Dov’è la vittoria?

Roma-Parma 2-2 lascia solo amarezza però racconta tanto. Innanzitutto qualcosa che è sempre una lezione di vita: non esistono le bacchette magiche, gli uomini della provvidenza che ti vengono a svoltare le cose: ogni cosa si guadagna, si suda, sempre. E quasi sempre durante la settimana, giorno per giorno, sveglia dopo sveglia. Significa anche che i capri espiatori sono sempre sbagliati, crearseli è una pratica vigliacca.

Evidentemente non era tutta colpa di Ranieri perché evidentemente non poteva esserlo. Magari i calciatori avessero solo giocato contro il vecchio tecnico perché – al di là della condanna morale – adesso ci sarebbe la soluzione. E magari giocassero “quanno je pare” visto che nell’ultimo quarto d’ora non giocano quasi mai. Mentre c’è da lavorare sempre. Magari durante la settimana, giorno dopo giorno, ricordandosi che si è dei professionisti, e non solo, che si è dei professionisti privilegiati visto che si gioca a palla, e non solo, visto che si è dei professionisti privilegiati e baciati in fronte da Dio perché che si ha la fortuna e l’onore di giocare per la Roma.

La domanda di ieri sera era una: ma se fossimo stati sul 7-0 come l’Udinese contro il Palermo al 70’ saremmo riusciti a prendere i tre punti? Difficile dirlo. Sicuramente si è vinto a Bologna anche perché la partita è durata esattamente tanto quanto Roma-Parma fino al gol del 2-1 (e dell’uscita di Totti). È una mancanza di gambe e fiato che parte forse da troppo lontano. A parte Riise e Burdisso (che però ha giocato perché Mexes era squalificato) la formazione iniziale di ieri la poteva schierare Spalletti a settembre del 2007: Doni, Cassetti, Juan, De Rossi, Pizarro, Taddei, Brighi, Vucinic, Totti. Cioè – con Mexes arruolabile – dieci undicesimi di questa squadra sono gli stessi di quattro anni fa, con l’unica eccezione di Riise al posto di Tonetto. Il giochino si potrebbe continuare fino al 2006 togliendo solo un altro giocatore (Juan). Arriveremmo a cinque anni. Un lustro. Epoche mesozoiche. Sta a questo gruppo dimostrare di non aver esaurito un ciclo che ha portato solo tre coppe anche se, per amore della verità e contro gli schifi del Palazzo, avrebbe meritato due scudetti, quello dell’anno passato e, di più, quello del 2008. Sta ancora a loro dimostrare che non è così. Ai futuri proprietari di domani, ma soprattutto ai tifosi di oggi. E di sempre. Perché malgrado tutto questo, battere il Parma così come battere il Lecce venerdì sera, non solo si può, ma si deve fare. Arrivare quarti è un obbligo, già non è il massimo, ma adesso è il minimo farlo. Se ti mancano 15’ nelle gambe ce li metti cominciando a correre prima di giocare. Se ti manca qualsiasi altra cosa, per la Roma ce la metti sputando l’anima. Questa squadra più che di un allenatore avrebbe bisogno di un Churchill che prometta lacrime e sangue. Di un Benigni che canti l’inno e spieghi ai compagni per che cosa si gioca. Parole come queste di Totti, che non a caso ieri era quello che correva più di tutti: «La prossima settimana saremo nel cuore della stagione. E’ nostro dovere affrontare tutti gli incontri che verranno con concentrazione, impegno e sacrificio. Lo dobbiamo alla maglia e a tutti i nostri tifosi». Non è un caso che parli di «cuore». Quello non ha bisogno di ripetute. O ce l’hai o ce lo devi avere. Questo gruppo non può non poter arrivare quarto, cioè davanti alla Lazio. È un fattore che va oltre i cicli, fa parte della storia. E poi si tratta di evitare un’onta: si può finire dietro a una squadra che si fa un gol come quello di Dias?

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 28 febbraio 2011, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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