Quell’atmosfera che non c’era

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Segnare su punizione contro Mihajlovic per un fallo di De Silvestri con il numero 11 sulle spalle è effettivamente da laziale. Ci mancava solo una deviazione in barriera di Yanga-Mbiwa. Miha male. Il gol di Aleksandar Alé la Roma Kolarov arriva da lontano, da molto più dei venti metri e rotti da dove ha tirato e molto più in alto della barriera e delle chiacchiere che ha superato.

Kolarov è il trionfo di Lombroso. Oltre che di Monchi e Di Francesco. Il destino ce l’ha scritto in faccia, sembra Clint Eastwood in Gran Torino. Ieri era proprio il suo. Arriva da dopo Roma-Napoli, quando in mezzo a troppe interpretazioni che facevano angolo già con la rassegnazione lui d’emblée scocciato ha precisato: «Non parlate di fuga-Napoli, non meritavamo di perdere. Compattarci? Ma che compattarci! Mica abbiamo perso 7 partite di fila!».

No, ne abbiamo vinte undici lontano dall’Olimpico, lontano da dove arriva il gol di Kolarov. Arriva dalla consapevolezza alla vigilia di Eusebio Di Francesco. È il primo caso di una conferenza stampa che rivista diventa un esercizio per cercare di capire come si fabbrica una profezia: «Saremo sporchi col Torino… Abbiamo bisogno anche di una vittoria sporca… l’importante è restare in partita e poi prenderci tre punti, perché contano solo quelli». Dammi tre punti e non chiedermi niente, perché già t’ho detto tutto.

La consapevolezza Di Francesco ce l’ha scritta in faccia come Kolarov, negli schemi, nelle parole che dice e in quelle che non dice, nel discorso che ha fatto alla squadra dopo Roma-Napoli, nel modo di porsi e di essere che non prevede fronzoli, consolazioni, alibi e ammiccamenti. E questa consapevolezza ne ha portata un’altra, persino più grande, quella che adesso stanno cominciando ad avere un po’ tutti (perché qui alla Roma la “cosa” funziona se coinvolge un po’ tutti): Di Francesco qui somiglia sempre di più all’allenatore che volevamo e che pensavamo non avessimo, o che addirittura credevamo avessimo perso. Tra Londra e Torino abbiamo trovato non solo punti e certezze, convinzioni e consapevolezze ma una cosa che se sei romanista è ancora più grande: l’atmosfera. Credo che chi è stato a Stamford Bridge mercoledì sera si porterà per tanto tempo con sé colori, odori e sapori di Stamford Bridge mercoledì sera. La notte in cui nemmeno le contraeree di Churchill avrebbero potuto niente contro i voli del Cigno e i canti dei romanisti.

È una specie di sensazione. Un friccicorio che fa tutta la differenza del mondo, che ti porta a crederci un po’ di più. Un po’ di più. Sempre un po’ di più. E un po’ tutti. È una specie di armonia, che chi è romanista coglie bene. È una canzone: “Roma alé, forza Roma alé, voglio solo star con te, voglio vincere, e cantar per te, forza forza Roma olé”. Appuntatevela perché quando la Sud la canta, la Roma segna. La Sud canta, la Roma segna. Che bella consecutio. Che bella canzone. È l’ultima colonna sonora della nostra storia, un Kolossal con la K di Kolarov. L’originale si chiama Achy breaky heart, più o meno, significa cuore rotto e dolorante. Sarà che è quello che noi abbiamo da sempre. Un cuore rotto e dolorante, ma spudoratamente romanista, impunemente romanista, ostinatamente romanista. Sarà che siamo stati la prima tifoseria al mondo che un giorno ha scritto “Ti Amo”. Qualcuno dirà “ma era il 1983”? Rispondetegli che era il 23 ottobre. Oggi.

Uscito su Il Romanista del 23 ottobre 2017

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