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Gabriele Sandri

“La morte non è niente, io sono andato semplicemente nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Per voi, io sarò sempre ciò che sono stato. Datemi sempre il nome che mi avete dato, parlatemi come avete sempre fatto. Non usate un tono diverso, non assumete un’aria austera o triste. Continuate a ridere di ciò che ci ha fatto sempre ridere. Pregate, sorridete, pensate a me, che il mio nome sia pronunciato in casa come è sempre accaduto senza alcuna enfasi, senza una traccia d’ombra. Il senso della vita è sempre lo stesso. Il filo non si è interrotto. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri semplicemente perché sono fuori dalla vostra vita? Io non sono lontano, sono solamente dall’altro lato della strada”.

Dall’altro lato della strada c’è il negozio della famiglia Sandri. Il fratello Cristiano e il papà Giorgio raccontano di Gabriele e di un omicidio che nelle cronache è quasi dimenticato, confuso, più o meno strumentalizzato; che nelle aule giudiziarie deve ancora fare il suo corso e che non sia lungo, possibilmente corto. Tirano fuori quelle parole che dentro non finiscono mai. Non smettono. Insieme alle domande. Le risposte devono essere ancora date. Troppe. In ritardo. Inutili. Dovute. Si parla di Gabriele Sandri perché è giusto così, perché non si può dimenticare, perché glielo chiedi, perché altrimenti loro non lo farebbero tanto per farlo. Ovvio. Santo. C’è tanto silenzio e non c’è nemmeno sole alla Balduina ieri. Ieri è ancora come l’altro ieri. Dall’altra parte della strada Cristiano è diventato più grande dei suoi 33 anni, il papà entra un po’ più tardi prima di chiudere il mondo fuori. Lì, dall’altro lato della strada. Prima di tutto c’è sempre quella carreggiata, poi la notizia e come è stata raccontata.

Cristiano Sandri quali sono le parole che ancora vanno dette.
«Voglio dire quello che avevo in testa i primi giorni dopo l’omicidio di mio fratello, far presente meglio tutto quel bailamme mediatico e la strumentalizzazione che hanno fatto della morte di Gabriele: hanno parlato di violenza nel calcio, di decreti, di scontri, hanno richiamato il caso Raciti ma Gabriele con tutto questo non c’entra niente. Hanno ucciso un ragazzo e hanno provato a nasconderlo. Già dall’inizio».

Per come è stata diffusa la notizia?
«Per quello, perché non hanno fermato il campionato, per quello che è stato sostenuto in una conferenza stampa talebana dal questore di Arezzo dove è stato impedito ai giornalisti di fare domande, per quello che si diceva ancora il giorno dopo in Parlamento: si sosteneva la tesi incredibile di un colpo sparato in aria, si prendeva tempo».

Perché?
«La discriminante è la divisa. Il fatto che ci fossero di mezzo le istituzioni in un delitto talmente grave, così grave, ha fatto sì di cercare fino alla fine di nasconderlo, di salvare il salvabile. Ma non c’era più niente da salvare. Hanno fatto emergere un’immagine distorta di quello che era accaduto, hanno parlato di terrorismo… una cosa simile è degna dei peggiori regimi dittatoriali. “Caso Sandri: arrestati i terroristi”. In Italia è andata così, all’estero la BBC ha aperto: “Poliziotto uccide a sangue freddo un tifoso”. Non è un titolo, né una forzatura, è stata la realtà».

Adesso, da tempo, se ne parla poco.
«Adesso c’è silenzio. Assordante. Eppure una notizia così andrebbe sviscerata da tutti i punti di vista, andava trattata dai vari Porta a porta e Matrix che, a parte l’immediatezza della notizia, a parte l’audience che facevano all’istante, non hanno detto più niente. Oblio».

Quanto voluto?
«O voluto o dettato dalla tirature di copie, dallo share. Ma com’è possibile che le armi si usino così? Come non parlarne? Come non sviscerare una notizia così grave? Così grande nella sua gravità?. Io ho ringraziato personalmente il testimone che ha raccontato di aver visto quel signore mettersi in posizione per prendere la mira perché altrimenti ho paura che ancora oggi staremmo a parlare di colpi sparati in aria. Ho detto che il silenzio è assordante perché lo abbiamo ascoltato in prima persona, soprattutto qualche giorno fa».

Qualche giorno fa sono uscite delle perizie…
«Già, parliamo di perizie e di accertamenti tecnici: questo signore, questo agente, ha avuto la voglia di sparare. Per quanto riguarda la tesi della deviazione della pallottola, l’unica che potrà sostenere la difesa, gli accertamenti che sono stati depositati riguardano gli elementi chimici rinvenuti sul proiettile per vedere appunto se ha toccato qualche colpo estraneo prima di uccidere Gabriele. Dalla relazione del consulente del pubblico ministero, quindi non il nostro, emerge che non ci sono elementi che possano indicare l’impatto con un corpo diverso. Noi questa relazione l’avevamo in mano da venti giorni, ma ci dicevamo: “Ora se ne occuperà la stampa, adesso arriverà la televisione”, invece se non fossimo stati noi a fornire un’indicazione del genere non se ne sarebbe parlato per quel po’ che si è tornato a fare. Non se ne sarebbe parlato per niente».

Fa aumentare la rabbia?
«Sì, perché ti trovi impotente… Noi ci troviamo in difficoltà perché non vorremmo emergere come quelli che forniscono le informazioni alla stampa o che vanno per televisioni, però… Dopo due giorni avremmo potuto lanciare un’agenzia, ne abbiamo aspettati venti».

Il presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno non ha ricordato Gabriele, ve l’aspettavate?
«Il presidente Napolitano è stata la seconda persona dopo Veltroni a farsi vivo con noi, e si è fatto sentire veramente. Ci ha detto di essere rimasto sgomento per un evento del genere, ha parlato di gravità estrema. Il presidente non ha parlato di generica violenza negli stadi come hanno fatto certi media, cercando l’orribile equazione: è stato ucciso un poliziotto, poi un tifoso… »

Invece…
«Invece il calcio non c’entra niente. Che quei ragazzi andavano a vedere la Lazio a Milano si è saputo dopo. Chi ha sparato a 60 metri, con le auto che passavano, coi ragazzi che non avevano né sciarpe né bandiere, non sapeva fossero tifosi. E’ stato un atto di volontà di uno scellerato, di un delinquente, come ha avuto modo di dire il procuratore capo di Arezzo, non io».

Ci sono sentimenti di rabbia nei confronti delle forze dell’ordine?
«Noi non vogliamo generalizzare, capiamo bene che non tutti gli ambienti sono uguali, che ogni categoria ha i suoi interpreti. Proprio per questo chi ha sbagliato deve pagare. Abbiamo avuto la visita del capo della polizia, il dottor Manganelli, che ha ammesso la responsabilità di quell’appartenente alle forze dell’ordine»

Avete amici poliziotti?
«Sì, ne abbiamo anche come amici di famiglia».

Come si sono posti?
«Con difficoltà , non si spiegavano, non si spiegano come sia potuto accadere una cosa simile, un gesto così sconsiderato: un’arma un poliziotto la deve usare perché è in pericolo la vita propria o quella degli altri. Basta».

Non sono state prese alcune misure cautelari nei confronti dell’agente Spaccarotella.
«Questo signore è a piede libero. Tutti quanti si sono sbrigati a dire, giustificando col ritornello “l’inquinamento della prova, reiterazione del reato, pericolo di fuga… non ci sono gli estremi per…” Beh… Per l’inquinamento della prova non è stato detto nulla sul fatto che la zona in cui ha sparato il poliziotto non è stata posta sotto sequestro, dei due colpi che sono stati sparati, caso strano, è stato rinvenuto soltanto il bossolo del proiettile che secondo loro è stato sparato in aria, e non quello che invece ha raggiunto mio fratello. Per quanto riguarda la reiterazione del reato… uno che prende un’arma e spara con questa facilità si può immaginare anche che un giorno esca di casa e dia una bastonata in testa a qualcuno. Ecco, facciamolo qui il parallelismo con il caso del povero Raciti dove il minore indagato è stato raggiunto dalla custodia cautelare. E non c’entrava. “La legge è uguale per tutti”, c’è scritto sui banchi delle aule di giustizia. Dovrebbe. E dovrebbe far riflettere».

Il tempo che variabile è adesso?
«Noi confidiamo nella celerità del procedimento, a febbraio verranno depositate le ultime relazioni sugli accertamenti disposti dal pubblico ministero, e da lì a poco attendiamo che il pm concluda le indagini e richieda il rinvio a giudizio del poliziotto. Noi immaginiamo in primavera, inizio estate. Non vorremmo che questo silenzio, quest’annacquamento sia l’ombrello sulla notizia perché così quando si arriverà al verdetto magari la posizione dello Spaccarotella venga in qualche modo affievolita».

Quale verdetto sarebbe “affievolito”?
«Per il reato di cui si è macchiato questo individuo il codice penale prevede 21 anni di carcere. Non un giorno di meno».

Non un giorno di meno.
«Non cerco e non cerchiamo vendetta. Ma giustizia giusta. Ci aspettiamo questo giudizio, non un colpo di spugna, né operazioni di ortopedia giuridica per alleggerire la posizione dell’agente che comunque, a mio avviso, sarà molto difficile effettuare».

Spaccarotella, un giorno lo incontrereste?
«No, e io non lo voglio incontrare per il resto della mia vita».

Il perdono?
«In questo momento non ci sono proprio i presupposti per perdonare una persona che senza criterio ha avuto la voglia di ammazzare».
(Interviene il papà): «Una persona che qualche ora dopo aver commesso il fatto ha detto bugie e ha risposto al citofono a voi giornalisti: “Fatemi vivere tranquillo”. Come si fa poche ore dopo quello che hai fatto a dire “fatemi vivere tranquillo”. Come si fa?».

Tra le tante cose dette, invece quella più importante, quella più bella, più giusta?
«Ciò che ci ha detto Napolitano, il presidente della Repubblica: “Starò sempre al vostro fianco”. E poi la gente. L’affetto della gente è più forte di ogni strategia comunicativa, più forte del silenzio. La vicenda ha colpito tutti quanti, perché tutti quanti hanno vissuto la possibilità di avere in quella macchina il proprio figlio, il proprio fratello, il proprio amico. Ci sosterranno anche in futuro per quello che sarà una vicenda che purtroppo durerà nel tempo dal punto di vista giudiziario. In questo, però, sono abbastanza tranquillo: ogni persona non si dimenticherà di questo fatto, ogni persona farà in modo di far trionfare la giustizia giusta. Perché è inaccettabile tutto. Gabriele Sandri dev’essere un momento di riflessione per tutta la società civile».

Quello che ha ferito di più?
(Interviene il papà): «Quando il ministro Amato ha detto che se si prendevano due caffé all’autogrill non sarebbe successo».
«La gestione della notizia, non solo nell’immediato ma due-tre giorni dopo, il fatto che ancora adesso tutti i responsabili siano a loro posto. Magari al poliziotto hanno cambiato mansione per evitare di andare a sparare in giro, ma sta al suo posto; il questore di Arezzo che ci ha regalato quelle dichiarazioni mostruose che hanno ammazzato Gabriele una seconda volta, sta ancora lì, come se non fosse successo nulla. Non so se tutto questo sia stato voluto per non far esplodere la situazione, alzato un polverone apposta: la menzogna dei colpi in area, il no-stop al campionato quando il fatto è avvenuto alle 9.18 e c’era tutto il tempo. Tutto il tempo perché si scatenasse quello che è capitato».

Si è lasciato scatenare?
«Sì, per spostare l’attenzione lontano da quello che è successo. Tutti sapevano nessuno ha fatto nulla, tutti sapevano, nessuno ci ha detto niente. Gabriele aveva i documenti con sé, sapevano chi era, dove abitava e non ci hanno nemmeno chiamato».

Come l’avete saputo?
«A me ha chiamato un amico-collega avvisato da un altro ragazzo, era attorno a mezzogiorno. Dopo mille chiamate per rintracciare il numero di casa (avevo il cellulare spento perché scarico quel giorno) mi ha detto: “Vai ad Arezzo”, ma non perché. Mi ha detto: “Però fatti accompagnare”, e lì ho capito che era successo qualcosa di brutto. Poi ho chiamato un altro amico per farmi accompagnare ed è lui che mi ha raccontato: “Hai sentito quello che è successo ad Arezzo? E’ stato ucciso un tifoso della Lazio”. Mentre andavo, la radio mi ha detto nome e cognome. Mio fratello».

“Mio fratello”. Gabriele Sandri, un ragazzo ucciso nella sua auto mentre andava a vedere la Lazio. “Mio fratello”. Cristiano Sandri è un tifoso?
«Da 33 anni, sono nato nel ’74, sono della Lazio. Mio padre è tifoso della Lazio, è lui che mi ha portato a vederla quand’ero piccolissimo. Me lo ricordo, era lo stadio di Pisa, una partita di Coppa Italia, avrò avuto sì e no 5 anni . Era sera, c’erano le luci. Più che altro ho immagini di quello stadio. Sono stato abbonato in curva dai miei 16 anni anni fino a i 30, poi, così come va per molti altri che hanno vissuto lo stadio, gli amici si sono spostati in tribuna e con loro anch’io. Mio fratello invece continuava ad andare »

Sei più tornato allo stadio?
«No, da quel giorno no».

Hai intenzione di farlo?
«Sì, perché ho quasi l’impressione che tornandoci fisicamente ci posso riportare anche mio fratello. Certo, quando mi sentirò di affrontare questo… A parte vedere una Curva, la Curva Nord intitolata a Gabriele Sandri fa…Fa».

A Badia al Pino sei più tornato?
«Quando abbiamo fatto i sopralluoghi per le perizie, ho visto non proprio il punto, ma dove hanno messo le sciarpe: i colori di tutte le squadre».

Per certi versi veramente un monumento, non solo simbolico. La morte di Gabriele potrebbe…
«Ho sentito tanti amici, tifosi della Lazio, tifosi della Roma, la morte di Gabriele ha dato una nuova consapevolezza di valori in tanti. La consapevolezza del valore della vita che mai può essere messo in discussione, né a rischio».

La morte di Gabriele può far cambiare in meglio le cose del calcio e quindi anche quelle della vita?
«Sì, è giusto parlare di sacrificio per mio fratello. Dalla sua morte non ho più sentito parlare di episodi di violenza negli stadi. Si deve parlare di sacrificio perché Gabriele possa venir preso sempre a simbolo per situazioni positive, in tutte, non solo nel calcio. Per questo ogni situazione a lui legata dovrà essere ricordata per l’alto valore della vita che rappresenta. Ogni iniziativa fatta sarà in tal senso: il valore stesso della vita».

Per il prossimo derby s’era parlato di fare qualcosa, avete pensate voi a qualcosa?
«Sì, il prossimo derby potrebbe essere un’occasione importante per dimostrare una presa di coscienza di tutti i tifosi, nella circostanza della Roma e della Lazio, ma non solo loro. Purtroppo quando si parla di tifosi lo si fa come ci si riferisse a una categoria di sottosviluppati e non di cittadini, di essere pensanti. Non so se io… sarebbe un’occasione importante. L’ultimo derby l’ho visto proprio con Gabriele … Potrebbe essere un’occasione anche per me».
(Interviene il padre): «Io vorrei andare in Curva Sud. Come facevi un tempo con gli amici, a giocare a scopetta prima. Io vorrei andare a vedere il derby in Curva Sud».

Tuo fratello lo definiresti un ultrà?
«Anche io, e non solo mio fratello, mi posso definire un ultras, anche mio padre si può definire un ultras, anche tu se lo sei per la Roma. La parola ultras è sentita solo con un’accezione negativa e invece non è così: è il modo più bello di seguire la squadra del cuore ovunque essa giochi, fattivamente, incitandola. Creando quelle amicizie che sono poi la cosa più bella nel seguire questa passone. La goliardia, i sorrisi, i viaggi, la spensieratezza con cui si va allo stadio, oltre che per vedere la partita della squadra del cuore, per lo stare con gli altri, con gli amici e con chi non conosci ma che abbraccerai. Per viaggiare, una giornata insieme, a pranzo come sarebbe capitato a Gabriele se non fosse stato fermato prima… Di andare a vivere. Ad essere così vitali come accade. E la Curva secondo me è una delle massime espressioni nel calcio, il sentimento più alto».

I gruppi ultras della Roma hanno “scioperato” anche perché Gabriele Sandri il sistema se lo era dimenticato…
«Il fatto che si muovano i tifosi o solo qualche giornalista sportivo deve far pensare. Loro, o chi nello stadio è rimasto in silenzio, chi nel mondo ha ricordato Gabriele, sono gli unici che hanno individuato il nocciolo del problema, ed è stato sicuramente un modo civile. Si parla sempre e solo in negativo dei tifosi, degli ultras, poi quando fanno iniziative, o vengono dimenticate o strumentalizzate per coglierci il lato che non va bene».

Una volta si cantava 10-100-1000 Paparelli, adesso si cantano i cori per Gabriele Sandri.
«Ecco che significa Gabriele. E’ un’evoluzione culturale che dovrebbe parlare a molti, che aiuta a far capire certi fenomeni, perché per me quello della violenza negli stadi può essere risolto. La presa di posizione dei tifosi è importante, i tifosi sono persone che hanno una loro intelligenza, che non si fanno condizionare, che non mandano il cervello all’ammasso, ma che vengono dipinti come massa indistinta».

Perché?
«Una forma di controllo. Quando vieni toccato da un fatto del genere pensi a tutto quanto, ti poni tante domande e cerchi di capire per quale motivo si voglia responsabilizzare oltremodo il mondo del calcio e dei tifosi su questioni che dovrebbero essere affrontate diversamente dalla società e dalle istituzioni, e non unicamente con la repressione, con il pugno duro. Dove c’è la repressione c’è la reazione, guarda i rapporti tra padre e figlio: non puoi pensare a punire se non pensi prima di approfondire il rapporto e i suoi motivi».

Se un giorno avessi dei figli…
«Li manderei in curva. Io mi ricordo quando andavo in curva quattro ore prima, l’emozione che mi dava il fatto di poter cantare per la mia squadra, poterla sostenere. È una cosa bellissima perché ti senti partecipe di una comunità autentica, semplice ma forte. Forse veramente lo stadio, e la curva in particolare, è l’unico posto in cui certi ostacoli, certe barriere cadono, il posto più trasversale che ci sia: nessuna differenza di ceto, di istruzione, di professione, di religione. Proprio per questo, visto il modo così genuino e del tutto spontaneo di vivere il calcio e in definitiva la vita, io posso dire che se avrò dei figli sicuramente li manderò in curva. Sempre se lo vorranno».

Sempre laziali eh?
«Po’ esse solo quello».

Quello che conta è un altro. E’ quel nome, Gabriele Sandri, e quel monumento di sciarpe all’autogrill di Badia al Pino…
«Una Fondazione. Stiamo studiando e lavorando per far nascere una Fondazione. A breve ci incontreremo col sindaco e col suo staff per poter organizzare una situazione effettiva e concreta, una Fondazione perché il nome di Gabriele possa essere associato a iniziative benefiche e di costruzione sociale, che comunque possano portare a qualcosa del positivo, possano aiutare chi ne ha bisogno. Si tratta di un’iniziativa impegnativa che dovrà essere strutturata in modo minuzioso e valido».

A Gabriele come piacerebbe essere ricordato?
«Gabriele era il prototipo del ragazzo gioioso, che guardava alla vita unicamente dal lato positivo, quindi sicuramente con un sorriso. Vorrebbe essere ricordato col sorriso che lo contraddistingueva. E questo, come famiglia, cerchiamo di riproporcelo sempre, ogni volta. E come puoi immaginare non è facile. Perché la sua mancanza è talmente tanto grande e profonda che a volte sorridere fa tanto male».

Ti è capitato di sognarlo?
«Ancora no, un sogno così bello ancora non sono riuscito a farlo».

(Da Il Romanista, 04-01-2008, Tonino Cagnucci)

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Nela: “Roma-Bayern Monaco: era il 20 marzo 1985…”

Nela Sebino a

Chi era allo stadio, quel pomeriggio, per quel Roma-Bayern di Coppa delle Coppe, non può non sentire ancora i brividi su per la schiena. Complice quella curva, che, anche di fronte alla sconfitta della propria squadra, continuava a cantare, a piena voce. Un mare di tifosi, le sciarpe aperte davanti sé, a ripetere, sulle note di una vecchia canzone di Doris Day: ´Que serà, serà. Noi sempre ti sosterrem, noi sempre ti seguirem! Que serà, serà…´. Quel giorno – era il 20 marzo del 1985, e si giocava alle 15 – in campo, con la maglia giallorossa, c´era anche Sebino Nela. «Erano belli quegli anni» dice l´ex difensore, quasi con nostalgia. «Proprio perché si era cementato il rapporto tra squadra e tifosi. La curva, soprattutto, era unita e ci si conosceva tutti». Si lascia andare alle ricostruzioni, Sebino. «Si viveva in un ambiente splendido. Ci si vedeva già una prima volta durante il ritiro estivo. I tifosi venivano sempre a tutte le trasferte: era il periodo, ricordo, in cui i ragazzi venivano a trovarci addirittura negli alberghi, in giro per l´Italia? Non c´erano, insomma, tutti quei controlli che ci sono oggi. Con la ´blindatura´ che hanno i giocatori, a cominciare da quando salgono sull´aereo a quando arrivano a destinazione, in albergo. Davvero un´altra cosa?».

Che ricordo hai di quel la sfida con i tedeschi?
Il primo ricordo che ho, tornando con la mente ad allora, è il piacere che si provava nel giocare le partite di coppa. E la Coppa delle Coppe non era affatto ´minore´. Anzi! Oggi, purtroppo, il calcio moderno ne ha abolite, mentre ha allargato la partecipazione ad altre, inserendo gironi e quant´altro? tutte cose che forse piacciono ai tifosi, ma a mio parere snaturano il senso di queste competizioni. Molto meglio quand´era ´dentro o fuori´? e via. Com´era appunto in quell´occasione: quarti di finale, ma anche terzo turno a eliminazione diretta. Incontravamo un Bayern Monaco veramente forte. Noi era da poco che facevamo esperienza a livello internazionale e, quindi, tutte le partite che affrontavamo erano molto difficili, non essendo attrezzati per quel tipo di pressione.

Avevate pur sempre disputato la Coppa dei Campioni, l´anno prima, arrivando fino in fond0…

Sì, ma era comunque la prima esperienza. Non eravamo abituati, ad esempio, alla fisicità degli avversari, alla loro intensità di gioco, o all´approccio delle partite, come era invece per il Liverpool, o per lo stesso Bayern. Una squadra che aveva campioni come Matthaeus, Augenthaler, Hoeness, Pfaff.

Non era andata bene all´andata, due settimane prima. La Roma aveva perso 2-0 a Monaco, con i gol di Augenthaler e Hoeness.Mentre al ritorno?
All´Olimpico andò sicuramente meglio, anche se perdemmo di nuovo (1-2, per i tedeschi segnarono Matthaeus e Koegl, ndr). Fu però una gara diversa. In una cornice meravigliosa, come al solito.

Il tuo gol, quello del momentaneo pareggio, arrivò a una decina di minuti dal termine. Ci speraste, a quel punto, di riprendere la partita?
Il gol fu una botta da fuori, sotto il diluvio e nel pantano. Più per rabbia e disperazione, che altro. Se a quel punto ci abbiamo sperato, sinceramente, non me lo ricordo. Ma la voglia di uscire con dignità, a testa alta, quella di certo non è mai mancata. Sapevamo di avere di fronte una squadra fortissima e che non sarebbe stato facile guadagnarsi la qualificazione dopo il risultato dell´andata. Ci siamo però comportati abbastanza bene. E, soprattutto, la gente ha capito…

Il pubblico vi ha sostenuto per tutta la gara. E ancor più nel secondo tempo, quando intonò quel coro, improvvisato allora, che coinvolse pian piano e ininterrottamente tutta la curva, e buona parte dello stadio, fino al 90´.
Lo sentivamo, eccome. E ricordo come i tedeschi fossero letteralmente stupiti di quell´atteggiamento…
Al termine, le dichiarazioni del tecnico, Udo Lattek, e di alcuni giocatori furono infatti di grande ammirazione per quel pubblico. E quasi di invidia, non avendone uno simile.
La riprova che quello italiano è unico. E quello romanista ancora di più. Un tifo che si avvicina un po´ a quello inglese, mentre negli altri paesi non sono abituati a cori o manifestazioni di quel tipo.

Una Roma, quella di allora, che ripartiva da Eriksson dopo gli addii, in estate, di Nils Liedholm e Agostino Di Bartolomei, e che si sarebbe apprestata a salutare, a fine stagione, anche Paulo Roberto Falcao. Che squadra era?
Non eravamo forse straordinari come quelli di qualche anno prima, ma era pur sempre una buona squadra, con ottime individualità. Soprattutto, cambiata e molto: prima si pensava solo a tenere palla e i ritmi li decidevamo noi, mentre con Sven Goran si è certamente velocizzato il gioco. Insomma, non eravamo poi così malaccio…

Tu hai seguito quest´anno, per Mediaset, Bayern-Roma. Quanto è diversa anche questa partita di ritorno rispetto a quella giocata a Monaco, tenuto conto che nell´arco di qualche settimana la Roma sembra aver finalmente trovato un proprio assetto tattico definitivo?
Commenterò anche questa. Quella fu una non-partita, un rinunciare continuo, pensando solo a fare una fase, quella difensiva. Probabilmente, perché non c´era benzina in corpo e la squadra non era a posto. E lo si è visto, non solo in quella partita, ma anche in altre di quel periodo. Adesso la squadra sembra stare meglio, il Bayern ha dalla sua la classifica nel girone e, quindi, potrebbe risultare una partita ´molto meno complicata´. Però, mai fidarsi dei tedeschi. Anche se le condizioni, obiettivamente, sono un po´ cambiate.

Che Roma ti aspetti?
Una squadra che, come quella dell´85, scenda in campo con la voglia di dimostrare, anche al Bayern, che quella dell´andata non era la vera Roma. Non è solo spirito di rivincita, ma di dignità professionale, vista la pessima prestazione di Monaco. È per questo che sarà tutta un´altra gara.

© Il Romanista

Tonino Cagnucci l’As Roma, 55 secondi e un Cielo da prendersi

Tonino Cagnucci durante la presentazione del suo libro '55 Secondi

Tonino Cagnucci durante la presentazione del suo libro ’55 Secondi

 

Tonino Cagnucci: Juventus – Roma dice una cosa sola, questa Roma è forte

Lo scorso fine settimana il Campionato di calcio di serie A si è fermato perché scendeva in campo la Nazionale Italiana per le qualificazioni agli Europei.

Per molti è stato un sospiro di sollievo, per altri una domenica “vuota”.

Per riempire questa mancanza, che solo noi tifosi “doc” possiamo capire, ho deciso di farmi una chiacchierata con Tonino Cagnucci.

Tonino è giornalista, scrittore, autore, tifoso giallorosso e attualmente opinionista e collaboratore per Roma Radio , l”emittente radiofonica ufficiale dell’As Roma.

Prima di tutto però, per me, Tonino è un poeta ed è questa la ragione per la quale ho voluto parlare con lui dopo la prima sconfitta dell’As Roma di quest’anno.

Avevo bisogno di conforto, cercavo delle risposte e, dopo tutte queste polemiche, ero alla ricerca di pace e si sa che i poeti sono fatti di pace, non lo dico io ma un tale Pablo Neruda:

 

La Poesia è un atto di Pace. La Pace costituisce il Poeta come la Farina il Pane

 

Dunque chi meglio di Tonino avrebbe potuto aiutarmi? L’ho chiamato e abbiamo iniziato a parlare così… come due amici, due giornalisti, due tifosi feriti ma certi che la loro Roma ha un destino preciso…

Il tuo ultimo libro s’intitola “55 secondi”, esattamente la durata del tempo in cui la Roma ha “vinto” la Coppa dei Campioni nel 1984 nella finale contro il Liverpool. Durante la conferenza stampa di presentazione di quel libro Baldissoni, direttore generale giallorosso, ha dichiarato: “Le sconfitte sono alla base delle vittorie”.  Ecco prendendo a prestito questa frase ti chiedo: può la sconfitta contro la Juventus essere alla base di una vittoria?

Innanzitutto dipende cosa s’intende per “sconfitta”. Il concetto di “sconfitta”, così come quello di “vittoria” sono suscettibili a varie interpretazioni. Conta il modo in cui si vince o si perde. La partita contro la Juventus del 5 ottobre 2014 per me dice una cosa sola: che la Roma è forte. La seguo dal 1978 e posso dire che la Roma di quest’anno è ai livelli di quella Roma per me “intoccabile” degli Anni 80. Del resto è stato imbarazzante il modo in cui la Juventus ha vinto.

 

Il dottor Alicicco con Ago Di Bartolomei

Il dottor Alicicco con Ago Di Bartolomei

 

Si però alla fine ha vinto e molti romanisti nelle chiacchiere nei bar, sui giornali e in Parlamento mostrano una certa rassegnazione.

Già… e la rassegnazione si combatte combattendola. Anche la Roma del 1983 prima di diventare Campione d’Italia s’è presa l’episodio di Turone. Il punto è, che se sei più forte, alla fine vinci e basta. Ci vorrà del tempo ma alla fine vinci. Punto. Non sopporto i romanisti del “Mai ‘na gioia” perché non appartiene all’indole romanista quel tipo di atteggiamento. Immaginati Falcao o Batistuta arrivare a Roma e dire: “Mai ‘na Gioia”. I vincenti vogliono vincere, per questo vincono.

A questo punto mi viene naturale chiederti come giustifichi lo sfogo post partita del Capitano Francesco Totti?

In quel momento ha detto quello che tutti i tifosi romanisti avrebbero voluto dire. Lui però ha parlato anche per dire “qualcosa”, per mandare un “messaggio” attraverso le telecamere. Conta il momento. Il giorno dopo è già un’altra storia: secondo voi Totti non ci crede allo Scudetto? Secondo voi Totti quando va a dormire non lo sogna questo scudetto?

Nei giorni seguenti anche il Presidente giallorosso James Pallotta ha dichiarato: “… torneremo presto e lotteremo per arrivare in alto. Cominciate ad abituarvi”. Molti hanno mal interpretato queste sue parole, tu cosa ne pensi?

Mi sembra evidente che il suo messaggio vada letto come un “Ragazzi andiamo a vincere”.  Se c’è una società in Italia che ha combattuto i poteri forti e per poteri forti intendo: Figc, Lega, Osservatorio, palazzinari e politicanti vari questa è la Roma. “Cominciate ad abituarvi” è puro violese. Lui parla a tanti e a diversi livelli.

In Champions quale credi sarà il cammino dell’As Roma. Ti aspettavi una squadra così forte?

Il mio augurio è di continuare così. La Roma ha già dimostrato di essere ai livelli dei campioni di Russia e Inghilterra (e d’Italia) ora sfidiamo quelli di Gerrmania. Mi aspetto di stare tra le stelle e brillare di luce propria e magari un giorno di prendere tutto il cielo. Per il momento seguiamo la scia. All’inizio pensavo che uscire dalla Champions e giocare l’Europa League potesse essere meglio se si voleva vincere qualche trofeo. Però la Roma è così bella che mi ha fatto cambiare idea. Spero vada avanti il più possibile. Che brilli. Anzi affinché “Roma nostra brillerà”.

Ci sono stati 55 secondi in cui la Roma si prese il cielo… come li ricordi?

Beh, sono stati 55 secondi in tutto, fino al coro della Sud “Roma! Roma! Roma!”. Li ho scoperti adesso, con il tempo. Quella di Roma – Liverpool è stata una ferita dalla quale spurga ancora dignità, orgoglio, futuro. Noi siamo destinati a tornare lì, dove siamo rimasti.

Tra i tuoi progetti ci sono altri libri?

Tutto quello che avevo da dire sulla Roma l’ho scritto nell’ultimo capitolo del libro 55 secondi. Se scriverò un libro sarà su altri argomenti. Adesso sono contento di lavorare in Radio e a Roma Radio. Mi piacerebbe di nuovo poter scrivere un programma come la “Domenica del Romanista” (Retesport) per poter parlare di cultura romanista e raccontare qualcosa di originale. Il più possibile almeno. Perché la Roma è un pezzo della vita di tanta e tanta gente….

Ringrazio Tonino con un “Forza Roma!” Mi sento meglio. Più sollevata, felice di appartenere a una categoria di tifosi fatta di gente per bene, appassionata e innamorata. Rileggo nei miei appunti le risposte che Tonino mi ha rilasciato ed ecco che mi appare nitida quella pace che andavo cercando, una pace fatta di versi e di parole messe in un equilibrio perfetto:

… che la Roma sia tra le stelle e brilli di luce propria e possa così un giorno prendersi tutto il cielo…

 

Dino Viola, Presidente As Roma

Dino Viola, Presidente As Roma

 

Dino Viola, del resto, già ce l’aveva insegnato quando, dopo una sconfitta in un  Roma – Juventus del 1983,  disse: “Sono proprio le cadute che fanno risorgere” e allora è da tempo che abbiamo imparato la lezione e anche se a volte la delusione ci assale noi non piangiamo, perchè piange il debole, i forti non piangono mai. 

© C

Francesco Totti

Cristian ancora non me lo ha chiesto che cos’è per me la Roma, se dovesse farlo non sarebbe facile per me rispondere

Cos’è la Roma per Francesco Totti? 

Difficile da dire, non è facile trovare le parole per farlo… Mio figlio credo che lo capirà da solo crescendo che quando tifi Roma hai qualcosa in più rispetto agli altri. Per me è tutto, è passione, è amore, è voglia di portarla il più lontano possibile.

Perché Francesco Totti è soprattutto un tifoso della Roma.

Da sempre. Esserne il Capitano è un onore e una responsabilità che però non mi ha mai pesato. E’ stato così da subito.

La tua prima partita allo stadio?

Roma-Napoli quando vincemmo 1-0 con un gol di Voeller all’ultimo. C’erano i lavori allo stadio, non c’era la Curva Sud.

Neanche con la Sampdoria, nemmeno con l’Inter c’è stata.

E io infatti allo stadio non ci sono andato. Dico con l’Inter, perché con la Samp mi aveva fatto un effetto brutto. Sentire le urla di De Sanctis, quello che dicono gli allenatori mi sembrava senza senso, allora non ci sono andato.

Con l’Udinese è tornato tutto a posto.

E infatti ho segnato.

“Romano bastardo” o “Romano pezzo di merda” è discriminazione territoriale?

Sì, certo. E’ evidente. Su questa storia sono stati usati due pesi e due misure.

Andare allo stadio e tifare: è vero che da ragazzino stavi al Flaminio nel mitico derby vinto con un gol di Voeller, il derby con poche migliaia di romanisti? Era il 18 marzo del 1990. Cioè ieri.

Sì c’ero. C’è pure una foto con un cerchietto e dentro ci sto io. La prima volta andai con mio padre, al derby con Bruno Ripani. Sono partite da sogno queste.

Quand’è che il sogno quest’anno è finito?

Nelle ultime quattro-cinque partite, non prima. Noi credevamo allo scudetto, eravamo primi, poi secondi, stavamo lì. Ci credevamo. Comunque è svanito al 99%, un 1% me lo tengo. Così per l’aritmetica.

Il rimpianto di quest’anno?

Guarda che non è legato al campionato, ma alla semifinale col Napoli. All’andata, non al ritorno. Se avessimo vinto due, tre a zero sarebbe stata tutta un’altra partita.Avevamo battuto una Samp in ottima forma, avevamo battuto la Juventus e stavamo per battere il Napoli. Poi la partita secca con la Fiorentina sarebbe stata bella, con tanti ex,sarebbe stata una gara tutta da giocare.

I rimpianti… l’hai vista Genoa-Juventus?

Se l’ho vista? (fa una smorfia, vicino c’è pure Florenzi con Nanni che ne fanno un’altra, ndr) Tra un po’ spaccavo il televisore, ma uno scudetto si vince anche così

Perché l’abbiamo perso?

Perché la Juve è forte. Sono inarrivabili.

Perché sono inarrivabili?

Perché sono forti. Sono tre anni che vincono, va dato loro merito. Quando le cose andavano meno bene avevano sempre un piccolo aiutino. Dati di fatto, visibili, che nessuno può negare.

Mettiamola così: la Juventus è stata più forte, più fortunata o più aiutata?

Tutte e tre le cose.

A tuo figlio è difficile spiegare cos’è la Roma, ma come glielo spieghi quando non fischiano un rigore, quando non vedono un fuorigioco? 

Eh, guarda che succede veramente, a volte mi dice: “Ma papà perché l’arbitro non ha dato quel rigore?” e io gli rispondo: “Sono episodi a papà”. E perché quest’altra cosa? “È un episodio a papà”.

Temi anche per il secondo posto?

No, perché dipende solo da noi, vogliamo centrarlo come fosse il nostro scudetto. Purtroppo capitano questi episodi sfavorevoli a noi, ma se recriminiamo su tutto ci potremmo fare un film. Evitiamo. Mancano 12 partite, cercheremo di fare il massimo.

Episodi a parte, quando ci sarà la grande puntata? Quanto manca allo scudetto?

Poco.

Cosa?

Tre acquisti.

Anche un grande attaccante?

Sì. Un grande giocatore per reparto.

Si è fatto il nome di Drogba.

Magari venisse! E’ pure più giovane di me (ride) E’ con giocatori così che vinci. Comunque non sono io che faccio il mercato, né mai l’ho fatto. Ma con tre giocatori questa squadra può vincere il prossimo anno.

E fare una Champions di livello?

Prima annamoce eh (ride)… però sì.

Quello è sempre il tuo sogno?

Quella è la cosa che mi manca. È il sogno di tutti i romanisti. E’ più difficile che vincere un Mondiale.

Il 30 maggio saranno trent’anni da quella finale…

Ricordo poco. Ero piccolo. Ho dei flash…

Agostino Di Bartolomei.

Ero piccolo, ricordo poco ma di lui solo cose belle.

Lo intitoleresti lo stadio al lui?

Sì, a lui o a qualcuno che non c’è più è che è stato un grande romanista. Sarebbe bello poterli onorare tutti.

Ci giocherai nel nuovo stadio, come dice Pallotta?

Eh dipende quando lo costruiscono! Io questo e altri due anni li faccio sicuro.

Francesco Totti si rende conto di chi è Francesco Totti?

No.

Mai?

Quando vado all’estero. Appena mi vedono e mi riconoscono, mi dico “cavolo”. Da quando ho preso la 10 e la fascia da capitano ho avuto un ruolo differente da quello del semplice giocatore. Essendo cresciuto qui, avendo indossato sempre questa maglia, le responsabilità si sono moltiplicate. Ma le ho vissute con tranquillità. Conosco la mia forza, ma più che altro quella mentale. Quando hai la palla tra i piedi se sei bravo sai cosa farne, ma la forza di un giocatore è nella testa.

La forza di questa Roma sta nel gruppo?

Un gruppo così ce l’abbiamo avuto nel 2001 e io ne ho viste de cose eh… Ammazza se ne ho viste… La Roma deve essere questa e da qui bisogna ripartire e migliorare. Allenatore compreso. Siamo molto affiatati. C’è una grossa unione come quell’anno, quando eravamo un tutt’uno anche fuori. E Garcia è speciale. Pensavo ad un’altra scommessa: giovane, straniero… Invece ha fatto cose grandi.

Invece per lo scudetto ci dev’essere lui?

Sì, lui è l’allenatore che può farci vincere. Lui e questi compagni.

Hai detto a Pjanic di restare?

Non sto qui a dire ai giocatori di rimanere, ma spero lo faccia. È un giocatore giovane, fenomenale, trovarne così in giro per il mondo non è facile. Una battuta gliela faccio eh, ma poi ognuno sa se rimanere o no. La battuta gliela faccio spesso e volentieri, lui ti dice “sì sì, tranquillo”.

Kevin Strootman.

Lui si è inserito subito nel gruppo, sembra un veterano. Giocatore formidabile, giocatore che si è visto come approccio alla gara, come personalità. Non me lo aspettavo così forte, non lo conoscevo. È arrivato all’improvviso, in un periodo altalenante dove tutti andavano e venivano. Però, 20 milioni? “Cavolo”, mi sono detto, deve essere un top player.

Hai voluto tu la maglia per lui?

Tutta la squadra voleva la maglia. Il 6 è importante, l’hanno indossata, e la indosseranno giocatori che hanno fatto la storia.

Come Aldair.

Con Aldair ho un grande rapporto. A Bergamo mi lasciò la fascia. Un ragazzo splendido. Lo sento ancora.

Delle tue Roma chi senti ancora?

Candela sento spesso, oltre a Montella, Di Francesco… Fossi stato in campo col Sassuolo a Eusebio gli avrei detto di perdere. (ride)

Capello?

Un po’ rude, ma alla fine ci teneva al gruppo. Alla sua maniera. Comunque no, non ci ho più parlato, né l’ho sentito.

Con Baldini?

Nemmeno.

Cassano?

Si, l’ho visto a Roma-Parma. È mezzo matto, ma è simpatico.

Lo porteresti ai Mondiali?

Sì, e se continua così è giusto che ci vada.

E Totti ce lo porterebbe Totti in Brasile?

Perché no? Se sta bene, ce lo porterei.

Prandelli lo hai sentito?

Non mi ha mai chiamato e non credo mi chiamerà.

Del Piero?

A volte tramite sms lo sento, Gattuso e Gigi li sento di più. Lippi lo sento spesso, è venuto anche qui. Abbiamo un bel rapporto anche con Cannavaro e Toni.

Roma e l’Italia: Daniele De Rossi. La sua squalifica come l’hai vissuta?

Quando fa una cosa un romano si ingigantisce sempre. È la realtà dei fatti. Sa di aver sbagliato a fare determinati gesti, ma sono cose istintive. Non sto qui a giustificare, ha sbagliato, ha pagato ma non dobbiamo dargli addosso. Succede.

Succedono tante cose: giocheresti con Balotelli?

Non credo che possa capitare, credo che l’unico modo sia in Nazionale. Ci siamo salutati, ma per me è finita lì dopo quell’episodio. Era un accumulo di partite, di tensione, il suo modo di comportarsi… È finita lì.

Quest’anno era iniziata così bene…

Dovevamo prendere più punti di vantaggio lì. Nessuno si aspettava però una partenza simile.

E nemmeno un Totti ancora una volta così grande. Che voto ti dai nelle prime sette gare?

Un bel voto. A Milano contro l’Inter sono state più belle le azioni che i gol. Rivedendole, mi sono reso conto di cosa ho fatto al limite della nostra area sull’azione che ha portato al 3-0.

Rivedendoti un giorno, la tua partita d’addio sarà la Roma del 2001 contro la Roma del 2015? 

Sì potrebbe essere. Però magari non farò mai una partita d’addio. Non è che ho tanta voglia di allenare. Può darsi pure che quando smetto scatta la voglia di fare l’allenatore, non lo so. Adesso gioco. Ci sono dei sogni da raggiungere con questa squadra.

A proposito, chi la vince la Champions quest’anno?

Il Real Madrid.

L’Europa League?

La Fiorentina.

La Coppa Italia?

Spero la Fiorentina perché c’è mezza Roma.

Domanda per tutti: Cristiano Ronaldo o Messi?

Oggi Cristiano Ronaldo.

Domanda per te: cos’è la Roma?

Una cosa che hai dentro e che non riesci a dire.

Forse nemmeno a un figlio. Francesco Totti, il giorno della festa del papà. 

 

“Zero alibi”

Gli arbitri ce l’hanno rubata a Torino?
Trentuno punti sul campo.

Che vuol dire?
Che è legittimo da parte della società manifestare il proprio disappunto nelle sedi competenti, che è legittimo da parte della tifoseria alzare la voce, ma poi stop, basta, punto, zero alibi, perché per quello che riguarda la squadra ’sta cosa non esiste.

Che esiste?
La Roma. Esiste quello che possiamo fare, quello che può fare la Roma, quello che dipende da noi. Nello spogliatoio non deve mai entrare il virus che gli arbitri possano influire sul risultato. Mai. E se avviene, allora devi pensare che può anche accadere il contrario. Io devo pensare a Floro Flores, a Zaza, quello – l’arbitro – è un fattore che non dipende da me. Perché se pensi all’arbitro durante la partita, tra adrenalina e tifosi, sei condizionato e magari lo mandi affanculo o fai un fallo che non devi fare.

A fine partita, a Torino, nello spogliatoio tra di voi non avete parlato dell’arbitro?
Tutti i discorsi sono stati messi a posto. Se qualcuno lo ha fatto dopo un secondo ha capito che non lo doveva fare. C’è la società, io mi fido, so che se deve fare qualcosa lo fa. Ma la squadra deve pensare che ci sono 27 partite da giocare. Punto. Detto questo, contro la Roma da altre parti nessuno può e deve parlare degli arbitri. Nessuno. L’ho detto perché qualcuno giustificando i vantaggi che aveva ottenuto in alcune partite qualche giorno prima aveva chiamato in causa la Roma. Qualcuno ha detto: “Io non parlo degli arbitri oggi perché non ne ho parlato nemmeno contro la Roma” alludendo a qualche favore per noi. No, tu non devi parlare degli arbitri perché alla Roma non è stato fatto nessun favore, alla Roma non è stato dato nessun vantaggio. Ecco che voglio dire con 31 sul campo. Punto.

Ecco che vuole dire Morgan De Sanctis. Punto e basta. Anche se non è mai abbastanza tutto quello che c’ha dentro ’sto portiere che è un portento. La rima baciata gliela dovrebbe Dante dopo che te lo saresti baciato in fronte quando è venuto a ballare l’haka impazzita della felicità sotto la vetrata a Udine. Spirito ultrà. Occhi sgranati sul presente, sempre pronto all’uscita, a parare le cattiverie su questa squadra che spiega lui quando è nata («Semplice: all’Open day»). Open, apposta lui chiude tutto. Probabilmente indossa i guanti anche di notte. Ha la perentorietà che gli arriva dal lavoro e dall’Abruzzo («se sono così è perché sono abruzzese: conta tanto per il mio carattere, anche Tancredi era abruzzese ma di Giulianova, io sono di montagna»). Tancredi era portiere di quale Roma…? Sssst, ma non per essere scaramantici, piuttosto perché è tutto troppo chiaro ai giocatori della Roma quest’anno e a giocatori come Morgan De Sanctis. Le sue parole sono sassi di Guardiagrele, il paese di pietra dov’è nato e dov’è cresciuto così: a Guardia della Roma, a guardia di una fede. Piccola grande vedetta romanista: «E’ finita una fase e adesso col Sassuolo ne inizia un’altra, vedrete». Vediamo, occhi aperti come i suoi su quel volto da Shining, professionista del Fight Club della vita, e barba rossa. “Caro il mio Barba Rossa studente in Filosofia” cantava un altro grande (grandissimo) abruzzese come Ivan Graziani. E non è solo un raccordo da cretini, è proprio così.

Studiavo filosofia. Mi sono iscritto all’università dopo il liceo scientifico grazie a un professore che mi aveva fatto avvicinare alla materia. Ho fatto due esami, poi il militare, poi il matrimonio e l’amore, poi ho lasciato perdere, ma magari un giorno ritorno a studiarla.

Filoso e pirata, perché Pirata?
Le avventure del Pirata Morgan, mi è stato dato a Napoli da Raffaele Auriemma. E Morgan per lo stesso motivo, a mio padre è piaciuto quel libro. Il soprannome mi va bene, ma da ragazzino mi chiamavano Super Fly, che mi piace molto e forse lo preferisco.

Come preferisci come numero di maglia, il 26 è per via del tuo compleanno, il 26 marzo?
No è perché sono arrivato a fine luglio e mi sono preso quello che era rimasto. Il fatto che io sia nato il 26 marzo è una coincidenza.

Anche Attilio Ferraris, il primo capitano della Roma è nato il 26 marzo.
Bello non lo sapevo.

Il suo motto era: “chi si estranea dalla lotta è un gran fijo de na mignotta”.
Ci sta. Lo dicevamo prima delle partite con Giorgio Rumignani, in serie B.

Anche questa è filosofia.
La filosofia ho smessa di studiarla, ma non di applicarla. Forse è semplicemente il mio modo di pensare, è una predisposizione quella che ho di capire perché uno fa e dice certe cose.

E i filosofi guidano i cambiamenti.
Io anche da giovane sono stato un profilo da leader, un punto di riferimento, con gli anni, con l’esperienza, questa posizione all’interno dello spogliatoio è cresciuta. Ma più che la filosofia è il fatto di essere sensibile agli altri e alle cose del mondo. Questo ti aiuta quando si tratta di spenderti per gli altri.

Qual è la filosofia di questa Roma?
Rudi Garcia.

Abbiamo rimesso la Chiesa al centro del Villaggio e una squadra al centro dello spogliatoio?
Mi ha impressionato quando è arrivato. Si poteva conoscere perché vai a vedere che ha vinto in Francia in una squadra come il Lille e ok lo sanno tutti, e l’idea te la fai che è bravo, ma quando l’ho conosciuto si è aperto un mondo. In due mesi ha parlato l’italiano e questo significa tanto. Non è solo la forma, ma i suoi contenuti, la chiarezza di quello che dice con chiunque. Io sapevo che ero arrivato in una squadra forte, malgardo i risultati degli ultimi due anni, io sapevo che ero arrivato in una grande Roma e se sono venuto è anche per questo perché sono pragmatico oltre che filosofo, ma quando ho conosciuto Garcia allora lì ho capito che potevamo essere grandi.

Perché che c’ha? Com’è?
È chiaro. La chiarezza con gli altri e con noi, fuori e dentro il campo. Lui ha una cultura generale importante che gli permette di mantenere a tutti i livelli con chiunque un linguaggio chiaro ed efficace. Di tenere testa, di guidare le cose. Ha fatto vedere a questa Roma qualcosa che questa Roma aveva bisogno di vedere: la consapevolezza di essere forte.

A Udine ha conosciuto Spalletti, assomiglia a Garcia n qualche cosa?
No. A parte il fatto che è un riferimento per tutti. Anzi c’è una differenza sostanziale.

Quale?
Spalletti usava anche il pugno duro, Garcia, no per il momento viviamo nell’autorità di Garcia senza che lui abbia mai avuto necessità di essere duro.

Allora non è vero che la cena col Chievo e il doppio allenamento sono state scelte del tecnico perché ha visto qualcuno allentare la presa?
No, non è vero. Giovedì abbiamo cenato solo perché giocavamo la domenica, il doppio allenamento oggi (ieri, ndr) c’è stato perché abbiamo avuto il giorno libero in più ieri (martedì, ndr). È strumentale pensare il contrario. Lo dico subito.

Cosa dici nello spogliatoio? Cos’ha di particolare uno spogliatoio che vince di fila le prima 10 gare?
Questo spogliatoio è un merito della società brava a scegliere certi giocatori con certe caratteristiche. Non bisogna sminuire le qualità morali dei ragazzi che ho trovato, forse erano rimaste bloccate, magari non erano riconosciute dall’allenatore e dall’ambiente. E poi il mister ha dato consapevolezza ai vecchi e ai nuovi. Questo gruppo si è assunto le responsabilità. Questo gruppo in tre mesi ha acquisito umiltà e pacatezza, cose mantenute malgrado l’inizio straordinario ed è questo che mi dà ulteriore certezza. E poi la certezza me la dà un’altra cosa.

Cosa?
L’insoddisfazione per il pari a Torino. Mi è piaciuta la reazione dopo il gol subìto e mi è piaciuta l’insoddisfazione che si respirava nello spogliatoi: è quello che mi dà la certezza che la Roma da adesso fino alla fine farà cose ancora più importanti.

All’Open Day De Sanctis disse ai tifosi: “vi faremo rialzare la testa”, dopo 10 vittorie e un pari è finita quella fase e ne è iniziata un’altra in cui la Roma è più consapevole della sua forza?
Sì e inizierà domenica col Sassuolo, e spero che sia più lunga e più soddisfacente pure della prima. Siamo più consapevoli ma sempre umili. Lo possiamo fare.

Liberi anche dall’assillo del record?
No, non c’entra. Mi piace pensare che quello che è successo nelle prime 11 partite possa ripetersi nelle prossime 27. Non sottovaluteremo mai l’avversario è un tranello che non ci possiamo permettere. In questo siamo saggi.

A proposito, ma ’sti saggi esistono?
Ma no, io ho giocato all’estero e in Spagna ci sono i quattro capitani. Qui ci siamo riuniti una volta sola. In quell’occasione c’eravamo io De Rossi, Mire (Pjanic, ndr), Totti, Benatia e Maicon, anche per le lingue, ma il tutto è avvenuto per una cosa che non c’entrava con il calcio. Questo consiglio dei saggi non c’è, se non ricordo male quella riunione è avvenuta dopo Livorno, c’era una questione da risolvere sui biglietti per i calciatori. Questa è l’unica riunione che io possa avvicinare a quello che chiamano “consiglio dei saggi”. È vero che il mister ha alimentato la storia dei saggi, ma ’sto consiglio s’è già sciolto: non ce ne è bisogno.

Borriello non è un “saggio” ma ce n’è così bisogno…
Sì e quando è rimasto siamo stati tutti contenti. Marco si è ritagliato uno spazio importante, voleva andare via per il rischio che non giocasse e nonostante il mercato non abbia portato alla cessione, si è messo a lavorare come nulla fosse. E i compagni lo hanno apprezzato. Il fatto è che lui ha questa immagine mondana, che invece non gli appartiene. Noi lo apprezziamo come uomo.

Di Totti cosa apprezzate? A parte il tutto che è in campo, cosa manca di lui adesso?
Francesco è meno espansivo di Marco, ma è sempre presente. Lo conosco da ragazzino, mi ha sempre impressionato che pur essendo Francesco Totti, cioè una divinità, nello spogliatoio si è sempre messo allo stesso livello degli altri. Ha una predisposizione che ha e che dà. Il suo calcio è fare cose che gli altri non si immaginano. Poi ci può stare che nei prossimi anni possa avere momenti in cui debba saltare partite, lui l’ha capito, i compagni anche prendendosi le loro responsabilità. E anche il club si è organizzato, basti pensare all’acquisto di Ljajic.

È tutto organizzato nella Roma di Garcia e di De Sanctis, eppure vi dicono fortunati.
La fortuna è quella che ti cerchi no? Allora sì siamo fortunati. Se un portiere sviene o ti danno tre rigori, in quel caso sì, è fortuna. A noi non è successo, quindi… Io non ho fatto 20 anni alla Juve, ma so cosa significa essere in testa e diventare antipatico, si crea il gufaggio, ma di che stiamo a parlare, se vuoi vincere devi essere più forte di queste cose.

I tifosi, quanto contano?
Tu hai fatto riferimento all’Open Day, prima di farlo con i compagni si discuteva sull’opportunità, ci chiedevamo. “La società ha fatto bene o no?”. Io pensavo di no, sentendo quello che si diceva. Poi ho fatto questo Open Day e anche quelli che si erano preoccupati, alla fine, si sono accorti che è stata la più grande manifestazione di affetto che potessero fare i tifosi dopo due anni di delusioni. Il tifoso della Roma è grande, rispettabile, magico, fantastico, e mettici tu gli aggettivi perché ci stanno… Il tifoso della Roma per me appena arrivato lo ha dimostrato già lì, nel momento più delicato. Non pensavo di parlare in quell’occasione, ma è successo, mi è venuto. Certo questa striscia non ce l’aspettavamo, ma che sputavamo sangue io lo sapevo. E questo ho detto. Quel giorno è stato importante.

Quale è stato il più importante?
Forse la prima a Livorno, forse il derby, ma Udine è stata strepitosa. Soffrivamo in 11 e poi in 10 abbiamo giocato meglio e vinto…

Questa Roma sembra dover soffrire, partire penalizzata, per volare, stravincere, sognare…
E’ nelle difficoltà che si trovano le motivazioni, ma questo è un discorso – come dire – molto italiano, e mi auguro che questo per noi non valga o non solo questo. Anche perché è difficile che riesci a vincere dopo aver toccato il fondo all’interno della stessa stagione.

I tifosi contano e conta essere tifosi del proprio lavoro. Chi è il giocatore più tifoso che hai conosciuto?
Pinzi stava in Nord il 26 maggio.

De Rossi?
Ovvio, ma io mi riferivo alla mia esperienza personale. La percezione di Daniele ce l’ho ora, in Nazionale non avevo modo di comprendere appieno quanto fosse romanista.

Il 26 maggio… Quel 26 te lo sei caricato sulle spalle?
Ci può stare, ma non ho pensato al 26 maggio quando ho scelto il numero, te l’ho detto. Però che simbolicamente l’ho caricato sulle spalle ci può stare. Non era il mio pensiero, ma scrivi così perché è giusto.

Alleggeriamo il carico: il film della tua vita?
Le ali della libertà. Si tratta sempre di Super Fly…

L’attore.
Edward Norton.

I libri?
Leggo poco.

La canzone.
L’emozione non ha voce.

Senza voce, cosa hai da dire ai tifosi, cosa vuoi dire ai tifosi della Roma?
Chiedo di stare vicini alla squadra. Se hanno dimostrato quel giorno di essere così vicini, così intelligenti, così grandi… Io un po’ ero arrivato prevenuto, con i racconti dei compagni che avevano sentito i malumori della piazza, ma lì sono rimasto sorpreso. E’ stato bello ricredersi, è stato bello. Ora nessuno ha più paura.

Sai che la Roma per molte persone significa tanto, può rendere migliore una vita difficile o più semplicemente più bella la vita.
Lo so. Vivere nel privilegio ti può portare lontano dalla realtà. Ma non è vero che i giocatori sono superficiali. Anzi, si rendono conto e capiscono che non ha senso tutto il benessere che abbiamo. Io sono assolutamente consapevole che significa la Roma per molte persone. Vengo da una città dove la squadra era un elemento di riscatto e di rivalsa. Napoli è perennemente in crisi di identità, in crisi sociale. Roma non si distacca molto dal punto di vista del rapporto squadra-tifosi. C’è amore. Però per un giocatore sentire questo, sentirsi responsabilizzato oltremodo può essere un limite. Non per me. Se in una rosa di 25 giocatori ne hai una decina che sentono e sanno sopportare questo hai un gruppo eccezionale, ma non puoi caricare tutti così, soprattutto i più giovani. Io però ci credo a queste cose.

Alle lacrime di Balzaretti?
Sì.

Vi siete commossi anche voi?
Sì. Come fai a non commuoverti. Ti immagini un disegno che magari non è divino, ma che rappresenta la voglia di riscatto. Dopo le critiche, il palo, la disperazione, il gol… le lacrime di Federico… E queste cose ti aiutano.

Hai idea di cosa significa la Roma?
Anche questo.

17 - Novembre 7,  2013 - Zero Alibi

La “magica” Roma nel caos

Tonino Cagnucci, tifoso doc e giornalista: “Si è rotto l’idillio iniziale tra società e tifosi. Ma si può rimediare

Roma, Roma, Roma, core dé stà città…”. E’ l’inno più bello del calcio italiano, il più invidiato, quello che nemmeno i tifosi delle altre squadre riescono a fischiare quando, a pochi istanti dall’inizio della partita, parte il disco che azzittisce l’Olimpico.

Adesso, però, l’autore minaccia di volerlo ritirare. Antonello Venditti ce l’ha a morte con la dirigenza giallorossa. “Questa non è più la mia Roma” ha tuonato qualche giorno fa. In giro non l’hanno presa bene e stanotte qualcuno gli ha fatto ritrovare sotto casa uno striscione eloquente: “Venditti verme”.

Anche sui forum in rete e sui social network si è scatenata la protesta: “L’inno è di chi lo canta, non di chi lo ha scritto”.

D’accordo, ma Antonello Venditti ha davvero così torto?

Dalle parti di Trigoria le acque sono agitate ormai da molti mesi: prima l’esonero di Zeman, poi le continue polemiche su Daniele De Rossi (deve andarsene? deve restare?) e sugli acquisiti sbagliati, la finale di Coppa Italia persa contro la Lazio, l’esclusione dall’Europa, la crisi di risultati, un piazzamento in classifica a dir poco deludente, l’incognita Garcia e quella sul mercato estivo per finire con l’ipotesi di abbonamenti a prezzi esorbitanti quando la squadra si trasferirà nel nuovo stadio di Tor di Valle progettato come un grande hotel di lusso con palchetti riservati, mini-suite dotate di ogni comfort dal frigobar e tv allo schermo piatto. Ovviamente destinate ai più privilegiati.

Insomma, ragioni di malumore tra i tifosi ce ne sono quante si vogliono e se c’è chi protesta seduto al tavolino di un bar o sfogandosi su qualche radio privata, qualcun altro pensa a riprendersi l’inno. Punendo, forse, più i tifosi, che la società stessa.

“Ha ragione chi dice che un inno non è di chi lo scrive ma di chi lo ha fatto suo. Detto ciò è innegabile che un malcontento c’è ed è anche molto percepibile”.

Soffre Tonino Cagnucci, soffre come stanno soffrendo, ormai da molti mesi, tutti i veri innamorati della Roma. Caporedattore de “Il Romanista” il quotidiano di riferimento giallorosso, quello “dei tifosi più tifosi del mondo”, autore di due libri dedicati a Totti e De Rossi (“Francesco. Totti dai politici al cuore” e “Daniele De Rossi. Il mare di Roma”), si sforza di trovare le parole giuste, in equilibrio tra cuore e cervello.

Per carità, si può criticare tutto – prova a spiegare Tonino – ma io, intanto, distinguerei tra chi critica per amore e chi critica strumentalmente. Questa società ha speso tanto, chi dice il contrario dice una bugia; questa societa’ si e’ trovata il Sistema Calcio Italia contro; questa societa’ ha sbagliato anche e soprattutto per inesperienza e cose buone le ha fatte eccome, ma adesso e’ dura per un tifoso della Roma”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso?

Sicuramente il cambio del logo deciso senza consultare i tifosi a cinque giorni dal derby di Coppa Italia. Io fui tra quelli che salutarono con favore l’arrivo della nuova proprietà. Apprezzai in particolare la nuova apertura verso il mondo giallorosso, la battaglia contro la tessera del tifoso, l’apertura del campo intitolato ad Agostino Di Bartolomei, la riscoperta delle radici e così via. La delusione per cui è grande perché si è rotta proprio questa linea diretta con i tifosi e si è rotta in maniera inopinata. La questione del logo non per niente secondaria e peserà non poco.

Anche sul piano dei risultati, questa stagione ha lasciato molto più che un semplice amaro in bocca…

Certo, anche perché è culminata con una sconfitta, quella in finale di Coppa Italia con la Lazio, assolutamente inaccettabile per qualunque tifoso della Roma.

Ma gli americani questo l’hanno capito oppure non se ne sono nemmeno resi conto?

Probabilmente no. Dopo una sconfitta del genere una qualche invenzione la devi tirare fuori, un segnale forte lo devi dare. Non dico di comprare subito un campione, che sarebbe stata la strada più facile e anche più auspicabile, ma nemmeno lasciare i tifosi praticamente abbandonati a se stessi ormai da un mese e mezzo.

In compenso è stato chiesto loro di rinnovare l’abbonamento ancora prima che fosse giocata quella partita. Molti non hanno gradito…

Immagino, ma su questo non sono d’accordo. Da tifoso vero ho sempre rinnovato la tessera a prescindere dai risultati della squadra e lo farei anche se la Roma giocasse in serie C. Anche quando sono diventato giornalista accreditato allo stadio, per due anni ho continuato ad abbonarmi in Curva Sud, pur non andandoci mai, perché se non lo avessi fatto mi sarei sentito nudo. Pertanto trovo più grave aver lasciato in vendita sul sito la sciarpa ufficiale della Roma “Io c’ero” anche dopo la finale persa.

La vogliamo definire “una disattenzione”?

Esattamente. Questa società si sta rivelando debole dove inizialmente sembrava essere più forte, ossia sul fronte della comunicazione, del marketing, della cura del dettaglio, tutte cose che sembrano non contare e invece, magari, ti servono a fare una grande squadra.

A proposito di comunicazione, a te è arrivato il questionario della società sul nuovo stadio di Tor di Valle?

A me ancora no, ad altri amici e colleghi sì. Non mi pare, però, che la tempistica sia quella giusta.

E che si parli di far pagare la Curva Sud 500 euro per poi piazzare i “tifosi privilegiati” in mini-suite di lusso ti sembra giusto?

Assolutamente no. Faccio fatica anche a trovare un aggettivo per definire un’idea del genere. Lo stadio deve rimanere un’arena e non trasformarsi in altro. Più il calcio viene snaturato, anche in questi modi, e più appeal perde. Lo stadio ha una sua specificità che non deve essere stravolta.

Parliamo di Daniele De Rossi. Su “Il Romanista” hai contestato un articolo di Panorama.it in cui si indicavano i cinque motivi per cui dovrebbe andare via.

Su De Rossi non ammetto discussioni. Per me lui è una bandiera della Roma e le bandiere non si vendono mai e vanno, anzi, tutelate. Purtroppo quando Daniele dice di essere stato calunniato dice la verità. Ma a farlo non sono i tifosi veri, quelli che vengono allo stadio, che vanno in curva e che non lo hanno mai fischiato, ma quelli del chiacchiericcio, quelli a cui piace contestare e lanciare calunnie nell’etere non solo contro De Rossi – che soprattutto come uomo e come padre non lo merita assolutamente – ma anche contro la società.

Quali mosse dovrebbe fare subito la proprietà per riconquistare la simpatia, la fiducia, l’appoggio dei tifosi?

Innanzitutto aprire un tavolo di confronto con i tifosi sullo stemma che per loro è sacro; poi riconfermare De Rossi in maniera inequivocabile; rinnovare il contratto a Totti; prendere un nuovo portiere e fare qualche altro acquisto di peso. Dopodiché vincere subito la Coppa Italia il prossimo anno per lavare l’onta. Esattamente come accadde all’epoca dello scudetto vinto la stagione dopo quello della Lazio.

© Claudia Daconto & Panorama

Quando Mazzarri al Romanista parlava di Falcao

Walter Mazzarri e la Roma è una non storia iniziata prima di quel pomeriggio di quattro anni fa quando in un hotel di via Veneto il tecnico aspettava l’esito della trattativa fra la società giallorossa e Ranieri. Andò bene la trattativa, andò male per lui. Ma fu ancora quattro anni prima che per la prima volta Mazzarri Walter da San Vincenzo sognò la Roma. All’epoca si trattava veramente di chiudere gli occhi e sognare perché faceva parte di una rosa di candidati di cui era l’ultimo petalo. Però c’era. In quei giorni a Villa Pacelli si fece il suo nome. Il Romanista lo andò a intervistare con Andrea Di Caro, all’epoca Caporedattore di questo quotidiano. Era il 26 marzo 2005, il giorno prima Franco Baldini s’era dimesso, la Roma doveva essere rifondata, si parlava di Bruno Conti al settore giovanile, insomma storia di quasi tutti gli anni. Al Romanista Mazzarri parlò della Roma e di Roma. Di Falcao e dell’amatriciana. È curioso e anche un po’ interessante rileggerselo. Perché ci sono cose che non cambiano. E altre che ritornano.

Walter Mazzarri, chi è Walter Mazzarri?
Uno che al lavoro dedica quasi tutta la sua giornata: il pallone è la mia vita, sono un pignolo, un meticoloso. Nella mia professione sono un perfezionista e interpreto il ruolo di allenatore a 360°: dagli aspetti tecnico-tattici alla gestione dell’ambiente intorno alla squadra, dai rapporti con la tifoseria a quello con i giocatori con cui mi piace parlare per conoscerli a fondo. Se conosci i tuoi giocatori sei in grado di gestirli, consigliarli, farli rendere al meglio.

Ha un allenatore di riferimento?
Non ho idoli, studio e apprezzo tanti tecnici, ma nella mia vita ho sempre fatto tutto da solo, sono un testardo che va per la sua strada. Però ringrazio Ulivieri con cui ho cominciato: è stato determinante per farmi capire quando attaccare gli scarpini al chiodo e iniziare a pensare da allenatore. Mi ha aiutato per cambiare la mentalità da un ruolo all’altro insegnandomi i primi segreti del mestiere. Ma io ho la mia identità, i miei concetti calcistici, la mia creatività.

Ha cominciato col 3-4-3, poi ha intrapreso la strada di un 3-5-2 un po’ difensivo…
Non bisogna farsi ingannare dai numeri. Permettimi di fare il presuntuoso: io i moduli li conosco tutti, ma non ne ho sposato nessuno in maniera ottusa. Il modulo va adattato ai giocatori che hai, alle squadre che alleni. Anzi, quando ci si riesce, si dovrebbe sceglierlo di partita in partita e anche cambiarlo all’interno di una stessa partita. Saper variare in corsa, sapersi adattare, non è sintomo di mancanza di coerenza, ma un pregio. E poi più del modulo, conta la mentalità, la coesione del gruppo, l’unità di intenti, la concentrazione con cui si affrontano le partite, per sviluppare il proprio gioco e cercare di vincere.

La famosa mentalità vincente…
Lasciamelo dire: la mentalità vincente non ce l’ha solo chi vince gli scudetti, ce l’hanno anche altri, ma io sono un realista, se alleno la Reggina con certi giocatori devo fare un certo tipo di gioco per ottenere certi obiettivi. Se alleno la Juve il discorsO cambia. Se ho un attacco esplosivo posso anche rinunciare un po’ alla fase difensiva, se ho qualche difficoltà in avanti devo almeno sapermi coprire per non prendere gol. Se affronto una pari grado me la gioco a viso aperto, se affronto gli attaccanti della Roma cerco di non dargli troppo spazio. Bisogna essere elastici.

Mi racconta la sua teoria del “vantaggio dell’idea”?
Quando i miei giocatori ricevono la palla, in qualunque settore del terreno si trovino, devono avere almeno cinque soluzioni diverse. Il segreto è la rapidità di esecuzione delle varianti: è, appunto, il vantaggio dell’idea.

Si sente già pronto per un grande club?
Sì. Nella mia carriera mi sono sempre andato a cercare piazze difficili, passionali. Livorno, Reggio Calabria sono ambienti caldi, mi esalta sentire la pressione addoso. Il calcio è adrenalina, non mi piacciono le amichevoli…

Cosa cambierebbe dell’attuale sistema calcio?
Mi piacerebbe ci fosse più equità nella gestione del calcio e più onestà in chi lo commenta. Lo so che il calcio è sempre più business ma vorrei che non si dimenticasse che nasce come uno sport in cui tutti hanno il diritto di partire alla pari, poi il più bravo vince e giù il cappello. Ma spesso la realtà è diversa. Vorrei che gli errori si evidenziassero sempre invece, quando ci sono di mezzo i grandi club, si tende a coprire. Non mi piace l’omertà e la poca trasparenza… Sarebbe bello vedere una squadra piccola che, meritandolo, arriva in alto: invece anche se parti bene alla fine ti ritrovi sempre nelle posizioni previste dal tuo… target.

Eppure dicono «alla fine dell’anno favori e sfavori si compensano…».

La conosco la frase… “e i valori reali vengono fuori”. A me questa teoria non mi ha mai convinto del tutto: spesso sembra che ci siano destini segnati per tante circostanze e non solo per i valori espressi.

Dopo Juventus-Reggina non le ha mandate a dire…
Non voglio parlare di malafede, ma al di là degli errori dell’arbitro che ci possono stare, io credo che i media abbiano il compito di evidenziarli con onestà. La sudditanza è figlia di tante madri, una è mediatica: se un errore contro la Reggina destasse lo stesso clamore di un errore contro la Juve, forse qualcuno starebbe più attento… Invece se si sbaglia contro una grande se ne parla un mese, se si sbaglia contro una piccola non se ne parla proprio.

Parliamo di doping?
Rientra nei concetti che sto esprimendo. Vorrei un calcio pulito con regole certe e rispettate da tutti. Doping… solo il termine mi dà fastidio. Odio tutto ciò che è artefatto. Migliorare le prestazioni degli atleti usando sostanze dannose alla salute, non rientra nei miei parametri.

Un pregio e un difetto di Mazzarri.
Il calcio assorbe la mia vita: è il pregio di Mazzarri allenatore e il difetto di Mazzarri marito.

Prova di… romanità. Che numero di maglia indossava Falcao?
Facile, la 5. Ho avuto la fortuna di giocare contro i grandi campioni di quegli anni, non ero bravo come loro purtroppo…

Mi dica piatto tipico romano…
I bucatini all’amatriciana. Alla Borghesiana, quando venivamo in ritiro con Ulivieri, c’era un cuoco che li faceva da Dio, ce ne mangiavamo fiamminghe intere e alla fine ci scappava pure la scarpetta…

Quanti scudetti ha vinto la Roma?
Dunque … io sono nato nel ’61, dai miei tempi due… prima… credo uno… in tutto… 3?

Lei è nato a San Vincenzo provincia di Livorno, una città come Roma la esalta o la spaventa?
Non voglio sembrare ruffiano, ma se mi chiedi se mi piace Roma che vuoi che ti dica? E’ un museo a cielo aperto, è bellissima. Mi piace lo spirito dei romani, la loro schiettezza che non è tanto dissimile da quella dei toscani… Per la vita che faccio io poi metropoli o provincia cambia poco: casa, campo, stadio… Ti racconto un episodio: un giocatore appena arrivato, mi fa: “Mister, a Reggio non c’è niente…”. Perché – gli ho risposto – se fossi a Milano che faresti? Sei un professionista, un ristorante e un cinema li trovi anche qui. Altro non ti serve se giochi a pallone.

Intervista a Castan «Con Zeman si vince»

«Castan come Piqué gioca una finale di un trofeo prestigioso, ma il brasiliano non lo definite un campione, mentre lo spagnolo è un top player. Perché?». Bella la domanda retorica di Walter Sabatini quest’estate. Più bella la risposta che dà Leandro Castan alla fine dell’intervista: una risata. Con quella li seppellirà (Piqué e la definizione di top player) Leandro Castan, faccia da Jim Carrey che se lo lasci ti cancella, quella finale – di Coppa Libertadores – l’ha pure vinta, vincendo la cosa più grande di una squadra comunque gigante in Brasile come il Corinthians. Il Timao. San Paolo. Roba da filosofi.

Leandro Castan filosofo non lo è, pure a sentirlo parlare sembra quello che è in campo: quadrato e felice, con gli occhi vivi, i colori mori, ma con un peso specifico, con un non so che di maturo e sicuro che dà tranquillità. Difensore centrale lui, suo padre e suo fratello. Amen. Leandro Castan è – finora – per rendimento e nel rapporto qualità-prezzo, il miglior acquisto di Walter Sabatini da Marsciano, ma di più, con quella felicità che ha chi sta per diventare un’altra volta papà, è un giocatore di calcio che ha molte certezze. Alcune le dice, altre le lascia capire. Ma sono certe quelle certezze. Qualcuna potrebbe sembrare spudorata se uno non vedesse la tranquillità con la quale la racconta. L’intervista è una specie di passeggiata, a Trigoria, verso il posto più bello del mondo. Roma.

Tre mesi di qua, tre mesi di questa città: la cosa più bella?

Tutto. Roma è tutta bella, ma una cosa mi ha impressionato: è il Colosseo. Poi la cucina. Si mangia bene come a San Paolo, per me è importante.

Quello che ti piace di meno?

Il traffico, anche se meno rispetto a San Paolo. Ma è comunque troppo.

Il calcio. La Roma.

Il massimo. La mia scelta importante.

Cominciamo dal principio: Zdenek Zeman.

Un grande allenatore, che fa il suo calcio speciale. È un tecnico che sta facendo un grande lavoro con tanti giocatori nuovi, che sta cercando di trasmetterci le sue idee.

È vero che è più difficile giocare con Zeman per un difensore?

Beh, è evidente che il mister vuole attaccare sempre, la linea di difesa deve restare sempre alta. Penso che stiamo cominciando a comprendere cosa vuole. È chiaro che all’inizio ci sono state delle difficoltà.

Qualcosa non era stato capito?

Ma è normale. Col Corinthians giocavo coi quattro dietro schiacciati e poi via in contropiede. Qui giochiamo sulla linea di centrocampo. Però a me piace, il difensore partecipa di più al gioco. Penso che possa essere anche divertente per me, tanti duelli uno contro uno.

Si è infortunato Balzaretti: puoi giocare a sinistra?

Non è la mia posizione, ma io sono giocatore di gruppo, io gioco dove dice Zeman.

Con la Seleçao hai giocato lì, però?

È stata una partita, è stato per necessità. Una gara va bene, poi se è l’esordio col Brasile (sorride). Però io sono difensore centrale.

È diverso giocare con Burdisso o Marcos come compagno di reparto?

La differenza è la lingua, Nicolas è argentino, con Marcos poi abbiamo giocato insieme già nel Corinthians. Ma sono due giocatori di qualità, e poi Burdisso è un esempio.

Di cosa?

Di professionalità.

Burdisso è un leader anche se non gioca?

Sì. Burdisso va ascoltato già per la sua esperienza, ed è bello vederlo dare dei consigli a Marquinhos.

Al Corinthians c’era anche Dodò: come sta?

Glielo chiedo sempre io, ogni giorno che ci vediamo. Faccio tanto il tifo per lui. Quando si è infortunato è venuto a fare la fisioterapia al Corinthians, ho visto tutto il suo cammino, il suo calvario, ho visto il suo ginocchio gonfio, e adesso non vedo l’ora che ritorni: non credo che ci sia qualcuno che più di lui meriti di rientrare a giocare dopo tutto quello che ha passato.

Ma com’è Dodò?

È forte. E’ un giocatore di grande qualità. Al Corinthians aveva un certo Roberto Carlos davanti, apposta è andato al Bahia e lì ha fatto grandissime cose. Una grande stagione che io spero e credo possa ripetere alla Roma.

Castan, Marcos, Dodò, che significa essere “corinthiani”?

Ti dico: nella mia carriera c’è stato un prima e un dopo il Corinthians, devo tutto al Timao. Alla fine anche il fatto di stare qui.

Cos’è la democrazia corinthiana?

È storia, è qualcosa che “marca” il club, è stato un esempio unico di qualcosa di grande, di nuovo e vincente, qualcosa che ha fatto la storia così come noi l’abbiamo fatta vincendo la prima Coppa Libertadores della società. Anche questo unisce il mio Corinthians a quello che vinse autogestendosi, senza allenatore, senza capi.

Il filosofo di quella democrazia fu Socrates, da poco non c’è più, un pensiero.

A Socrates col Corinthians abbiamo dedicato tutto. È stato troppo importante… Eravamo in ritiro quando è morto, ci stavamo preparando per l’ultima partita del campionato contro il Palmeiras. Ci siamo svegliati la domenica mattina con la notizia della sua morte, abbiamo giocato una partita speciale: è stata quella che ci ha fatto laureare campioni del Brasile. È stato per lui.

Cosa ti ha detto Sabatini per convincerti a venire alla Roma?

È bastata una telefonata, nel senso che il primo contatto è stato telefonico, poi ha incontrato mio padre che è venuto a Roma per conoscere il club e ha avuto immediatamente una grande impressione. Walter ha insistito molto, mi ha dimostrato un vero interesse. Calcola che non è stata una trattativa facile, il Corinthians non voleva liberarmi.

Ma cosa ti ha raccontato Sabatini?

La storia della Roma, d’altronde la Roma in Brasile è una squadra molto conosciuta, popolare. Mi ha parlato di questa storia e dellapossibilità di crescerci dentro.

La storia della Roma: tu hai il cinque di Paulo Roberto Falcao.

Un onore. L’ho conosciuto di persona la domenica della partita contro l’Atalanta. Quel giorno ho conosciuto anche Aldair, quando l’ho visto mi sono innervosito, intimidito. Aldair e Falcao sono due icone della Roma e del Brasile. È un onore, un grande onore per me.

Il tuo modello in campo?

Juan. Ho sempre avuto lui come riferimento, guardavo e imparavo da lui. Il suo modo di giocare è carico di cose da dover osservare. Ripeto, ho imparato tantissimo solo guardandolo.

L’attaccante più forte che hai incontrato?

In Italia finora dico Cassano, è molto intelligente in campo. In Brasile Damiao e Neymar.

Neymar a che livello lo collochi nel mondo?

Prima ci sono Messi e Cristiano Ronaldo, lui sta un po’ sotto.

Pelè o Maradona?

Pelè (ride).

La tua partita più bella?

Quella che devo ancora giocare. Sono molto critico con me stesso.

Sei molto critico: perché la Roma inizia male le partite?

È difficile dirlo, non lo so. Ne dobbiamo parlare bene tra di noi.

De Rossi e Osvaldo si allenano bene?

Benissimo. Sono due grandi giocatori che fanno gruppo, che fanno spogliatoio, che sono ben voluti nel gruppo. Purtroppo quando i risultati sono così e così escono le polemiche.

Ma il gruppo della Roma è unito? La Roma segue Zdenek Zeman o non ci crede?

Sì, assolutamente. Il gruppo della Roma è fechado (letterale, ndr), chiuso, blindato. I giocatori della Roma credono all’allenatore della Roma ed è importante visto come giochiamo, altrimenti sarebbe dura. È lui il boss. È lui che comanda.

Qual è l’obiettivo di questa Roma?

Vincere. Una squadra come la Roma quando partecipa a una competizione lo fa per vincere, non per altro. Evidentemente siamo consapevoli che la Juve in questo momento ha dei punti più di noi, che siamo ancora un po’ lontani, ma noi dobbiamo lottare per avvicinarli il più possibile. L’obiettivo è non smettere mai di salire. La Roma ogni partita che gioca deve giocarla per vincere, di conseguenza – se ci riusciamo – lottiamo automaticamente per il titolo.

Mettiamola così: chi vince lo scudetto?

Diciamo così: la Juventus è favorita. Lasciamole il ruolo di favorita e noi dietro a inseguire…

Che cosa insegue Castan?

La fede.

Sei un Atleta di Cristo. Che significa? Perché?

Mi viene da bambino, mi viene dall’educazione, da mio padre, da mia madre. Ogni cosa che faccio nel mio lavoro, così come nella vita privata, io sento Dio, sento che mi aiuta. Che c’è. In qualsiasi esperienza della mia vita.

Che esperienza è stata in Svezia all’Helsingborg, a poco più di 20 anni?

L’anno che sono passato professionista con l’Atletico Mineiro è stato l’anno in cui mi scadeva il contratto e mi è arrivata questa proposta dall’Europa. Il mio agente di allora mi aveva detto che poteva essere un trampolino per me, in realtà quando sono arrivato lì in Svezia ho trovato una situazione molto diversa da quella che mi avevano descritto, prendevo anche la metà dello stipendio pattuito. Ho avuto una serie di problemi e sono tornato presto in Brasile. Meglio così…

Meglio aver fatto il calciatore: cosa avresti fatto altrimenti?

Il calciatore. Ho sempre giocato a pallone, da quando avevo 5 anni. Mio padre era un giocatore di calcio, io sono un giocatore di calcio. Mio fratello Luciano gioca a calcio. E tutti sono difensori.

E’ forte Luciano?

Ha 21 anni, ne sto parlando con Sabatini (ride).

Al termine della carriera che cosa immagini di fare?

Sempre qualcosa legato al calcio. Non riesco a immaginarmi lontano dal pallone. Sicuramente vorrei dedicare i miei anni alla famiglia. Stare a casa. Leggere…

Il libro della vita?

La Bibbia.

In Brasile il calcio è sempre stato popolo e allegria, sai che cos’è la Tessera del Tifoso?

Cosa?.

Perfetto. L’ultima: sei più forte tu o Piqué?

(Ride) Piqué. Ha vinto molto, è un top player…

Arshad: «Portiamo la Roma nel mondo grazie ai romanisti»

«Il sito internet e le piattaforme digitali sono la nostra finestra sul mondo, ma anche il nostro specchio. Bisogna sapere cosa mostrare e mettere in evidenza, e cresciamo di giorno in giorno anche e soprattutto grazie ai feedback che riceviamo da tifosi su Facebook e Twitter. Grazie, romanisti». Grazie a Shergul Arshad la Roma è entrata nel terzo millennio del pallone globale, quello dove gli spicchi sono i continenti, in una frontiera semplicemente viva e aggiornata della comunicazione. Shergul Arshad, nome fra l’esotico e l’affascinante, faccione rassicurante, sorriso pieno, è l’uomo della finestra di fronte, che crea database, s’inventa pagine, apre link con l’universo mondo mettendo al centro di quel sistema però soltanto l’As Roma. C’è solo l’As Roma anche per lui e anche perché nel mondo è così: «E’ una città unica, che ha un nome unico». E’ stato chiamato apposta, lui che è nato a Firenze ma che vive a Boston, che ama l’Italia e che ama ricordare quando è arrivato qua la prima volta con Mark Pannes di «essere passato col taxi davanti al Colosseo» e di averne avuto un «impatto straordinario». E in fondo è questo che Shergul Arshad deve mettere in finestra sul mondo. Bisogna sapere cosa mostrare e cosa mettere in evidenza.

Che significa essere responsabile del settore digital della AS Roma?

Significa cercare di portare la AS Roma ai vertici dei top club al mondo in tutte le competenze web, mobile e social media.

Che cosa fa in concreto?
Già nel primo anno (a dir la verità siamo al mio undicesimo mese) ho curato tutto il progetto per il nuovo sito asroma.it, coordinando gli ingegneri della Neptuneweb con i tanti reparti a Trigoria, ma soprattutto con l’area comunicazione; ho fatto la parte strategica e la progettazione del nuovo store (asromastore.it) insieme a Raffaella Cecilia Santamaria, ho fatto partire le pagine Facebook, Twitter, YouTube, Pinterest, e messo in piedi la strategia e pianificazione degli aggiornamenti odierni; ho progettato ed implementato con un partner la AS Roma Dream League e tramite licensing il Fantasy Manager. E ho fatto una App per iPhone e Android ufficiale per la Roma.

Dove e quando è nata questa figura? E lei ha un modello?
La figura è nata quasi subito perché la nuova proprietà vuole esportare il marchio Roma all’estero e uno dei modi principali è attraverso gli assetti digitali. Non seguo solo una squadra o un modello. Vengo da 10 anni nei settori e-Commerce e Social Media, ma sono anche appassionatissimo di calcio e di sport americani, perciò per me la miglior cosa è seguire tante squadre e vedere se ci sono iniziative da copiare e migliorare, senza mai togliere la voglia di essere innovativo in maniera originale. Senza precedenti.

Di quanti e quali collaboratori si avvale?
Collaboro con tantissime persone sia a Trigoria, sia negli USA. Il mio ufficio formale è nelle sedi della Raptor di Jim Pallotta, e mi riferisco spesso a lui e a i tanti alla Raptor (Sean Barror, Mark Pannes ed altri). Il mio capo è Christoph Winterling, direttore commerciale, e ci sentiamo spesso. Abbiamo un ottimo rapporto, perché tante iniziative che porto avanti hanno un fine commerciale e lui ha esperienza nell’area sponsor, marketing e retail che si combacia con il mio background nel settore B2C internet. Mi interfaccio spesso con il “licensing” e “retail merchandising”, ma anche con il capo biglietteria, Roma Channel, e il settore finanza/amministrazione. Di sicuro però i miei collaboratori più stretti sono Riccardo Nasuti ed Emanuele Russo, che ormai gestiscano con grande maestria i contenuti digitali. All’esterno collaboro e dirigo la parte tecnica gestita da Neptuneweb.

La prima idea di lavoro che ha avuto per la Roma?
Prima idea? Che eravamo indietro di 10 anni! Il mio collega al Liverpool, per esempio, capo del digitale, ha il suo ruolo dal 2001. Perciò tutto è stato fatto per colmare quel gap di 10 anni, e in contemporanea siamo partiti su tre sentieri: social media (Facebook e Twitter dalla mia prima settimana), e-Commerce (era già “live” dopo 2 mesi) e il sito web (dopo 5 mesi). L’ultima? Beh adesso che siamo almeno alla pari con tanti top club, mi piace giocare di sorpresa. Parlarne prima, la rovinerebbe! Posso sicuramente dire che tutto viene fatto con un’ottica verso il tifoso, verso il business della AS Roma e perciò vedrete più iniziative che avvicinano la squadra ai tifosi, fanno crescere ricavi, che danno una soddisfazione o un gioco al tifoso o che fanno crescere il nostro database.

Qual è stato finora il lavoro più duro da fare o anche solo da pensarepredisporre-programmare?
Sicuramente il sito internet. In precedenza era un sito flash con news leggere. C’era da ripensare tutto: moduli, contenuti, come monetizzare, tutto.

Qual è effettivamente la più grande discontinuità operata da questa società rispetto alla precedente gestione? Parlo fuori dal campo, ovviamente, ma direi proprio la mentalità da business che applichiamo in ogni settore: stadio, biglietti, comunicazione, sponsor, e certamente digitale.

Nel suo settore la Roma può dirsi già adesso la prima società in Italia ad aver fatto qualcosa?
Siamo stati i primi con un’area membership che permette al tifoso di venire agli allenamenti “privati”. I primi ad avere una sezione che raccoglie le migliori notizie da altri giornali che vengano riportati dentro al nostro sito. I primi ad avere una sezione dove i tifosi possano inserire le foto della loro passione giallorossa. I primi a vendere biglietti per tutte le partite singole online. I primi ad avere una rete di oltre 1.000 siti affiliati che promuovano i nostri prodotti. I primi a fare una “Hall of Fame” con votazione online. I primi a fare uno streaming live su YouTube per una presentazione di una maglia. La prima squadra nel mondo su Pinterest, che ci porta non solo un nuovo audience, ma tanti link che si aiutano con la SEO (ricerca naturale). La prima squadra al mondo con le playlist su iTunes dei giocatori e management. Insomma, ci piace primeggiare, ma tutto ha uno scopo. Non facciamo niente che sia una perdita di tempo.

Che patrimonio sono i tifosi nel calcio del futuro, dal punto di vista degli affari, del tornaconto economico, del successo, non solo da quello sentimentale?
Tutto. Ma non bisogna essere provinciali. Abbiamo un tifo pazzesco, per esempio, in Indonesia. Ci sono Roma Clubs organizzati in tutto il mondo. E tramite Facebook vediamo centinaia di paesi che si uniscono nella forma di commenti con i tantissimi e calorosi tifosi a Roma. Se riusciamo a far crescere il nostro database, il tifoso riceverà sempre più offerte personalizzate e anche solo visitando il sito, per esempio, rusciremo a monetizzare con spazi pubblicitari. Se poi valutiamo vendita di maglie, gadget, biglietti, App, giochi, membership…

Qual è la specificità di Roma? Quale il suo punto di forza?
Il vero punto di forza è proprio la città e il richiamo immediato che ha il nome “Roma”. Nel settore digitale, per esempio, calcola quante persone su Google fanno una ricerca per “Roma” e si trovano sul nostro sito. Magari stavano organizzando un viaggio a Roma e adesso possono comprare biglietti per una partita o una maglia. Prima di aver impostato il lavoro su SEO per la parola chiave “Roma”, non eravamo nelle prime tre pagine di Google!

Cosa è più difficile fare a Roma rispetto che negli Usa?
Da Boston riesco a chiudermi e focalizzare tante risorse verso progetti specifici (e-Commerce, nuove piattaforme, progetti con gli ingegneri della Neptuneweb, ecc.). A Roma direi ci sono tante distrazioni, una connessione internet a Trigoria che non è all’altezza e perciò mi rallenta parecchio. E in linea di massima, ci sono tante differenze nelle leggi. Per concorsi a premi o utilizzo di dati, in Italia è più difficile. Un mio vantaggio, essendo nato in Italia, è poter capire le esigenze sia della cultura italiana, sia di quella americana. Il sito cambierà ancora? Cambia ogni giorno, più volte al giorno.

Che obiettivi si pone per asroma.it?
Siamo riusciti a raddoppiare il traffico del sito con il lancio a gennaio. Quest’estate abbiamo quasi raddoppiato ancora e adesso giriamo intorno a 500.000 utenti unici al mese. Vorrei arrivare a un milione di utenti unici al mese. E ci arriveremo. In qualche paese l’uso di Twitter da parte dei calciatori viene regolamentato dal club: pensate di adottare una “policy” per i social network in generale? Stiamo progettando anche questo. Ci piacerebbe se molti dei nostri calciatori lo usassero, ma è ovvio, come dimostrano alcuni esempi (Rooney al Manchester United, mi viene in mente) che un Tweet vale quanto una dichiarazione e può diventare una patata bollente. Dobbiamo aiutare i giocatori a gestire queste nuove piattaforme perché anche se ognuno è libero di esprimersi come vuole, quando è un nostro giocatore ogni dichiarazione viene legata alla Roma.

Molti tifosi si chiedono come potranno contribuire Facebook e Twitter ad accrescere i ricavi del club.
Forse perché vivo in questo mondo da tanto tempo, ma per me la risposta è ovvia: il tifoso non deve cambiare le proprie abitudini, ma è ovvio che adesso abbiamo avvicinato molto di più l’accesso alla squadra, al merchandise, ai biglietti. Da Facebook o Twitter quando visitano il nostro sito arrivano pubblicità. A volte twittiamo la vendita di biglietti, promozioni sulle maglie o gadget. E con il mondo delle App, come vediamo da Fantasy Manager, si apre un’altra via di ricavi per il club.

Un milione e duecentomila tifosi su Facebook nel giro di un anno: vi aspettavate un boom del genere? Quale bacino potenziale ha in questo senso la Roma?
Sinceramente sì, me lo aspettavo. Anzi, se Facebook non avesse cambiato la formula in base alla quale non è visibile più del 20% degli utenti che hanno fatto il “Like”, il “Mi piace”, la crescita per noi e altri club sarebbe ancora più vertiginosa. So che lo fanno per spingere pagine Facebook a spendere per fare pubblicità. Comunque vada, inseriamo su ogni pagina del nostro sito un “social box” che mostra Facebook, Twitter, YouTube. E in cima ad ogni pagina del sito c’è un richiamo per fare un “Like” alla nostra pagina. Direi il potenziale su Facebook dipende molto dalle impostazioni che fa proprio Facebook! Ovvio che con risultati positivi in campo e magari qualche titolo, raddoppiare non una volta, ma due o addirittura tre volte non diventa impossibile.

Come sono distribuiti nel mondo i cyber-romansiti? Quale parte del mondo interessa “conquistare”?
Usando dati da asroma.it e Facebook sappiamo di essere presenti in circa 200 paesi. Un paese come la Cina è difficile da misurare perché non permette Facebook, ma penetreremo anche là e sempre di più. Ecco, per il fattore digitale secondo me l’Asia resta affascinante: sono predisposti a fare un “Like” a tante squadre ma anche a spendere su biglietti online, e-Commerce e App.

Canale Youtube: che sviluppi ci saranno?
Dipende molto da YouTube e dagli accordi con SKY e la Lega, ma spero in più eventi live – e non solo su YouTube, magari direttamente sul nostro sito.

Come è nata l’idea di creare una musicplaylist?
Onestamente era una mia idea da diverso tempo, così come lo era la serie “10 Domande a…” intorno a Trigoria. Da tifoso dei Patriots e dei Celtics, sono sempre stato interessato a cosa fanno, guardano, mangiano e ascoltano i campionissimi tipo Tom Brady o Kevin Garnett. Creare una playlist per ogni giocatore mi sembrava un modo per esportare una cosa personale tipo la musica verso il tifoso. In più, diamo anche la possibilità di scaricare la playlist da iTunes: spero che molti continuino a farlo.

Chi è stato il più entusiasta o il più attento nel compilarla?
Ero in treno da Boston verso New York. Come sempre in questi casi sale prima la squadra, ma in questo treno la Roma aveva prenotato una carrozza singola. Perciò, salendo tra gli ultimi, rimanevano ben pochi posti. Heinze e Osvaldo mi dissero di sedermi con loro dato che occupavano quattro posti in due. Ecco, in quelle quattro ore e mezzo direi che abbiamo legato. Loro erano interessati al mio lavoro, mi chiedevano di Facebook, Twitter. Mi hanno chiesto loro di altre idee e ho buttato là l’idea delle Playlist, ovviamente dopo averne parlato anche con la nostra area comunicazione.

Ci può descrivere brevemente James Pallotta?
Entusiasmo, intelligenza ed esperienza. Un aggettivo soltanto? Grande.

Una parola per la città di Roma.
Storia.

Una per la Roma.
Totti.

Una per la sua avventura.
Emozionante

Tonino Cagnucci & Daniele Galli

“Qui un sogno… ma che fatica!”

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Nico Lopez non è venuto per la timidezza, loro non è che morissero dalla voglia di farsi vedere praticamente per lo stesso motivo.

Nome e cognome, classe di età, così si sono presentati, appunto timidi e ben educati. Sono i giovanissimi di questo ritiro, ci sono i volti nuovi e stranieri di Tomas Svedkauskas e Jonatan Lucca, quello già conosciuto di Valerio Verre, di Francesco Proietti Gaffi, un altro portiere, e di Alessio Romagnoli con gli occhi sicuri. Sono sgranati quelli di tutti. Questo per loro è sì un lavoro, ma ancora soprattutto un sogno.

Come state vivendo la cura Zeman? Sta lasciando il segno?

VERRE: Per me è un onore essere qui. Sicuramente la cura Zeman si fa sentire: quest’anno si corre di più rispetto agli ultimi tempi e sicuramente questo porterà qualcosa durante l’anno. Darà risultati, è molto importante farla.

LUCCA: Sono metodi di allenamento diversi rispetto al Brasile, ma siamo sicuri che i risultati a fine stagione saranno buoni. La Roma è un grande club che insegue risultati importanti e siamo sicuri di poterli raggiungere.

PROIETTI GAFFI: Bellissima esperienza con Zeman, soprattutto per la storia che ha fatto. Allenamenti molto duri sicuramente, anche per noi portieri che di corsa non ne abbiamo mai fatta così tanta. Sicuramente darà i frutti durante la stagione e speriamo di riuscire a vincere qualcosa di importante.

SVEDKAUSKAS: Anche per me è un sogno allenarmi con questi giocatori. Gli allenamenti sono diversi, più difficili rispetto alla Lituania, come portieri corriamo tanto tanto. Però è un onore essere qui e proverò a fare bene.

ROMAGNOLI: Grandissima emozione essere qui con loro, credo che questa cura ci porterà grandissimi frutti nel futuro.

Con questa corsa e questa tattica faremo grandissime cose. Il vostro idolo? L’obiettivo che avete per quest’anno?

ROMAGNOLI: Come difensore Maldini. Quest’anno spero di fare bene. Speriamo in qualche presenza con la prima squadra in A.

PROIETTI GAFFI: Non può essere che Buffon. Voglio fare più presenze possibile con la Primavera e magari anche qualche panchina in prima squadra.

SVEDKAUSKAS: I miei idoli sono due: Lobont e Stekelenburg, voglio fare bene con loro. Voglio fare bene con la Primavera e magari qualche panchina con la prima squadra.

VERRE: Ilmio idolo è De Rossi, il mio sogno quest’anno è fare qualche apparizione in prima squadra, facendo anche l’esordio. Vediamo durante la stagione, si vedrà.

LUCCA: Non ho idoli particolari. Totti e De Rossi sono veterani in questa squadra. L’obiettivo della squadra è la Champions League, fare megliodella scorsa stagione a livello di piazzamento europeo, e pensiamo di poterla raggiungere.

 

A Romagnoli: sei il baby del gruppo, ma anche una sorpresa. Sei stato provato assieme a Burdisso. Come ti trovi in questa situazione, senti il peso delle responsabilità?

ROMAGNOLI: Non sento responsabilità, spero di fare bene col mister, cerco di dare il meglio in ogni allenamento. Juan, Burdisso, Heinze, sono ragazzi straordinari, mi hanno aiutato tantissimo. Sono idoli per me. Avere giocato al posto di Juan? Mi ha sorpreso, ma se Zeman ha deciso così vuol dire che ho fatto bene durante la settimana.

 

A Verre: l’anno scorso dopo l’eliminazione con lo Slovan girò un video per Roma “Chi è Verre?”, pensi di avere dimostrato di valere la casacca della Roma? Agli altri: ci raccontate caratteristiche e difetti?

VERRE: Quel video fu diciamo divertente sotto un punto di vista. Ci siamo sentiti anche di scherzare con gli altri compagni, con Daniele e con Stefano Okaka. Io non devo dimostrare niente. Qualcuno mi conosce e sa cosa faccio e io so quello che do in ogni partita per la maglia.

ROMAGNOLI: I miei pregi penso siano, oltre al fisico, buona tecnica e intelligenza tattica.

PROIETTI GAFFI: Pregi e difetti? Non sta a me dirlo. Una mia caratteristica è la tranquillità nel gestire il ruolo. Un difetto tecnico? Devo allungare maggiormente le braccia e dare più spinta. Migliorerò col tempo e con questi allenamenti.

SVEDKAUSKAS: Come portiere devo lavorare tanto, ma quando ho giocato tante partite stavo molto tranquillo. Però devo lavorare ancora tanto come portiere.

LUCCA: Anche se non è tipico del mio ruolo il segnare molti gol, a me piace uscire con la palla, inserirmi e segnare. Però giocherò dove servirà alla squadra.

 

Avete ricevuto indicazioni particolari da Zeman che vi rimarranno impresse anche in futuro?

ROMAGNOLI: Giocare in attacco, basta! (ride, ndr) Andare avanti con la palla e fare gol. L’importante è fare gol.

PROIETTI GAFFI: Anche a me ha dato la stessa impressione. Come portiere non so dire più di tanto, ma mi è rimasta impressa la fase offensiva.

VERRE: L’impressione è quella di correre: dobbiamo correre tanto, inseguire l’avversario se non abbiamo il pallone, per cercare di recuperarlo subito e andare a fare gol.

LUCCA: Dobbiamo correre più della palla.

17 luglio 2012