Acquisti: Giorgio Rossi, il primo della fila

Più di Drogba, più di Neymar, più di Buffon, più di qualsiasi altro, la Roma ha un acquisto da fare. E’ senza contratto. Non costa molto, anzi non costa niente perché non è in vendita. Non ha prezzo. Il cartellino è sempre stato suo e lui lo ha sempre timbrato per la Roma. Non è propriamente il giovane di belle e sicure speranze secondo il profilo tratteggiato da Baldini e Sabatini per gli acquisti, ma di speranze e di certezze ai giocatori della Roma ne ha sempre date. E ne deve ancora dare. Daniele De Rossi per lui ha detto una cosa: «Io non so come faranno quelli che verranno a Trigoria quando non ci sarà». Non parlava di un compagno di squadra, ma forse della squadra stessa. Che è un’altra mamma. E lui è come un altro padre.

Giorgio Rossi è senza contratto, è stato alla Roma dal 1957. Non può certo finire così, tanto più se da questa parte del mondo è sbarcata l’America. Come fa l’America a rinunciare a Giorgio Rossi? Sono cinquantaquattro anni di Roma. «E tutti sempre firmando un contratto annuale. Sempre anno dopo anno per la Roma. A parte una volta quando Viola mi fece un biennale, perché per continuare a stare con la Roma avrei dovuto lasciare il posto fisso che avevo all’ospedale Sant’Eugenio». All’epoca, come ogni anno, Giorgio Rossi scelse la Roma. Lo racconta lui. E’ venuto a far visita al Romanista pochi giorni fa, portando in mano il foglio di un’intervista che questo giornale gli fece in occasione degli 80 anni della Roma. Cioè i suoi. «No, non ditelo che io so’ la Roma, e ste cose qui…». ’Ste cose qui però vanno dette. Quella è un’intervista fatta in un bar sulla Tuscolana: non c’era una persona che passando non lo salutasse. Durò quattro ore, venne fatta con l’Enciclopedia della Roma in mano da Giorgio perché non voleva dimenticarsi per sbaglio neanche un nome. Chiamò tutto il pomeriggio per sincerarsi che ci fossero tutti. Chi? L’Enciclopedia. Tutti.

A via Barberini è passato per un saluto con quei fogli in mano e per delle fote. Ce ne sono con lui e Maradona, Papa Woityla e Falcao, tanto per citare – sicuramente non in ordine di importanza – tre personaggi che hanno avuto la possibilità di conoscerlo. E non è solo una boutade. Chi sta alla Roma lo sa bene, chiunque sia sempre stato alla Roma ha considerato Giorgio Rossi come qualcosa di speciale, qualcosa da cui non poter prescindere. Sempre De Rossi dopo un gol alla Fiorentina fatto da Ostia andò a baciarselo perché era il suo compleanno; Luciano Spalletti, che la capacità di intuire l’ambiente ce l’ha sempre avuta, gli fece fare una conferenza stampa; per Fabio Capello Giorgio Rossi era il primo della fila, quello che si doveva sedere al primo posto in panchina.

Il primo della fila è anche il titolo del libro che Massimo Izzi, collaboratore storico del Romanista (ma è dire molto poco), ha fatto su Giorgio Rossi e che presto uscirà. Un libro romanista. Cinquantaquattro anni di Giorgio Rossi alla Roma, sono mille anni di giocatori, di aneddoti, di spogliatoio, di pianti, di fughe, di paure, di cose giuste e sbagliate, di docce, di battiti di cuore, di pianti per giocatori che non se ne dovevano andare, che se ne sono andati, di allenatori, di tifosi, di molto più di questo. Una cosa bellissima ha detto Giorgio Rossi qua: «Essenzialmente per stare tutto questo tempo alla Roma devi aver avuto una qualità: stare in silenzio». Che è sinonimo di pazienza, umiltà, capacità di ascoltare e di osservare, cioè il modo di essere migliore. Lo vedi dagli occhi quanto hanno visto quegli occhi. Quanto sanno. Quanto potrebbero raccontare ma non faranno. Quanto annunciano. Di Di Bartolomei: «Agostino è sempre stato il capitano». Di… 30 maggio 1984: «Io conservo una foto di Bruno Conti e Falcao nello spogliatoio dopo la partita, dentro una vasca. Senza dire una parola. Nessuno parlava. Nessuno ha parlato per tutto il tempo dopo. Tranne Ago…». In una sospensione del genere c’è tutto Giorgio Rossi. Tutto quello che può riempirla. E quegli occhi più passano gli anni più diventano grandi e trasparenti. Belli.

Giorgio Rossi è una bellissima persona, il protagonista di se stesso, di una storia iniziata quando lui faceva il pompiere: «E portai con l’ambulanza uno già morto all’ospedale. Conobbi Minaccioni, un massaggiatore storico della Roma, che mi conosceva e mi chiese se potevo sostituirlo a un torneo a Sanremo perché a lui non davano le ferie. Ah, sapessi quante ferie non ho fatto io per la Roma…». Il pompiere e poi l’infermiere, ma mica il calzolaio! «E’ quello che dissi quando a via Sannio mi consegnarono invece che la cassetta con i medicinali quella con il tiralacci, il martello, le tenaglie, la pompa. Perché all’epoca il massaggiatore faceva tutto». Giorgio Rossi ha continuato a fare tutto. Il compagno, l’assistente, il padre, il confidente, l’amico, chi c’era, chi c’è sempre stato. Chi ci dovrà essere. Romanista è ciò che è sempre stato: «Mio padre mi portò a vedere Lazio-Napoli come prima partita, non mi ha fatto nessuno effetto». La Roma sì. E continua a farglielo (quest’anno ha fatto la battuta più bella del 2010/11: «Il derby più bello? Tutti quelli con la Lazio in serie B»). Nonostante sia una delle persone più generose che ci sia nel mondo del calcio, ha una collezione incredibile di maglie: da quella di Aldair col Genoa a quella di Dellas con la nazionale greca campione d’Europa. Poi le cose più strette se le tiene strette. Le cose che contano se le tiene nel cuore. E i giocatori lo sanno. Quelle maglie gliele hanno regalate loro, ci tengono a fargliele avere quando se ne vanno. Anche Leandro Cufré, per esempio, gli ha dato quella del Monaco. I calciatori quando hanno saputo che si stava scrivendo un libro su di lui hanno fatto quasi a gara per fare il loro racconto. Non succede mai quando scrivi qualcosa.
Nel libro tutti i grandissimi della nostra – sua – storia hanno parlato di Giorgio: insomma, Falcao e Totti ci stanno, ma ce ne stanno altre decine. Ci sta anche Carletto Ancelotti che il giorno dopo aver telefonato per parlare del libro ha chiamato Giorgio e Giorgio gli ha detto: «Aho! ma quanno te sbrighi a ritorna’ che qua io e Silio Musa stamo a diventa’ vecchi?». Magari presto Giorgio avrà una risposta.

Un’altra il mondo Roma gliela deve anche perché lui non ha fatto nessuna domanda. Giorgio Rossi non deve chiedere a nessuno di continuare a lavorare per la Roma, non lo ha fatto, non lo farà, non lo farebbe, non è proprio questo il punto. Non è nemmeno corretto parlare solo di lavoro. E in questi casi tirare fuori gli slogan da “i giocatori passano la Roma resta” non è cosa. Già è una cazzata (un conto è Rocca un altro Manfredonia, per fare proprio l’esempio più semplice), ma se i giocatori, e gli allenatori e i presidenti sono passati, Giorgio Rossi c’è sempre stato. Adesso, in quest’età di mezzo, in questo passaggio storico, mantenere Giorgio Rossi anche per la nuova proprietà avrebbe un valore enormemente simbolico. E sarebbe il meno. La verità, quasi artigianale, è che Giorgio Rossi serve a questo ambiente, ai giocatori, alla Roma, a questo calcio di tessere da tifoso, di stadi vuoti. Che questo mondo è diventato grande – perché una volta lo è stato – perché ci sono state persone come Giorgio che lo hanno costruito. Sognato.

Giorgio Rossi è una sopravvivenza, qualcosa che si mantiene vivo malgrado i malgrado… Un bellissimo racconto, un nonno rassicurante e poetico, un orgoglio ultrà e come disse una volta lui parlando della Roma «che cos’è? Tanto». Quando se ne è andato via dalla redazione salutandolo con Forza Roma, s’è fermato, s’è girato, t’ha guardato: «Sempre, ricordatelo». Sempre.

Annunci

Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 5 maggio 2011, in Articoli con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: