Lo stile Roma

Mentre i laziali aspettano ancora Santa Claus, con Gheddafi ripartito per le Libie, proprio a Ciampino sbarca qualcuno che è meglio di un regalo di Babbo Natale e più importante del Colonnello: Marco Borriello. In rima. Per la Roma. Alè, alè. Arriva da Milano come Delvecchio, è passato dal Genoa come Pruzzo, è nato nello stesso giorno di Montella (e di Paul McCartney che tifa Everton e tifava Roma quella sera) nell’anniversario di San Simplicio (esiste, è protettore di Olbia) esattamente nel giorno in cui l’anno scorso se ne andò con gli occhialoni scuri scuri Luciano Spalletti.

Come passa il tempo. Quanti anni in un anno soltanto. Da Zamblera all’attaccante della Nazionale che ha voluto lasciare il Milan dopo aver rifiutato la Juventus per questa maglia, se poi ci aggiungete che un paio d’anni fa da solo “doppiò” la Lazio all’Olimpico… Cos’è questo? Onanismo da incalliti. Una notizia da sparare alla mamma. Quintessenza del Nirvana. La quinta carta spizzata a poker quando in mano c’hai tre assi (Vucinic, Menez e Adriano) e un re che vale più tutti gli altri messi insieme. Senza Parola.

Borriello è la colomba della pace, la bella domenica in cui la Roma vince e la Lazio perde, tanta tanta serenità per tutti. Chi è romanista sente chiaramente sfumati gli effetti della crisi economica, e politica, e finanziaria: ed è una constatazione scientifica. Borriello parte bene e arriva meglio. Ciampino, quell’aeroporto, non è soltanto – ormai – di Gheddafi ma quello in cui una volta, in una notte di maggio di tanti anni fa (era il millenovecentottantrè) sbarcò la Roma campione d’Italia. Aveva appena vinto lo scudetto a Genova con un gol del suo numero 9 per sempre e con una città che aspettava quel momento da un po’ di più di sempre.
Ecce bomber e c’è un’altra volta: erano dieci anni che aspettavamo un attaccante così (a parte il 10 che non sarà mai solo e soltanto un attaccante). A Ciampino. Quanti anni in un anno soltanto. Quanti cuori. Quanta Curva Sud. Quante
volte Roma e quanti giocatori. Quanti dolori, e quanto grande quello con la Sampdoria l’anno scorso (quasi come col Lecce, mentre per il Liverpool c’è rimasto male pure McCartney). Quante premesse e illusioni. Quanti cori.

C’è una cosa bella dell’arrivo a Roma di Borriello: tutto. Ma di più quel coro alzato dai tifosi che stavano lì soltanto per un motivo, un sogno, che è tre parole e un obiettivo che si concretizzerà con la Sampdoria il 22 maggio anche grazie a un giocatore che prenderà la maglia numero 22 (non sarà mai un caso): Vinceremo, vinceremo, vinceremo il tricolor… Vinceremo. Vinceremo, vinceremo il tricolor. Brividi. Anche per la veemenza con cui chi c’era lo ha cantato. E questo è il segno che il sogno è possibile, che è cugino della realtà: indica consapevolezza, senza bisogno di ricorrere alla scaramanzia (anche perché i veri scaramantici non lo diranno mai che lo sono): ogni volta che la Roma è diventata campione d’Italia, la sua gente, la sua curva – senza mai bisogno di tessera – ha cantato da subito quel coro, che diventa più bello ogni volta di più che si fa ripetitivo. (Così: Vinceremo, vinceremo, vinceremo il tricolor…). E’ il primo gol che ha fatto Marco Borriello. E’ un sogno. E un sogno non è un’illusione: quella ce l’ha chi aspetta ancora Santa Claus e manco sa che non esiste.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 2 settembre 2010, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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