De Rossi, il contratto è lungo

Quando Daniele De Rossi l’altra sera ha detto che «non firma in bianco» non lo ha mai detto. La domanda–considerazione del giornalista Rai Alessandro Antinelli era questa: «La sensazione è che lui questo contratto lo avrebbe firmato anche in bianco». «Chi? Io? No, è una sensazione sbagliata», la risposta sorpresa e serena di De Rossi. Certo persino la matematica, oltre che la più elementare regola giornalistica, avrebbe fatto aprire le virgolette a De Rossi e mettergli dentro quel «Io non firmo in bianco», però se il giornalismo e la matematica vengono soddisfatti, la verità no. La verità è un’altra cosa (cosa? A saperlo…). Perché poi da lì a farci il titolo “De Rossi: io non firmo in bianco”, come se quello fosse il cuore del discorso e – soprattutto – come se quello fosse il punto della trattativa adesso, con tutti i pozzi di profonde allusioni che un titolo simile suggerisce, ce ne passa. Dovrebbe contare la verità come fine e non come mezzo.

De Rossi per come è fatto, per cromosoma per dirla come il poeta (Sabatini) non direbbe mai «io firmo in bianco»: sarebbero parole da ruffiano, pose da ragazzino, non sono da lui. Non è una cosa seria. E lui lo è, così come è seria questa trattativa. Se non bastano gli occhi di Daniele, c’è la controprova: prima di qualsiasi rinnovo fatto nella sua carriera, anche il primo quando era veramente un ragazzino, De Rossi ha sempre fatto più o meno lo stesso discorso: «Non è scontata la mia firma», «Io devo valutare», «Dobbiamo parlarne». Una volta – era alle primissime ore dal suo esordio in Nazionale – disse qualcosa di simile e sui giornali De Rossi era dato perso dalla Roma. Via col titolo. Questa è appena storia. La cronaca è che De Rossi sta in Nazionale, quando tornerà riprenderà il discorso con Sabatini, Fenucci, il suo procuratore Berti per il rinnovo del contratto. Improbabile che si arrivi alla firma prima dell’inizio del campionato, probabile che si arrivi alla firma. Anche confrontandosi con il mercato, come Daniele può fare adesso. La Roma non arriva certo ai 9 milioni del City – offerti indirettamente al giocatore da qualche emissario – ma fa un’offerta non lontana dalle richieste del giocatore. E poi c’è dell’altro. E non solo i famosi bonus.

Nella proposta al vaglio è prevista la possibilità da parte della Roma e del giocatore di fare un contratto che preveda garanzie al termine dello stesso, un ulteriore prolungamento. E’ un contratto lungo in tutti i sensi. Perché importante, perché si parla di De Rossi e della Roma. Una marea. Perché si parla di un giocatore che – per esempio – pur non avendo sentito l’altro ieri la conferenza stampa di Sabatini ha dato l’interpretazione migliore di quasi tutti quelli che invece l’hanno sentita. Alla fine la notizia non è il contratto. Alla fine la notizia arriva alla fine perché prima andava sgombrato il campo. De Rossi sta con Totti e De Rossi sta con Luis Enrique perchè non ci sono contrapposizioni, perché nella Roma non ci sono fazioni. All’interno no. Per De Rossi Totti è il più grande giocatore da quando lui è nato e Luis Enrique «un tecnico in gamba, capace e leale». Aggettivi simili in bocca a De Rossi sono macigni, sono più di una garanzia contrattuale. Alla fine la notizia è nella notizia: per De Rossi questa è una grande squadra, con una grande società, un capitano unico e un tecnico speciale. Non è poco, è persino più di un contratto in bianco, senza altre parole tranne quelle di De Rossi. Queste: «Io non ho seguito la conferenza, ero molto concentrato su questa partita, non so cosa ha detto Sabatini, però insomma… il contratto insomma lo gestiremo. Lo discuteremo, io, lui, il mio procuratore e chi in società avrà questo compito. Però il contratto qual è la tipologia non la so, anche quella vecchia andava bene, è abbastanza semplice, poi è normale che si lotti e si combatti per guadagnare un po’ di più e loro per spendere un po’ di meno, Questo è il calcio, e ogni lavoro funziona così e chi vi dice altre cose vi racconta le favole. Il problema Totti uccide la Roma? Ma io prima vorrei sentire la conferenza e sentire quello che ha detto, perché magari riportare una frase così all’interno di una conferenza credo molto lunga e commentarla potrebbe essere controproducente. Io credo che abbiamo delle fortune importanti in questa squadra, nella mia squadra di club, una dei quali è Francesco, forse la più grande, uno dei giocatori più forti negli ultimi anni. Da quando sono nato io mi ricordo Baggio e pochi altri del suo livello. Abbiamo anche la fortuna di aver trovato un allenatore in gamba, leale e molto preparato. Abbiamo anche una grossa sfortuna però, non abbiamo ancora iniziato il campionato e già la nostra città è in subbuglio: prima il mercato era disastroso, poi in due giorni siamo la regina del mercato e si creano delle fazioni, chi è per Luis Enrique, chi per Totti, chi per Baldini, chi per Sabatini, invece vorrei vedere tutti quanti tifosi della Roma, come ho visto contro lo Slovan. Cinquantamila tutti quanti a fare il tifo e con un unico obiettivo, cercare di spegnere le polemiche e non alimentarle per qualche piccolo tornaconto di qualcuno che crea un caso ogni volta. Io finché sono stato lì ho visto, ho visto i compagni di squadra molto tranquilli e sereni, certo arrabbiati per le cose che non andavano benissimo, soprattutto Francesco e i suoi atteggiamenti sono stati quelli degli altri compagni. Poi accettare più volentieri o meno una sostituzione dipende dall’indole di ognuno di noi. Si può sempre migliorare, ma dovessi dire che lui crea problemi dentro lo spogliatoio direi una bugia». Questa invece è la verità.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 4 settembre 2011, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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