Il bambino che voleva diventare il piccolo principe

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Per me Totti sarà sempre Francesco, e Francesco era un ragazzino diverso da tutti gli altri, parlava poco, quasi mai e col pallone faceva tutto. Era un puffetto biondo che ti passava da tutte le parti.

Io lavoravo al bar Lustri, lì a via Vetulonia, gli davo la sedia o la sgabello perché non arrivava ai pulsanti del flipper. Stava sempre a gioca’ a pallone. Se non stava in campo o in strada, scavalcava e andava a giocare nel cortile della scuola Manzoni: ce l’aveva davanti casa. Io lavoravo lì, quando staccavamo alle sette, con Bruno scavalcavamo e giocavamo co’ ’sto piccoletto e i suoi amichetti. C’erano Pantano, suo cugino e altri… Io l’ho visto pure il giorno che ha avuto l’intervento a 14 anni, quando gli hanno tolto il menisco. Ci chiamò Fiorella, dal balcone: «Guardate che hanno operato Francesco, venite su». Salimmo, stava a letto nella sua cameretta, mi fece vedere il menisco che gli avevano tolto, ce l’aveva sotto spirito davanti alla foto di un suo gol a Wembley. «Non puoi capire che boato quando hanno segnato gli inglesi», mi raccontò. Era la cosa che più gli rimase impressa di quell’esperienza a Wembley, forse anche perché lui era un tipo silenzioso.

Francesco è sempre stato un ragazzino particolare, lo vedevi che c’aveva qualcosa di diverso, di grande, come un distacco da tutto quello che gli capitava intorno. Il giorno dopo l’esordio nel derby, quello perso col rigore di Giannini, gli chiesi tutto, lui alzò le spalle: «È andata così» e qualcosa tipo: «Cragnotti m’ha fatto i complimenti». Non raccontava niente. Giocavamo a pallone anche in quello che adesso è il Palacisalfa, lui c’aveva la maglietta dell’Under dell’Italia, quale categoria fosse non me lo ricordo perché se l’è fatte tutte. Un principino biondo con la maglietta blu che era proprio di un altro pianeta. Pensa che una volta mi ruppe il polso con una pallonata e non giocava forte… Poi me lo ricordo in Curva Sud, io me lo ricordo ai Boys, con la sciarpa al collo. Lui per me è il più grande romanista di sempre. Ecco, al suo livello ci metto Francesco Rocca. Rocca per quelli della mia generazione è stato la Roma. Io me lo ricordo il giorno di Paparelli in Curva Sud, quando in Nord misero lo striscione: «Rocca bavoso, i morti non resuscitano». Francesco trasfigurò in volto, voleva andare lui da solo là sotto la Nord.

Stavo in Sud pure quando abbiamo vinto il derby del record, quello quando Francesco – Totti, dico – stava con le stampelle a bordo campo, appena operato. Pochi sanno che quel giorno in Nord rimisero lo stesso striscione che offese Rocca. Dopo la partita lui disse qualcosa tipo. «Vabbè, si sa che è così. Fa parte del derby…». È tutta qui la differenza, sempre in quel suo non parlare. Si vedeva sin da ragazzino che era diverso dagli altri: era il più grande romanista di sempre. (Roberto Cucculelli, Cucs-Gam anti-Manfredonia) Quel puntino era lui veramente. Soltanto che Francesco non lo ha mai saputo raccontare quanto è romanista, forse persino quanto è ultras, quanto ci tiene a quella maglietta, quanta roba c’ha dentro, non ha saputo nemmeno dire ti amo quella sera in Curva Sud per un motivo soltanto, quello che anima tutti i grandi innamorati: per timidezza. Francesco non ha saputo mai raccontare quant’è romanista e per lui che è la Roma significa non raccontare se stesso. La sua grandezza sta tutta lì, nella sua timidezza.

Per me Totti Francesco è il più forte giocatore della storia della mia squadra del cuore, la Roma, perché è un timido. Né più, né meno. Quando una volta intervistai Ninetto Davoli fui contento per due cose: la prima è che mi aveva detto dove sarebbe adesso Pier Paolo Pasolini («In Marocco a giocare a pallone»), la seconda è questa: “Il bello di Totti è Francesco. È un timido, riesce a stare veramente a suo agio solo a tu per tu. Aprire il cuore è una cosa preziosa e Totti non si svende. Lo vedi pure dalla faccia: ha una faccia pasoliniana. Sarebbe potuto stare tranquillamente dentro il libro preferito del Capitano un film di Pier Paolo. Dentro a un capolavoro”. Forse la timidezza è un capolavoro, sicuramente certe lo sono. La timidezza è come fosse un lasciapassare per poter entrare senza far rumore in un altro mondo. Il rossore è il segno che lo stai attraversando, una prova fisica: tra l’interno e l’esterno, dal cuore alla pelle, non viceversa. Chi è timido, si dice, è sempre perché un po’ vive nel suo mondo, nella sua stanza, sopra un balcone a palleggiare, magari coi ricordi o coi sogni, è uguale.

Tutti quelli che si ricordano Francesco da ragazzino se lo ricordano così: timido, eppure completamente intento, votato, rapito, quando giocava a pallone: il suo mondo. Il capolavoro è che coltivandolo, come ad annaffiare un fiore ogni sera su quel suo lontano pianeta – un balcone a via Vetulonia – s’è preso il mondo mondo, quello pubblico. Lui, però, è sempre rimasto se stesso, un timido che a un certo punto ha deciso di fare i conti con la sua timidezza, accettandola, sublimandola, cioè accettando se stesso. Francesco ha imparato prima a palleggiare che a parlare, e col pallone da piccolo andava a dormire. Il pallone è sempre stato un po’ la sua copertina di Linus, soltanto che con quella copertina ci è diventato campione e uomo. E il pallone al posto dell’orsacchiotto, coccolato a forza di palleggi, è sempre stata da piccolo una presenza forte come quella per il naufrago Tom Hanks in Castaway, soltanto che Totti vive nella sua isola quando gioca e non ha dubbi su quale mondo abitare.

Totti è una splendida isola quando gioca. È un sistema solare. Chi come noi contemporanei ha avuto il culo di vederlo dal vivo in campo, così come i fortunati che poterono apprezzare la prima prospettiva di Piero Della Francesca o chi ha avuto il privilegio di vedere in diretta la rabbia di McEnroe, vede quello che i suoi amichetti, i genitori, i Trillò, i Neroni, i Ripani, vedevano per strada o sul campo di terra: Francesco è rimasto quello, anche perché lui era già Totti, un ragazzino diverso, «un principino biondo arrivato da un altro pianeta»… È così. È il momento di cominciare a svelare i segreti: Francesco Totti non è reale, è un personaggio di una specie di favola romana che non ha contorni disneyani, ma profili più sicuri, marciapiedi e non zucche, il pallone non la luna. E la storia che tanti hanno raccontata di Francesco Totti nato il 27 settembre 1976 nella clinica Mater Dei di Roma, tre chili e quattrocentocinquanta grammi, da mamma Fiorella Marrozzini e da papà Vincenzo, detto Enzo, detto pure lo Sceriffo, e che abitava a via Vetulonia 18, primo piano, con quel balcone che affacciava su una rampa del garage, fino all’ormai noiosissimo racconto della 500 bianca che lo portava a Trigoria eccetera… è una storia inventata. Già. Non è vera: è un racconto che potrebbe stare dentro a un film di Pasolini e che sta dentro a un libro che molti conoscono, si chiama Il Piccolo Principe. Nessun libro come quello ha saputo parlare della timidezza che è sempre stata una forma di cortesia dell’anima e che – soprattutto – è il segreto della forza di Francesco Totti. Potrebbe essere questo l’inizio del romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, magari è lui che l’ha scritto visto che non si è mai saputo dove sia andato a finire. O magari Pasolini è vivo e sta filmando tutto dal Marocco, e non ha detto niente a nessuno di tutto, soltanto per timidezza. Potrebbe essere. Ci sono altre prove: “Francesco era veramente timido, a volte avevi l’impressione che se avesse potuto si sarebbe sprofondato. Quand’era piccolo facevo fatica a ricordare che voce avesse perché non parlava quasi mai. Mi ricordo che era magrolino e biondissimo, e che era particolarmente timido. Era così anche al catechismo che abbiamo fatto insieme, ma quando giocava a pallone era il Re. A pallone ci giocava sempre. Quando andavamo a scuola la mattina, io arrivavo attorno alle otto meno dieci, lui stava già là col cugino e gli altri amichetti a fare le partitelle prima di entrare in classe: sinceramente non so a che ora iniziassero. Dopo la scuola, spesso, andavamo a Villa Scipioni, e lì le partitelle le facevi tra gli alberelli, anche in discesa, sui dossi e i sassi, perché quello non è un parco dove c’è uno spazio ideale per giocare a palla. È soprattutto a Villa Scipioni che capivi quanto era bravo visto il controllo del pallone in quelle condizio36 ni: un ufo. Alla Fortitudo me lo ricordo sempre così, piccolo, gracile e biondissimo con una maglia di lana più grande di lui, pesantissima e che pizzicava da morire, quella me la ricordo pure io. Una volta facemmo una specie di saggio della scuola, si trattava di palleggiare, fu premiato un altro ragazzino e non Francesco. Non gliene importò molto: lui era il compagno che tutti avrebbero voluto avere, non ti faceva pesare la sua superiorità, non andava per forza a segnare, si preoccupava di far giocare gli altri, ti faceva sentire che stavi giocando a pallone. Era perché giocavi con lui. Era veramente di un altro pianeta”. (Dario Castaldo, un amico mio)

Anche il Piccolo Principe era biondissimo e magrolino (e nei bozzetti dell’Autore aveva proprio la maglia blu dell’Under italiana), anche lui a volte faceva fatica a parlare, anzi ogni volta che l’aviatore nel deserto gli chiedeva qualcosa di più, di più profondamente suo, che riguardava il pianeta da dove arrivava, lui si chiudeva in una specie di mutismo. Prezioso. Brillante. Ci sono altre prove. Si chiamano testimonianze apposta: avvistamenti Ufo. Qui siamo alle medie: “Francesco è quello di sempre, che quando sorride gli brillano gli occhi e non parla ed è proprio così che tradisce l’emozione perché è timido. Quando faceva un tema finiva sempre a parlare di calcio. Per lui, una vera ossessione. Un giorno mi ritrovai di fronte la mamma di Francesco, la signora Fiorella. Mi disse che suo figlio aveva cominciato ad avere problemi di stomaco per colpa mia. Troppe incomprensioni, troppi rimbrotti. Vero: avevo un po’ preso di mira quel ragazzo biondo, così bravo nello sport e così fragile dietro ad un banco. Credevo fosse un lavativo, un finto buono, uno scansafatiche. Era solo un timido. Quando lo interrogavo spesso faceva scena muta. Non perché non studiasse, ma perché era davvero timido”. (La Professoressa Anna Maria Petricone)

Francesco è quando sai la risposta e non alzi la mano, tra un po’ di timore di sbagliare e il pudore di non apparire più bravo degli altri. Il compagno ideale. Nessuno ci ha mai pensato che Francesco Totti è diventato Francesco Totti, cioè se stesso, soltanto grazie alla sua bravura, alla tecnica, alla capacità e senza nessuno spot introduttivo? Proprio l’accusa più tipica che gli è stata fatta, quella di non essere un leader, di non avere le palle che dovrebbe avere uno come lui, costituisce la prova della sua grandezza. Totti non si è mai arruffianato nessuno, nemmeno i cosiddetti cantori dell’anti-potere (che sono sempre i primi pronti a vendersi) un po’ perché non ne aveva bisogno, un po’ perché la sua timidezza non glielo avrebbe permesso. La timidezza lo ha fatto restare se stesso e con i suoi amici. Forse è quella che lo ha fatto restare alla Roma. Una cortesia dell’anima. In un mondo sociale di merda come questo in cui se non hai un’oncia di sangue di qualcuno che immeritevolmente occupa una qualsiasi mezza posizione di potere, o se non sei servo dentro, dove resti ai limiti costretto a guardarti in televisione quelli che – secondo loro – ce l’hanno fatta, mentre il talento e l’onestà vanno a finire in manicomio, questa è una specie di rivoluzione: perché l’ha fatta un ragazzino biondo soltanto giocando a pallone. Un ragazzino «figlio del popolo», come ha detto una volta Francesco Totti di sé. Figlio di Fiorella e Vincenzo.

Pensateci: Totti è diventato un’azienda, uno «spottone », una macchina per soldi e tutte quelle rappresentazioni che si fanno in questi tempi meschini, soltanto attraverso il suo rossore. Non è un modo di dire, semmai è l’unica vera rivoluzione rossa riuscita compiutamente nell’epoca del capitalismo. Una timidezza coltivata, quasi allenata, o per dirla col suo romanzo, «addomesticata»: “Oggi è maturo e parla molto di più. Spesso ci scherzavo di questa cosa, del fatto che Francesco stava sempre zitto. Durante i giri di campo a Trigoria gli facevo: «A France’ e statte zitto ’n attimo! Stai sempre a chiacchiera’». Non era vero e quindi lui si girava sorpreso, come a dimostrare di non meritare il rimprovero. Me faceva tenerezza. A un certo punto diventava rosso in viso, era come se mi invitasse a sostituirlo e io lo facevo. Io dovevo farlo e la gente mugugnava”. (Carlo Mazzone)

La famosa gestione di Carlo Mazzone era guidata da un segnale, un semaforo in campo alla rovescia: rosso, via in panchina. Dalle pagine del Piccolo Principe: «Quando arrossiva diceva sempre sì»… E non parlava. Ecco perché Francesco Mazzone è stato l’allenatore a cui Totti è più affezionato: perché quando il gioco diventava qualcos’altro lo stoppava, perché – soprattutto – non lo faceva parlare, gli risparmiava quelle spiegazioni che t’ammazzano, le parole che «sono una forma di malintesi »: “Era la mia prima conferenza stampa… Mi avevano chiamato in guardiola per farla. Appena mi sono seduto è entrato lui e mi ha detto: «A regazzì, vatte a fa’ la doccia va’, che è mejo». Mi sono alzato e me ne sono andato, e ha parlato lui al posto mio. Non è che io ci tenessi a fare quell’intervista… è soltanto che mi avevano chiamato, ero giovane non sapevo come comportarmi. È questa la frase che mi ricorderò sempre di Mazzone”. Quella conferenza precede il primo esordio da titolare con la Roma, in Coppa Italia contro la Sampdoria.

Dopo il gol al Bari, il primo a cucchiaio della sua storia, mamma Fiorella in un’intervista lo racconterà ancora come «un ragazzo timido e schivo, se lo riconoscono per strada diventa rosso dalla vergogna. La mattina si alza e guarda il poster di Giannini così si rende conto che non sta vivendo un sogno. È ancora un bambino ». Il bambino che da Piccolo sognava di diventare Principe. «Quando sono andato la prima volta in camera con Giannini non ci credevo, non ho dormito tutta la notte, non ho detto una parola. Anche quando me l’hanno presentato non sono riuscito a parlare». Gli era già successo nel ’91, nel giorno della finale di Coppa Uefa da raccattapalle: «Ricordo che mi vennero i brividi quando Giannini a un certo punto si avvicinò per chiedermi il pallone: fu un effetto bellissimo. E adesso quando vedo un bambino che mi porge la palla, l’emozione si rinnova ».

Quando il 9 ottobre del 1992 fece la sua prima intervista, raccontata in un album di Riccardo Viola, la prima vera pubblicazione dedicatagli, arrossì tutto il tempo. Quando vinse lo scudetto con gli Allievi si mise a lato nella foto celebrativa a guardare da un’altra parte, come avesse un altro obiettivo. Quando il 21 agosto 1994 segnò il suo primo gol con la Roma all’Olimpico, in un’amichevole di presentazione contro il Valencia, venne in sala stampa a balbettare qualcosa. Non lo dice solo Antoine de Saint- Exupéry, ma addirittura il «Corriere della Sera» …. Non voleva parlare. Certe cose non si dicono così. O non si dicono per niente. Le cose più grandi, quelle più vere, Francesco se le tiene nel cuore. La Roma è una di quelle. Col pallone ci andava a dormire. Quando ha vinto la Coppa Italia nel 2007 se l’è portata a casa per fare la stessa cosa. Certe cose non si dicono.

Vito Scala: «La sua timidezza nasconde tante cose. Parla con gli occhi. Oppure dice l’ultima parte di un discorso cui lui sta pensando da giorni». È o no un Ufo? Il Piccolo Principe è sbarcato a San Giovanni nel ’76. Ed è rimasto zitto per timidezza. “Certe volte non parlando cerco di far capire quello che sto pensando. Riflettendoci sopra penso: ma come fanno a capire? Perché alcune volte mi chiudo in me stesso, però poi capisco che è sbagliato… Da bambino ero timidissimo, facevo fatica a stabilire contatti con i ragazzini della mia età. Grazie alle partitelle giocate sotto casa ho spesso superato l’imbarazzo. Ero piccolino, nelle conta non venivo considerato. Mio padre si divertiva a fare una cosa: mi portava a fare passeggiate nelle zone dove abitavamo oppure un po’ più lontano. Sull’Appia, dentro l’Alberone o la Caffarella. Lui si prendeva il caffettino al bar e mi buttava tra i ragazzini che giocavano sulla piazzetta. Erano sempre più grandi di me, parecchio più grandi. Al momento della conta loro mi giudicavano solo perché ero più piccolo. Non mi sceglieva mai nessuno e si arrivava a «palla o ragazzino ». Chi vinceva sceglieva il pallone. Poi dopo cinque minuti di partitella dicevano: «Rifamo le squadre». E mio padre se la rideva. Ma io ero timido”. «Nessuno lo aveva preso sul serio, i grandi sono così» racconta tante volte Antoine de Saint-Exupéry.

Francesco Totti ha sempre giocato sotto età. Totti gioca sotto età anche adesso che alla Roma ha l’età più grande di tutti, perché è rimasto Francesco, il ragazzino che vedeva le cose che altri non vedevano: l’essenziale è invisibile agli occhi. “Da piccolo mi allenavo contro porte immaginarie. Cancelli, due alberi, saracinesche. Se trovavo una porta senza rete che dietro aveva un muro era una pacchia. Avevo la possibilità di giocare con veri pali senza andare a riprendere il pallone, perché prendevo il muro e la palla tornava indietro. Ai primi tempi avevo l’ansia di passare il pallone il più preciso possibile ai più grandi. È così che diventi un campione: con il rispetto e l’immaginazione”. (….) Quand’era piccolo Francesco era timidissimo, aveva paura di non crescere, ma non voleva diventare il Signor Totti troppo presto, forse non lo voleva mai per non rinunciare al gioco e al bambino che è in lui. Era biondissimo e gracile, ma col pallone teneva testa a tutti, rompeva persino i polsi, erano gli altri che dovevano stargli dietro. Giocava con una maglietta blu elettrico, arrossiva sempre, arrossiva anche per dire sì, si allenava con porte immaginarie e vedeva boa nei cappelli, pecore nelle scatole, compagni a quaranta metri, anche a occhi chiusi visto che l’essenziale è invisibile agli occhi. I grandi lo scartavano sempre dalle partitelle, ma poi dovevano rifare le squadre. I grandi non capivano quasi mai niente e le cose lui gliele doveva sempre spiegare perché per lui era normale che… Lui non parlava quasi mai perché le parole sono una forma di malintesi, mentre se giochi non puoi essere frainteso, nemmeno strumentalizzato o raccomandato. Non parlava nemmeno quando veniva interrogato a scuola anche se sapeva le risposte. Aveva un Principe come idolo e il sogno di diventare un calciatore. Il suo gol più bello non lo ha segnato a San Siro, o al Bernabeu, o all’Olimpico o a Marassi, ma in una Reggia quando non aveva nemmeno 16 anni: «A Caserta, con la Primavera, sinistro al volo da fuori area e palla nel sette. Indimenticabile…». Da bambino a Carnevale aveva un costume preferito: quello del Piccolo Principe. Poi si è messo la maglietta della Roma e così è diventato grande a livello internazionale, come Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe. Ci sono una data e un posto che lo hanno fatto grande.

Il 29 giugno del 2000 con il rigore a cucchiaio agli Europei, è lì che l’hanno scoperto i grandi del mondo, e poi una magica notte a Lione quando con un gol riuscì per la prima volta dopo venticinque anni, dopo quella notte, a portare la Roma a camminare verso il sogno della Coppa Campioni. Antoine Jean-Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry nacque a Lione il 29 giugno del 1900, poi un giorno sparì, non si ritrovò più, non se ne seppe più nulla… L’unico libro che Francesco Totti ha letto è il suo: Il Piccolo Principe. Ci si è ritrovato.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 27 settembre 2010, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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