Romanisti fracichi belli come er sole

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La cosa più fica è successa dopo la partita quando a Sky (giornate così romaniste oscurano persino i satelliti per dare ragione a chi va sotto al diluvio in trasferta) Di Francesco ha detto che lui è così “perfettino” perché è della Vergine. Il segno zodiacale. Per chi conosce l’astrologia è già un inedito che uno della Vergine dica ‘ste cose,chi conosce la storia della Roma sa che queste cose le guardava solo un altro allenatore: Nils Liedholm. Finisce qui il paragone, serve solo per ricordare l’anniversario della scomparsa del Barone(dieci anni: un bacio allo zuccotto e al giaccone che portavi pure l’8 maggio davanti a Geppo). Finisce qui. Per adesso. Questa Roma è solo e tutta di Eusebio Di Francesco. Ma non perché fa turnover ed è meglio di quella storiella degli addendi col risultato che non cambia, né perché indovina i cambi (Perotti-go) e le scelte tra l’azzardato e il creativo (Gerson Santos subito) ma perché la sua Roma è della Roma. È una Roma romanista.Firenze ieri è stata una vittoria romanista. Questo è. Sotto la pioggia. Di tigna. Di paura. Di coraggio. Col momento (un paio) del coglione. Superato. Come gli slogan a perdere tipo “e te pare che vincevamo pure questa”, oppure “eh lo sapevo dopo er Chelseahanno sbragato”, e invece no ha sbragato tu’sorella (generica).

Ieri è stato tutto molto romanista. Già dall’ora di pranzo (Iagool) fino a Termini che era già buio eppure era appena ritornata la luce. Sotto la pioggia quando vinci è più romanista. Soprattutto quando vinci così che t’avevano rimontato due volte c’è più sole. Cantando sotto la pioggia t’abbronzi e sbronzi di Roma. Singing in the rain “voglio solo star con te”. Ci stiamo riuscendo. Stiamo insieme – sembra – finalmente. Il senso dei romanisti per la Roma. Singing in the rain per novanta minuti. Altro che Frank Sinatra. My Way la canta di Di Francesco che nello spogliatoio, più che una partita, ha corretto un atteggiamento, un’inerzia, un destino. Più questo che le scelte dell’uomo delle favole: Gerson Santos mostro a Firenze e angelo del fango in maglia bianca. Calma e Gerson, ma viva l’Alegria do Povo (gioia del popolo) stampato su quella faccia da jazzista da Cotton Club aperto sotto alla Fiesole senza licenza per far ballare i tifosi della Roma. È una vittoria romanista col gol alla tedesca di Manolas (spalletta so’ 27 punti in classifica). Spalletta non Spalletti. Va be’ non andava detto. E invece sì e va ridetto che Gerson non è “bellino” (aggettivo sbiadito pallido ricordo di una semantica lontana almeno quanta è lontana Milano dalla mia terra), ma è romanista. Gerson non è “bellino” ma è uno dei giocatori di Di Francesco: è romanista. Romanisti fracichi belli come er sole. Come quelli che hanno cantato e che hanno direttamente portato quattro bacioni a Firenze, non senza prima averle chiesto se “Firenze lo sai” ci siamo riusciti a cambiarla perfino la storia: dodici vittorie in trasferta consecutive non l’aveva mai fatte nessuno da quando si sono inventati la serie A (credo che questa cosa nasca da quando l’anno scorso questa squadra si è ritrovata tifata solo lontano visto che a casa nostra ci avevano costruito i muri).

È roba da altri slogan,da “la storia siamo noi” e tutti gli altri si sentano esclusi. Ma questo record appare meno importante di quello che è stato e continua a essere questa squadra: un sentimento.Ieri è stato proprio bello.Ieri è stato proprio quello: romanismo (manco giocavano quelli, mondo perfetto). Romanista come a Bergamo con Tommasi che emerge dal fango col pugno rotante; che finisce 4-2 come a Brescia quando Batistuta non era né un uomo né un giocatore ma il robot supereroe spaccaporte venuto a portarci quello che da ragazzini nei cartoni animati c’era stato promesso: una vita giusta e felice. Stamattina è così.

Uscito su Il Romanista del 6 novembre 2017

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