È il giorno della marmotta: qualcuno faccia qualcosa

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Sembra il giorno della marmotta. Ti alzi col presentimento che possa riaccadere quello che non vuoi, poi puntualmente tutto accade come il giorno prima, e il giorno prima ancora, tutte le paure si rivelano fondate, in un loop frustrante del già visto. Questa Roma è pure peggio, le quattro “perle” che ci ha regalato finora, Chievo, Bologna, Spal e Udinese, sono copia-incolla: inizi anche benino (col Chievo vai 2-0, con la Spal per 30′ ci sei solo tu, con Bologna e Udinese la superiorità iniziale sembra evidente) poi al primo imprevisto (un gol) non riesci più a rimediare, vai in bambola, sei confuso, collezioni una miriade di inutilissimi tiri (per favore non chiamatele occasioni, il termine stesso “occasione” ha in sé qualcosa di arrapante mentre questa squadra castra) e invece di rimediare vai incontro puntualmente allo scorno: col Chievo dopo il 2-1 arriva il 2-2, con Bologna e Spal dopo l’1-0 il 2-0, con l’Udinese praticamente anche, se non ci fosse stata la Var.

Che poi questi “capolavori” siano arrivati dopo la sosta (il Bologna è adiacente al Chievo) cioè con tutto il tempo di prepararlo, saperlo, prevederlo, combatterlo, immaginarlo, deviarlo il destino che destino non è, vista la serialità con cui si presenta, è un’altra recidiva, un’ulteriore aggravante. Come quelle delle rimonte impossibili perché l’ultima volta che la Roma ha vinto dopo essere passata in svantaggio risale al 3 marzo, a Napoli. Sono tutte costanti, K: perdiamo con le piccole e perdiamo allo stesso modo, perdiamo dopo la sosta, non rimontiamo mai. Sono le uniche certezze che abbiamo. Non abbiamo nemmeno l’epica della sconfitta, perché siamo banali, scontati, tristi, esattamente come appaiono i giocatori in campo quando vanno fatalmente incontro al loro destino che destino non è. Ci potremmo aggiungere anche una generica difficoltà nel giocare in casa (quante ne abbiamo perse all’Olimpico in questo anno e due mesi?) ma oltre le gambe che non corrono e non danno ritmo, c’è di più: le dichiarazioni dopo la sconfitta dell’allenatore.

«Non siamo stati cattivi»; «Non abbiamo voglia di vincere»; «Ci è mancata la determinazione» o «è mancata la qualità» (che mancherà pure ma rispetto a Mattiello, Stepinsky, Bonifazi e Pussetto forse dovrebbe essere sufficiente quella che c’è) è un ritornello che Di Francesco presenta ogni volta che le cose vanno male. Ma come è possibile non avere voglia? Ma che davero? Chi gliela dovrebbe trasmettere? Come si fa a non avere voglia e come si fa a dire che non c’è voglia senza conseguenze? Come si può non dare tutto quando sei un professionista? Come si può non aver voglia di dare più di tutto quando indossi la maglietta della Roma e vedi dovunque vai quei tifosi innamorati, innamorati e innamorati?

Non sarebbe ammissibile una volta, pensa due, tre, quattro… Ma evidentemente non per la Roma, che ha infilzato le perle Chievo, Bologna, Spal e Udinese in una “splendida” collana dell’immobilismo. Del vedrai che cambierà. Ed è così che non cambierà. Qui vanno a innestarsi le responsabilità della società, più del fatto che ce le ha per definizione, più dell’autoevidenza che questo allenatore e questi giocatori li ha voluti lei. Il campanello d’allarme a Trigoria sembra non essere mai stato avvertito nemmeno adesso che suonano le campane. Per chi suonano? Si può catalogare la delusione e la rabbia dei tifosi soltanto come “pancia”? Si può accettare di vedere e di sentirsi dire che la Roma non ha voglia e non fare niente per non sentire più questa blasfemia? Non si può non far niente. Che cosa? Qualsiasi cosa purché si prenda coscienza che si è sbagliato qualcosa. Qualsiasi cosa che sia figlia di questa neo-consapevolezza. Farlo per correggersi. Vedere veramente e non dirsi vedrai che cambierà. Vedrai domani. Forse col Real.

«Sticazzi del Real!», me lo hanno detto due persone che ritengo tra le più romaniste che io conosca. Tutte e due saranno allo stadio martedì e so che se la Roma dovesse vincere saranno i più contenti di tutti e che è la cosa che sperano di più, ma “sticazzi del Real” è esattamente quello che questa società sembra proprio non capire. Il romanista ama la Roma nelle sue piccole cose, il romanista ama la Roma che gioca a Palermo e vince 1-0 con Borini che non conta niente, il romanista ama il campionato, ama il Cino e il Lillo del Duca di Ascoli, la Coppa Italia, il romanista non ne può più di sentir parlare di traguardo agli ottavi, non perché non sia un risultato rilevante, ma perché manca il resto.

Il romanista non andrà mai a vedere Roma-Barcellona per Messi, se ne frega di Messi, di Cr7, di Modric, a questi supereroi del pallone da vetrina preferisce l’esultanza sanguigna di Gautieri a Cagliari e quella di Policano a Como arrampicati verso il settore ospiti. “Sticazzi del Real” è ovviamente un paradosso, una boutade, un fumetto, un’irriverenza, un modo per dire che ci frega tutto tutto della Roma e che non si può sprecare la Roma in partite come quella di sabato. Un modo per dire no a ogni accettazione, a ogni passività, che non si può far finta di niente: appena si è fatto qualcosa di “conclamato”, un ritiro alla Nedo Sonetti, abbiamo vinto 4 partite di fila.

Qualsiasi cosa va bene purché passi per la presa di coscienza della situazione perché sta precipitando: la cosa peggiore è che tutti quelli che hanno sempre parlato per slogan stanno vincendo. Perché per 5 anni sì che sono stati solo slogan, perché 5 podi consecutivi ci sono stati, così come 5 Champions giocate di fila, così come due record di punti societari, e di vittorie esterne, e di vittorie a inizio campionato, così come il Milan, l’Inter e quelli costantemente a guardarci il sedere, così come 8 derby stravinti negli ultimi undici giocati, così come una crescita evidente sotto tanti punti di vista e così tante altre sante cose, come la Notte col Barça, nessuno le può e le deve disconoscere ma dire che quest’anno sta diventando un incubo e che si deve far qualcosa per non rinunciare a sognare, è rispettoso proprio della storia recente che la Roma ha costruito. Si sbaglia. Capita.

Esiste una critica che non è strumentale, né oziosa o lobotomizzata, ma fatta col cuore e a cui non si può dire che a Udine la Roma ha tirato 26 volte in porta. Perché è una cazzata. Perché sennò noi domattina rivivremo il giorno della marmotta. E noi vogliamo soltanto essere noi stessi: lupi.

Uscito su Il Romanista del 26 novembre 2018

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