Obrigado, grande campione

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Ci deve essere un errore, Paolo Roberto Falcao, nato il 16 ottobre 1953, compie 60 anni. Ma come, noi, che ci siamo appena rassegnati a vederlo senza i riccioli al vento… che storciamo sempre la bocca quando vediamo un giocatore della Roma indossare la numero 5 (per quanto bravo non potrà mai essere Falcao), adesso dobbiamo accettare anche questa? “Il Divino”, lo ripeto quasi per convincermene, compie sessant’anni. Per noi tifosi della Roma è assai difficile rendersene conto, perché dopo averlo avuto, come una bandiera al vento per quattro anni che valgono quattro secoli (il quinto fu in realtà un enorme prologo verso l’addio), ce lo siamo visto salire su un aereo e svanire per poi cristallizzarsi in un’immagine che si è conservata intatta. Ci sono stati, è vero, i suoi ritorni… ma erano quasi surreali. Il primo, se non sbaglio, ci fu nel dicembre del 1985, un Roma–Atalanta che Paulo vide da una cabina dello Stadio Olimpico. Era mai possibile che Falcao assistesse a una partita della Roma senza scendere in campo? Scrissero che Viola e Falcao si videro nella sede del Circo Massimo: «Presidente – disse il brasiliano –non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati così». Se fossi stato presente avrei senz’altro aggiunto: «Non avrei mai creduto che ci saremmo lasciati».

Era iniziato tutto molti anni prima, nell’ottobre del 1954. Lajos Nagy, l’autore dell’Uomo che fugge”, proprio il giorno 28 di quel mese, si spegneva a Budapest. Anche la famiglia di Falcao a quel tempo era in fuga… fuga dalla miseria, con un marmocchio che aveva da poco compiuto un anno. Bento Falcao, il padre del marmocchio, lavorava come agricoltore ad Abelardo Luz, un piccolo centro nello stato di Santa Catarina e non riuscendo a garantirgli un tenore di vita sufficiente. Aveva dunque deciso di spostarsi assieme alla moglie Azise e a tre bambini, fino a Porto Alegre. Non è detto che la fuga sia un cedimento di vigliaccheria. Spesso è una ribellione estrema, giocata contro la logica e il buon senso, un tuffo nel buio che in questo caso, dopo un viaggio di 700 chilometri, terminò a Canoas, alla periferia di Porto Alegre. La strada, l’Avenida Niteroi, era un rettilineo accompagnato da piccole costruzioni e da enormi palazzoni che da soli, costituivano quasi un quartiere. Ancora oggi, vedendo quest’assembramento di uomini, si capisce perché, proprio qui, nello stato del Rio Grande do Sul, fosse scoppiata la rivoluzione dei “Farrapos”.

La rivoluzione politica degli “straccioni” di Porto Alegre aveva avuto come guida un certo Giuseppe Garibaldi, quella calcistica, contro il potere costituito dei grandi club brasiliani, avrebbe puntato su un certo Paolo Roberto Falcao. Che poi, anche qui, a ben vedere, i due si assomigliano non poco… entrambi sono passati alla storia come “eroi dei due mondi”, entrambi indossarono una maglietta rossa di cui avevano scelto personalmente la tonalità… entrambi credevano che a Roma dovesse compiersi il proprio destino. Una differenza, a dire la verità, tra i due c’era: Falcao, innegabilmente, giocava infinitamente meglio a pallone di Garibaldi. Passa negli Escalinho, nei Mirim B e A, negli Infantil B e A, negli Infanto Juvenil, sino ad arrivare a 19 anni al debutto nella squadra dei Professional. Da raccattapalle a stella assoluta dell’Internacional e da allora arriveranno le vittorie nel campionato Gaucho nel 1973, 74, 75, 76, 78, nel campionato Brasileiro del 1975, 76 e 79 e la maledetta finale di Coppa Libertadores persa contro il Nacional di Montevideo. Fu proprio quello, il 1979, l’anno in cui sentii parlare per la prima volta di Falcao. Paulo non era più, già da un pezzo, “Un uomo in fuga”, ma quel nome, Falcao, mi arrivò addosso partendo proprio da Budapest, la città di Nagy. Ad agosto venne presentato il film “Fuga per la vittoria”… presenti tutti gli attori del cast, compreso Pelè. Al termine della proiezione, un giornalista italiano si avvicinò alla Perla nera e gli chiese: «La Roma sogna di acquistare Zico. Cosa ne pensa?». «Come condottiero – disse O Rey, – è meglio Falcao». Ero solo un bambino ma mi arrabbiai parecchio, perché quando si giocava a pallone, ed era il 1979, sognavamo di essere Keegan o Zico, Falcao non sapevamo neanche chi fosse. Lo avremmo capito l’anno seguente, il 1980 e scendendo le scalette di quell’aereo che lo conduceva a Roma, Paulo fece un passo più grande di quello di Neil Armstrong. Il resto della storia la sapete meglio di me… auguri Falcao e ancora obrigado!

© Massimo Izzi

 

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 16 ottobre 2014, in Articoli, Storia con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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