Daje Roma Daje e DDR diventò DRD

Roma-Genoa 3-2. Stadio Olimpico. È il 5 aprile 2008. Sabato pomeri gio. Passerotto non andare via… Passerotto è lo scudetto. La Roma rincorre l’Inter in campionato e aspetta un ritorno impossibile contro il Manchester in Champions: è finita 2-0 per gli inglesi nell’andata dei quarti di finale. Per vincere questa partita Luciano Spalletti in settimana av eva chiesto alla squadra soltanto una cosa: di imparare dalla sua gente, di comportarsi in campo come la Curva Sud che con lo United aveva finito cantando quel caro vecchissimo coro: «vinceremo, vinceremo, vinceremo il tricolor…». Dopo la sconfitta, quell’urlo aveva rifatto l’anima:
De Rossi: «Siamo una squadra imprevedibile, siamo in grado di fargli due gol. Lo abbiamo dimostrato. Speriamo che a Manchester ci si possa riuscire. Il nostro applauso nei confronti del pubblico era doveroso, noi li sentiamo durante la partita. L’applauso per noi vale più di tante feste a Fiumicino, vale di più e mi attacca a questi tifosi sempre di più».

Col Manchester, Daniele De Rossi era andato per primo sotto la Sud, per ultimo scende in campo contro il Genoa: è come se nei giorni di mezzo non si fosse mai mosso. È il 5 aprile, Roma-Genoa quando una volta GenoaRoma aveva dato lo scudetto alla Roma. Era il millenovecentottantatré. Sul mare. Quando e dove è nato Daniele.  Lui, come ogni romanista, è cresciuto col mito del tricolore da raggiungere e poi con l’immagine di un campione, qualcosa di più importante di un fratello maggiore: Francesco Totti. Questo 5 aprile Totti non c’è. Tocca a lui. Tocca specialmente a lui, anche se il gol decisivo – parole di Spalletti – lo deve fare la Curva Sud. Come può essere? Totti è in tribuna aguardare con gli occhi ben aperti, come a controllare che effettivamente vada come deve andare. De Rossi in campo guida l’onda. Va. Nemmeno un quarto d’ora e Genoa per noi è esattamente quello che voleva Spalletti. È la sua Roma che sta giocando: quella di Daniele De Rossi. Quando Spalletti arrivò da Udine e scoprì in diretta la squadra a Castelrotto, nei primi giorni del primo ritiro, in confidenza ripeteva sempre due cose: «De Rossi è impressionante, è un treno che parte da solo, va solo fermato ogni tanto». E insieme: «Mancini può essere il più forte giocatore che io abbia mai allenato». C’è chi mantiene le promesse, chi non riesce nemmeno a mantenere le premesse.

A oggi rispetto ai diciotto giocatori che erano, fra campo e panchina, – la prima Roma di Spalletti schierata a Reggio Calabria, – ne sono rimasti quattro: De Rossi è uno di quei fantastici. Questo Roma-Genoa è il compendio di tre anni, la parentesi da aprire e quella da chiudere, gli estremi che non si toccano: Mancini, prima di finire in panchina a Milano, è finito in panchina in questa partita, perché contro il Manchester aveva dato le spalle in nanzitutto alla Sud, prima che a se stesso. Mentre la Roma romanista andava a ritrovarsi sotto la curva guidata da De Rossi, lui se ne andava a fare la doccia. Un po’ come fece una volta Cassano a Firenze in Coppa Italia. È in panchina costretto a vedere con occhi ben aperti, stile cura Ludovico, che significa essere romanista. Al suo posto c’è tonetto, dall’altra parte Taddei. L’1-0 arriva naturalmente così: cross di Tonetto, gol di Taddei, la firma del gruppo Spalletti cementato dal solito abbraccio onnicomprensivo di Daniele De Rossi. Ferocemente, e il raddoppio arriva quasi immediatamente. Un 2-0 che è un volo, una trasmigrazione di anime, la traiettoria dall’Australia alla Patagonia di non si sa quale piccione migratore, senza smog, l’arrivo di uno dei sette messaggeri senza ritorno di Buzzati, senza senso, solo bellezza, solo per il gusto di viaggiare: la definizione del gol data da Mirko Vucinic. Anche questo è naturale, come l’odore di primavera che riempie l’Olimpico e Roma in quei giorni di Roma, come la corsa di De Rossi accelerata ad abbracciarsi il compagno.

C’è sempre quel biondo quando si compone un mantello rosso di maglie: «Io non lo faccio per far vedere quanto sono attaccato alla maglia, non potrei mai fare una cosa del genere. Soltanto è che quando la Roma segna mi scatta una molla: me ne accorgo dopo in televisione, quando mi rivedo, che spesso sono il primo ad abbracciare chi segna». È uno di quei gol che arrivano da lontano: i gol alla De Rossi. Perché te li covi dentro: dentro ai sogni romanisti che avevi da bambino. Questo è un gol bellissimo e che diventa più bello «perché l’ho segnato sotto la Curva Sud». Parole di Vucinic. Per questo, più che per il capolavoro, Luciano Spalletti si alza in piedi, applaude a mani in alto e non è una rapina: la Roma sta facendo esattamente quello che lui aveva chiesto: «Imparate dalla Curva Sud». Che canta, canta, canta…

La risposta migliore allo 0-2 del Manchester è il 2-0 al Genoa. Genoa per noi è come il Real Madrid al Bernabeu: gli stessi marcatori, Taddei-Vucinic, gli stessi giocatori, uomini di Spalletti che segnano nella porta della stessa curva, Mancini in panchina impara, Totti controlla con gli occhi ben aperti: eyes wide shut. De Rossi un regista perfetto. Il monolite che squaderna l’orizzonte fra attacco e difesa. L’uomo lanciato verso la stessa odissea nello spazio del 2001: lo scudetto. Genoa per noi, però, all’improvviso diventa un incubo, la migliore risposta al peggior quesito: dov’è la Roma? Persino la Sud tace un momento. La squadra sparisce, in un minuto il Genoa, che da un’ora gioca come quella dei nove scudetti del millenovecento e rotti, fa un uno-due che vale il due a due. La matematica non sarà mai un mestiere. Persino la Sud tace per un momento. Il treno dei desideri di De Rossi si ferma. Un attimo. Un attimo soltanto. È a quel punto che Luciano Spalletti si alza in piedi e non si mette più seduto: è l’ora di tirare fuori quello che è rimasto dentro e sprona tutti e poi, quasi ad affidarsi, in un labiale: «Dai Daniele».

Un affidamento. Una preghiera romanista, da vedere quanto laica. È l’ora di tirare fuori quello che è rimasto dentro («Dai Daniele»). Totti in tribuna non controlla più, tifa soltanto, spera che succeda il 3-2, come quella volta nell’84 con l’Avellino e con la Cremonese, o come con l’Inter che e segna Montella vinciamo lo scudetto, o come quell’ItaliaBrasile. Altro che Mondiale. Altro che Mondiale questo rigore… A Berlino Totti mica aveva gli occhi chiusi quando i suoi compagni tiravano contro la Francia, nemmeno quando Daniele tirava. Perché a un certo punto Totti chiude gli occhi in questo Roma-Genoa mai visto prima: lo fa per vedere il buio o la luce di un calcio di rigore. Ogni calcio di rigore è come un pozzo, quando metti la palla sul dischetto, dentro ci puoi trovare di tutto. Un erroraccio di un genoano, un fallo stupido e benedetto: ma chi va sul dischetto? Totti non c’è. Pruzzo ha smesso da un po’. Manca poco alla fine della partita e del campionato. E la Roma deve tirare un calcio di rigore decisivo per tutto. Chi tira? Chi c’è? Dov’è Dio?

Per vincere questa partita Luciano Spalletti aveva chiesto alla squadra soltanto una cosa: di imparare dalla sua gente, di comportarsi in campo come la Curva Sud. In quel momento lui, Totti, i tifosi, i compagni tutti, riscoprono una cosa, la più semplice e la più grande: Daniele De Rossi. È lui che prende la palla sotto braccio e va. Come fanno i bambini quando si sentono di diventare più grandi. Come sulla spiaggia di Ostia per l’ultimo rigore possibile prima del tramonto, perché mamma Michela t’aspetta per la cena, perché le partite a un certo punto – prima o poi – devono finire (o no?). Va e andando entra nella storia del pallone: è il primo caso della storia del calcio in cui una curva va a tirare il rigore. È il momento di smettere di guardare, di aspettare: andare, tirare, forse segnare… Essere della Roma, essere Curva Sud, è esattamente tutto quello che è successo dopo il rigore di Daniele De Rossi: quelle vene, quell’urlo scomposto, inaspettato, incendiato e semplice, daje Roma daje, il bacio, la corsa, quel tutto negli occhi. Daje Roma daje: nel momento in cui chi ha segnato un calcio di rigore potrebbe chiedere tutto per sé De Rossi si mette a strillare le speranze degli altri, della squadra, d’una città. È in questo momento più che mai che De Rossi sembra il mare di Roma.

L’onda d’urto, l’onda anomala, una bandiera più forte del vento. Daje Roma daje e corre. Daje Roma daje e risuona l’urlo di tanti vecchi tifosi che non ci sono più, di Dante Chirichini che faceva il discorso al popolo appena entrava in Curva Sud e strillava: Daje Roma daje. È un altro abbraccio fra generazioni questo urlo. È questo momento che dà la definizione perfetta di cosa vuol dire essere squadra, appartenere a dei colori, sentire una maglia, rappresentare delle persone. Nel momento più suo, De Rossi urla le esigenze di un qualsiasi tifoso: è una soggettività oggettiva, è il giudizio sognato da Kant nella sua critica più famosa. È esattamente così che il canto di un poeta diventa guida per una nazione, che si tratteggiano gli esempi, che si trasmettono i saperi. Essere della Roma, essere Curva Sud è esattamente tutto quello che è successo dopo quel rigore… Totti con gli occhi chiusi, come tanti tifosi, mentre Daniele tirava, è lì che guardava, nella curva che ognuno di noi ha dentro. Essere della Roma è esattamente tutto quello che è successo dopo quel rigore, anche quattro giorni dopo. A Manchester quando con un rigore finito sopra la traversa ma sotto i sogni in una notte di Coppe e di campioni (con gli aerei che sarebbero dovuti arrivare da New York con Soros ma che da Manchester se ne sono andati alla finale di Mosca) Daniele De Rossi diventerà per sempre romanista…

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 27 febbraio 2013, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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