluto sentire”. E lo sai perché? Perché spiando la mia corrispondenza con un amico romano avevano capito che gli davo dei figli di mignotta. Nel campo gli strillavo le parolacce in romano. Cinque mesi dopo quella volta sono tornato. La corda l’ho lasciata lì. Roma-Liverpool non dovevamo perderla anche per questo.

La Roma che senso ha sotto l’Himalaya in un campo di prigionia, sette anni in Tibet?

Mio padre mi scrisse una lettera per dirmi che la Roma aveva vinto lo scudetto… S’interrompe. Si asciuga gli occhi. Non dice di più, ma vorrebbe dire… La Roma è stata la vita.

Adesso. A cent’anni. Bruno che dici della Roma?

Che De Rossi mi ricorda i miei mediani dell’Alba. Che mi devono fa’ un regalo. Non me ne frega niente del piazzamento, ma devono arrivare sopra alla Lazio. Io me li ricordo i giorni della fusione… C’era entusiasmo nell’aria. C’era la Roma prima della Roma. Io l’ho vista nascere, avevo 15 anni e mio padre è stato un socio della Roma. L’Alba. Io ci ho giocato.

L’ha vista nascere. L’Alba, la Roma, la sua vita.

Lamela: «In Curva Sud a scontare la squalifica»

L’extraterrestre visto da vicino sembra quello che è: un ragazzino. Diciannove anni restano quelli che sono anche se nei piedi hai la possibilità di camminare verso la gloria. Calcistica s’intende, e in questo mondo non è poco. A Roma e a Buenos Aires per esempio è tanto. E’ anche – soprattutto – una questione di sentimento. Quello ce n’è in Erik Lamela, nascosto di sfuggita – rapidamente, un gioco di suola con le sopracciglia – nei suoi due occhi come spilli, che ti danno retta soprattutto quando capiscono che c’è qualcosa da capire o qualcosa per cui vale la pena starti a sentire. Argentino con l’argento vivo che a 19 anni può sbagliare ma di più – ed è più di un’impressione – sa quando lo fa e sa che non lo deve fare. Un nome da cartellone, che riparte da un cartellino. Si comincia da dove per ora si è finito. Da quell’espulsione.

Cosa è successo a Torino contro la Juventus e con Chiellini?
Ci siamo strattonati a lungo, prima s’è messo lui davanti a me e io ho cercato di togliermelo da davanti, ma non ci sono riuscito. È stata una normale cosa di pallone. Ci siamo strattonati, lui continuava e io per scrollarmelo di dosso l’ho preso. L’ho colpito.

Chiellini aveva provocato a parole o in qualche altra maniera?
No. Nessuna provocazione solo un contatto. Non ci sono state provocazioni anche perché fino a quel momento avevo giocato praticamente dall’altra parte del campo. Non c’eravamo presi.

Un’espulsione giusta.
Sì. Però non c’era nessuna intenzione di fargli male, a questo ci tengo, l’ho fatto solo per liberarmi. E ho sbagliato.

Quante altre volte sei stato espulso in carriera?

Nessuna. Fino a Torino non avevo mai preso un rosso.

Hai lasciato la Roma in dieci e sotto due a zero…
Di questo chiedo scusa ai tifosi e ai compagni. Ne abbiamo già parlato nello spogliatoio. Mi è bastato poco per chiarire con loro.

Sarai multato.
E pagherò. Io faccio quello che è giusto e quello che decide la Roma.

Presumibile che sarai strattonato tante altre volte… Quest’espulsione può essere una lezione?
Per certi versi sicuramente, ma, lo ripeto, io non avevo nessuna mala intencion nei confronti di Chiellini.

Juventus-Roma 3-0: perché?
Perché dobbiamo cominciare a leggere meglio anche certe partite. Non è stato un problema di approccio. L’atteggiamento è stato quello giusto perché anche in trasferta sul campo della prima in classifica volevamo fare la partita. Tenevamo palla fino a che c’è stato quell’inserimento per la prima rete e la partita s’è messa male. E’ evidente che dobbiamo correggere qualcosa, è evidente che dobbiamo ancora migliorare. Sarebbe strano il contrario, nessuno pensa di avere le cose in mano.

Juventus-Roma 3-0, lascerà strascichi?
No. La squadra non ne risentirà.

La squadra che va a cena insieme.
E’ un’idea nata proprio dopo Juventus-Roma 3-0. Anche la cena in qualche modo forma il gruppo. Uno si diverte coi compagni. Ci sono tanti giocatori nuovi. E’ un modo per stare allegramente insieme.

Chi l’ha organizzata?
Totti. E’ stata un’idea del capitano. E’ stata organizzata sul pullman dopo Torino. Io mi trovo benissimo in questa squadra.

El Coco di tutti.
El Coco di mio fratello.. E’ stato lui a darmi questo soprannome. Mi diceva Coco. Coco… Ed è rimasto così.

Tuo fratello e la tua famiglia, il cuore della vita?
Sì, stanno qui con me. Anche la mia ragazza mi ha accompagnato in Italia. Se per me non è stato facile, come dicono tutti, lasciare la patria, la mia casa, i miei amici e la mia squadra a 19 anni, per lei è stato anche più difficile. Ci siamo conosciuti a scuola, la cosa migliore della mia età scolastica… Con la mia famiglia viviamo lontano dal centro in un casa, mi ha aiutato Totti a trovarla.

La casa, la cena… Una volta hai detto che Totti ti riempie di consigli…
Veramente non l’ho mai detto, però è vero. E meno male. Io non posso che ascoltarlo, perché Francesco di Roma sa tutto, sta qui da sempre, è romano, conosce l’ambiente meglio di chiunque. Lui e De Rossi mi hanno parlato di cos’è la Roma, di cosa significa giocare qui. Io so bene dove sono, conosco l’importanza di questa maglietta e delle responsabilità che ho. Ma resta un onore avere certi esempi e certi compagni.

Uno è Daniel Pablo Osvaldo. Una volta per tutte, cosa è successo nello spogliatoio di Udine?
E’ stata una litigata per una giocata della partita, non c’è stato altro. Non ho mai detto la frase che lui non è Maradona, e non c’erano problemi di altra natura. E’ stata una discussione sulla partita, sicuramente accesa.

Perché Osvaldo s’è arrabbiato così tanto?
Perché era un altro periodo, perché quella partita contava tanto, dovevamo fare bene. E’ stata una discussione animata perché ci teneva tanto lui e perché ci tenevo tanto io a non perdere.

Adesso?
Adesso è tutto a posto, ma è stato immediatamente tutto a posto. Questo è un gruppo buonissimo. Io sono giovane, ho fatto solo tre anni ad alti livelli, ma questo è un bel gruppo. Io sto bene con tutti. Ci sono veramente bravi ragazzi nella Roma. E’ questo conta più di chi è più o meno forte, di chi va più o meno bene.

Adesso Bojan va meno bene…
Bojan è fortissimo! Bojan forse non è andato benissimo nelle ultime due partite, e comunque non lo devo certo dire io. Io sono contentissimo di poter giocare con un attaccante così. Lui è da Barcellona. E da Roma.

Lamela sarebbe potuto veramente essere del Barcellona…
Ah, la storia del provino da ragazzino… Feci cinque gol in un torneo giovanile in Catalogna, gli osservatori del Barça mi videro e dissero a mio padre che mi avrebbero voluto con loro. Rimasi a Buenos Aires.

Pentito di aver detto no?
No, perché ho detto sì al River Plate che era la mia squadra del cuore. Perché il mio sogno era quello di esordire in primera con la maglia del River e di segnare per il River. No, perché adesso sto alla Roma.

Avresti potuto fare esattamente lo stesso percorso di Messi
Nessun rimpianto. Il River mi ha preso da chiquito, col River sono diventando grande. Il River ce l’ho nel cuore.

Sempre stato suo tifoso?
Sempre.

Da ragazzino andavi al Monumental a vedere il River?
Sempre.

In curva?
Sì, da quando avevo 7 anni. Giocava il River e io c’ero.

Andresti mai a giocare nel Boca Junior?
Come???? Nunca! Mai. Mai. Neanche se fosse l’ultima squadra al mondo.

Cos’è River-Boca?
Eh… Diciamo che sono i due club più grandi d’Argentina e basta.

Conta sempre la distinzione fra “millonarios” – cioè la squadra d’elite, il River – e il Boca squadra del popolo?
No, non c’è differenza di ceto e di classe come dicono.

E cos’è Roma-Lazio?
Io finora l’ho visto dalla panchina. Mi piacerebbe giocarlo e mi piacerebbe segnare sotto la Sud. Poi ti saprò dire qual è “più derby”.

Al River eri molto legato ad Almeyda, laziale: ti ha ma detto niente di Roma e della Roma?
Matias è un amico, abbiamo condiviso il dramma della retrocessione del River. Mi ha parlato dell’Italia, della città di Roma che è splendida. E Roma è splendida. Il Colosseo è magnifico, anche il Vaticano, la luce che c’è… Se vuoi saperlo Almeyda non mi ha parlato male dei tifosi della Roma e della Roma, anzi era contento del mio trasferimento in giallorosso.

Quando hai saputo di essere un giocatore della Roma?
Quando il procuratore me lo ha comunicato

La prima persona alla quale lo hai detto.
A tutta la mia famiglia. Vivo con loro, vivo per loro. A pensarci, la prima-primissima persona alla quale l’ho detto è stata mio padre. Mio padre ce l’ho nella pelle. Non è un modo di dire, oltre a un tatuaggio per la nonna che non c’è più, un altro è con le iniziali di papà.

Tuo padre è stato un giocatore di calcio?
Di calcio a cinque. Anche io ho giocato a calcetto. Dalle mie parti è normale. Da chiquito non facevo che giocare con la pelota.

E’ per quel motivo che giochi tanto con la suola?
No, perché per me è normale.

Tanti ti hanno definito “Speciale”.
Un giocatore speciale è Totti, non io. Anzi tutti alla Roma sono speciali.

Anche Sabatini ha detto che sei speciale. Sabatini s’è speso tanto per te, cosa ti ha detto per convincerti a venire alla Roma?
Mi ha detto tante cose, ma nessuna per convincermi a venire alla Roma. Non si deve convincere nessuno per venire a giocare nella Roma.

A Roma verso di te c’è una sensazione particolare e nuova. Quella di avere tra le mani veramente un fuoriclasse, e così giovane. C’è anche la paura che un giorno qualcuno uno così… speciale possa portarselo via. Per esempio, se tornasse il Barcellona a richiederti cosa faresti?
Io sto alla Roma, non penso ad altro. Parlarne sarebbe pure sbagliato. Sono appena arrivato e devo crescere tanto, devo imparare tanto, devo lavorare tanto. Io qui sto bene e sono felice. Io devo e voglio dare tutto per questa squadra che mi sta dando tutto.

C’è una specie di tacito e segreto ordine quando si parla di Lamela alla Roma: “Non ditegli troppo che è bravo, non ditegli che è un campione perché c’è il rischio che si monti la testa”. C’è il rischio?
No. Su questo sono sicuro per un semplice motivo.

Quale?
Nella vita neanche da ragazzino ho avuto la strada spianata, non è stato tutto facile per me. Io so cosa significa stare in basso e lavorare per salire.

Tuo padre faceva il panettiere.
Sì, ma io non sono capace a fare il pane. Stavo lì, vicino a lui ma a parte il fatto che non dovevo mettere le mani nella farina perché era rischioso per le macchine, non ho mai imparato perché giocavo sempre a pallone. Ecco, il pallone è stato il mio pane.

A parte Luis Enrique, il tuo allenatore più importante?
Gorosito, è lui che mi ha fatto giocare nel River.

Luis Enrique.
No, non voglio parlarne tanto, sai com’è… Ti dico che con lui giochiamo e giocheremo sempre alla stessa maniera, sia in casa, sia in trasferta, con la prima o con l’ultima in classifica. Questo mi piace.

Come persona?
Muy bien

Il tuo ruolo?
Trequartista. E dove vuole Luis Enrique.

Meglio un assist o un gol?
Meglio vincere.

Dove può arrivare la Roma?
Lo Scudetto uhm è un po’ lontano… Diciamo al terzo posto.

Ma se vince a Catania?
Sì, se le vinciamo tutte lo Scudetto diventa pure matematico. Diciamo che vogliamo arrivare il più in alto possibile.

Dove vuole arrivare Lamela con la Roma?
A vincere la Champions League.

E’ quello il futuro?
Abbiamo un gruppo tanto forte, ci stiamo conoscendo, siamo giovani. Ci crediamo. Ci sentiamo una squadra forte, però dobbiamo lavorare. Sappiamo che dobbiamo lavorare per poter raggiungere qualcosa di grande per questa città.

Tornassi indietro rigiocheresti il Mondiale Under 20 con la caviglia malconcia?
No, ho sbagliato, però non è facile dire di no a un Mondiale e all’Argentina.

Hai detto il tuo no per sempre al Boca: e alla Lazio?
Lo mismo, neanche alla Lazio andrò mai.

Di’ quello che vuoi ai tifosi della Roma.
Di continuare così, come fa la Curva Sud.

Ci andresti?
In Curva? Sì. Magari ci andrò il prossimo anno per scontare la squalifica della Coppa Italia. E poi i tifosi della Roma sono un po’ argentini.

Quindi, Curva Sud…
Olè.

3 Domande a… Tonino Cagnucci

“3 DOMANDE A”… – Nuovo appuntamento con la rubrica di Romanews.eu che raccoglie gli interventi dei più prestigiosi addetti ai lavori in casa Roma sul tema della settimana. Con “3 domande a…” analizziamo l’universo giallorosso attraverso le parole degli esperti in materia, per un appuntamento che si ripeterà due volte nel corso della settimana (in caso di turno infrasettimanale saranno possibili degli slittamenti e/o delle aggiunte). Oggi risponde alle nostre domande Tonino Cagnucci, prima firma e caporedattore de Il Romanista.

Guardando la formazione schierata da Luis Enrique nel primo tempo contro il Novara, sperava in una vittoria della Roma sabato sera?

Non sono rimasto sorpreso dalla formazione. Risponde ai criteri logici dell’allenatore asturiano. Taddei aveva giocato soltanto una partita, quella a Milano con l’Inter. Cassetti aveva giocato da terzino destro le ultime due gare perché Rosi non stava bene. Heinze aveva fatto male a Genova, Kjaer non era a disposizione. La vittoria a Novara me l’aspettavo a prescindere dalla formazione. I tre punti sono arrivati soprattutto grazie ai cambi operati da Luis Enrique nel secondo tempo. Uno su tutti Bojan, subentrato a Greco, con il conseguente riposizionamento di Lamela nel ruolo di trequartista e di Pjanic come interno di centrocampo”.

A proposito di Bojan. L’ex Barcellona è partito dalla panchina ed ha segnato. Era già accaduto in questo campionato. Dovremmo aspettarci questo tipo di impiego da parte di Luis Enrique nei confronti del giocatore catalano?

“Bojan Kirkic è sicuramente un titolare della Roma, è l’acquisto più importante. E’ un grande giocatore. Soltanto in una città come la nostra si riesce a mettere in discussione un calciatore come lui, che per tre anni ha giocato nel Barcellona, la squadra più forte di sempre, con la quale ha battuto tutti i record che c’erano da battere. A Roma viene criticato anche adesso che, numeri alla mano, ha già fatto più gol di Mirko Vucinic, l’attaccante copertina della Juventus capolista. Io ritengo che i tifosi e l’opinione pubblica siano molto più pronti della comunicazione per fare la cosiddetta rivoluzione culturale. E lo hanno dimostrato: la piazza sta dando tempo a questo progetto. Secondo me, quella di Novara potrebbe essere la partita della svolta per il campionato della Roma. Il secondo tempo è stato giocato con una squadra composta per 6 undicesimi dai nuovi arrivi della scorsa estate e sono stati i migliori in campo: mi riferisco a Stekelenburg, Gago, Pjanic, Osvaldo, Bojan e Lamela”.

Si aspettava l’esplosione di Rosi e ritiene possa avere anche una chance per la Nazionale di Prandelli?

“No, non me l’aspettavo per niente. Avevo molti dubbi su questo giocatore. Ritengo sia molto maturato e il cambio alla guida tecnica ha favorito questa sua maturazione. Un esterno con le caratteristiche di Rosi si sposa bene con la costruzione del gioco di Luis Enrique. Se continua così, Aleandro arriverà presto in Nazionale e potrebbe essere preso in considerazione per i prossimi campionati Europei”.

© Giulia Spiniello & http://www.romanews.eu

“Roma Roma fa venire i brividi a tutti”

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«Se vengo a Roma è perché voglio restare nella storia». Punto e basta. Più che testuale, chiaro. D’altronde è la parola dell’Imperatore, e se uno ha un soprannome del genere vuol dire che se lo merita o che se lo vuole meritare. L’intenzione di Leite Ribeiro Adriano è quella: «Roma è la città della storia, io vengo per rimanerci ».

A parte questo titolo, di tutto il resto non gli interessa molto. Le questioni giudiziarie, le intercettazioni che qualcuno ancora ieri ha tirato fuori in Brasile non gli fanno più tanto male. Adriano pensa a Roma. Anzi, più che pensarci la sente («è un’emozione »). Non gli pare vero che ci sia un posto adatto al suo soprannome: è un modo per ritrovarsi altrove dopo averlo fatto in Brasile, a casa sua. Un’altra Odissea. «All’Italia devo tanto, se ci torno è perché ci tengo, è per far vedere chi è Adriano perché nessuno lo ha visto veramente. Mai». Lui ci crede. E’ sua, più della Roma, la scommessa, e non solo perché la Roma ha studiato il più possibile per ridurre pressoché a zero i rischi. Questa è una scommessa di Adriano con se stesso, di Adriano con l’Imperatore, di quelle sicure se sai quanto hai fatto per meritarti non solo l’Europa, l’Italia, la Serie A, ma addirittura Roma. Per meritarti un’altra volta un’altra occasione, e per la prima volta un’occasione simile. Unica. Storica, come direbbe lui. «Storica», come dice. È quasi arrivato il momento. Domani accadrà. Oggi sta partendo. Forse è già partito. Quando arriva Adriano? Quanto bisogna aspettare per vedere ’sto colosso al Colosseo? Quanti pollici versi ancora avrà la nostra storia? Quando?

Che vigilia è questa Adriano?

Bellissima, lunghissima, frenetica. Non vedo l’ora di essere lì. Parto domani (oggi, ndr) e sarò nella Capitale tra martedì e mercoledì. La Roma mi ha cercato tanto, io l’ho voluta tanto. Non ho avuto nemmeno un dubbio quando ho saputo che i giallorossi mi volevano. Roma è speciale. Roma assomiglia al Brasile, mi è sempre piaciuta. E’ uno di quei posti che non può lasciarti indifferente.

Cos’era Roma per Adriano prima di domani?

Una città fantastica, e un popolo più grande. Voi non sapete che prova un calciatore quando entra in campo all’Olimpico, quando parte l’inno prima di giocare e i tifosi iniziano a cantare “Roma Roma Roma”: vengono i brividi anche agli avversari. È una cosa bellissima. La torcida romanista è commovente. Quando dico non vedo l’ora di venire, intendo anche questo. La gente, il popolo. E poi c’è la squadra.

E poi c’è la squadra: Adriano ha parlato con qualche suo futuro compagno?

Sì, con Juan, avevo letto pure delle belle parole che ha avuto per me. Lui è fortissimo. Poi ho sentito Fabio Simplicio l’altro nuovo acquisto giallorosso. Anche lui non vede l’ora di iniziare a giocare con la Roma e con i suoi campioni. E poi ho sentito anche un altro giocatore.

Chi?

Totti. Il Capitano. Lui è il più grande di tutto. Per me sarà un onore giocare con lui. Io nemmeno mi ci paragono. Lui mi ha detto che mi aspetta, gli ho detto che sto arrivando. Il Capitano è il Capitano.

E il derby è il derby. Che pensa Adriano di Roma- Lazio?

Me ne hanno parlato in tanti, ma so che non posso capire cosa veramente sia prima di giocarlo. Adesso me lo immagino come il Fla-Flu, Flamengo-Fluminense, una delle più grandi partite del mondo.

Una delle più grandi partite del mondo adesso, da queste parti, è Roma-Inter. Futuro e passato che saranno subito il presente.

Sì, contro l’Inter dovrei giocare la mia prima partita con la Roma, in Supercoppa, e forse proprio a Milano. Guarda, io ci tengo tantissimo a fare subito bene, ma per la Roma e per far vedere che sono un calciatore vero. Non ho rivincite particolari da prendermi contro i miei ex compagni o con il presidente Moratti che mi ha sempre trattato in maniera particolare. Ci tengo per la Roma.

Per la Roma che torna in Champions League.

E’ la competizione che mi emoziona di più, la più grande che ci sia. E questa volta voglio vincerla perché io all’Inter non ci sono riuscito. Per restare nella storia. Un Imperatore quello fa.

Giorgio Rossi

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«Però non scrive che so’ la Roma…». No, no.
Giorgio Rossi arriva e porta un’enciclopedia della Roma. Alle 9 è già pronto. A via Tuscolana c’è un bar all’angolo: «Qui ci vivo da tanto». Si vede; quasi ognuno che passa dice: «Ciao Giorgio», «Ciao Gio’…» oppure, che è più significativo: «Guarda quello è Giorgio Rossi, il massaggiatore della Roma», detto da uno che comincia andare in Curva Sud adesso, alla ragazza, per farle capire la cosa. Per capirsi: generazioni romane che girano l’angolo, a via Tuscolana. «Io però sono nato al Colosseo, proprio in via Labicana. Vengo da una famiglia di infermieri, mio padre era un infermniere e mia mamma anche. E c’era la Roma. E’ nata un po’ prima, ma c’è sempre stata».

Sempre stato romanista?
«Sempre, sempre. C’è stato un periodo che mi hanno portato a vedere la Lazio, pensa. Erano i primi anni 50, un Lazio-Napoli: non m’ha fatto nessun effetto. Hanno pure perso. La Roma l’andavo a vedere sempre in curva, naturalmente, perché i tempi erano quelli che erano».

Prima di andare a vedere la Roma, c’era la guerra.
«La fame, mi ricordo la fame. La nostra era una famiglia numerosa, zia aveva quattro figli maschi, c’erano otto uomini in casa, allora era molto pericoloso uscire da casa: zio era anarchico, non aveva la tessera del partito ed era un problema. Sotto casa c’era proprio la caserma dei carabinieri. Vivevamo un po’ da reclusi. Però nel ’44 avevo 14 anni, i tedeschi non mi hanno preso, portavano via quelli un po’ più grandi, c’era un’organizzazione apposta».

Poi la guerra è finita: l’Italia cerca lavoro, il pallone torna a giocare. Ladri di Biciclette fuori, mentre dentro si gioca Roma-Modena. Com’è (ri)cominciato tutto?
«Non ci si diplomava da massaggiatore. I massaggiatori erano tutti ex pugili o infermieri, anche lo stesso Angiolino Cerretti, il grande massaggiatore della Roma; anche Roberto Minaccioni, un altro massaggiatore storico. Io in quell’epoca ero vigile del fuoco. Successe che trasportai un ferito al San Giovanni, dove incontrai Minaccioni che mi conosceva e mi propose di andare a fare un torneo a Sanremo, perché non gli davano le ferie. E da lì…».

Da qui comincia tutto.
«Andai al campo di via Sannio, mi consegnarono come prima cosa invece della cassetta con i medicinali, la cassetta con martello, tenaglie, pompa per gonfiare il pallone e il famoso tiralacci, perché i palloni avevano i lacci. Così ho iniziato a fare il massaggiatore della Roma. Da quel gruppo uscirono Orlandi, Compagno, Scaratti. Due romani e uno di Torrimpietra, io li voglio ringraziare. Poi c’è Guarnacci; Egidio è un mio grande amico anche se parlo di un altro perido. E Giacomo Losi, Amedeo Amadei. Sono quelli che sento più spesso. Se parliamo della storia della Roma questi vanno subito scritti. Scrivili».

Losi, Amadei, Guarnacci, Rossi…
«Non mi mettere in mostra».

E’ appena diventato massaggiatore, è appena il 1957:
«Divento massaggiatore del settore giovanile. Una vita pure quella. Ci sono stato tanti anni, ho avuto tanti allenatori, da Bravi, Trebiciani, De Angelis, e poi … Io li devo ricordare (<+corsivo>apre l’Enciclopedia, ndr<+tondo>). La Primavera vinceva tanto negli Anni 70, coppe e scudetti, una volta ha vinto sia il campionato che la Coppa Italia».

Era quella di Di Bartolomei capitano?
«Agostino è sempre stato capitano».
“Ciao Giorgio, come stai?”, “Bene bene”. C’è sempre il sole, l’Enciclopedia in mano: la storia da raccontare.
«Allora, parliamo dei presidenti».

I presidenti.
«Io li ringrazio perché mi hanno dato l’opportunità di lavorare per la Roma, ognuno di loro ha fatto tanto per me (gira pagina, ndr). Eccoli. Di Gianni, Anacleto ricordo l’umanità, la cosa umana. Di Evangelisti ricordo un’altra cosa: quando mi chiamò per dirmi di andare in ritiro con la prima squadra, a Campobasso. Stavolta ero io che avevo problemi di ferie perché continuavo a fare il vigile del fuoco. “Non ti preoccupare di questo”, mi disse. All’epoca, come dicono a Roma , era il sottopanza d’Andreotti… Nel ’61 ho smesso di fare il pompiere e sono diventato infermiere, ho lavorato in camera operatoria, mi ha aiutato molto nel mio lavoro. Nel pronto soccorso».

Così ha salvato la vita a Lionello Manfredonia.
«I presidenti della Roma non sono finiti»

I presidenti della Roma.
«Di Alvaro Marchini mi ricordo dei cori un po’ pesantucci: “Alvaro Marchini….”. Aveva venduto Capello, Spinosi, Landini, ma il bilancio era quello che era, io lo sapevo. Anni prima c’era stata la colletta del Sistina. Con Marini Dettina c’era un rapporto di rispetto. Misa che era un conte. Quello intenso è stato con Anzalone perché era stato anche presidente del settore giovanile. Ha cominciato a costruire Trigoria, all’epoca era campagna, ho un ricordo piacevole, ci si arrivava bene, senza traffico. Viola l’ha fatta grande».

Anche la Roma. Dino Viola.
«Il Presidente non solo controllava le luci, quello che le spegneva per ultimo a Trigoria… è quello che hanno sempre scritto per farlo capire, no? Ma Dino Viola per me era quello che guardava le piante, controllava se gli alberi crescevano bene, altrimenti non avrebbe pagato i giardinieri. C’era la Signora Flora a Trigoria. Ho una dedica di Viola, di riconoscenza per il lavoro…».
Un po’ di silenzio.

Il presidente Franco Sensi.
«E’ eccezionale. Il fatto che si è spostato di notte per andare a prendere la squadra a Fiumicino è un gesto grandissimo di amore. Io lo ringrazio perché mi fa lavorare con la Roma».

Come potrebbe essere altrimenti?
«Beh, ogni volta mi scade il contratto».

Come potrebbe essere altrimenti?
«Io no, io non c’ho mai pensato a lasciare la Roma. Come ti spiego? Hai visto quando non l’immagini? Mai, perché ormai era entrata, come si può dire.. quando una cosa ti entra nel sangue. Ma i presidenti li abbiamo ricordati? Ciarrapico, Di Martino…».

Sì. Gli allenatori sono troppi di più. Uno è stato Helenio Herrera.
«L’ho conosciuto quando stavo nel settore giovanile, c’era il campionato De Martino un misto tra Primavera e prima squadra. Lui era burbero, anche spigoloso, era un personaggio».

Discusso.
«Io Mario Brozzi lo ringrazio anche perché ha fatto un protocollo per cui i nostri giocatori non possono proprio prendere niente. Una volta Herrera si presentò per una finale giovanile Roma-Juventus, l’allenatore era Trebiciani. Prima della partita diede a ogni ragazzo una bustina di zucchero, diceva. Il portiere saltava sopra la traversa, la nostra ala andava a crossare cinque metri dopo la linea di porta. Tra il primo e il secondo tempo i ragazzi cominciarono a sentirsi male. Io il doping non l’ho mai fatto entrare. Eppoi a uno come Rocca che je volevi dà? Rocca, è stato uno dei più grandi della Roma: in Primavera, ogni partita che faceva costringeva il suo avversario diretto a uscire».

Poi uscì lui, per infortunio. Giuliano Taccola una volta per sempre.
«So la storia. So di una puntura fatta di un antibiotico, quello sì. La storia triste di Giuliano».

La Storia ha queste storie, pure quella di Lionello Manfredonia che a Bologna rischiò di morire:
«Quel giorno Bruno Conti gli disse: “Guarda come sei pallido, sei proprio dei Parioli. Invece io so’tutto colorito perché vengo da Nettuno”. Invece gli si fermò il cuore. Gli feci il pronto soccorso, riuscì ad aprirgli i denti, li aveva serrati, come un trisma. Glieli aprii con delle forbici. Da dopo Manfredonia c’è il Pronto Soccorso attivo negli stadi. Almeno ci dovrebbe essere».

Gli infortuni.
«Quello di Nela, di Totti, i due di Carlo Ancelotti.Carletto… E’ della Roma ancora. Una volta col Milan, quando venne all’Olimpico mi prese sotto il braccio, mi disse: “Vieni co’ me Gio'”, mentre andava sulla panchina del Milan. “No, Carlo, io giro’ a sinistra”. Ecco poi…».
Mette la mano sopra l’Enciclopedia, la chiude.
«E’ stata una gioia superiore alla media la vittoria di Carlo contro il Liverpool. Non contava il Milan, è che c’era il Liverpool. Io l’ho vissuta come una vendetta…».

30 maggio 1984, Roma-Liverpool.
«Strukelij magari avrebbe segnato, non si saprà mai… Stava per andare a tirare, ma era troppo giovane… A Roma c’era la Festa. Dopo, lo spogliatoio distrutto. Io conservo una foto con Bruno Conti e Falcao, stavano nella vasca e non dicevano una parola. Nessuno parlava. Nessuno ha parlato per tutto il tempo dopo. Solo Agostino si arrabbiò, non mi ricordo con chi, ma si arrabbiò moltissimo. Non dovevamo perdere. Quella notte io mi ricordo Agostino arrabbiato. Dicono Roma-Lecce, non c’è confronto…».
Ancora un po’ di silenzio, perché le generazioni romaniste continuano a girare l’angolo di via Tuscolana. “Giorgio sei in vacanza adesso è?”. “Ma a Trigoria a luglio non fa caldo?”.
«Senti, gli allenatori non li abbiamo finiti, non scordarti niente».

Gli allenatori:
«A Carlos Bianchi stavano antipatici i romani, per questo Totti lo stava per mandare via. Faceva tre allenamenti la mattina e faceva alzare i calciatori alle 7: a Carboni e a Cervone non andava a genio… Eriksson era il più tattico, era quello di “Acqua poi qui”: non parlava per niente l’italiano, mi chiedeva la borraccia così. Zeman? Zeman è uno tosto, la sua squadra poteva essere un orologio, diceva anche a me: “un gol più degli altri”, ma nel calcio qualche volte questa cosa non capita. Capello era molto professionale, totalmente rispettoso dei ruoli. Voleva i campioni, il suo segreto erano Galbiati e Neri. E tra il primo e il secondo tempo faceva paura».

Che succede nell’intervallo delle partite?
«Parla l’allenatore, parla soltanto l’allenatore, Capello era quello che si faceva più sentire. Dopo invece si danno pacche, si ringrazia o si discute, nell’intervallo io non dico una parola. Eppoi Scopigno il filosofo, Boskov, Ottavio Bianchi, Pugliese, Masetti che è stato il primo quando sono arrivato nelle giovanili e il secondo di Pugliese. Li ricordo tutti con affetto e riconoscenza, ho lavorato sempre bene con tutti. Mazzone che appena arrivò mi disse: “Aho! tanto lo so che c’hai i cocchetti tua, me raccomando falli riga’ dritto e digli che il mister vede e sa tutto pure se non è vero”. Eppoi Giagnoni».

Gustavo Giagnoni?
«Prima di fare la foto di gruppo, mi disse una cosa preziosa: “Io mi metto a destra così se mi mandano via la foto si può tagliare”. E’ una cosa che m’è rimasta, era di una umanità grandissima»

Eppoi Nils Liedholm.
«Un rituale. Probabilmente è vero che dentro le tasche aveva gli amuleti, io non gliel’ho mai messe la mani in tasca, però ho visto tutto il resto. Ogni volta ci portava da Mario Maggi, il maghetto suo. Col pullam andavamo in ritiro vicino alla casa del mago, che era dalle parti di Milano. Ci portava proprio in ritiro lì perché così eravamo influenzati positivamente, diceva. Il ricordo del Barone è che era micidiale nelle battute. Una volta disse a Falcao che era stato tutta la settimana fermo: “Caro Paulo come stai?”, “Bene, mister”, rispose. “Bene, allora ce la fai a salire le scale per andare in tribuna”. Glielo disse poco prima di una partita, perché il Barone dava le formazioni solo all’ultimo momento, negli spogliatoi: “tu jochi, tu non jochi”. Una volta fece la formazione dopo avermi chiesto 11 foto dei calciatori, le apparecchiò sul tavolo e disse: “Jocheremo proprio così”. A quel punto era il momento in cui io e Fernando Fabbri dovevamo dare le maglie ai calciatori».

Un altro rituale.
«Liedholm, che aveva sempre il cappelletto portafortuna regalatogli da Perinetti, quello col pon-pon alla fine, si portava la bottiglia dell’acqua santa di un santuario vicino Roma. Successe che una volta ci cadde per terra, si ruppe, la riempimmo con acqua fresca e le maglie furono benedette con quest’acqua del rubinetto. Mi ricordo sempre che i giocatori quando si mettevano la divisa dicevano sempre: “Ma come mai è così umida?”. “E’ l’umidità del pulmino”, dicevamo. Non l’hanno mai saputo».

Gli allenatori: Paulo Roberto Falcao.
«Falcao è stata la mossa geniale della storia della Roma, ci faceva camminare tutti perché lui stava sempre al posto giusto. Falcao è Falcao, non è in discussione».

I giocatori: Bruno Conti.
«Un pezzo di cuore».

Roberto Pruzzo.
«Eccezionale. Brontolone sì, e tanto, tantissimo, spilorcio no. Avevamo un contratto, una tassa fissa che mi pagava: ogni gol che faceva mi dava 50.000 lire. Una volta m’ha sganciato un assegno da un milione. Io sono legato a tanti giocatori…».
Va a memoria. Riapre l’enciclopedia della Roma, è costretto a leggerne tre quarti. Apre alla lettera G.
«Ah Gerolin, Manuel. Quando Radice perse un dito e indicava con la mano: “cinque in barriera”, lui gli diceva: “mister ma so’ 4”. Gautieri, il gaucho. Guarnacci! Guarnacci l’hai scritto prima? Giannini, Peppe è speciale»
E’ uno dei capitani e si mette a citarli tutti. Racconta mille storie di Santarini, e di Bet e Santarini, e allora, questione di zona di campo e di zona e basta, c’è pure Ramon Turone e il ricordo di 20.000 romanisti sotto la pioggia a Torino. E tutti gli stranieri, i brasiliani, Cerezo che era uno spasso; e tutti gli argentini, e pure Bartelt. E Tommasi e Di Francesco un po’ più degli altri. Tancredi invece che è sempre e solo romanista. Voeller e Haessler che «bevevano un bicchiere di birra prima di andare a dormire». Gianluca Signorini che adesso ha gli occhi chiusi. E prima di andare a dormire Di Bartolomei che scherzava con lui in ritiro.

Agostino Di Bartolomei.
«L’unico che piegava i calzini a fine partita. E’ il capitano».

Il capitano vero?
«Il capitano».
Stop, prima di un altro giro dei ringraziamenti, della riconoscenza, del Racconto: tutti i nomi dell’Associazione Sportiva chiamata Roma. I direttori sportivi, i direttori generali, i medici, i magazzinieri, anzi, soprattutto loro: «Timperi e Vagni, i miei collaboratori, li chiamiamo i “pericolosi”». E Superchi che prima se l’era dimenticato ma che chiamava “ciocio”: «Ha giocato pure nella Roma campione». La Roma campione…

Giorgio Rossi, cos’è la Roma?
«Una grande società… Adesso abbiamo una grande squadra che può farci contenti».

Quando è stato più contento?
«Quello scudetto che aspettavamo da 41 anni: ho visto tanta felicità negli occhi delle persone in quei giorni».

La partita perfetta.
«Roma-Dundee».

Il derby.
«La partita del calcio».

La Roma è adesso…
«Musica nello spogliatoio, non per modo di dire, ma perché i ragazzi la mettono continuamente. Mexes è l’allegria, Totti il più grande di tutti anche se per me è quel ragazzino timido e rispettoso che ho conosciuto quando era alto così. De Rossi è tipo Cerezo, ha il cuore grande grande. M’ha abbracciato. Aquilani, Curci, tutti, ma tutti davvero. E Spalletti ha fatto suonare l’inno della Roma a San Siro, mi ha portato addirittura in conferenza stampa anche se io non voglio apparire».

Se potesse cosa regalerebbe alla Roma?
«La Coppa dei Campioni. Quest’anno ci siamo andati vicini. Se passavamo col Manchester… Questo è un gruppo che mi ricorda quelli che hanno vinto lo scudetto. c’è quel sapore».

Giorgio Rossi che cos’è la Roma?
«Tanto…».
Tutti i nomi che s’è sforzato di fare, tutti quelli che ha voluto dire anche richiamando dopo al giornale, tutte le persone che si sono fermate all’angolo di via Tuscolana. Anche un papà che l’ha indicato al figlio “grandicello”, gli ha detto: “Lo vedi? Lui è Giorgio Rossi”.
La Roma.

“My history with Roma won’t end”

Mexes: «I want to renew the contract and then win things here. We can do that now, but it’s not something I can say…»

On July 11th, fresh off the bus in Castelrotto, Mexès said: «we’ll win lo scudetto». There were no Calciopoli verdicts yet, nor did he care about any sentences. Now, you can’t get him to repeat himself, and if you wonder why you can ask Spalletti about that. But he will let you know that a tricolore sown on Roma’s shirt is worth more to him than a World Cup with France. He’s Roman, and wants to stay one. For Roma’s sake, he’s ready to call up Trezeguet, to shut up the racists who makes noices at friends of his, to turn down even Real Madrid, even if it’s an obvious choice for him: between Spalletti and Capello there’s no competition. Because what he has with his coach his virtually a love story. And with Roma and the fans it is a complete love story: he’ll stand in Curva Sud. But first re-sign.

Philippe, Roma is in next year’s Champions League
«When it really is that way, when it is confirmed, we’ll think about celebrating, but for now there’s no definite word. You live and see what happens».

But has Roma earnt a place in the Champions League?
«Listen, we’ve done good things, but Fiorentina and others came in ahead of us, which means that we still have to work to get to the Champions League. It means that we have to work, to give continuity».

Are you pleased that Lazio are in serie B?
(He pauses.) «Pleased, no, because playing the derby is fantastic, a beautiful thing, and besides the players doesn’t come into the picture».

Will you tell Curva Nord to shut up again?
«That was an instinctive gesture…from the heart»

How is it for a Frenchman to see this scandal in Italian football?
«Surprising, but nothing more. I’ve had plenty of problems in the past, where I was told that I didn’t want anything to with a single thing that wasn’t kicking a ball. A foreigner will have a terrible view of Italian football now, but you’re talking to one who came especially to play in serie A. One who came to Rome».

And after a year you conquered the city, even if your native country is ungrateful towards you: did you not being called up for the World Cup have anything to do with Guy Roux, the French Moggi?
«I was really hurt by that. Roux is the coach of a small team with very little money, and as a result he’s always tried to earn as much as he can. I’ve never said anything against him, but in the end he made me pay, and I wasn’t called up for the World Cup».

Who did you support in Italy-France?
«Both teams».

Impossible.
«My family supported Italy, they felt bad for me that I wasn’t there. But I felt sorry for Zidane».

How does Philippe Mexès see the Materazzi-Zidane incident?
«In the end you are a man, it happens, it happened to me as well against Dinamo Kiev: it’s the only thing I feel remorseful about. A lot of things happen on the pitch».

Is it common with insults during the game?
«It isn’t common, but it happens».

After Zidane’s red card he was defended by an entire nation, while De Rossi was crucified: why?
«It was Zizou’s last game, it was the end of it and it can’t end like that. Daniele is young and has plenty of time to understand, but no one forgives youngsters, especially here in Italy. And I don’t know why that is. However, now Daniele is a World Champion».

Totti and Perrotta as well…

«They criticised Francesco without cutting him slack for the three months he spent in hospital…he deserves this World Cup. And Simone is great: now, everyone knows his name.».

Would you prefer to win lo scudetto with Roma or the World Cup with France?
«Lo scudetto with Roma».

Are you Roman?
«Yes».

Will we win lo scudetto? At the first day of summer camp here in Castelrotto you said so.
(Smiles) «Mister killed me for that, now I won’t say anything. It’s a dream, we’re working to make it happen».

How is Roma doing after the vacation?
«It’s a little early still, we’re missing three world champions. But the spirit is the same as that of last year».

Have you heard anything about David Trazeguet, they’re saying that…
«No, but if you give me the number I’ll call him».

Signings: how many does Roma need?
«It’s not my place to say, the important thing is that Mister is happy. Whoever comes will find the door open».

When will you sign a new deal?
«Right now there’s the summer camp, when it’s over my agent will come to Rome for the sole purpose of prolonging the deal».

Can the fans be calm?
«Yes, I want to stay. No problems.».

The clause in your contract has expired, right?
«I don’t know, it doesn’t interest me. All I know is that I have a contract for two years, the rest I don’t think about».

Is it true that a lot of other teams has been interested in you, and that–if only for being correct–you and your agent Jouanneaux at least wanted to hear them out?
«Yes».

If I insist: did you really prefer Roma to Manchester United?
«Yes, I have plenty of things to give and to learn in this city, in this team. I’m in my third season now, and last year went well, it was great for me, but it’s not enough; I have to give even more».

Do you prefer Roma also over Real Madrid, where Franco Baldini is…?
«He brought me to Rome, but now he’s not here. He hasn’t called me, there’s no risk. I’m great here».

There’s also Fabio Capello, who ran away yet another time.
«That’s his problem. When I came here, he went away. For sure I know Spalletti better. For sure, Spalletti is better than Capello».

It almost seems like you’re in love with Mister?
«We’re not in love, but we’re comfortable together».

A question of feeling then: what does he have that is so special?
«You tell me, even you journalists like him, the women, everyone does. He has personality, he’s always there to help, a will to always be available, to experience all situations together. Even those who doesn’t get to play, he assures: they’re a part of Roma».

What did you say yesterday before training: it was the first time you talked in this retreat?
«To stay calm and not think about Champions, because it isn’t certain, and because it’s only right that we think of the work we need to do. Here we have the spirit and the will, the only thing that matters is that we remember that without our teammates we can’t do a single thing: you play this game with 23, not 11».

Have you formed any pact in the dressing room?
«None, there’s no need for one».

Will the dinners continue?
«Yes, they brought nothing but good. We’ll have the next one when we return to Rome».

Do you feel like a leader of this team?
«Here we’re all leaders, we have three world champions, we all have to be one: I feel like a leader, as Chivu, as Panucci».

The leader who shuts up the racists in Florence, would you do that again?
«I’d do it all again».

Is it because in France, certain things are less acceptable?
«It isn’t the country, it’s the man. Everyone has their own personality».

What about Alvarez?
«Alva makes you smile, he’s very nice and I like seeing him so expressive, so happy to be here with us. Nobody can touch him, he’s our mascot, and the fans’ mascot. It’s like that; he’s small, he’s fast and he makes me happy».

It seems you have great rapport with Chivu as well?
«There’s that with everyone. We’re doing good, we’ve created strong rapports that can’t be moved even if someone doesn’t play. Matteo (Ferrari, ndr) for example is a great person, and really a great guy who always works and never says anything. He’s always given everything he has in his heart. You understand? A team».

Among its idols, after Totti the romanisti see Mexès…
«Oh God, me an idol! Well…for me the people is always a pleasure, it’s always nice to meet the fans. I’ve always done that, I’ve always felt it, even when things were doing bad for us».

Any tactical news at Castelrotto in 2006? Are there any? And is it true than Daniele Baldini is the defensive coach?
«Yes, we’re working with him: he’s watched every goal we let in last year, and those in the World Cup. He’ll identify where the error is, what we have to do to change it, the movement, the positioning. Last year we had nothing like that».

Say someting to the fans.
«Follow us, always be behind us and we will do everything for them».

Would you like to go to Curva Sud some time?
«It would be a pleasure. I saw Checco [Totti] go there. When I saw him, the hair on my arms stood up».

Do you know who won lo scudetto after the 1982 World Cup?
«Roma?».

So?
«So Spalletti will kill me if I say we’re going to win lo scudetto. I can’t say that anymore, but it would be beautiful. But I can’t say that word to you».

Then he takes the pitch to train, and the fans sing “we’ll win the tricolor”. But you can’t say that…