Intervista a Castan «Con Zeman si vince»

«Castan come Piqué gioca una finale di un trofeo prestigioso, ma il brasiliano non lo definite un campione, mentre lo spagnolo è un top player. Perché?». Bella la domanda retorica di Walter Sabatini quest’estate. Più bella la risposta che dà Leandro Castan alla fine dell’intervista: una risata. Con quella li seppellirà (Piqué e la definizione di top player) Leandro Castan, faccia da Jim Carrey che se lo lasci ti cancella, quella finale – di Coppa Libertadores – l’ha pure vinta, vincendo la cosa più grande di una squadra comunque gigante in Brasile come il Corinthians. Il Timao. San Paolo. Roba da filosofi.

Leandro Castan filosofo non lo è, pure a sentirlo parlare sembra quello che è in campo: quadrato e felice, con gli occhi vivi, i colori mori, ma con un peso specifico, con un non so che di maturo e sicuro che dà tranquillità. Difensore centrale lui, suo padre e suo fratello. Amen. Leandro Castan è – finora – per rendimento e nel rapporto qualità-prezzo, il miglior acquisto di Walter Sabatini da Marsciano, ma di più, con quella felicità che ha chi sta per diventare un’altra volta papà, è un giocatore di calcio che ha molte certezze. Alcune le dice, altre le lascia capire. Ma sono certe quelle certezze. Qualcuna potrebbe sembrare spudorata se uno non vedesse la tranquillità con la quale la racconta. L’intervista è una specie di passeggiata, a Trigoria, verso il posto più bello del mondo. Roma.

Tre mesi di qua, tre mesi di questa città: la cosa più bella?

Tutto. Roma è tutta bella, ma una cosa mi ha impressionato: è il Colosseo. Poi la cucina. Si mangia bene come a San Paolo, per me è importante.

Quello che ti piace di meno?

Il traffico, anche se meno rispetto a San Paolo. Ma è comunque troppo.

Il calcio. La Roma.

Il massimo. La mia scelta importante.

Cominciamo dal principio: Zdenek Zeman.

Un grande allenatore, che fa il suo calcio speciale. È un tecnico che sta facendo un grande lavoro con tanti giocatori nuovi, che sta cercando di trasmetterci le sue idee.

È vero che è più difficile giocare con Zeman per un difensore?

Beh, è evidente che il mister vuole attaccare sempre, la linea di difesa deve restare sempre alta. Penso che stiamo cominciando a comprendere cosa vuole. È chiaro che all’inizio ci sono state delle difficoltà.

Qualcosa non era stato capito?

Ma è normale. Col Corinthians giocavo coi quattro dietro schiacciati e poi via in contropiede. Qui giochiamo sulla linea di centrocampo. Però a me piace, il difensore partecipa di più al gioco. Penso che possa essere anche divertente per me, tanti duelli uno contro uno.

Si è infortunato Balzaretti: puoi giocare a sinistra?

Non è la mia posizione, ma io sono giocatore di gruppo, io gioco dove dice Zeman.

Con la Seleçao hai giocato lì, però?

È stata una partita, è stato per necessità. Una gara va bene, poi se è l’esordio col Brasile (sorride). Però io sono difensore centrale.

È diverso giocare con Burdisso o Marcos come compagno di reparto?

La differenza è la lingua, Nicolas è argentino, con Marcos poi abbiamo giocato insieme già nel Corinthians. Ma sono due giocatori di qualità, e poi Burdisso è un esempio.

Di cosa?

Di professionalità.

Burdisso è un leader anche se non gioca?

Sì. Burdisso va ascoltato già per la sua esperienza, ed è bello vederlo dare dei consigli a Marquinhos.

Al Corinthians c’era anche Dodò: come sta?

Glielo chiedo sempre io, ogni giorno che ci vediamo. Faccio tanto il tifo per lui. Quando si è infortunato è venuto a fare la fisioterapia al Corinthians, ho visto tutto il suo cammino, il suo calvario, ho visto il suo ginocchio gonfio, e adesso non vedo l’ora che ritorni: non credo che ci sia qualcuno che più di lui meriti di rientrare a giocare dopo tutto quello che ha passato.

Ma com’è Dodò?

È forte. E’ un giocatore di grande qualità. Al Corinthians aveva un certo Roberto Carlos davanti, apposta è andato al Bahia e lì ha fatto grandissime cose. Una grande stagione che io spero e credo possa ripetere alla Roma.

Castan, Marcos, Dodò, che significa essere “corinthiani”?

Ti dico: nella mia carriera c’è stato un prima e un dopo il Corinthians, devo tutto al Timao. Alla fine anche il fatto di stare qui.

Cos’è la democrazia corinthiana?

È storia, è qualcosa che “marca” il club, è stato un esempio unico di qualcosa di grande, di nuovo e vincente, qualcosa che ha fatto la storia così come noi l’abbiamo fatta vincendo la prima Coppa Libertadores della società. Anche questo unisce il mio Corinthians a quello che vinse autogestendosi, senza allenatore, senza capi.

Il filosofo di quella democrazia fu Socrates, da poco non c’è più, un pensiero.

A Socrates col Corinthians abbiamo dedicato tutto. È stato troppo importante… Eravamo in ritiro quando è morto, ci stavamo preparando per l’ultima partita del campionato contro il Palmeiras. Ci siamo svegliati la domenica mattina con la notizia della sua morte, abbiamo giocato una partita speciale: è stata quella che ci ha fatto laureare campioni del Brasile. È stato per lui.

Cosa ti ha detto Sabatini per convincerti a venire alla Roma?

È bastata una telefonata, nel senso che il primo contatto è stato telefonico, poi ha incontrato mio padre che è venuto a Roma per conoscere il club e ha avuto immediatamente una grande impressione. Walter ha insistito molto, mi ha dimostrato un vero interesse. Calcola che non è stata una trattativa facile, il Corinthians non voleva liberarmi.

Ma cosa ti ha raccontato Sabatini?

La storia della Roma, d’altronde la Roma in Brasile è una squadra molto conosciuta, popolare. Mi ha parlato di questa storia e dellapossibilità di crescerci dentro.

La storia della Roma: tu hai il cinque di Paulo Roberto Falcao.

Un onore. L’ho conosciuto di persona la domenica della partita contro l’Atalanta. Quel giorno ho conosciuto anche Aldair, quando l’ho visto mi sono innervosito, intimidito. Aldair e Falcao sono due icone della Roma e del Brasile. È un onore, un grande onore per me.

Il tuo modello in campo?

Juan. Ho sempre avuto lui come riferimento, guardavo e imparavo da lui. Il suo modo di giocare è carico di cose da dover osservare. Ripeto, ho imparato tantissimo solo guardandolo.

L’attaccante più forte che hai incontrato?

In Italia finora dico Cassano, è molto intelligente in campo. In Brasile Damiao e Neymar.

Neymar a che livello lo collochi nel mondo?

Prima ci sono Messi e Cristiano Ronaldo, lui sta un po’ sotto.

Pelè o Maradona?

Pelè (ride).

La tua partita più bella?

Quella che devo ancora giocare. Sono molto critico con me stesso.

Sei molto critico: perché la Roma inizia male le partite?

È difficile dirlo, non lo so. Ne dobbiamo parlare bene tra di noi.

De Rossi e Osvaldo si allenano bene?

Benissimo. Sono due grandi giocatori che fanno gruppo, che fanno spogliatoio, che sono ben voluti nel gruppo. Purtroppo quando i risultati sono così e così escono le polemiche.

Ma il gruppo della Roma è unito? La Roma segue Zdenek Zeman o non ci crede?

Sì, assolutamente. Il gruppo della Roma è fechado (letterale, ndr), chiuso, blindato. I giocatori della Roma credono all’allenatore della Roma ed è importante visto come giochiamo, altrimenti sarebbe dura. È lui il boss. È lui che comanda.

Qual è l’obiettivo di questa Roma?

Vincere. Una squadra come la Roma quando partecipa a una competizione lo fa per vincere, non per altro. Evidentemente siamo consapevoli che la Juve in questo momento ha dei punti più di noi, che siamo ancora un po’ lontani, ma noi dobbiamo lottare per avvicinarli il più possibile. L’obiettivo è non smettere mai di salire. La Roma ogni partita che gioca deve giocarla per vincere, di conseguenza – se ci riusciamo – lottiamo automaticamente per il titolo.

Mettiamola così: chi vince lo scudetto?

Diciamo così: la Juventus è favorita. Lasciamole il ruolo di favorita e noi dietro a inseguire…

Che cosa insegue Castan?

La fede.

Sei un Atleta di Cristo. Che significa? Perché?

Mi viene da bambino, mi viene dall’educazione, da mio padre, da mia madre. Ogni cosa che faccio nel mio lavoro, così come nella vita privata, io sento Dio, sento che mi aiuta. Che c’è. In qualsiasi esperienza della mia vita.

Che esperienza è stata in Svezia all’Helsingborg, a poco più di 20 anni?

L’anno che sono passato professionista con l’Atletico Mineiro è stato l’anno in cui mi scadeva il contratto e mi è arrivata questa proposta dall’Europa. Il mio agente di allora mi aveva detto che poteva essere un trampolino per me, in realtà quando sono arrivato lì in Svezia ho trovato una situazione molto diversa da quella che mi avevano descritto, prendevo anche la metà dello stipendio pattuito. Ho avuto una serie di problemi e sono tornato presto in Brasile. Meglio così…

Meglio aver fatto il calciatore: cosa avresti fatto altrimenti?

Il calciatore. Ho sempre giocato a pallone, da quando avevo 5 anni. Mio padre era un giocatore di calcio, io sono un giocatore di calcio. Mio fratello Luciano gioca a calcio. E tutti sono difensori.

E’ forte Luciano?

Ha 21 anni, ne sto parlando con Sabatini (ride).

Al termine della carriera che cosa immagini di fare?

Sempre qualcosa legato al calcio. Non riesco a immaginarmi lontano dal pallone. Sicuramente vorrei dedicare i miei anni alla famiglia. Stare a casa. Leggere…

Il libro della vita?

La Bibbia.

In Brasile il calcio è sempre stato popolo e allegria, sai che cos’è la Tessera del Tifoso?

Cosa?.

Perfetto. L’ultima: sei più forte tu o Piqué?

(Ride) Piqué. Ha vinto molto, è un top player…

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Arshad: «Portiamo la Roma nel mondo grazie ai romanisti»

«Il sito internet e le piattaforme digitali sono la nostra finestra sul mondo, ma anche il nostro specchio. Bisogna sapere cosa mostrare e mettere in evidenza, e cresciamo di giorno in giorno anche e soprattutto grazie ai feedback che riceviamo da tifosi su Facebook e Twitter. Grazie, romanisti». Grazie a Shergul Arshad la Roma è entrata nel terzo millennio del pallone globale, quello dove gli spicchi sono i continenti, in una frontiera semplicemente viva e aggiornata della comunicazione. Shergul Arshad, nome fra l’esotico e l’affascinante, faccione rassicurante, sorriso pieno, è l’uomo della finestra di fronte, che crea database, s’inventa pagine, apre link con l’universo mondo mettendo al centro di quel sistema però soltanto l’As Roma. C’è solo l’As Roma anche per lui e anche perché nel mondo è così: «E’ una città unica, che ha un nome unico». E’ stato chiamato apposta, lui che è nato a Firenze ma che vive a Boston, che ama l’Italia e che ama ricordare quando è arrivato qua la prima volta con Mark Pannes di «essere passato col taxi davanti al Colosseo» e di averne avuto un «impatto straordinario». E in fondo è questo che Shergul Arshad deve mettere in finestra sul mondo. Bisogna sapere cosa mostrare e cosa mettere in evidenza.

Che significa essere responsabile del settore digital della AS Roma?

Significa cercare di portare la AS Roma ai vertici dei top club al mondo in tutte le competenze web, mobile e social media.

Che cosa fa in concreto?
Già nel primo anno (a dir la verità siamo al mio undicesimo mese) ho curato tutto il progetto per il nuovo sito asroma.it, coordinando gli ingegneri della Neptuneweb con i tanti reparti a Trigoria, ma soprattutto con l’area comunicazione; ho fatto la parte strategica e la progettazione del nuovo store (asromastore.it) insieme a Raffaella Cecilia Santamaria, ho fatto partire le pagine Facebook, Twitter, YouTube, Pinterest, e messo in piedi la strategia e pianificazione degli aggiornamenti odierni; ho progettato ed implementato con un partner la AS Roma Dream League e tramite licensing il Fantasy Manager. E ho fatto una App per iPhone e Android ufficiale per la Roma.

Dove e quando è nata questa figura? E lei ha un modello?
La figura è nata quasi subito perché la nuova proprietà vuole esportare il marchio Roma all’estero e uno dei modi principali è attraverso gli assetti digitali. Non seguo solo una squadra o un modello. Vengo da 10 anni nei settori e-Commerce e Social Media, ma sono anche appassionatissimo di calcio e di sport americani, perciò per me la miglior cosa è seguire tante squadre e vedere se ci sono iniziative da copiare e migliorare, senza mai togliere la voglia di essere innovativo in maniera originale. Senza precedenti.

Di quanti e quali collaboratori si avvale?
Collaboro con tantissime persone sia a Trigoria, sia negli USA. Il mio ufficio formale è nelle sedi della Raptor di Jim Pallotta, e mi riferisco spesso a lui e a i tanti alla Raptor (Sean Barror, Mark Pannes ed altri). Il mio capo è Christoph Winterling, direttore commerciale, e ci sentiamo spesso. Abbiamo un ottimo rapporto, perché tante iniziative che porto avanti hanno un fine commerciale e lui ha esperienza nell’area sponsor, marketing e retail che si combacia con il mio background nel settore B2C internet. Mi interfaccio spesso con il “licensing” e “retail merchandising”, ma anche con il capo biglietteria, Roma Channel, e il settore finanza/amministrazione. Di sicuro però i miei collaboratori più stretti sono Riccardo Nasuti ed Emanuele Russo, che ormai gestiscano con grande maestria i contenuti digitali. All’esterno collaboro e dirigo la parte tecnica gestita da Neptuneweb.

La prima idea di lavoro che ha avuto per la Roma?
Prima idea? Che eravamo indietro di 10 anni! Il mio collega al Liverpool, per esempio, capo del digitale, ha il suo ruolo dal 2001. Perciò tutto è stato fatto per colmare quel gap di 10 anni, e in contemporanea siamo partiti su tre sentieri: social media (Facebook e Twitter dalla mia prima settimana), e-Commerce (era già “live” dopo 2 mesi) e il sito web (dopo 5 mesi). L’ultima? Beh adesso che siamo almeno alla pari con tanti top club, mi piace giocare di sorpresa. Parlarne prima, la rovinerebbe! Posso sicuramente dire che tutto viene fatto con un’ottica verso il tifoso, verso il business della AS Roma e perciò vedrete più iniziative che avvicinano la squadra ai tifosi, fanno crescere ricavi, che danno una soddisfazione o un gioco al tifoso o che fanno crescere il nostro database.

Qual è stato finora il lavoro più duro da fare o anche solo da pensarepredisporre-programmare?
Sicuramente il sito internet. In precedenza era un sito flash con news leggere. C’era da ripensare tutto: moduli, contenuti, come monetizzare, tutto.

Qual è effettivamente la più grande discontinuità operata da questa società rispetto alla precedente gestione? Parlo fuori dal campo, ovviamente, ma direi proprio la mentalità da business che applichiamo in ogni settore: stadio, biglietti, comunicazione, sponsor, e certamente digitale.

Nel suo settore la Roma può dirsi già adesso la prima società in Italia ad aver fatto qualcosa?
Siamo stati i primi con un’area membership che permette al tifoso di venire agli allenamenti “privati”. I primi ad avere una sezione che raccoglie le migliori notizie da altri giornali che vengano riportati dentro al nostro sito. I primi ad avere una sezione dove i tifosi possano inserire le foto della loro passione giallorossa. I primi a vendere biglietti per tutte le partite singole online. I primi ad avere una rete di oltre 1.000 siti affiliati che promuovano i nostri prodotti. I primi a fare una “Hall of Fame” con votazione online. I primi a fare uno streaming live su YouTube per una presentazione di una maglia. La prima squadra nel mondo su Pinterest, che ci porta non solo un nuovo audience, ma tanti link che si aiutano con la SEO (ricerca naturale). La prima squadra al mondo con le playlist su iTunes dei giocatori e management. Insomma, ci piace primeggiare, ma tutto ha uno scopo. Non facciamo niente che sia una perdita di tempo.

Che patrimonio sono i tifosi nel calcio del futuro, dal punto di vista degli affari, del tornaconto economico, del successo, non solo da quello sentimentale?
Tutto. Ma non bisogna essere provinciali. Abbiamo un tifo pazzesco, per esempio, in Indonesia. Ci sono Roma Clubs organizzati in tutto il mondo. E tramite Facebook vediamo centinaia di paesi che si uniscono nella forma di commenti con i tantissimi e calorosi tifosi a Roma. Se riusciamo a far crescere il nostro database, il tifoso riceverà sempre più offerte personalizzate e anche solo visitando il sito, per esempio, rusciremo a monetizzare con spazi pubblicitari. Se poi valutiamo vendita di maglie, gadget, biglietti, App, giochi, membership…

Qual è la specificità di Roma? Quale il suo punto di forza?
Il vero punto di forza è proprio la città e il richiamo immediato che ha il nome “Roma”. Nel settore digitale, per esempio, calcola quante persone su Google fanno una ricerca per “Roma” e si trovano sul nostro sito. Magari stavano organizzando un viaggio a Roma e adesso possono comprare biglietti per una partita o una maglia. Prima di aver impostato il lavoro su SEO per la parola chiave “Roma”, non eravamo nelle prime tre pagine di Google!

Cosa è più difficile fare a Roma rispetto che negli Usa?
Da Boston riesco a chiudermi e focalizzare tante risorse verso progetti specifici (e-Commerce, nuove piattaforme, progetti con gli ingegneri della Neptuneweb, ecc.). A Roma direi ci sono tante distrazioni, una connessione internet a Trigoria che non è all’altezza e perciò mi rallenta parecchio. E in linea di massima, ci sono tante differenze nelle leggi. Per concorsi a premi o utilizzo di dati, in Italia è più difficile. Un mio vantaggio, essendo nato in Italia, è poter capire le esigenze sia della cultura italiana, sia di quella americana. Il sito cambierà ancora? Cambia ogni giorno, più volte al giorno.

Che obiettivi si pone per asroma.it?
Siamo riusciti a raddoppiare il traffico del sito con il lancio a gennaio. Quest’estate abbiamo quasi raddoppiato ancora e adesso giriamo intorno a 500.000 utenti unici al mese. Vorrei arrivare a un milione di utenti unici al mese. E ci arriveremo. In qualche paese l’uso di Twitter da parte dei calciatori viene regolamentato dal club: pensate di adottare una “policy” per i social network in generale? Stiamo progettando anche questo. Ci piacerebbe se molti dei nostri calciatori lo usassero, ma è ovvio, come dimostrano alcuni esempi (Rooney al Manchester United, mi viene in mente) che un Tweet vale quanto una dichiarazione e può diventare una patata bollente. Dobbiamo aiutare i giocatori a gestire queste nuove piattaforme perché anche se ognuno è libero di esprimersi come vuole, quando è un nostro giocatore ogni dichiarazione viene legata alla Roma.

Molti tifosi si chiedono come potranno contribuire Facebook e Twitter ad accrescere i ricavi del club.
Forse perché vivo in questo mondo da tanto tempo, ma per me la risposta è ovvia: il tifoso non deve cambiare le proprie abitudini, ma è ovvio che adesso abbiamo avvicinato molto di più l’accesso alla squadra, al merchandise, ai biglietti. Da Facebook o Twitter quando visitano il nostro sito arrivano pubblicità. A volte twittiamo la vendita di biglietti, promozioni sulle maglie o gadget. E con il mondo delle App, come vediamo da Fantasy Manager, si apre un’altra via di ricavi per il club.

Un milione e duecentomila tifosi su Facebook nel giro di un anno: vi aspettavate un boom del genere? Quale bacino potenziale ha in questo senso la Roma?
Sinceramente sì, me lo aspettavo. Anzi, se Facebook non avesse cambiato la formula in base alla quale non è visibile più del 20% degli utenti che hanno fatto il “Like”, il “Mi piace”, la crescita per noi e altri club sarebbe ancora più vertiginosa. So che lo fanno per spingere pagine Facebook a spendere per fare pubblicità. Comunque vada, inseriamo su ogni pagina del nostro sito un “social box” che mostra Facebook, Twitter, YouTube. E in cima ad ogni pagina del sito c’è un richiamo per fare un “Like” alla nostra pagina. Direi il potenziale su Facebook dipende molto dalle impostazioni che fa proprio Facebook! Ovvio che con risultati positivi in campo e magari qualche titolo, raddoppiare non una volta, ma due o addirittura tre volte non diventa impossibile.

Come sono distribuiti nel mondo i cyber-romansiti? Quale parte del mondo interessa “conquistare”?
Usando dati da asroma.it e Facebook sappiamo di essere presenti in circa 200 paesi. Un paese come la Cina è difficile da misurare perché non permette Facebook, ma penetreremo anche là e sempre di più. Ecco, per il fattore digitale secondo me l’Asia resta affascinante: sono predisposti a fare un “Like” a tante squadre ma anche a spendere su biglietti online, e-Commerce e App.

Canale Youtube: che sviluppi ci saranno?
Dipende molto da YouTube e dagli accordi con SKY e la Lega, ma spero in più eventi live – e non solo su YouTube, magari direttamente sul nostro sito.

Come è nata l’idea di creare una musicplaylist?
Onestamente era una mia idea da diverso tempo, così come lo era la serie “10 Domande a…” intorno a Trigoria. Da tifoso dei Patriots e dei Celtics, sono sempre stato interessato a cosa fanno, guardano, mangiano e ascoltano i campionissimi tipo Tom Brady o Kevin Garnett. Creare una playlist per ogni giocatore mi sembrava un modo per esportare una cosa personale tipo la musica verso il tifoso. In più, diamo anche la possibilità di scaricare la playlist da iTunes: spero che molti continuino a farlo.

Chi è stato il più entusiasta o il più attento nel compilarla?
Ero in treno da Boston verso New York. Come sempre in questi casi sale prima la squadra, ma in questo treno la Roma aveva prenotato una carrozza singola. Perciò, salendo tra gli ultimi, rimanevano ben pochi posti. Heinze e Osvaldo mi dissero di sedermi con loro dato che occupavano quattro posti in due. Ecco, in quelle quattro ore e mezzo direi che abbiamo legato. Loro erano interessati al mio lavoro, mi chiedevano di Facebook, Twitter. Mi hanno chiesto loro di altre idee e ho buttato là l’idea delle Playlist, ovviamente dopo averne parlato anche con la nostra area comunicazione.

Ci può descrivere brevemente James Pallotta?
Entusiasmo, intelligenza ed esperienza. Un aggettivo soltanto? Grande.

Una parola per la città di Roma.
Storia.

Una per la Roma.
Totti.

Una per la sua avventura.
Emozionante

Tonino Cagnucci & Daniele Galli

“Qui un sogno… ma che fatica!”

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Nico Lopez non è venuto per la timidezza, loro non è che morissero dalla voglia di farsi vedere praticamente per lo stesso motivo.

Nome e cognome, classe di età, così si sono presentati, appunto timidi e ben educati. Sono i giovanissimi di questo ritiro, ci sono i volti nuovi e stranieri di Tomas Svedkauskas e Jonatan Lucca, quello già conosciuto di Valerio Verre, di Francesco Proietti Gaffi, un altro portiere, e di Alessio Romagnoli con gli occhi sicuri. Sono sgranati quelli di tutti. Questo per loro è sì un lavoro, ma ancora soprattutto un sogno.

Come state vivendo la cura Zeman? Sta lasciando il segno?

VERRE: Per me è un onore essere qui. Sicuramente la cura Zeman si fa sentire: quest’anno si corre di più rispetto agli ultimi tempi e sicuramente questo porterà qualcosa durante l’anno. Darà risultati, è molto importante farla.

LUCCA: Sono metodi di allenamento diversi rispetto al Brasile, ma siamo sicuri che i risultati a fine stagione saranno buoni. La Roma è un grande club che insegue risultati importanti e siamo sicuri di poterli raggiungere.

PROIETTI GAFFI: Bellissima esperienza con Zeman, soprattutto per la storia che ha fatto. Allenamenti molto duri sicuramente, anche per noi portieri che di corsa non ne abbiamo mai fatta così tanta. Sicuramente darà i frutti durante la stagione e speriamo di riuscire a vincere qualcosa di importante.

SVEDKAUSKAS: Anche per me è un sogno allenarmi con questi giocatori. Gli allenamenti sono diversi, più difficili rispetto alla Lituania, come portieri corriamo tanto tanto. Però è un onore essere qui e proverò a fare bene.

ROMAGNOLI: Grandissima emozione essere qui con loro, credo che questa cura ci porterà grandissimi frutti nel futuro.

Con questa corsa e questa tattica faremo grandissime cose. Il vostro idolo? L’obiettivo che avete per quest’anno?

ROMAGNOLI: Come difensore Maldini. Quest’anno spero di fare bene. Speriamo in qualche presenza con la prima squadra in A.

PROIETTI GAFFI: Non può essere che Buffon. Voglio fare più presenze possibile con la Primavera e magari anche qualche panchina in prima squadra.

SVEDKAUSKAS: I miei idoli sono due: Lobont e Stekelenburg, voglio fare bene con loro. Voglio fare bene con la Primavera e magari qualche panchina con la prima squadra.

VERRE: Ilmio idolo è De Rossi, il mio sogno quest’anno è fare qualche apparizione in prima squadra, facendo anche l’esordio. Vediamo durante la stagione, si vedrà.

LUCCA: Non ho idoli particolari. Totti e De Rossi sono veterani in questa squadra. L’obiettivo della squadra è la Champions League, fare megliodella scorsa stagione a livello di piazzamento europeo, e pensiamo di poterla raggiungere.

 

A Romagnoli: sei il baby del gruppo, ma anche una sorpresa. Sei stato provato assieme a Burdisso. Come ti trovi in questa situazione, senti il peso delle responsabilità?

ROMAGNOLI: Non sento responsabilità, spero di fare bene col mister, cerco di dare il meglio in ogni allenamento. Juan, Burdisso, Heinze, sono ragazzi straordinari, mi hanno aiutato tantissimo. Sono idoli per me. Avere giocato al posto di Juan? Mi ha sorpreso, ma se Zeman ha deciso così vuol dire che ho fatto bene durante la settimana.

 

A Verre: l’anno scorso dopo l’eliminazione con lo Slovan girò un video per Roma “Chi è Verre?”, pensi di avere dimostrato di valere la casacca della Roma? Agli altri: ci raccontate caratteristiche e difetti?

VERRE: Quel video fu diciamo divertente sotto un punto di vista. Ci siamo sentiti anche di scherzare con gli altri compagni, con Daniele e con Stefano Okaka. Io non devo dimostrare niente. Qualcuno mi conosce e sa cosa faccio e io so quello che do in ogni partita per la maglia.

ROMAGNOLI: I miei pregi penso siano, oltre al fisico, buona tecnica e intelligenza tattica.

PROIETTI GAFFI: Pregi e difetti? Non sta a me dirlo. Una mia caratteristica è la tranquillità nel gestire il ruolo. Un difetto tecnico? Devo allungare maggiormente le braccia e dare più spinta. Migliorerò col tempo e con questi allenamenti.

SVEDKAUSKAS: Come portiere devo lavorare tanto, ma quando ho giocato tante partite stavo molto tranquillo. Però devo lavorare ancora tanto come portiere.

LUCCA: Anche se non è tipico del mio ruolo il segnare molti gol, a me piace uscire con la palla, inserirmi e segnare. Però giocherò dove servirà alla squadra.

 

Avete ricevuto indicazioni particolari da Zeman che vi rimarranno impresse anche in futuro?

ROMAGNOLI: Giocare in attacco, basta! (ride, ndr) Andare avanti con la palla e fare gol. L’importante è fare gol.

PROIETTI GAFFI: Anche a me ha dato la stessa impressione. Come portiere non so dire più di tanto, ma mi è rimasta impressa la fase offensiva.

VERRE: L’impressione è quella di correre: dobbiamo correre tanto, inseguire l’avversario se non abbiamo il pallone, per cercare di recuperarlo subito e andare a fare gol.

LUCCA: Dobbiamo correre più della palla.

17 luglio 2012

 

Emozione Florenzi: “Un orgoglio essere qui”

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Nicolas Burdisso lo ha benedetto, i fatti lo hanno confermato: Alessandro Florenzi è il volto più convincente della Roma a Riscone nel 2012. Ritornato a casa così, da Crotone (dove ha fatto una grande stagione) sta dimostrando di essere un calciatore zemaniano, innanzitutto nella testa. I tifosi se ne sono accorti, la sua maglietta è la quarta più venduta fra quelle di quest’anno («per me è motivo d’orgoglio sono molto felice di questa cosa, spero di ripagare questa fiducia»). Il suo ritorno è innanzitutto «un ritorno molto emozionante, è bello far felici i tifosi che ti sostengono e che lo faranno per tutto l’anno».

E’ per questo che si lavora sodo: come sono gli allenamenti di Zeman?
Duri, ma sono la benzina che ci darà forza per tutto l’anno. Il
mister ci ha dato una preparazione da fare due settimane prima, ho cercato di farle al meglio. La emozioni della prima amichevole? Già le ho avute due anni fa all’esordio con la Samp, mettere questa maglia è un onore e un privilegio.

Sei adatto al gioco di Zeman?
Anche gli altri ragazzi sono bravi a inserirsi, è la mia prerogativa, quello che mi riesce più naturalmente e cerco di farlo dentro al campo. Il gol? Me n’ero mangiato uno molto più facile.

La famiglia?
Viene prima di tutto, oltre a loro c’è anche la mia ragazza che mi ha fatto una sorpresa ieri. Sono la base di tutto, parte tutto dalla famiglia e dalle persone che ti circondano, manca mio fratello che sta lavorando, ci fosse stato lui sarebbe stato perfetto. Lo sento tutti i giorni.

Ti aspettavi di fare tanti gol a Crotone?
Neanche le persone che ho elencato prima se lo aspettavano. Da gennaio ho capito che lì in mezzo ci potevo stare, ed è uscita una grande stagione. Mister De Rossi ha avuto sempre fiducia in me, lo sentivo spesso. Ho fatto il primo gol di testa, mi ha chiamato e mi ha chiesto come fosse possibile, per scherzare. Devo
ringraziare tutti i mister che ho avuto alla Roma, ognuno di loro mi ha dato qualcosa.

La testa?
Ognuno ha il suo modo di prepararsi, io cerco di stare il più tranquillo possibile per concentrarmi. La corsa non è tutta questione di gambe, ma anche di testa, devi cercare di non deconcentrarti.

Chi ti ha impressionato?
Lamela è veramente impressionante sotto il profilo della corsa, sembra che non sudi, ci arrabbiamo quasi con lui (ride, ndr). Dimostrerà il suo valore.

Pjanic?
E’ uno dei giocatori che seguo con più attenzione anche quando mi alleno, cerco sempre di rubare con l’occhio quando fa qualche giocata, è un piacere giocare con lui. Parlare poi del Capitano mi sembra scontato.

Taddei?
Abbiamo lo stesso procuratore e parlando con lui ho detto che Rodrigo è il giocatore più sottovalutato d’Europa, è un giocatore incredibile. Cerco sempre di imparare dai più bravi, qualche cosa mi è riuscita.

I problemi della Roma dell’anno scorso?
Era come se a ogni partita mancasse qualcosa. In certe partite si riusciva a sbloccare subito il risultato e fare un buon gioco, in altre ci si innervosiva.

Come vedi la squadra?
Ci sono dei “vecchi” che sembrano avere vent’anni. Si stanno allenando con costanza e impegno, gliene va dato merito. Non credo che ci sia un traguardo da fissare, dobbiamo pensare partita per partita e vincere. A marzoaprile tireremo le somme.

Le tue aspettative?
Mi sto allenando, sono molto felice di questo, sto cercando di dare il mio supporto alla squadra. Il mister parla poco, ma quando parla punge sempre al punto giusto.

Piovani: «Zeman è un artista, la Roma la musica della mia vita»

Premio Oscar. Direttore d’orchestra, pianista, compositore di tutta la musica musicabile (fra il creato che ha messo in nota ci sono anche gli album di De André Non al denaro, non all’amore, né al cielo e Storia di un impiegato). Ma Nicola Piovani, schivo, poeta già nel profilo, leggero nei modi come nel tocco, non di un pallone, ma di un tasto, è anche molto di più. Lui è romano e quindi romanista. Non è finita. Zemaniano. Definizione totale. Fa parte di quel coro degli eletti, orda di letterati, musici, ultras e poeti innamorati del Boemo, del suo credo e di quell’abracadabra flosofico declinato in diagonale col 4-3-3. Quando Zeman venne a Roma quindici anni fa – era il 1997, l’Avvento – fondò il quartetto di tifo e d’ascolto con Antonio Albanese, Vicenzo Cerami e Curzio Maltese. Senza Whyma con tanti Because. Non al denaro, non all’amore, né al cielo ma a Zeman sì.

Stanotte sotto i pini di Roma, Nicola Piovani sarà protagonista di un “Concerto in quintetto” con brani scritti per il cinema, per il teatro, per concerto (Suite De Andrè, La Vita è Bella, Suite Moretti, Annozero, La voce della Luna…) rivisitati e riarrangiati. Per la prima volta eseguirà il brano “Ciliegine” dall’omonimo film opera prima di Laura Morante. Un pieno d’atmosfera come un fumo di sigaretta boema, giuto per iniziare a parlare.

Maestro stasera un concerto “intimista”…

Intimista fino a un certo punto: siamo all’aperto, al fresco dei pini di villa Pamphili. Non è un concerto sinfonico, questo no, ma il concerto di una formazione solistica, siamo in cinque – Pasquale Filastò, Marina Cesari, Cristian Marini, Andrea avena e io – oramai ben affiatati. E ci piace suonare in modo più che “intimista” piuttosto “teatrale”, cioè un modo in cui l’aria che tira in platea quella sera arriva sul palco e influisce sul modo di suonare. Un quintetto che interpreterà Suite per De Andrè e La vita è bella. Sì, è un programma misto: le musiche scritte per De André, per Pasolini, per il cinema, il teatro. Un programma misto che chiude con le musiche che ho scritto per Federico Fellini. E inserisce anche le musiche dell’ultimo film che ho scritto, Ciliegine.

Perché Laura Morante?

E perché no? Mi sembra ci stia bene fra Taviani, Benigni, Moretti, Fellini. Degli ultimi miei lavori, “Ciliegine” di Laura Morante, è una musica che ha una certa leggerezza allegra. Abbiamo scelto di metterlo in programma perché sentivamo il bisogno, di questi tempi, di inserire una piccola suite ballabile: il fox-trot e il valzer che sono nel film.

Il pianoforte anche in questa partita che giocatore è?

Centrocampista-regista. O mediano di spinta, De Rossi insomma.

Le opere prime hanno avuto sempre un fascino su di lei, e i ritorni? Zeman?

Ecco… Siamo in molti ad essere felici per il ritorno di Zeman alla Roma, per più di un motivo. Innanzitutto è stata una scelta della società che ha rivelato coraggio: sono parecchi i nemici di Zeman che avrebbero voluto che non mettesse più piede in serie A. Zeman è un artista del calcio, di un calcio fondato sulle idee e sul lavoro, non solo sulla spesa ultramiliardaria. E poi, a leggere bene i numeri della sua carriera, si scopre che Zeman è un allenatore “vincente”, per usare un termine in voga fra i suoi detrattori. Francamente non so cosa avrebbe realizzato Capello a Pescara.

A cosa si può paragonare questo ritorno?

Scherzosamente qualcuno ha titolato questo ritorno: “Zeman due, la vendetta”. O “Il ritorno del Conte di Montecristo”. Al di là dello scherzo, questa stagione è un po’ la speranza del riscatto di un calcio pulito, fondato sulle idee e sul lavoro. Speriamo solo che gli arbitri non ci facciano scherzi, come nel 1999. Ricorda che furti ci fecero, solo perché Zeman aveva disturbato i traffici del Palazzo?

Se con Luis Enrique il progetto era la rivoluzione culturale, con Zeman che definizione si può dare?

A dire il vero i due non mi sembrano così distanti, a parte la verticalizzazione veloce, fondamentale nel gioco del boemo e trascurabile nel gioco dell’asturiano (noi lo chiamavamo “Scucchietta” per quel mento pronunciato). Luis Enrique ha pagato lo scotto della mancanza di esperienza nel campionato italiano. Con l’arrivo di Zeman io non vedo un nettissimo cambio di rotta, ma in parte anche qualche elemento di continuità: inseguire un’idea di calcio a dispetto del risultato immediato, e sottolineo immediato. Se giochi bene e hai pazienza, i risultati alla lunga arrivano. Anzi, ne approfitto per ricordare a tutti noi entusiasti che anche quest’anno, soprattutto all’inizio, ci vorrà un po’ di calma paziente.

Un quintetto in scena, e il quartetto per Zeman?

Beh, avevamo fondato in quell’anno del suo primo arrivo a Roma, un ideale fan club, era una passione che condividevamo e, penso, condividiamo ancora. Devo risentire Albanese. Con Curzio Maltese e Cerami ne abbiamo già parlato, e condiviso la soddisfazione: l’anno scorso tifavamo Pescara!

Più coinvolgente suonare o vedere la Roma?

Suonare.

Che partitura è Zeman?

Una partitura ben scritta, non banale, la cui bellezza può sfuggire ai disattenti.

Come si suona il 4-3-3? E in che ambiente?

In grande affiatamento fra esecutori. E in Teatro.

Che musica è la Roma?

La musica della mia infanzia, al quartiere Trionfale negli Anni Sessanta.

La sua prima partita allo stadio? E l’ultima?

Un Derby, tanti anni fa, con noi un amico milanese, professore di sociologia a Trento, che voleva vedere una partita di cartello, dal punto di vista “Antropologico”, pensi un po’! L’anno non me lo ricordo, ricordo che finì a botte. L’ultima, Roma-Sampdoria, con Ranieri, partita da dimenticare in cui lasciammo cadere lo scudetto.

Il ricordo più forte?

Lione-Roma, Champions League 2007, a Lione con i miei due figli: 0-2, gol di Totti e di Mancini.

Il suo giocatore di sempre e perché?

Vabbè, risposta scontata: Francesco Totti, con tanti perché, ma anche senza perché.

Mai stato in Curva Sud?

Da tanti anni non ci vado.

Che musica è la Curva Sud?

A volte gioiosa, a volte dodecafonica, a volte lugubre.

Cosa vorrebbe dire a Zeman?

Faccia attenzione a chi lo vuole fregare, mister, e sopporti con pazienza la banalità di certi suoi commentatori.

Perché Zeman è così legato alla Roma e i tifosi della Roma a lui?

Non tutti i tifosi: quelli che capiscono il calcio. Quelli che sanno che i risultati sono determinati da più fattori: uno di questi è il bel gioco, che non è mai fine a sé stesso, è sempre finalizzato a segnare. Poi ci sono gli episodi, i pali, gli arbitri, gli infortuni. E naturalmente la rosa dei giocatori a disposizione. In questo senso Zeman in passato qualche miracolo l’ha fatto.

Maestro, i tagli alla Cultura.

Sono una inutile vergogna: la cultura, l’arte, lo spettacolo hanno bisogno di investimenti lucidi, hanno bisogno di lotta agli sprechi, alle clientele, alle rendite di posizione: i tagli, in genere, non colpiscono i parassiti, i furbetti, i malversatori; colpiscono le eccellenze, i non protetti e gli uomini di buona volontà.

Il Teatro Valle occupato compie il suo anniversario, come valuta questa esperienza?

Una entusiasmante esperienza di partenza: ora bisognerebbe passare a un assetto normativo, continuo, con un progetto. E sono le istituzioni che devono intervenire, tenendo conto delle nuove istanze nate da quel movimento. Qualche amico mi obietta: “Ma è un’occupazione illegale!”. Sì, certo. Ma l’occupazione di certe cariche pubbliche dirigenziali vi sembra legale?

Un pensiero ai terremotati dell’Emilia.

Un musicista, quando accadono queste cose, magari dedica un concerto, una musica, una manifestazione alle popolazioni colpite dal disastro: quando lo faccio provo un forte sentimento di solidarietà e un frustrante sentimento di impotenza.

Ghiggia: «Maracanà ammutolito solo da tre persone: Sinatra, il Papa ed io»

«Mi costa ricordare il Maracanà, è la mia cosa più intima». E’ la cosa più paradossale e quindi più bella che dice Alcides Edgardo Ghiggia. Ottanta anni oggi («Grazie per gli auguri che però io faccio alla Roma che ha la mia età»). E’ oggi che si festeggia il compleanno della storia del pallone. Perché la sua cosa più intima è anche quella più pubblica che Ghiggia ha fatto: il gol più importante nella storia del calcio. Al Brasile, Maracanà, 200.000 persone dentro, la partita che vale il Mondiale. Nel ’950. Al Brasile infinitivamente più forte basta un pari, va pure in vantaggio, l’Uruguay piccolo-piccolo si trasforma gigante col tiro sbilenco di Ghiggia. Il gol del siglo. La partita delle partite poi finisce 2-1 per la Celeste. La gente per strada e nello stadio si uccise.

«Non ho mai visto così tanta tristezza, nel momento più bello della mia carriera, della mia gente a casa. Le famiglie dell’Uruguay e quelle del Brasile. Non ho mai visto occhi così feriti come quelli». Quasi per dimenticarseli è venuto alla Roma, otto anni, una vita (un’altra) un altro riserbo profondo: da quando se ne è andato, non ci è più tornato. Ma è quasi come quel gol. Non se ne parla perché «certe cose sono intime». Alcides Ghiggia vive a Las Piedras, una ventina chilometri da Montevideo, dove il Parlamento l’aspetta oggi per i tanti auguri a te.

Ottanta anni e sentirli per forza, come si vive?
«Conta la salute e quella ce l’ho. Come i ricordi, anche se io non guardo indietro. Mai».
Vero visto che in Italia non ci torna dal…
«Era il 1990, per i Mondiali. Ma sono andato a Milano. Stavo con Gianni Minà, lui sa della cultura del Sudamerica. Fece di tutto per riportarmi in quei giorni a Roma. Ma non se ne fece niente. Non potevo».
Da quant’è che non viene a Roma?
«Da quando sono tornato a Montevideo. Dal 1963».
Sono più di quarant’anni, adesso lei e la Roma ne contate 80, è il momento per ritrovarsi.
«Se c’è la festa della Roma la prossima estate mi piacerebbe tornare. Stavolta sì».
Ma in tutto questo tempo nessuno l’ha cercata. Tifosi, magari?
«I tifosi della Roma mi hanno cercato anche dalla Gran Bretagna, dal Canada, da dovunque, oltre che dall’Italia. I tifosi della Roma mi hanno regalato la bandiera che tengo a casa. Nel salotto».
E Ghiggia la Roma la segue ancora?
Dà la risposta più veloce «Nel 4-0 col Palermo mi ha impressionato, mi piace come gioca, mi piace tanto».
Chi di più?
«Totti. Totti e Montella»

Totti a chi somiglia?
«Dei miei tempi? A nessuno, i tempi non coincidono, i campioni non tornano. Però se vuoi un nome: Dino Da Costa. Io con Dino giocavo, Totti lo vedo per televisione, l’ho visto sempre in tv. Credo sia lui la bandiera della Roma».
Ghiggia lo è stata?
«Ghiggia quando ha giocato in Europa ha realizzato il sogno che ha avuto dopo il Maracanà».
E il Maracanà lo sogna?
«Sono cose tanto intime».
Quelle pubbliche: come fu venire alla Roma?
«Tante ore di volo, il dispiacere di lasciare il Penarol perché il Penarol è come la Roma, una squadra “attaccata” a dove gioca. C’era il presidente Sacerdoti, mi ricordo».

Mi ricordo… la prima cosa di Roma.
«Moderna dentro una stessa città. Mai più vista prima»
Né dopo: l’ultima immagine che ha di Roma?
«Le Olimpiadi».
Il compagno di sempre.
«Arcadio Venturi. Mio figlio si chiama Arcadio».
Perché?
«E’ lui che mi ha fatto sentire a casa quando non lo ero».
Roma, quegli anni e Ghiggia: le cronache e la storia significano Dolce Vita.

«Ricordo che non potevo uscire perché c’erano i paparazzi (testuale, ndr) , mi seguivano sempre, mi rendevano la vita impossibile».
Eppure sembrava così facile: le donne, le ragazze innamorate del baffo rococò.
Ride. «E’ capitato. Avevo moglie e figli, certo, spesso si presentavano delle occasioni…». Ride.
La miglior partita giocata a Roma?
«Il 3-0 alla Lazio, gol a Lovati».
I ricordi del derby.
«La cosa più bella che può succedere in assoluto a un giocatore è vincere un derby a Roma. La gente, i tifosi il calore, mi volevano bene. Ed io ero contento perché loro erano contenti di me».
Roma-Lazio o Penarol-National?
«Quasi lo stesso, sono i due derby del mondo. Almeno i miei».
Che differenza c’era tra romanisti e laziali, che significava derby a Roma?
«La Roma aveva i tifosi, la Lazio no. La Roma era la squadra del popolo, la Lazio di qualcuno».

La Coppa delle Fiere vinta, un altroricordo.
«Sì, però mi ricordo di più che quell’anno speravamo di vincere la Coppa Italia».
Perché lasciò Roma?
«Perché l’allenatore nuovo (non fa il nome, ndr) non mi volle. Mi cercò il Milan, andai a vincere uno scudetto prima di tornare a casa».
Il giocatore più forte all’epoca?
«Charles».
Quello di sempre.
«Uno come me è difficile incontrarlo».
E’ vero che la gente comprava i biglietti solo di Monte Mario o Tevere per vedere più da vicino Alcide Ghiggia?
«Sì è verdad».
Come il gol del siglo.
Pausa. «Quella è stata la cosa mas importante della vida mia».
Le capita di sognarlo?
«No, mi costa molto ricordare il Maracanà. E’ la mia cosa più intima».
Tutti se ne ricordano e per sempre ne parleranno.

«Era il campionato del mondo…».
A parte quello, la cosa più bella fatta in carriera?
«Un gol alla Lazio».
Tipo quello fatto a Barbosa il 16 luglio 1950. E’ vero che dopo ci è diventato amico?
«Sì. Visse male male dopo quella partita, il Brasile scaricò tutte le colpe su di lui».
Varela il suo capitano, l’uomo che guardando in faccia “uno a uno” i 200.000 del Maracanà dopo il vantaggio loro vi portò alla vittoria, finita la gara si ubriacò. Ma per dimenticare, per il dispiacere. E’ vero?
«Sì. Lui era uno dei più sensibili, il più dispiaciuto per tutto quel dolore che scoprì intorno. Era una grande persona».
Oggi si trovano giocatori così?
«C’è differenza nei tempi».
Ghiggia s’è mai dispiaciuto, pentito di aver vinto La Partita?
«A me come a Varela dispiacque vedere un intero stadio, un intero Paese piangere. Si ammazzarono le persone. Ma contemporaneamente il nostro popolo stava vivendo il giorno più glorioso».
Come le cambiò la vita?
«Andai a Roma».
Quando ci tornerà?
«Per gli 80 anni della società. Mi auguro di venire lì a festeggiare lo scudetto. L’Inter è forte ma es possibile».
Che sogno ha Ghiggia?
«Questo. Lì con lo scudetto».
A 80 anni ha paura di morire?
«No. Nella vita c’è sempre tempo per imparare nonostante l’età. La vita continua e non mi guardo indietro».
Però il gol del siglo… Quando disse che «Soltanto tre persone hanno ammutolito il Maracanà…».

Interrompe e continua: «il Papa, Frank Sinatra e io».

(intervista esclusiva de Il Romanista ad Alcide Ghiggia realizzata nel dicembre del 2006.)

Tonino Cagnucci & Gianni Tarquini

Bruno e 100 anni di Roma: «L’ho vista nascere»

La cosa più bella che ha raccontato Bruno Michetti che oggi compie 100 anni è una cosa apparentemente difficile da capire, soprattutto se la commisuri con l’incommensurabile dei suoi 100 anni e del racconto di quei 100 anni. Alla guerra, alla prigionia. Quando gli è stato chiesto quale sia stata la gioia più grande datagli dalla Roma, ha risposto così: “Un rigore di Chini Luduena e non so contro chi”. E’ una risposta che ti avrebbe potuto dare un bambino nella pienezza più sfrenata e spensierata della sua felicità. Infatti lui t’accoglie con la tuta della Roma nella residenza Maria Marcella dove sta da dieci anni. Perché ti dà il senso dell’attimo, della purezza, del momento. E quel “non so contro chi” quanta pienezza ha dentro. Ti dà l’età ragazzina di questi 100 anni non di solitudine. Con la Roma non stai solo mai. Nemmeno in Tibet, prigioniero dei sudditi di Sua Maestà, sotto l’Himalaya quando hanno rimpatriato i tuoi compagni e solo te sei rimasto ancora lì e per questo gli inglesi ti hanno fatto un regalo: una corda per impiccarti. Ma l’hai lasciata lì perché è stata più importante una lettera di tuo pade dove c’era scritto: “Bruno la Roma ha vinto lo scudetto”. L’ha fatto vivere, ma non l’ha potuto vedere. E Bruno anche a cent’anni ha gli occhi grandi. Blu. Dentro ci trovi tutto ma soprattutto quel rigore di Chini Luduena. Alla facciaccia degli inglesi. Alla facciaccia del Liverpool. Il resto è tanta tanta tanta e vera storia. Leggetela. Di questi tempi di fretta e di opportunismo, di tradimenti e di meschinità, fa commuovere non solo un ricordo, ma chi sa mantenerli. Come quel gol. Un cammeo, Uno schizzo. Una piccola rivoluzione. Un gol contro chissà chi. Però della Roma. La tua vita. Auguri Bruno.

 

Campo-Testaccio

 

Bruno, come sei diventato tifoso della Roma?

Mio padre Luigi, che era capotecnico della Società Romana dell’Elettricità, era socio della Roma. Lo è stato per anni. Il suo posto in tribuna era al lato di via Caio Cestio. Vicino c’era sempre un suo amico, si stringevano e veniva fuori lo spazio per me.

Quando nasce la Roma…

Quando nasce la Roma avevo 15 anni. La Roma già c’era, era nell’aria, c’era entusiasmo nella città nei giorni della cosiddetta fusione. Io c’ero, io giocavo a pallone.

Ti ricordi di quel calcio a Roma prima della Roma?

Giocavo sul campo della Rondinella dove ho anche segnato dei gol (ride, ndr). Ho giocato al Campo dei Due Pini, alla Madonna del Riposo, cioè il campo della Fortitudo, dove ho fatto campionati studenteschi. E c’ho pure segnato. Io giocavo nell’Alba.

All’Alba! Non è cosa da poco.

Era la stagione 1926/27, per la precisione in quella stagione la squadra si chiamava AlbaAudace. Mi ricordo che l’Alba aveva due squadre, io ero il capitano della seconda squadra. La maglia era quella verde con la fascia bianca in petto.

Al Campo dei due Pini giocava il Roman Football Club.

(La sua espressione si fa seria, ndr). C’era il Roman, sì… ma il Roman era una squadra aristocratica.

Hai giocato contro la Lazio?

Non me lo ricordo… Però sicuramente eravamo divisi. Ruolo? Mezzala sinistra.

L’allenatore?

Funzionava qualche volta come allenatore un giocatore, Pierino Rovida, che poi ha giocato nella Roma.

Pierino Rovida giocò la prima partita della storia della Roma il 17 luglio 1927 contro l’Ute… Ma l’Alba quant’era seguita?

Il livello sociale era… democratico. Se il Roman era la squadra aristocratica noi rappresentavamo un diverso livello sociale.

E la Lazio?

No (no e basta, ndr).

Al campo della Madonna del Riposo ci giocava la Fortitudo.

La squadra di Attilio Ferraris e dei suoi fratelli. Mi viene in mente un episodio legato ad una partita alla Madonna del Riposo. Ci ho giocato i campionati studenteschi. Mi ricordo in particolare che ero un rigorista, l’arbitro ci diede un rigore. Il portiere venne e mi disse: “Te lo paro”. E io “Aho ma che te sei messo in testa”. Io sono destro, ma calciavo molto bene di sinistro. Anzi i rigori li tiravo quasi sempre di sinistro, erano più imprevedibili. Segnai ma uno dei nostri entrò dentro l’area, l’arbitro lo fece ripetere, cambiai piede ma segnai sempre allo stesso angolo mentre il portiere continuava a dirmi “te lo paro”. Seee…

Al famoso bar di Attilio Ferraris ci sei mai stato?

Al bar di Attilio? Eh sì che ci andavo. Stava a via Cola di Rienzo. Andando verso piazza Risorgimento a sinistra verso la fine. Di fronte c’era una specie di supermercato. Andò a finì male Attilio, perché giocava. Era un buon giocatore di boccetta e mi ricordo che giocava in Galleria Colonna, a Largo Chigi al primo piano. Quando giocava lui bisognava stare zitti. Giocavano tanti soldi (fa il segno del denaro con la mano e alza le sopracciglia). Una volta gli mancava un punto, all’avversario tre. L’avversario c’aveva solo una palla in più a disposizione. Attilio se lo guardava e quello “acchiappa” un rinterzo… quattro punti e vince! Fermati cielo! Attilio momenti sfonda il soffitto con la pallata.

Fulvio Bernardini.

Non eravamo amici, ma ci sono stato in confidenza perché avevamo giocato insieme nella selezione universitaria di Economia e Commercio. Una volta andai a trovarlo ad Abbadia San Salvatore quando lui allenava la Fiorentina. Non mi riconobbe subito ma quando gli dissi: “Guarda io so’ quello che ti facevo fare i gol contro Ingegneria”. Perché Bernardini nei tornei studenteschi faceva solo una partita quella contro gli ingegneri. E basta. Perché? Non li sopportava. Bisognava passajela per forza perché finché non segnava non era contento (il figlio Pierluigi lì accanto, ci mormora: “Io sono ingegnere”).

Testaccio.

Io sono testaccino. Mi ricordo il mattatoio, mi ricordo dove si mangiavano i rigatoni alla pajata… A via Marmorata ci vivevo, al campo ci andavo a piedi. Ma il campo per noi è stata una sorpresa, perché non pensavamo che potessero farlo a via Nicola Zabaglia, all’angolo di via Galvani. Prima c’era una lavanderia pubblica, la gente andava a lavare i panni lì. Era il ’29. L’anno prima giocavamo al Motovelodromo Appio e con l’Alba Audace c’era Zi’ Checco. Mi ricordo la sorpresa nel vederlo poi custode di Campo Testaccio, con una panza così (sorride, ndr) e con sua moglie la Sora Angelica. Mi ricordo… Le maglie ce le lavava lei, le lasciavamo lì, non le portavamo a casa. Si interrompe e riprende Mi ricordo con la mia Alba: Degni, Rovida, Hegher, Galluzzi, Chini… Chini è il cognome della madre, perché lui faceva Luduena. Poi Hegher è stato pochissimo, è stato pochi mesi. Ha giocato la prima assoluta con la storia della Roma poi è sparito.

La maglia della Roma, i colori della maglia della Roma di Testaccio: com’era il rosso?

La Roma giocava con un rosso bordeaux e col colletto giallo. Aveva due maglie, una come quella attuale e l’altra a striscioni giallorossi ma quella raramente veniva usata. Il rosso era bordeaux. Che facevate quando entrava la Roma a Campo Testaccio? Quando i giocatori uscivano dalla botola ci alzavamo in piedi e poi cantavamo l’inno della Roma che era una canzone popolare… La canta: “C’è Masetti che è primo portiere…”. La canta tutta.

La cantavano veramente, quindi non era una leggenda?

Noooo, ma quale leggenda!! Eravamo tutti in piedi a cantalla! Tutti (rimarca questa parola, ndr) in piedi. Quando la Roma usciva da ’sto sottopassaggio.

Il ricordo della prima partita.

Con mio padre. Era un Roma-Napoli, l’anno in cui la Roma prese Volk (era il 10 novembre 1929, Bruno vide pareggiare i giallorossi 2-2, ndr). La Roma cambiò tre portieri, Ballante era di Tivoli, il meglio portiere del mondo. L’ala sinistra del Napoli gli segnò un gol, soltanto che Ballante fece vedere che la rete era rotta e che la palla era entrata dall’esterno. L’arbitro abboccò.

Altre partite memorabili.

Il 5-0 alla Juve. Quello a Combi (era il 15 marzo 1931, ndr). Ero nei popolari, la Curva vicino al Cimitero degli Inglesi. Il gol di Fasanelli praticamente lo vidi da sopra la porta. Combi era un grande portiere. Ma anche Ballante. E c’era Rapetti…

Rapetti.

Veniva dalla Fortitudo. Rapetti era alessandrino, si suicidò sulla ferrovia, nel primo tratto che va da Piazzale Flaminio verso Viterbo. Fece pure il tranviere.

Tra i portieri, il primo: Masetti:

Faceva il portiere in un bar e aveva messo su una squadretta: non ho mai capito come la Roma lo acquistò. Anche qui a Roma c’aveva un bar. Mi ricordo che il suo non fu un matrimonio felice.

La Lazio.

Cosa?

La Lazio?

Uhm. A Testaccio erano il 95% romanisti

E l’altro 5% laziali?

No, agnostici.

I derby.

Mi ricordo la partita che poi costò un mese di squalifica a Bernardini e a Ferraris. Pareggiammo su calcio di punizione all’ultimo secondo. Lo volle tirare Bodini, andò da Bernardini e gli disse: “A Fulvie’ tiro io!”. Tirò una bomba. Quando rientrarono, Sclavi sfottè Bernardini e Bernardini gli diede uno schiaffone. Nacque una scazzottata furibonda. All’epoca la gente scendeva dalle tribune e se vedeva sulla giacca che ciavevi il distintivo dell’altra squadra partivano sempre le botte.

Oltre a Testaccio, la Lazio era seguita?

No. Non era un granché.

In questi cento anni chi è stato il più grande giocatore che ha avuto la Roma?

Bruno risponde immediatamente, tranquillo, stentoreo, perentorio. Falcao.

Perché?

È stato perfetto. Era ambidestro. È stato più di un regista. Più di un calciatore.

Il più grande presidente?

Renato Sacerdoti.

Il più grande allenatore?

Non lo so. Quello a cui sono più affezionato è Degni. Io all’epoca ero un maschietto, quel mediano dell’Alba era forte, poi è diventato pure tecnico. Ero affezionato a Degni, a Rovida, a Hegher. A quelli dell’Alba. Degni era più chiuso, Rovida no era detto cappelletto… C’era Umberto Farneti, detto il “Guercio”. Aveva una bottiglieria a Via del Gambero, un posto dove io non potevo entrare perché non avevo abbastanza quattrini. Il primo derby che la Roma vinse, i giocatori della Roma andarono a festeggiarlo da Farnesi, che era passato alla Lazio.

La più grande gioia che t’ha dato la Roma?

Un calcio di rigore tirato da Chini e non ricordo contro chi. Quando giocava Chini non li tirava Bernardini, ma lui. Ne feci uno al Napoli e venne giù la tribuna.

Dei tre scudetti qual è stato il più bello: ’42, ’83 o 2001?

(Un attimo di silenzio) Quello del ’42 non lo so… S’interrompe. Io stavo in prigionia sotto gli inglesi.

Ti va di parlarne?

Sì. Sono stato sette anni e mezzo… Dal 1940 al 1947 in Tibet. Mi presero in Africa. Guarda le foto in divisa coloniale… Ce le portano, c’è l’immagine del campo di prigionia inglese, le baracche sono specie di palafitte sulla terra, alle pendici dell’Himalaya. Si vede persino la neve. E i soldati inglesi che gironzolano. Non è stato facile… Ho preso una malattia che in Italia non conosceva nessuno. Il momento più brutto è stato quando ci stavano rimpatriando. Quasi tutti tranne me. Ho visto i miei compagni partire per tornare in Italia e io sono rimasto lì. Quel giorno gli inglesi mi fecero un regalo, mi diedero una corda per impiccarmi. La davano a tutti. Ma quella notte io non l’ho usata.

Perché solo te non sei stato rimpatriato?

Mi ricordo ancora il console spagnolo che trattava per noi italiani. Mi disse: “Ragazzo sono stato quattro ore a trattare, a parlare solo per te, ma niente, non ci hanno voluto sentire”. E lo sai perché? Perché spiando la mia corrispondenza con un amico romano avevano capito che gli davo dei figli di mignotta. Nel campo gli strillavo le parolacce in romano. Cinque mesi dopo quella volta sono tornato. La corda l’ho lasciata lì. Roma-Liverpool non dovevamo perderla anche per questo.

La Roma che senso ha sotto l’Himalaya in un campo di prigionia, sette anni in Tibet?

Mio padre mi scrisse una lettera per dirmi che la Roma aveva vinto lo scudetto… S’interrompe. Si asciuga gli occhi. Non dice di più, ma vorrebbe dire… La Roma è stata la vita.

Adesso. A cent’anni. Bruno che dici della Roma?

Che De Rossi mi ricorda i miei mediani dell’Alba. Che mi devono fa’ un regalo. Non me ne frega niente del piazzamento, ma devono arrivare sopra alla Lazio. Io me li ricordo i giorni della fusione… C’era entusiasmo nell’aria. C’era la Roma prima della Roma. Io l’ho vista nascere, avevo 15 anni e mio padre è stato un socio della Roma. L’Alba. Io ci ho giocato.

L’ha vista nascere. L’Alba, la Roma, la sua vita.