Bruno e 100 anni di Roma: «L’ho vista nascere»

La cosa più bella che ha raccontato Bruno Michetti che oggi compie 100 anni è una cosa apparentemente difficile da capire, soprattutto se la commisuri con l’incommensurabile dei suoi 100 anni e del racconto di quei 100 anni. Alla guerra, alla prigionia. Quando gli è stato chiesto quale sia stata la gioia più grande datagli dalla Roma, ha risposto così: “Un rigore di Chini Luduena e non so contro chi”. E’ una risposta che ti avrebbe potuto dare un bambino nella pienezza più sfrenata e spensierata della sua felicità. Infatti lui t’accoglie con la tuta della Roma nella residenza Maria Marcella dove sta da dieci anni. Perché ti dà il senso dell’attimo, della purezza, del momento. E quel “non so contro chi” quanta pienezza ha dentro. Ti dà l’età ragazzina di questi 100 anni non di solitudine. Con la Roma non stai solo mai. Nemmeno in Tibet, prigioniero dei sudditi di Sua Maestà, sotto l’Himalaya quando hanno rimpatriato i tuoi compagni e solo te sei rimasto ancora lì e per questo gli inglesi ti hanno fatto un regalo: una corda per impiccarti. Ma l’hai lasciata lì perché è stata più importante una lettera di tuo pade dove c’era scritto: “Bruno la Roma ha vinto lo scudetto”. L’ha fatto vivere, ma non l’ha potuto vedere. E Bruno anche a cent’anni ha gli occhi grandi. Blu. Dentro ci trovi tutto ma soprattutto quel rigore di Chini Luduena. Alla facciaccia degli inglesi. Alla facciaccia del Liverpool. Il resto è tanta tanta tanta e vera storia. Leggetela. Di questi tempi di fretta e di opportunismo, di tradimenti e di meschinità, fa commuovere non solo un ricordo, ma chi sa mantenerli. Come quel gol. Un cammeo, Uno schizzo. Una piccola rivoluzione. Un gol contro chissà chi. Però della Roma. La tua vita. Auguri Bruno.

 

Campo-Testaccio

 

Bruno, come sei diventato tifoso della Roma?

Mio padre Luigi, che era capotecnico della Società Romana dell’Elettricità, era socio della Roma. Lo è stato per anni. Il suo posto in tribuna era al lato di via Caio Cestio. Vicino c’era sempre un suo amico, si stringevano e veniva fuori lo spazio per me.

Quando nasce la Roma…

Quando nasce la Roma avevo 15 anni. La Roma già c’era, era nell’aria, c’era entusiasmo nella città nei giorni della cosiddetta fusione. Io c’ero, io giocavo a pallone.

Ti ricordi di quel calcio a Roma prima della Roma?

Giocavo sul campo della Rondinella dove ho anche segnato dei gol (ride, ndr). Ho giocato al Campo dei Due Pini, alla Madonna del Riposo, cioè il campo della Fortitudo, dove ho fatto campionati studenteschi. E c’ho pure segnato. Io giocavo nell’Alba.

All’Alba! Non è cosa da poco.

Era la stagione 1926/27, per la precisione in quella stagione la squadra si chiamava AlbaAudace. Mi ricordo che l’Alba aveva due squadre, io ero il capitano della seconda squadra. La maglia era quella verde con la fascia bianca in petto.

Al Campo dei due Pini giocava il Roman Football Club.

(La sua espressione si fa seria, ndr). C’era il Roman, sì… ma il Roman era una squadra aristocratica.

Hai giocato contro la Lazio?

Non me lo ricordo… Però sicuramente eravamo divisi. Ruolo? Mezzala sinistra.

L’allenatore?

Funzionava qualche volta come allenatore un giocatore, Pierino Rovida, che poi ha giocato nella Roma.

Pierino Rovida giocò la prima partita della storia della Roma il 17 luglio 1927 contro l’Ute… Ma l’Alba quant’era seguita?

Il livello sociale era… democratico. Se il Roman era la squadra aristocratica noi rappresentavamo un diverso livello sociale.

E la Lazio?

No (no e basta, ndr).

Al campo della Madonna del Riposo ci giocava la Fortitudo.

La squadra di Attilio Ferraris e dei suoi fratelli. Mi viene in mente un episodio legato ad una partita alla Madonna del Riposo. Ci ho giocato i campionati studenteschi. Mi ricordo in particolare che ero un rigorista, l’arbitro ci diede un rigore. Il portiere venne e mi disse: “Te lo paro”. E io “Aho ma che te sei messo in testa”. Io sono destro, ma calciavo molto bene di sinistro. Anzi i rigori li tiravo quasi sempre di sinistro, erano più imprevedibili. Segnai ma uno dei nostri entrò dentro l’area, l’arbitro lo fece ripetere, cambiai piede ma segnai sempre allo stesso angolo mentre il portiere continuava a dirmi “te lo paro”. Seee…

Al famoso bar di Attilio Ferraris ci sei mai stato?

Al bar di Attilio? Eh sì che ci andavo. Stava a via Cola di Rienzo. Andando verso piazza Risorgimento a sinistra verso la fine. Di fronte c’era una specie di supermercato. Andò a finì male Attilio, perché giocava. Era un buon giocatore di boccetta e mi ricordo che giocava in Galleria Colonna, a Largo Chigi al primo piano. Quando giocava lui bisognava stare zitti. Giocavano tanti soldi (fa il segno del denaro con la mano e alza le sopracciglia). Una volta gli mancava un punto, all’avversario tre. L’avversario c’aveva solo una palla in più a disposizione. Attilio se lo guardava e quello “acchiappa” un rinterzo… quattro punti e vince! Fermati cielo! Attilio momenti sfonda il soffitto con la pallata.

Fulvio Bernardini.

Non eravamo amici, ma ci sono stato in confidenza perché avevamo giocato insieme nella selezione universitaria di Economia e Commercio. Una volta andai a trovarlo ad Abbadia San Salvatore quando lui allenava la Fiorentina. Non mi riconobbe subito ma quando gli dissi: “Guarda io so’ quello che ti facevo fare i gol contro Ingegneria”. Perché Bernardini nei tornei studenteschi faceva solo una partita quella contro gli ingegneri. E basta. Perché? Non li sopportava. Bisognava passajela per forza perché finché non segnava non era contento (il figlio Pierluigi lì accanto, ci mormora: “Io sono ingegnere”).

Testaccio.

Io sono testaccino. Mi ricordo il mattatoio, mi ricordo dove si mangiavano i rigatoni alla pajata… A via Marmorata ci vivevo, al campo ci andavo a piedi. Ma il campo per noi è stata una sorpresa, perché non pensavamo che potessero farlo a via Nicola Zabaglia, all’angolo di via Galvani. Prima c’era una lavanderia pubblica, la gente andava a lavare i panni lì. Era il ’29. L’anno prima giocavamo al Motovelodromo Appio e con l’Alba Audace c’era Zi’ Checco. Mi ricordo la sorpresa nel vederlo poi custode di Campo Testaccio, con una panza così (sorride, ndr) e con sua moglie la Sora Angelica. Mi ricordo… Le maglie ce le lavava lei, le lasciavamo lì, non le portavamo a casa. Si interrompe e riprende Mi ricordo con la mia Alba: Degni, Rovida, Hegher, Galluzzi, Chini… Chini è il cognome della madre, perché lui faceva Luduena. Poi Hegher è stato pochissimo, è stato pochi mesi. Ha giocato la prima assoluta con la storia della Roma poi è sparito.

La maglia della Roma, i colori della maglia della Roma di Testaccio: com’era il rosso?

La Roma giocava con un rosso bordeaux e col colletto giallo. Aveva due maglie, una come quella attuale e l’altra a striscioni giallorossi ma quella raramente veniva usata. Il rosso era bordeaux. Che facevate quando entrava la Roma a Campo Testaccio? Quando i giocatori uscivano dalla botola ci alzavamo in piedi e poi cantavamo l’inno della Roma che era una canzone popolare… La canta: “C’è Masetti che è primo portiere…”. La canta tutta.

La cantavano veramente, quindi non era una leggenda?

Noooo, ma quale leggenda!! Eravamo tutti in piedi a cantalla! Tutti (rimarca questa parola, ndr) in piedi. Quando la Roma usciva da ’sto sottopassaggio.

Il ricordo della prima partita.

Con mio padre. Era un Roma-Napoli, l’anno in cui la Roma prese Volk (era il 10 novembre 1929, Bruno vide pareggiare i giallorossi 2-2, ndr). La Roma cambiò tre portieri, Ballante era di Tivoli, il meglio portiere del mondo. L’ala sinistra del Napoli gli segnò un gol, soltanto che Ballante fece vedere che la rete era rotta e che la palla era entrata dall’esterno. L’arbitro abboccò.

Altre partite memorabili.

Il 5-0 alla Juve. Quello a Combi (era il 15 marzo 1931, ndr). Ero nei popolari, la Curva vicino al Cimitero degli Inglesi. Il gol di Fasanelli praticamente lo vidi da sopra la porta. Combi era un grande portiere. Ma anche Ballante. E c’era Rapetti…

Rapetti.

Veniva dalla Fortitudo. Rapetti era alessandrino, si suicidò sulla ferrovia, nel primo tratto che va da Piazzale Flaminio verso Viterbo. Fece pure il tranviere.

Tra i portieri, il primo: Masetti:

Faceva il portiere in un bar e aveva messo su una squadretta: non ho mai capito come la Roma lo acquistò. Anche qui a Roma c’aveva un bar. Mi ricordo che il suo non fu un matrimonio felice.

La Lazio.

Cosa?

La Lazio?

Uhm. A Testaccio erano il 95% romanisti

E l’altro 5% laziali?

No, agnostici.

I derby.

Mi ricordo la partita che poi costò un mese di squalifica a Bernardini e a Ferraris. Pareggiammo su calcio di punizione all’ultimo secondo. Lo volle tirare Bodini, andò da Bernardini e gli disse: “A Fulvie’ tiro io!”. Tirò una bomba. Quando rientrarono, Sclavi sfottè Bernardini e Bernardini gli diede uno schiaffone. Nacque una scazzottata furibonda. All’epoca la gente scendeva dalle tribune e se vedeva sulla giacca che ciavevi il distintivo dell’altra squadra partivano sempre le botte.

Oltre a Testaccio, la Lazio era seguita?

No. Non era un granché.

In questi cento anni chi è stato il più grande giocatore che ha avuto la Roma?

Bruno risponde immediatamente, tranquillo, stentoreo, perentorio. Falcao.

Perché?

È stato perfetto. Era ambidestro. È stato più di un regista. Più di un calciatore.

Il più grande presidente?

Renato Sacerdoti.

Il più grande allenatore?

Non lo so. Quello a cui sono più affezionato è Degni. Io all’epoca ero un maschietto, quel mediano dell’Alba era forte, poi è diventato pure tecnico. Ero affezionato a Degni, a Rovida, a Hegher. A quelli dell’Alba. Degni era più chiuso, Rovida no era detto cappelletto… C’era Umberto Farneti, detto il “Guercio”. Aveva una bottiglieria a Via del Gambero, un posto dove io non potevo entrare perché non avevo abbastanza quattrini. Il primo derby che la Roma vinse, i giocatori della Roma andarono a festeggiarlo da Farnesi, che era passato alla Lazio.

La più grande gioia che t’ha dato la Roma?

Un calcio di rigore tirato da Chini e non ricordo contro chi. Quando giocava Chini non li tirava Bernardini, ma lui. Ne feci uno al Napoli e venne giù la tribuna.

Dei tre scudetti qual è stato il più bello: ’42, ’83 o 2001?

(Un attimo di silenzio) Quello del ’42 non lo so… S’interrompe. Io stavo in prigionia sotto gli inglesi.

Ti va di parlarne?

Sì. Sono stato sette anni e mezzo… Dal 1940 al 1947 in Tibet. Mi presero in Africa. Guarda le foto in divisa coloniale… Ce le portano, c’è l’immagine del campo di prigionia inglese, le baracche sono specie di palafitte sulla terra, alle pendici dell’Himalaya. Si vede persino la neve. E i soldati inglesi che gironzolano. Non è stato facile… Ho preso una malattia che in Italia non conosceva nessuno. Il momento più brutto è stato quando ci stavano rimpatriando. Quasi tutti tranne me. Ho visto i miei compagni partire per tornare in Italia e io sono rimasto lì. Quel giorno gli inglesi mi fecero un regalo, mi diedero una corda per impiccarmi. La davano a tutti. Ma quella notte io non l’ho usata.

Perché solo te non sei stato rimpatriato?

Mi ricordo ancora il console spagnolo che trattava per noi italiani. Mi disse: “Ragazzo sono stato quattro ore a trattare, a parlare solo per te, ma niente, non ci hanno voluto sentire”. E lo sai perché? Perché spiando la mia corrispondenza con un amico romano avevano capito che gli davo dei figli di mignotta. Nel campo gli strillavo le parolacce in romano. Cinque mesi dopo quella volta sono tornato. La corda l’ho lasciata lì. Roma-Liverpool non dovevamo perderla anche per questo.

La Roma che senso ha sotto l’Himalaya in un campo di prigionia, sette anni in Tibet?

Mio padre mi scrisse una lettera per dirmi che la Roma aveva vinto lo scudetto… S’interrompe. Si asciuga gli occhi. Non dice di più, ma vorrebbe dire… La Roma è stata la vita.

Adesso. A cent’anni. Bruno che dici della Roma?

Che De Rossi mi ricorda i miei mediani dell’Alba. Che mi devono fa’ un regalo. Non me ne frega niente del piazzamento, ma devono arrivare sopra alla Lazio. Io me li ricordo i giorni della fusione… C’era entusiasmo nell’aria. C’era la Roma prima della Roma. Io l’ho vista nascere, avevo 15 anni e mio padre è stato un socio della Roma. L’Alba. Io ci ho giocato.

L’ha vista nascere. L’Alba, la Roma, la sua vita.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 5 aprile 2012, in Intervista con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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