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Quello che non potrai mai avere

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Tu sei della Roma

Ogni tanto vincono i buoni a papà. Tu credici sempre. Credici sempre e basta. Emozionati. Tu sei della Roma

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Mare dentro

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“Pantheon di uomini che hanno amato la Roma”

La coreografia della Curva Sud del 2015 è già entrata nell’immaginaro collettivo. Sedici leggende del firmamento romanista descritte dalla penna brillante e documentata di Tonino Cagnucci. Un modo per raccontare la nostra storia. 

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Figli di Roma, capitani e bandiere. Ricordiamo tutti l’ultima coreografia presentata dalla Curva Sud in un derby, l’11 gennaio 2015. E se non fosse che i veri motivi per cui poi non ce ne sono state più sono altri, verrebbe da dire che è quasi giusto così, perché dopo un’immagine del genere davvero è difficile trovare qualcos’altro da dire. Invece l’ha trovato Tonino Cagnucci, che nel suo ultimo libro intitolato, appunto, “Figli di Roma, capitani e bandiere” (Newton Compton, 14.90 euro), ha raccontato le storie dei 16 giocatori che quel giorno la Curva Sud ha messo nel suo “pantheon di uomini che hanno amato la Roma”. Ha spiegato, in pratica, perché questo è “il mio vanto che non potrai mai avere”. Sedici capitoli da leggere uno dopo l’altro, ma prendendosi una piccola pausa alla fine di ogni racconto, per interiorizzare bene ciò che ha da dirci. E per arrivare a una conclusione che quasi inverte il concetto. Il vanto che altri non potranno mai avere non sta tanto nei personaggi rappresentati, ma nel fatto che la Roma sia talmente magica da saper trasmettere a chi sa cogliere, un sentimento talmente forte e puro da far nascere queste storie. Storie d’amore. Amore per la Roma.

In ognuno dei capitoli Cagnucci riesce a unire il suo stile unico, un’accurata ricerca storica ed estrema attenzione a cogliere dettagli che diventano elementi chiave. Ognuno può seguire il percorso che vuole, perché anche leggendo i racconti in ordine casuale, si può cogliere facilmente un filo che li lega l’uno con l’altro. Praticamente questo libro potrebbe avere tranquillamente 16 inizi e 16 conclusioni diverse e non perdere nulla.

Si va da Giorgio Carpi, aristocratico nella vita e popolare in campo (aristocratico e popolare: come la Roma), che giocò gratis perché poteva permetterselo ma che probabilmente lo avrebbe fatto anche a costo di doversi guadagnare il pane in altro modo, per quanto era romanista, a Volk, centravanti “futurista e fragile”, che cambiò soprannomi e nomi non perdendo però mai la sua identità di primo grande attaccante della Roma. Primo a segnare nel derby, primo a segnare a Testaccio. Primo portiere per sempre è naturalmente Masetti, primo capitano è Attilio Ferraris IV (Era un santo. Nel capitolo dedicato a lui scoprirete perché), così come il primo ad aver indicato a tutti cosa significa essere romanisti è Fulvio Bernardini. “Se Carpi giocò gratis per la Roma, lui pagò per andar via dalla Lazio”. Il primo “ottavo Re di Roma” è stato Amedeo Amadei, il primo Principe è stato Giuseppe Giannini. La Roma è stata la sua vita. Totti, invece, è stato la nostra vita e non è un caso se proprio l’11 gennaio 2015 ha segnato una doppietta spegnendo la loro ennesima illusione.

A volte, leggendo il libro, devi prenderti una pausa un po’ più lunga. Perché hai la netta sensazione che essere romanista sia addirittura una cosa troppo grande (forse è per questo che a volte noi stessi non sappiamo gestirla, chissà). Anche se in un corpo apparentemente piccolo, come quello di Bruno Conti, che forse come nessun altro è stato simbolo di un’epoca. La più bella. Vincendo il Mondiale più bello, ha aperto la strada allo scudetto. Troppo romanista Giacomo Losi per giocare con un’altra maglia, quando gli hanno fatto capire che non lo volevano più. Meglio smettere. Troppo romanista Mario De Micheli per subire le angherie del potere. Meglio rispondere e pazienza se me la faranno pagare. Troppo romanista Picchio De Sisti per non tornare alla Roma dopo essere stato costretto a lasciarla e per rimettere a posto la storia. Troppo romanista Francesco Rocca per non stare in Curva Sud ad alzare i cori durante Roma-Liverpool. Troppo veloce, pure per il suo fisico, ma poi lentamente sotto la Sud è tornato con la mano sul cuore nel 2012. Troppo in generale, anche per se stesso, Agostino Di Bartolomei. La lettera che gli scrisse il CUCS al momento del suo addio e l’intervista che gli fece Enzo Tortora nel 1980 sono due delle tante “chicche” del libro. Che non si sottrae anche alla pagina più difficile, quella struggente dedicata a Giuliano Taccola. E che si chiude con Daniele De Rossi, che un’eredità di tutto questo sentimento ha saputo cogliere e vuole ancora trasmettere.

Ma poi no, non è troppo. Forse lo sembra in questo tempo dove l’orgoglio romanista a volte sembra sopito. Ma sta sempre lì e questo libro riprende a coltivarlo, raccogliendo il seme gettato dalla Sud l’11 gennaio 2015. La Sud che adesso non c’è, ma che siccome oltre a un luogo fisico è anche un luogo dell’anima, in questo testo ritorna con tutta la forza del sentimento romanista. Che nessuno, ma proprio nessuno, potrà mai avere.

Luca Pelosi

“E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo”

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Il Tre Fontane: una fede mai persa

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Il Tre Fontane ha visto la Primavera di Agostino, la sua e quella di una squadra di ragazzini Campioni d’Italia non una ma due volte. A metà degli Anni 70 a vedere quella Primavera (intendetela in senso lato per favore) ci andavano anche diecimila persone.

Giocava la Roma dei ragazzini lì e ci si allenava la Roma dei grandi, la Roma Roma. Francesco Rocca era già l’uno e ancora l’altro quando si fece male: il Tre Fontane ha sentito il suo urlo di dolore mentre palleggiava con l’arbitro Lattanzi dopo aver fatto torello con Peccenini. Poco dopo Giorgio Rossi, incaricato da un dirigente, portò un prete a benedire il punto dove si era fatto male Kawasaki.

I sogni si rompono, le moto si parcheggiavano più in là. Sotto la Colombo. Dietro al muro dove Nils Liedholm diceva a Bruno Conti e a Paulo Roberto Falcao “palleggiate seicento volte col destro, seicento col sinistro”. Il totale era un paradosso.

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È al Tre Fontane che Liedholm snocciavala il rosario delle sue parabole pallonare, che si vantava di quella volta che aveva annullato Di Stefano e, ai giocatori che gli facevano notare “mister Di Stefano quella volta fece tre gol”, rispondeva: “Eh appunto, solo tre gol”. Il totale è chissà quante partite di allenamento, quante Primavere dal 1960 all’inizio degli anni 80.

Qualcosa si può datare. Sul verbale del comitato esecutivo della As Roma del 17 febbraio 1959 si legge che il giorno seguente il Coni avrebbe consegnato alla Roma il campo; da un altro verbale del 10 marzo 1959 si può dedurre che la prima partita giocata al Tre Fontane dovrebbe essere stata un Roma-Fiorentina del torneo De Martino (una specie di campionato riserve). Il 22 settembre di quell’anno si stabilì che ogni mercoledì per vedere la Roma si sarebbero pagate 200 lire. Perché la Roma la andavano a vedere tutti al Tre Fontane.

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Qualcosa si può datare, qualcos’altro non si può spiegare. Il Tre Fontane è stata una fede. Una celebrazione romanista prima di andare a vedere la Roma all’Olimpico, una specie di miracolo laico quando i tifosi recuperarono e riconsegnarono a Peirò l’automobile, un Bmw, che gli era stata rubata, proprio dopo un allenamento al Tre Fontante. C’è anche Peirò quando a inizio campionato 1967/68 la Roma va a sfidare a Milano la sua ex squadra, la Grande Inter. Qua c’è il Mago di Turi, Oronzo Pugliese, dall’altra c’è il Mago e basta Herrera e una partita che per la Roma ha un valore particolare e che sceglie di preparare in maniera speciale al Tre Fontane: organizza la rifinitura con la Stefer, qualcuno vorrebbe far disputare quell’amichevole a porte chiuse per escludere gli osservatori nerazzurri, ma il Club risponde con questa nota: “La Roma è dei tifosi”. Punto. Punto. E punto. Al campo si presentano 7.000 tifosi. A San Siro la Roma pareggia con la Grande Inter, Giuliano Taccola segna il suo primo gol in serie A.

La prima volta che ci ha giocato Francesco Totti non aveva nemmeno 10 anni, era il 9 febbraio 1986, con gli Esordienti della Smit Trastevere: 0-0 con Totti che sbaglia un rigore contro il Tre Fontane. Un 9 febbraio di un altro anno però (1997) per un torneo chiamato Città di Roma, Francesco segnerà i gol che impediranno lo scempio di vederlo partire, anche perché quando arrivò alla Roma, arrivò proprio lì: Stadio Tre Fontane. Fine agosto 1989, in automobile accompagnato dall’amichetto Daniele Arelli e da suo padre Pietro al volante. Era stato appena preso dalla Lodigiani. Francesco Totti ha passato il suo primo giorno da romanista al Tre Fontane.

E’ una fede antica. Quella di Giorgio Rossi che si divideva fra il suo fare tutto per la Roma e svolgere il suo lavoro al Sant’Eugenio: “Quando ci allenavamo al Tre Fontane avevo una stanza con un grande tavolo dove facevamo i massaggi. Prima di iniziare mi toglievo sempre la fede nuziale dal dito. Un brutto giorno alla fine del lavoro non la trovai più senza farmi una ragione di quello che era successo. Quando una decina d’anni dopo, nel 1979, ci spostammo a Trigoria trasportammo il grande tavolo che avevamo in dotazione al Tre Fontane nella nuova sala massaggi del Bernardini. Aprendo uno dei cassetti trovai un giornale del 1969. Nell’aprirlo sentii un rumore metallico, abbassai gli occhi e vidi il luccichio della mia fede nuziale…l’avevo ritrovata”.

Ecco che cos’è oggi il Tre Fontane: una fede mai persa.

Gabriele Sandri

“La morte non è niente, io sono andato semplicemente nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Per voi, io sarò sempre ciò che sono stato. Datemi sempre il nome che mi avete dato, parlatemi come avete sempre fatto. Non usate un tono diverso, non assumete un’aria austera o triste. Continuate a ridere di ciò che ci ha fatto sempre ridere. Pregate, sorridete, pensate a me, che il mio nome sia pronunciato in casa come è sempre accaduto senza alcuna enfasi, senza una traccia d’ombra. Il senso della vita è sempre lo stesso. Il filo non si è interrotto. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri semplicemente perché sono fuori dalla vostra vita? Io non sono lontano, sono solamente dall’altro lato della strada”.

Dall’altro lato della strada c’è il negozio della famiglia Sandri. Il fratello Cristiano e il papà Giorgio raccontano di Gabriele e di un omicidio che nelle cronache è quasi dimenticato, confuso, più o meno strumentalizzato; che nelle aule giudiziarie deve ancora fare il suo corso e che non sia lungo, possibilmente corto. Tirano fuori quelle parole che dentro non finiscono mai. Non smettono. Insieme alle domande. Le risposte devono essere ancora date. Troppe. In ritardo. Inutili. Dovute. Si parla di Gabriele Sandri perché è giusto così, perché non si può dimenticare, perché glielo chiedi, perché altrimenti loro non lo farebbero tanto per farlo. Ovvio. Santo. C’è tanto silenzio e non c’è nemmeno sole alla Balduina ieri. Ieri è ancora come l’altro ieri. Dall’altra parte della strada Cristiano è diventato più grande dei suoi 33 anni, il papà entra un po’ più tardi prima di chiudere il mondo fuori. Lì, dall’altro lato della strada. Prima di tutto c’è sempre quella carreggiata, poi la notizia e come è stata raccontata.

Cristiano Sandri quali sono le parole che ancora vanno dette.
«Voglio dire quello che avevo in testa i primi giorni dopo l’omicidio di mio fratello, far presente meglio tutto quel bailamme mediatico e la strumentalizzazione che hanno fatto della morte di Gabriele: hanno parlato di violenza nel calcio, di decreti, di scontri, hanno richiamato il caso Raciti ma Gabriele con tutto questo non c’entra niente. Hanno ucciso un ragazzo e hanno provato a nasconderlo. Già dall’inizio».

Per come è stata diffusa la notizia?
«Per quello, perché non hanno fermato il campionato, per quello che è stato sostenuto in una conferenza stampa talebana dal questore di Arezzo dove è stato impedito ai giornalisti di fare domande, per quello che si diceva ancora il giorno dopo in Parlamento: si sosteneva la tesi incredibile di un colpo sparato in aria, si prendeva tempo».

Perché?
«La discriminante è la divisa. Il fatto che ci fossero di mezzo le istituzioni in un delitto talmente grave, così grave, ha fatto sì di cercare fino alla fine di nasconderlo, di salvare il salvabile. Ma non c’era più niente da salvare. Hanno fatto emergere un’immagine distorta di quello che era accaduto, hanno parlato di terrorismo… una cosa simile è degna dei peggiori regimi dittatoriali. “Caso Sandri: arrestati i terroristi”. In Italia è andata così, all’estero la BBC ha aperto: “Poliziotto uccide a sangue freddo un tifoso”. Non è un titolo, né una forzatura, è stata la realtà».

Adesso, da tempo, se ne parla poco.
«Adesso c’è silenzio. Assordante. Eppure una notizia così andrebbe sviscerata da tutti i punti di vista, andava trattata dai vari Porta a porta e Matrix che, a parte l’immediatezza della notizia, a parte l’audience che facevano all’istante, non hanno detto più niente. Oblio».

Quanto voluto?
«O voluto o dettato dalla tirature di copie, dallo share. Ma com’è possibile che le armi si usino così? Come non parlarne? Come non sviscerare una notizia così grave? Così grande nella sua gravità?. Io ho ringraziato personalmente il testimone che ha raccontato di aver visto quel signore mettersi in posizione per prendere la mira perché altrimenti ho paura che ancora oggi staremmo a parlare di colpi sparati in aria. Ho detto che il silenzio è assordante perché lo abbiamo ascoltato in prima persona, soprattutto qualche giorno fa».

Qualche giorno fa sono uscite delle perizie…
«Già, parliamo di perizie e di accertamenti tecnici: questo signore, questo agente, ha avuto la voglia di sparare. Per quanto riguarda la tesi della deviazione della pallottola, l’unica che potrà sostenere la difesa, gli accertamenti che sono stati depositati riguardano gli elementi chimici rinvenuti sul proiettile per vedere appunto se ha toccato qualche colpo estraneo prima di uccidere Gabriele. Dalla relazione del consulente del pubblico ministero, quindi non il nostro, emerge che non ci sono elementi che possano indicare l’impatto con un corpo diverso. Noi questa relazione l’avevamo in mano da venti giorni, ma ci dicevamo: “Ora se ne occuperà la stampa, adesso arriverà la televisione”, invece se non fossimo stati noi a fornire un’indicazione del genere non se ne sarebbe parlato per quel po’ che si è tornato a fare. Non se ne sarebbe parlato per niente».

Fa aumentare la rabbia?
«Sì, perché ti trovi impotente… Noi ci troviamo in difficoltà perché non vorremmo emergere come quelli che forniscono le informazioni alla stampa o che vanno per televisioni, però… Dopo due giorni avremmo potuto lanciare un’agenzia, ne abbiamo aspettati venti».

Il presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno non ha ricordato Gabriele, ve l’aspettavate?
«Il presidente Napolitano è stata la seconda persona dopo Veltroni a farsi vivo con noi, e si è fatto sentire veramente. Ci ha detto di essere rimasto sgomento per un evento del genere, ha parlato di gravità estrema. Il presidente non ha parlato di generica violenza negli stadi come hanno fatto certi media, cercando l’orribile equazione: è stato ucciso un poliziotto, poi un tifoso… »

Invece…
«Invece il calcio non c’entra niente. Che quei ragazzi andavano a vedere la Lazio a Milano si è saputo dopo. Chi ha sparato a 60 metri, con le auto che passavano, coi ragazzi che non avevano né sciarpe né bandiere, non sapeva fossero tifosi. E’ stato un atto di volontà di uno scellerato, di un delinquente, come ha avuto modo di dire il procuratore capo di Arezzo, non io».

Ci sono sentimenti di rabbia nei confronti delle forze dell’ordine?
«Noi non vogliamo generalizzare, capiamo bene che non tutti gli ambienti sono uguali, che ogni categoria ha i suoi interpreti. Proprio per questo chi ha sbagliato deve pagare. Abbiamo avuto la visita del capo della polizia, il dottor Manganelli, che ha ammesso la responsabilità di quell’appartenente alle forze dell’ordine»

Avete amici poliziotti?
«Sì, ne abbiamo anche come amici di famiglia».

Come si sono posti?
«Con difficoltà , non si spiegavano, non si spiegano come sia potuto accadere una cosa simile, un gesto così sconsiderato: un’arma un poliziotto la deve usare perché è in pericolo la vita propria o quella degli altri. Basta».

Non sono state prese alcune misure cautelari nei confronti dell’agente Spaccarotella.
«Questo signore è a piede libero. Tutti quanti si sono sbrigati a dire, giustificando col ritornello “l’inquinamento della prova, reiterazione del reato, pericolo di fuga… non ci sono gli estremi per…” Beh… Per l’inquinamento della prova non è stato detto nulla sul fatto che la zona in cui ha sparato il poliziotto non è stata posta sotto sequestro, dei due colpi che sono stati sparati, caso strano, è stato rinvenuto soltanto il bossolo del proiettile che secondo loro è stato sparato in aria, e non quello che invece ha raggiunto mio fratello. Per quanto riguarda la reiterazione del reato… uno che prende un’arma e spara con questa facilità si può immaginare anche che un giorno esca di casa e dia una bastonata in testa a qualcuno. Ecco, facciamolo qui il parallelismo con il caso del povero Raciti dove il minore indagato è stato raggiunto dalla custodia cautelare. E non c’entrava. “La legge è uguale per tutti”, c’è scritto sui banchi delle aule di giustizia. Dovrebbe. E dovrebbe far riflettere».

Il tempo che variabile è adesso?
«Noi confidiamo nella celerità del procedimento, a febbraio verranno depositate le ultime relazioni sugli accertamenti disposti dal pubblico ministero, e da lì a poco attendiamo che il pm concluda le indagini e richieda il rinvio a giudizio del poliziotto. Noi immaginiamo in primavera, inizio estate. Non vorremmo che questo silenzio, quest’annacquamento sia l’ombrello sulla notizia perché così quando si arriverà al verdetto magari la posizione dello Spaccarotella venga in qualche modo affievolita».

Quale verdetto sarebbe “affievolito”?
«Per il reato di cui si è macchiato questo individuo il codice penale prevede 21 anni di carcere. Non un giorno di meno».

Non un giorno di meno.
«Non cerco e non cerchiamo vendetta. Ma giustizia giusta. Ci aspettiamo questo giudizio, non un colpo di spugna, né operazioni di ortopedia giuridica per alleggerire la posizione dell’agente che comunque, a mio avviso, sarà molto difficile effettuare».

Spaccarotella, un giorno lo incontrereste?
«No, e io non lo voglio incontrare per il resto della mia vita».

Il perdono?
«In questo momento non ci sono proprio i presupposti per perdonare una persona che senza criterio ha avuto la voglia di ammazzare».
(Interviene il papà): «Una persona che qualche ora dopo aver commesso il fatto ha detto bugie e ha risposto al citofono a voi giornalisti: “Fatemi vivere tranquillo”. Come si fa poche ore dopo quello che hai fatto a dire “fatemi vivere tranquillo”. Come si fa?».

Tra le tante cose dette, invece quella più importante, quella più bella, più giusta?
«Ciò che ci ha detto Napolitano, il presidente della Repubblica: “Starò sempre al vostro fianco”. E poi la gente. L’affetto della gente è più forte di ogni strategia comunicativa, più forte del silenzio. La vicenda ha colpito tutti quanti, perché tutti quanti hanno vissuto la possibilità di avere in quella macchina il proprio figlio, il proprio fratello, il proprio amico. Ci sosterranno anche in futuro per quello che sarà una vicenda che purtroppo durerà nel tempo dal punto di vista giudiziario. In questo, però, sono abbastanza tranquillo: ogni persona non si dimenticherà di questo fatto, ogni persona farà in modo di far trionfare la giustizia giusta. Perché è inaccettabile tutto. Gabriele Sandri dev’essere un momento di riflessione per tutta la società civile».

Quello che ha ferito di più?
(Interviene il papà): «Quando il ministro Amato ha detto che se si prendevano due caffé all’autogrill non sarebbe successo».
«La gestione della notizia, non solo nell’immediato ma due-tre giorni dopo, il fatto che ancora adesso tutti i responsabili siano a loro posto. Magari al poliziotto hanno cambiato mansione per evitare di andare a sparare in giro, ma sta al suo posto; il questore di Arezzo che ci ha regalato quelle dichiarazioni mostruose che hanno ammazzato Gabriele una seconda volta, sta ancora lì, come se non fosse successo nulla. Non so se tutto questo sia stato voluto per non far esplodere la situazione, alzato un polverone apposta: la menzogna dei colpi in area, il no-stop al campionato quando il fatto è avvenuto alle 9.18 e c’era tutto il tempo. Tutto il tempo perché si scatenasse quello che è capitato».

Si è lasciato scatenare?
«Sì, per spostare l’attenzione lontano da quello che è successo. Tutti sapevano nessuno ha fatto nulla, tutti sapevano, nessuno ci ha detto niente. Gabriele aveva i documenti con sé, sapevano chi era, dove abitava e non ci hanno nemmeno chiamato».

Come l’avete saputo?
«A me ha chiamato un amico-collega avvisato da un altro ragazzo, era attorno a mezzogiorno. Dopo mille chiamate per rintracciare il numero di casa (avevo il cellulare spento perché scarico quel giorno) mi ha detto: “Vai ad Arezzo”, ma non perché. Mi ha detto: “Però fatti accompagnare”, e lì ho capito che era successo qualcosa di brutto. Poi ho chiamato un altro amico per farmi accompagnare ed è lui che mi ha raccontato: “Hai sentito quello che è successo ad Arezzo? E’ stato ucciso un tifoso della Lazio”. Mentre andavo, la radio mi ha detto nome e cognome. Mio fratello».

“Mio fratello”. Gabriele Sandri, un ragazzo ucciso nella sua auto mentre andava a vedere la Lazio. “Mio fratello”. Cristiano Sandri è un tifoso?
«Da 33 anni, sono nato nel ’74, sono della Lazio. Mio padre è tifoso della Lazio, è lui che mi ha portato a vederla quand’ero piccolissimo. Me lo ricordo, era lo stadio di Pisa, una partita di Coppa Italia, avrò avuto sì e no 5 anni . Era sera, c’erano le luci. Più che altro ho immagini di quello stadio. Sono stato abbonato in curva dai miei 16 anni anni fino a i 30, poi, così come va per molti altri che hanno vissuto lo stadio, gli amici si sono spostati in tribuna e con loro anch’io. Mio fratello invece continuava ad andare »

Sei più tornato allo stadio?
«No, da quel giorno no».

Hai intenzione di farlo?
«Sì, perché ho quasi l’impressione che tornandoci fisicamente ci posso riportare anche mio fratello. Certo, quando mi sentirò di affrontare questo… A parte vedere una Curva, la Curva Nord intitolata a Gabriele Sandri fa…Fa».

A Badia al Pino sei più tornato?
«Quando abbiamo fatto i sopralluoghi per le perizie, ho visto non proprio il punto, ma dove hanno messo le sciarpe: i colori di tutte le squadre».

Per certi versi veramente un monumento, non solo simbolico. La morte di Gabriele potrebbe…
«Ho sentito tanti amici, tifosi della Lazio, tifosi della Roma, la morte di Gabriele ha dato una nuova consapevolezza di valori in tanti. La consapevolezza del valore della vita che mai può essere messo in discussione, né a rischio».

La morte di Gabriele può far cambiare in meglio le cose del calcio e quindi anche quelle della vita?
«Sì, è giusto parlare di sacrificio per mio fratello. Dalla sua morte non ho più sentito parlare di episodi di violenza negli stadi. Si deve parlare di sacrificio perché Gabriele possa venir preso sempre a simbolo per situazioni positive, in tutte, non solo nel calcio. Per questo ogni situazione a lui legata dovrà essere ricordata per l’alto valore della vita che rappresenta. Ogni iniziativa fatta sarà in tal senso: il valore stesso della vita».

Per il prossimo derby s’era parlato di fare qualcosa, avete pensate voi a qualcosa?
«Sì, il prossimo derby potrebbe essere un’occasione importante per dimostrare una presa di coscienza di tutti i tifosi, nella circostanza della Roma e della Lazio, ma non solo loro. Purtroppo quando si parla di tifosi lo si fa come ci si riferisse a una categoria di sottosviluppati e non di cittadini, di essere pensanti. Non so se io… sarebbe un’occasione importante. L’ultimo derby l’ho visto proprio con Gabriele … Potrebbe essere un’occasione anche per me».
(Interviene il padre): «Io vorrei andare in Curva Sud. Come facevi un tempo con gli amici, a giocare a scopetta prima. Io vorrei andare a vedere il derby in Curva Sud».

Tuo fratello lo definiresti un ultrà?
«Anche io, e non solo mio fratello, mi posso definire un ultras, anche mio padre si può definire un ultras, anche tu se lo sei per la Roma. La parola ultras è sentita solo con un’accezione negativa e invece non è così: è il modo più bello di seguire la squadra del cuore ovunque essa giochi, fattivamente, incitandola. Creando quelle amicizie che sono poi la cosa più bella nel seguire questa passone. La goliardia, i sorrisi, i viaggi, la spensieratezza con cui si va allo stadio, oltre che per vedere la partita della squadra del cuore, per lo stare con gli altri, con gli amici e con chi non conosci ma che abbraccerai. Per viaggiare, una giornata insieme, a pranzo come sarebbe capitato a Gabriele se non fosse stato fermato prima… Di andare a vivere. Ad essere così vitali come accade. E la Curva secondo me è una delle massime espressioni nel calcio, il sentimento più alto».

I gruppi ultras della Roma hanno “scioperato” anche perché Gabriele Sandri il sistema se lo era dimenticato…
«Il fatto che si muovano i tifosi o solo qualche giornalista sportivo deve far pensare. Loro, o chi nello stadio è rimasto in silenzio, chi nel mondo ha ricordato Gabriele, sono gli unici che hanno individuato il nocciolo del problema, ed è stato sicuramente un modo civile. Si parla sempre e solo in negativo dei tifosi, degli ultras, poi quando fanno iniziative, o vengono dimenticate o strumentalizzate per coglierci il lato che non va bene».

Una volta si cantava 10-100-1000 Paparelli, adesso si cantano i cori per Gabriele Sandri.
«Ecco che significa Gabriele. E’ un’evoluzione culturale che dovrebbe parlare a molti, che aiuta a far capire certi fenomeni, perché per me quello della violenza negli stadi può essere risolto. La presa di posizione dei tifosi è importante, i tifosi sono persone che hanno una loro intelligenza, che non si fanno condizionare, che non mandano il cervello all’ammasso, ma che vengono dipinti come massa indistinta».

Perché?
«Una forma di controllo. Quando vieni toccato da un fatto del genere pensi a tutto quanto, ti poni tante domande e cerchi di capire per quale motivo si voglia responsabilizzare oltremodo il mondo del calcio e dei tifosi su questioni che dovrebbero essere affrontate diversamente dalla società e dalle istituzioni, e non unicamente con la repressione, con il pugno duro. Dove c’è la repressione c’è la reazione, guarda i rapporti tra padre e figlio: non puoi pensare a punire se non pensi prima di approfondire il rapporto e i suoi motivi».

Se un giorno avessi dei figli…
«Li manderei in curva. Io mi ricordo quando andavo in curva quattro ore prima, l’emozione che mi dava il fatto di poter cantare per la mia squadra, poterla sostenere. È una cosa bellissima perché ti senti partecipe di una comunità autentica, semplice ma forte. Forse veramente lo stadio, e la curva in particolare, è l’unico posto in cui certi ostacoli, certe barriere cadono, il posto più trasversale che ci sia: nessuna differenza di ceto, di istruzione, di professione, di religione. Proprio per questo, visto il modo così genuino e del tutto spontaneo di vivere il calcio e in definitiva la vita, io posso dire che se avrò dei figli sicuramente li manderò in curva. Sempre se lo vorranno».

Sempre laziali eh?
«Po’ esse solo quello».

Quello che conta è un altro. E’ quel nome, Gabriele Sandri, e quel monumento di sciarpe all’autogrill di Badia al Pino…
«Una Fondazione. Stiamo studiando e lavorando per far nascere una Fondazione. A breve ci incontreremo col sindaco e col suo staff per poter organizzare una situazione effettiva e concreta, una Fondazione perché il nome di Gabriele possa essere associato a iniziative benefiche e di costruzione sociale, che comunque possano portare a qualcosa del positivo, possano aiutare chi ne ha bisogno. Si tratta di un’iniziativa impegnativa che dovrà essere strutturata in modo minuzioso e valido».

A Gabriele come piacerebbe essere ricordato?
«Gabriele era il prototipo del ragazzo gioioso, che guardava alla vita unicamente dal lato positivo, quindi sicuramente con un sorriso. Vorrebbe essere ricordato col sorriso che lo contraddistingueva. E questo, come famiglia, cerchiamo di riproporcelo sempre, ogni volta. E come puoi immaginare non è facile. Perché la sua mancanza è talmente tanto grande e profonda che a volte sorridere fa tanto male».

Ti è capitato di sognarlo?
«Ancora no, un sogno così bello ancora non sono riuscito a farlo».

(Da Il Romanista, 04-01-2008, Tonino Cagnucci)