Manfridi, un Ago nel cuore

La cosa bella è che la Roma ha ciò che si merita. Questa è l’impressione che un romanista ha dopo uno spettacolo di Giuseppe Manfridi. Finalmente un trattamento adeguato a tutti i sentimenti scoscesi, a tutte quelle incomunicabilità col resto del mondo – sciapo, dei profani – di chi non sa nemmeno immaginare cosa sia la Roma. Con una telefonata a Milano dove c’è sempre una Betty con la ipsilon Manfridi mette in comunione i due mondi: è un garibaldino dell’arte capace di infilare i coturni al dischetto del rigore e tenere in mano una luna sopra al Fontanone.

L’hanno già definito il Woody Allen italiano e l’hanno definito bene; hanno parlato di teatro elisabettiano per l’essenzialità della scenografia ma – scespiriano – lo è di più per la commistione fra l’alto e il basso, per la “condivisibilità” della materia fra platea e palco, perché l’arco di proscenio non può esistere se c’è una Curva a Sud: ieri e l’altro ieri al Gianicolo la quarta parete era una finestra sfondata su Roma. Quanto è passato da qua a là? Quanto di sentimento e ricordi? (Carlo Alberto Carletti e il signor Catenella varranno a breve Rosencratz e Guildstern). Per la scenografia il riferimento è quasi più Brecht e non solo per la scenografia: che capolavoro di straniamento è andare dal figlio in prima fila per ricordargli che il papà sta recitando? E poi Artaud – teatro della crudeltà – fosse solo per il titolo di uno spettacolo che si chiama Roma-Liverpool una delle DIECIPARTITE nate dall’idea di Daniele Lo Monaco, con la delicata regia di Stefano Sparapano, ma che delle migliaia giocate dalla Roma è l’unica.

Quando vai a vedere Manfridi hai sempre l’impressione che la Roma ha finalmente ciò che si merita (e proprio la tua Roma, la Roma che è solo tua, in uno spettacolo dove finalmente noi siamo «me, il me più me» possibile) senti la polvere – recente – della biblioteca e del teatro e della storia, ma dopo uno spettacolo come quello di ieri e dell’altro ieri sera l’impressione se sei romanista è un’altra: stai male. Stai male e ti mancano le parole. Ma stai male solo perché sei appena andato via, perché sei uscito dall’eterno istante sospeso in cui Agostino Di Bartolomei sta calciando il calcio di rigore che per cinquantadue secondi ti ha fatto campione d’Europa. Stai male perché l’hai rivissuto. Non piangi per quella sconfitta che è la sconfitta di tutte le sconfitte, nemmeno per il ricordo di un uomo, di un capitano morto suicidia ma sempre vivo dentro di te, no. Stai male come sta male un vincitore, anzi un vincente, di quella nostalgia delle cose non accadute. “Roma-Liverpool, 30 maggio 1984” con Manfridi non l’hai persa. Ma non è una finale a sorpresa – chi si permetterebbe mai una stronzata del genere su una cosa del genere?! – non è un Buongiorno, notte in cui Roberto Herlitzka libera Moro. No. Non c’è nessun buongiorno. Stai lì immortalmente imperfetto. Chi ha vissuto quella notte, quella Roma, – la mia Roma – «ha visto la Madonna, magari non ci ha parlato ma ci è apparsa sì». Nessuna blasfemia, si può andare a vedere. O a sentire. Un stoc più che un toc-toc nel momento in cui Agostino Di Bartolomei tira quel calcio di rigore e bussa alle porte del paradiso.

Quando finisce te ne vai con un Ago nel cuore conficcato su un Tuttocittà (45-D 3 che sembra il risultato della partita 3-5 DCR). C’è una speciale provvidenza anche nella morte di un passero. Forse ce n’era anche in quella partita. O nel gesto del “mio” capitano. Come fai a non piangere?

Annunci

Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 8 settembre 2010, in Articoli con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: