Ei fu, noi saremo

L’editoriale lo scrive Francesco Totti: «Spero che Luis Enrique resti. Ha un grande futuro». Lasciate queste parole nella scatola nera di quest’ultimo Olimpico di stagione, apritele come uno scrigno, lasciatele riecheggiare per tutta l’estate che ci separa dalla Roma (già è troppo, già manca). Bisognerebbe farne lo spelling, ma non per perorare la causa di un tecnico che sta pensando di andarsene, piuttosto per zittire tutte quelle persone che non hanno fatto altro che sperare in questa cosa, cioè che hanno tifato contro la Roma. Da inizio stagione è stato così. E sarebbe pure passabile perché ognuno è libero di sprecare come gli pare il proprio tempo. La cosa grave è che hanno detto falsità per perorare la loro di causa.

E spesso hanno usato proprio il capitano, non solo le sue parole ma anche i suoi silenzi. Qui non si tratta di stare con Luis Enrique o contro Luis Enrique, non ci possono non essere riflessioni dopo una stagione fatta di sedici sconfitte, di uno 0-4 a Juventus o persino a Lecce, qui si tratta di stare dalla parte della Roma. Che vinca o che perda. Con Luis Enrique o senza Luis Enrique. Non è mai stato questo il punto, tantomeno per Totti, uno che alla 500esima partita in A segna il suo 215esimo gol e dice che «se la Roma non ha vinto è colpa mia». Prendete e mangiatene tutti. E zitti. Quelli che in malafede hanno attaccato dall’inizio questo tecnico lo hanno fatto ben prima delle delusioni, delle frustrazioni, dei gol presi in contropiede da centrocampo, non lo hanno fatto per tutto questo (magari, sarebbe stato opportuno a volte) piuttosto e soltanto per affossare la Roma. Questa Roma qua. Adesso, qualsiasi cosa accadrà, anche se Luis Enrique dovesse andarsene, il progetto della Roma continuerà. Più forte, più grande, più ambizioso. Ecco un’eco delle parole di Totti…: «Un grande futuro». Vedrete. Presto. Perché c’è qualcosa di più grande del progetto stesso e, ovviamente, infinitamente più grande di quelli che voglio dustruggerlo: è la Roma. La Roma è un destino. La Roma è una vita. La Roma è quello che è capitato ieri. Prima, durante (sì stavolta incredibilmente anche durante, con almeno 10’ finale da rosso fuoco, finalmente, al di là del risultato, negato da un arbitro di una sezione di Schifo che andrebbe definitivamente chiusa) e dopo. La Roma è Giorgio Rossi: ieri ha avuto il suo 5 maggio, che a confronto Napoleone Bonaparte se lo sogna. Ei fu, Giorgio invece è e sarà sempre. Non lo ha scritto mica Manzoni, ma la Curva Sud (“Lode a te”). La Roma è quella Curva che ha cantato durante la partita, all’ultima come alla prima. A Roma-Cagliari aveva applaudito una sconfitta, ieri ha tifato una gara che era comunque piccola piccola per dire la stessa cosa, con altre parole: c’è qualcosa più grande del progetto, di Luis Enrique, di qualsiasi giocatore e di qualsiasi risultato: è la Roma. La Roma sono Totti e De Rossi che se ne vanno con le loro bambine verso la gente che contraccambia e canta “Noi non ti lasceremo mai”. Come fai a lasciarle? C’erano Gaia e Chanel coi loro anni che non stanno nemmeno in un pugnetto mano nella mano di padri campioni e capitani, padri e figli di tanti Giorgio Rossi. C’erano generazioni di tifosi nella fine di ieri. E’ da qui che ricominceremo: da tutti gli infiniti anni che ci porterà la Roma. Perché la Roma non è solo un progetto. La Roma è un destino. La Roma è una vita.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 6 maggio 2012, in Articoli con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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