Peccato mortale

Non può mai essere tutta colpa di uno nemmeno se quell’uno si chiama proprio Juan. Le spiegazioni semplici puzzano sempre. Per esempio uno potrebbe ricordare tutte le volte che negli ultimi anni i giocatori brasiliani ci sono costati le partite di inizio anno. Il paradigma è Emerson, che arrivò tardi ma in tempo per la Befana del 2004 e per perdere lo scudetto col Milan. Juan aveva già sbagliato tanto col Catania, il gol di Maxi Lopez è suo. Anche Doni, oltre che Juan, ha passato il Natale in Brasile. E Doni sul secondo gol è responsabile quasi in solido.

Non è mai colpa solo di uno e nemmeno di due se si perde a Genova due a uno. Soprattutto se lo fai contro la Sampdoria di Gastaldello e dei nostri scarti (la Roma che non conosco: Curci e Guberti sembravano Tardelli a Madrid). Se l’assassinio è il maggiordomo c’è qualcosa che non va anche nella trama. Quand’è così – solitamente – lo sceneggiatore tenta sempre di rifarsi con un mezzo finale a sorpresa e spesso non ci riesce: ieri è successo addirittura che il protagonista è stato fatto entrare sui titoli di coda. E non si può fare. La storia e l’arte hanno le loro regole da rispettare. La Roma anche di più.

Juan che si fa due gol a mezzogiorno, Totti che entra in campo a mezzanotte, sono il riassunto della nostra giornata di sconfitta, l’Oscar del masochismo giallorosso. “Continuiamo così, facciamoci del male” diceva proprio all’ora di pranzo Michele Apicella Moretti in Bianca, tra lo sconfortato, lo sdegnato e l’incazzato. “Continuiamo così facciamoci del male” è il titolo di Sampdoria-Roma 2-1 che è la summa del nostro campionato. Un potenziale enorme tenuto in panchina e mai definitivamente esploso e una serie di ferite più o meno profonde autoinferte. Ricordate? In principio fu il etropassaggio di Vucinic nella Supercoppa di San Siro, ieri quello di Juan a Marassi, due beffarde parentesi dentro le quali c’è iscritta questa stagione e questo campionato alla rovescia (e l’immagine che torna in mente è proprio quella rovesciata sbagliata di Juan contro la Sampdoria il 25 aprile). Da una parte è un deja-vu, dall’altra si è perfettamente nella contemporaneità: la Roma che si fa male è una squadra che potrebbe ancora lottare per questo campionato che gioca al ribasso. Un paradosso? No.

Perché ditemi quale tifoso giallorosso ieri pomeriggio quando Denis segnava il 4-3 a Milano non s’è messo a strillare come un ragazzino (Grossmuller a parte)? Ci sarà stata mezza Roma a fare così, la stessa che poi c’è rimasta male al gol di Ibrahimovic (del tipo: pure nel pomeriggio poteva annà mejo). Immaginate tante case con dentro questa scena, che bel film questo: eravamo gli stessi che un paio d’ore prima avevano dichiarato chiuso il loro rapporto col calcio e magari anche con la Roma, ma che in quel momento già si risentivano campioni d’Italia (e il provvisorio 4-3 di Milano sembrava quello di Italia-Germania tanto per giustificare i 4’ di Totti con quelli di Rivera). E’ proprio questo il bello dell’essere romanista: essere subito pronti, sempre lì a crederci, sempre convinti che prima o poi saremo premiati, estenuanti arabe fenici incapaci di lasciar perdere. Se i giocatori, i dirigenti e l’allenatore della Roma avessero sempre chiara questa sensazione e la stessa anima, vinceremmo a mani basse lo scudetto. Anche questo. Sta talmente così in basso che nemmeno bisogna fare voli particolari per prenderlo. Basta non fare retropassaggi.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 10 gennaio 2011, in Articoli con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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