Quando Mazzarri al Romanista parlava di Falcao

Walter Mazzarri e la Roma è una non storia iniziata prima di quel pomeriggio di quattro anni fa quando in un hotel di via Veneto il tecnico aspettava l’esito della trattativa fra la società giallorossa e Ranieri. Andò bene la trattativa, andò male per lui. Ma fu ancora quattro anni prima che per la prima volta Mazzarri Walter da San Vincenzo sognò la Roma. All’epoca si trattava veramente di chiudere gli occhi e sognare perché faceva parte di una rosa di candidati di cui era l’ultimo petalo. Però c’era. In quei giorni a Villa Pacelli si fece il suo nome. Il Romanista lo andò a intervistare con Andrea Di Caro, all’epoca Caporedattore di questo quotidiano. Era il 26 marzo 2005, il giorno prima Franco Baldini s’era dimesso, la Roma doveva essere rifondata, si parlava di Bruno Conti al settore giovanile, insomma storia di quasi tutti gli anni. Al Romanista Mazzarri parlò della Roma e di Roma. Di Falcao e dell’amatriciana. È curioso e anche un po’ interessante rileggerselo. Perché ci sono cose che non cambiano. E altre che ritornano.

Walter Mazzarri, chi è Walter Mazzarri?
Uno che al lavoro dedica quasi tutta la sua giornata: il pallone è la mia vita, sono un pignolo, un meticoloso. Nella mia professione sono un perfezionista e interpreto il ruolo di allenatore a 360°: dagli aspetti tecnico-tattici alla gestione dell’ambiente intorno alla squadra, dai rapporti con la tifoseria a quello con i giocatori con cui mi piace parlare per conoscerli a fondo. Se conosci i tuoi giocatori sei in grado di gestirli, consigliarli, farli rendere al meglio.

Ha un allenatore di riferimento?
Non ho idoli, studio e apprezzo tanti tecnici, ma nella mia vita ho sempre fatto tutto da solo, sono un testardo che va per la sua strada. Però ringrazio Ulivieri con cui ho cominciato: è stato determinante per farmi capire quando attaccare gli scarpini al chiodo e iniziare a pensare da allenatore. Mi ha aiutato per cambiare la mentalità da un ruolo all’altro insegnandomi i primi segreti del mestiere. Ma io ho la mia identità, i miei concetti calcistici, la mia creatività.

Ha cominciato col 3-4-3, poi ha intrapreso la strada di un 3-5-2 un po’ difensivo…
Non bisogna farsi ingannare dai numeri. Permettimi di fare il presuntuoso: io i moduli li conosco tutti, ma non ne ho sposato nessuno in maniera ottusa. Il modulo va adattato ai giocatori che hai, alle squadre che alleni. Anzi, quando ci si riesce, si dovrebbe sceglierlo di partita in partita e anche cambiarlo all’interno di una stessa partita. Saper variare in corsa, sapersi adattare, non è sintomo di mancanza di coerenza, ma un pregio. E poi più del modulo, conta la mentalità, la coesione del gruppo, l’unità di intenti, la concentrazione con cui si affrontano le partite, per sviluppare il proprio gioco e cercare di vincere.

La famosa mentalità vincente…
Lasciamelo dire: la mentalità vincente non ce l’ha solo chi vince gli scudetti, ce l’hanno anche altri, ma io sono un realista, se alleno la Reggina con certi giocatori devo fare un certo tipo di gioco per ottenere certi obiettivi. Se alleno la Juve il discorsO cambia. Se ho un attacco esplosivo posso anche rinunciare un po’ alla fase difensiva, se ho qualche difficoltà in avanti devo almeno sapermi coprire per non prendere gol. Se affronto una pari grado me la gioco a viso aperto, se affronto gli attaccanti della Roma cerco di non dargli troppo spazio. Bisogna essere elastici.

Mi racconta la sua teoria del “vantaggio dell’idea”?
Quando i miei giocatori ricevono la palla, in qualunque settore del terreno si trovino, devono avere almeno cinque soluzioni diverse. Il segreto è la rapidità di esecuzione delle varianti: è, appunto, il vantaggio dell’idea.

Si sente già pronto per un grande club?
Sì. Nella mia carriera mi sono sempre andato a cercare piazze difficili, passionali. Livorno, Reggio Calabria sono ambienti caldi, mi esalta sentire la pressione addoso. Il calcio è adrenalina, non mi piacciono le amichevoli…

Cosa cambierebbe dell’attuale sistema calcio?
Mi piacerebbe ci fosse più equità nella gestione del calcio e più onestà in chi lo commenta. Lo so che il calcio è sempre più business ma vorrei che non si dimenticasse che nasce come uno sport in cui tutti hanno il diritto di partire alla pari, poi il più bravo vince e giù il cappello. Ma spesso la realtà è diversa. Vorrei che gli errori si evidenziassero sempre invece, quando ci sono di mezzo i grandi club, si tende a coprire. Non mi piace l’omertà e la poca trasparenza… Sarebbe bello vedere una squadra piccola che, meritandolo, arriva in alto: invece anche se parti bene alla fine ti ritrovi sempre nelle posizioni previste dal tuo… target.

Eppure dicono «alla fine dell’anno favori e sfavori si compensano…».

La conosco la frase… “e i valori reali vengono fuori”. A me questa teoria non mi ha mai convinto del tutto: spesso sembra che ci siano destini segnati per tante circostanze e non solo per i valori espressi.

Dopo Juventus-Reggina non le ha mandate a dire…
Non voglio parlare di malafede, ma al di là degli errori dell’arbitro che ci possono stare, io credo che i media abbiano il compito di evidenziarli con onestà. La sudditanza è figlia di tante madri, una è mediatica: se un errore contro la Reggina destasse lo stesso clamore di un errore contro la Juve, forse qualcuno starebbe più attento… Invece se si sbaglia contro una grande se ne parla un mese, se si sbaglia contro una piccola non se ne parla proprio.

Parliamo di doping?
Rientra nei concetti che sto esprimendo. Vorrei un calcio pulito con regole certe e rispettate da tutti. Doping… solo il termine mi dà fastidio. Odio tutto ciò che è artefatto. Migliorare le prestazioni degli atleti usando sostanze dannose alla salute, non rientra nei miei parametri.

Un pregio e un difetto di Mazzarri.
Il calcio assorbe la mia vita: è il pregio di Mazzarri allenatore e il difetto di Mazzarri marito.

Prova di… romanità. Che numero di maglia indossava Falcao?
Facile, la 5. Ho avuto la fortuna di giocare contro i grandi campioni di quegli anni, non ero bravo come loro purtroppo…

Mi dica piatto tipico romano…
I bucatini all’amatriciana. Alla Borghesiana, quando venivamo in ritiro con Ulivieri, c’era un cuoco che li faceva da Dio, ce ne mangiavamo fiamminghe intere e alla fine ci scappava pure la scarpetta…

Quanti scudetti ha vinto la Roma?
Dunque … io sono nato nel ’61, dai miei tempi due… prima… credo uno… in tutto… 3?

Lei è nato a San Vincenzo provincia di Livorno, una città come Roma la esalta o la spaventa?
Non voglio sembrare ruffiano, ma se mi chiedi se mi piace Roma che vuoi che ti dica? E’ un museo a cielo aperto, è bellissima. Mi piace lo spirito dei romani, la loro schiettezza che non è tanto dissimile da quella dei toscani… Per la vita che faccio io poi metropoli o provincia cambia poco: casa, campo, stadio… Ti racconto un episodio: un giocatore appena arrivato, mi fa: “Mister, a Reggio non c’è niente…”. Perché – gli ho risposto – se fossi a Milano che faresti? Sei un professionista, un ristorante e un cinema li trovi anche qui. Altro non ti serve se giochi a pallone.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 15 maggio 2013, in Intervista con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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