Il muretto al di là del muro

“Tutto quello che passa dal Cska Sofia alla Dinamo Berlino è il 1983/84. Novembre, Dicembre, Gennaio, Febbraio e tutti i giorni che ci ho vissuto dentro, tutte le partite di un rimpianto, e di qualche pianto come dopo la sconfitta a Verona che allontanava per la prima volta e per davvero la Roma dal secondo scudetto consecutivo, ma con il pensiero e con gli altri che ti dicevano “tanto c’è la Coppa dei Campioni”. Tanto c’è la Coppa dei Campioni. Tanto c’era la Coppa dei Campioni. C’era tanto. Tantissimo. Quattro mesi senza Coppa dei Campioni te la fanno sentire di più; ti fanno sentire che ci potrebbe essere, che ci sarà, che ci sarà per forza. “Vincerà – vincerà – questa è la Roma che vincerà”, quanto si cantava in quegli anni! Quanto s’è cantata in quei quattro mesi, inconscio di popolo, preghiera di Dio. Quanti giorni in mezzo tra Sofia e Berlino che pure sono così vicino. (…) E’ così che arriviamo ai Quarti di finale, ci portiamo dietro questi quattro mesi, questi cinque punti di distacco, l’infortunio di Ancelotti, la rovesciata di Pruzzo, Genoa per Falcao e andiamo allo stadio Olimpico. Di giorno. Col sole. Quando giocava la Roma c’era sempre il sole. Eccola l’importanza di questo Quarto con la Dinamo Berlino, di quest’andata, di questo 7 marzo dell’anno 1984: la Roma della Coppa dei Campioni gioca per la prima volta di pomeriggio. Ed è quasi primavera. Questa nostra prima volta in Coppa dei Campioni (mia e della Roma, e credo anche di Paolo) incontra un’altra prima volta. Il sole serviva a due cose: a fare più belli i colori, a far luce meglio su questa nostra piccola lunghissima notte di quattro mesi che lasciavamo alle spalle. Perché c’eravamo detti “tanto c’è la Coppa dei Campioni” e la Coppa dei Campioni adesso c’era. Eccola: 7 marzo dell’anno 1984. Roma-Dinamo Berlino, Ancora Est, quando l’Est era il punto cardinale più lontano di tutti gli altri. Con questi della Dinamo andavamo al di là del muro, la Berlino della DDR (era appena nato), la Berlino della Stasi e non era un modo di dire perché la Dinamo Berlino era la squadra della Stasi, delle “Vite degli altri” (sì, è un gran film Paolo) che noi non potevamo e non volevamo spiare, ma loro sì. Falco Goetz attaccante della Dinamo Berlino scappò a Belgrado durante una trasferta della Coppa dei Campioni, io ero contento non tanto per lui (è andato a stare meglio?) ma perché così non ci sarebbe stato contro la Roma. Credo che quel momento rappresenti a oggi la mia massima vicinanza al capitalismo.

La Dinamo Berlino era un muro e pure questo, e tutto questo, non è un modo di dire: l’anno della Coppa dei Campioni della Roma è stato l’anno, il periodo, l’epoca in cui sono nati i modi di dire. La Dinamo era la squadra di Berlino, Berlino era la città del muro, la Dinamo Berlino non era solo il muro che dovevamo superare per arrivare in semifinale, ma era il muro che avevamo dentro. Il muro dove c’eravamo appoggiati quand’era ancora inverno (“Tanto c’è la Coppa dei Campioni”) e il muro che dovevamo oltrepassare per veder sorgere il sole all’Olimpico. Era pieno quel pomeriggio. E illuminava il cuore di tutti perché il cuore ce l’avevamo in bocca. Tanto c’è la Coppa dei Campioni e quando c’è è tanto. E non solo nella testa, ma anche in campo avevamo tutti un maledetto muro: aveva un cognome Rudwaleit.

Era alto tre metri, pesava 180 chili, aveva quattro braccia e due teste, quando rilanciava il pallone spesso il pallone finiva oltre la curva opposta; arava il campo sulla linea di porta e non poteva avere guanti perché al posto delle mani aveva i tentacoli. Più o meno me l’ero immaginato così Rudwaleit a leggere le cronache, i reportage, a vedere i rari, corti, lontani e opachi servizi sulla Dinamo Berlino. Ovviamente quando l’ho visto in campo era esattamente come me l’aspettavo. Anzi, più passavano i minuti più cresceva in centimetri, i tentacoli afferravano navi, le teste guardavano gli avversari e gli spettatori, le braccia s’erano moltiplicate. Macchine da Melies. La Dinamo Berlino era un muro ed era il muro che avevamo dentro. Goya, Munch o a teatro Ibsen, è così che avrebbero potuto rappresentare la nostra angoscia, il nostro mostro, le nostre paure: con la figurine Panini di Rudwaleit (c’è un racconto orrorifico e immaginifico che lo descrive addirittura come uno alto un metro e novanta centime-tri circa, una testa, due braccia, due mani e due gambe). Tanto c’era la Coppa dei Campioni e quando c’era era tanto. Troppo. Troppa. Troppa era il nome di un giocatore di quelli, dei mostri dell’Est. Sì anche se sanlorenzino m’ero convinto in quei minuti che i comunisti mangiassero i bambini e siccome come sapete ormai tutti avevo 11 anni e mezzo probabilmente rientravo ancora nella categoria. Ma ero preoccupato non della mia vita, piuttosto dello zero a zero.

Le orecchie bollivano, ero quasi pronto per essere digerito, ero una gelatina. Più passava il tempo e più la Coppa Campioni che tanto c’era era tanto, troppo, Troppa respingeva, Rudwaleit e sto cazzo di muro che avevamo dentro non si superava. Ci sarebbe stato bene un “Freud Freud vaffanculo” della Curva Sud per liberarsi di tutte le paure e di tutte le ideologie del Novecento, per incendiare ’sta guerra fredda, sto gioco da Baia dei Porci che stava ancora sullo zero a zero, invocando lo spirito di Kennedy. No, vi prego! Non invocatelo lo spirito di Kennedy… Deve ancora venire. Come il gol della Roma. E’ zero a zero.

Il primo tempo è zero a zero anche se sento cantare “Forza Roma Forza Roma dalla Curva si alzerà…” che è il coro che amavo tanto. Niente, Rudwaleit evidentemente è un essere vivente del 1984, è un muro veramente, non un modo di dire. Niente. Passa il tempo cambia la gente di battaglie ne ho fatte tante ma a noi tutte ce le ha parate… Niente. Cavolo (oibò) sono 4 mesi che aspettiamo che ci diciamo tanto c’è la Coppa dei Campioni e adesso a casa nostra, con questo sole, con questo pubblico, con questo amore stiamo ancora zero a zero. Martellini che dici? Liedholm che fai? Liedholm ne ho parlato poco e me ne scuso, ma è il rispetto: per me il Barone sta sempre qui, qui accanto, in panchina, mi vede, mi “judica”, mi dice “ma cosa scrivi?”, mi ricorda di dire che “Como è squadra più forte del mondo apposta non jocava Coppa dei Campioni d’Europa”. Liedholm fa la mossa: fuori Oddi Leone (lo sarebbe diventato poco dopo) dentro Odoacre Chierico, il roscio Del sombrero, l’imperatore d’Occidente altro che d’Oriente contro l’Est, l’uomo che ha messo il cappello sul ciuffetto dell’attuale presidente Uefa. E’ il 55’ qualcosa si scioglie. La Roma gioca meglio, ma cavolo (ops) Agostino Di Bartolomei prende il palo, il muro, Rudwelait è un uomo fatto a incroci di destini che si spezzano e si spengono su di lui e siamo al 67’ capite! Al 67’ a casa nostra, mancano meno di 20’ che già che lo dico so’dieci e poi finisce, a casa nostra, col sole, col pubblico, con l’amore e bisogna andare al ritorno a casa dei mostri, dove mangeranno sicuramente tutti i sogni di tutti i bambini romanisti. Ma no. Tanto c’è la Coppa dei Campioni ed eccola la Coppia dei Campioni; Righetti da destra, col 4 elegantissimo, la palla schizza fra qualcuno di loro e Pruzzo, rimpallo da Ciccio, stop, tiro una mezza deviazione che spiazza il muro. Go. Goool. Goooooooool. Avemo segnato! S’è crepato. S’è bucato er muro e mo viene giù tutta la parete della Curva. Sì: Roma-Dinamo Berlino per me che a 11 anni mi sentivo già un sopravvissuto a Rutwaleit è soprattutto una cosa, la corsa di Graziani e poi (8’ dopo) di Pruzzo sotto la Sud e l’abbraccio di almeno un centinaio di persone sulla pista. C’era questa cosa a quel tempo: la gente che entrava in campo ad abbracciarsi i giocatori che pure correvano ad abbracciarsi la gente sul muretto. Il muretto che ha abbattuto il Muro, ecco che cosa sarà sempre per me Roma-Dinamo Berlino. Quanta gente! Quanta sana follia! Quanta semplice felicità! Che luce. E il secondo gol pure, come un inciampo, come superare un muro, per abbatterlo definitivamente, perché su Cerezo c’è fallo da rigore netto ma l’arbitro non fa in tempo nemmeno a prenderlo il fischietto che Roberto ha già fatto gol. Pruzzo. Pruzzo va là sotto come al derby d’andata, quello del Ti Amo, questo è un altro Ti Amo. Sì ti amo. E t’amerò sempre Roma mia e mi piace finirlo così questo capitolo. Senza un gol di Cerezo che meriterebbe d’essere raccontato. Senza il ritorno perché tra poco non ci sarà più ritorno. Perché quegli abbracci di quegli anni sgretolavano veramente i muri, perché il terzo gol fatto dopo un doppio liscio e con Cerezo che inciampa perché vuole correre subito verso la Sud ti dava l’impressione veramente che potesse vincere l’umanità, che il gol segnato a Berlino al freddo al gelo dal baffo di Emidio Oddi, che era uscito all’andata, fosse veramente la spia non della Stasi ma che ci sarebbe potuto essere veramente riscatto e democrazia in un gruppo, in una società. Perché sì quegli abbracci di quelle persone in quegli anni li sgretolavano i muri. Siamo in semifinale amore mio. Così vicini e vicini al sogno”.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 9 giugno 2014, in Articoli, Libri con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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