The end

Nella nostra storia il 15 maggio ha sempre e solo significato la festa scudetto col Torino nel 1983, un mare di bandiere da non vederne la fine, la diretta per la zona di Roma su Rai3. Da ieri il 15 maggio deve avere anche il significato profondo della fine di un’era. Quella di chi va in campo e non sa che maglia indossa, che storia interpreta, che tifosi rappresenta, che nome porta, che colori sventola. Da adesso in poi chi si chiama Roma dovrà essere Roma, vivere Roma, amare Roma. Come un dovere. Come una scelta. Come un privilegio.

Voi, voi che siete riusciti a finire sotto alla Lazio di Reja, che avete fatto sembrare persino Simeone un allenatore, che avete fatto tre tiri contati in porta (il gol, quello sbagliato da Borriello e il colpo di testa nel recupero di Doni!) e ne avete subiti mille, che avreste dovuto avere mille e mille stimoli in più e invece avete giocato con l’abbronzante, che – malgrado tutto quello che avete combinato in questa stagione fatta di 5-1 a Cagliari, di 0-3 a 4-3 col Genoa, di 5 gol presi a San Siro e addirittura festeggiati come una bella partita – avreste potuto ancora far sorridere la vostra gente costantemente innamorata e pronta a esultare addirittura per un quarto posto, voi vi chiamavate Roma. Capito?

R-O-M-A.

E’ un’emozione già solo a scriverlo e voi – quelli che si sentono chiamati in causa – l’avete bestemmiata, vi siete fatti prendere a pallonate per l’ennesima volta da una squadra fatta per tredici-undicesimi di argentini molto più attaccati alla causa di eguagliare il record di punti in serie A del Catania dando tutto (pure troppo, ma questa è un’altra storia che chiama in causa altre farse del nostro – non più nostro – calcio) rispetto a voi, a cui sarebbe dovuto bastare il semplice enorme fatto di giocare per la Roma. Giocare per la Roma. Capito?

Com’è possibile che una squadra più attaccata alle radioline per il superclasico fra Boca-River ieri avesse più stimoli di una squadra che si giocava Champions primato e dignità? Neanche la retrocessione in serie B della Sampdoria e di Pazzini (tecnicamente finora il suo unico titolo in stagione e in carriera) ci avete fatto assaporare fino in fondo. Questa squadra potrebbe anche perdere domenica sera per farsi le ferie quest’estate visto che il terzo turno preliminare di Europa League si gioca il 28 luglio. Non fatelo. Facciamo in modo che il ritiro estivo per Brunico inizi subito dopo la partita con la Samp. Anzi a Brunico andiamoci da stamattina visto che ieri a Trigoria è finita un’era. Perché dentro ieri c’è tutto un anno: il meno peggio che è Loria, la solitudine del capitano, le palle e il cuore di Burdisso che ci mette la faccia fino a sbatterci per terra, un portiere che è meglio che fa l’attaccante, una squadra in grembiulino bianco, in uno stadio con quindici romanisti al seguito. Basta così. Il passato non si dimentica, ma che nel presente ci sia già il futuro. Oggi. Ci vuole un segnale di svolta da parte dei nuovi proprietari. Adesso. Bisogna semplicemente cambiare tutto. Non c’è più niente da aspettare, non c’è più nemmeno nessuna Sampdoria da condannare, non ci sono sogni da sognare. C’è da fare. Per la Roma. Per la cosa più bella che c’è, e non solo fra le cose meno serie come a volte si dice, visto che non c’è niente di poco serio in un sentimento. Poco serio è non rispettarlo, poco serio è andare in campo come ieri senza sapere quella maglia che storia interpreta, che tifosi si rappresenta, che nome porta, che colori sventola. Tanti fa anni fa invece, ed era proprio un 15 maggio come ieri, un uomo molto serio, un grande uomo prima di un grande giocatore che si chiamava Agostino Di Bartolomei, prese i fiori e li tirò ai tifosi. Questa è la Roma. Si tenne la maglia e lanciò fiori ai tifosi. Capito?

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 16 maggio 2011, in Articoli con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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