L’importanza di chiamarsi…Sergio

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È stato un giorno lungo di nuvole e sole. Come se notte e giorno si guardassero allo specchio.

È iniziata con la luce è finita di notte (e forse non è ancora finita). Lo vedevi dall’inizio che non c’era un’aria normale. Vabbè c’era il derby ed è sempre diverso quel giorno, però questo Lazio-Roma era già diverso da tutti gli altri derby diversi.

Lazio-Roma 1-2, 18 aprile 2010, per qualcuno è stato il derby più importante di sempre, di tutti quelli giocati, di quelli attesi o immaginati. E lo vedevi dall’aria. Le prime impressioni sono quelle che contano e quel rosso, dal calzettone al colletto, acceso, vivo, forte, a tinta unita dei giocatori nel riscaldamento spiccava in maniera diversa in tutto quel bianco slavato, candegginato, dei laziali. L’impressione immediata nel riscaldamento è che noi eravamo veramente la Roma.

I colori, l’orgoglio, la determinazione. Per una settimana i laziali avevano provato a fare quello che secondo la loro retorica noi faremmo sempre: gli sboroni. Avevano caricato la partita in tutte le maniere, s’erano ritrovato addirittura in 5.000 a Formello, avevano attinto a tutta la letteratura del caso e di slogan da fino all’ultimo respiro, per la Scozia e per chissà quale nobiltà. Era lì che hanno cominciato a perdere. Se la sentivano calda pure perché 6 punti sull’Atalata e, insomma, un calendario migliore dell’Atalanta e del Bologna, insomma la B non li riguardava più…

E poi vuoi mettere la carica, l’adrenalina, il gusto di andare a togliere lo scudetto alla Roma? In una stagione del genere poi! Era già pronta l’estate col titolo mutuato dai loro gemellati di Milano: zeru tituli. Ormai sta diventando noioso. La Roma invece ha trattenuto il respiro tutta la settimana. La Roma ha pensato magari pure di perderlo, forse ha avuto addirittura paura non tanto per gli avversari, ma per il solito caso del cavolo, dell’ingiustizia, di quei destini da Slavia Praga, Torino, Inter, fino a salire al Lecce senza nemmeno parlare di quell’altra partita. Però aveva una consapevolezza: noi dovevamo vincere, non c’era nemmeno modo di avere paura e remore e proprio la partita l’ha dimostrato. Non è un paradosso.

Tanto più che la Roma è partita male (e non è vero, i primi dieci minuti eravamo presenti, eravamo bellissimi, tutti rossi con la sensazione di poter sporcare facilmente quel bianco attorno), preso il gol ha cominciato a sbagliare tutto, sembrava esattamente quello che ogni tifoso della Lazio aveva sognato… Eppure proprio così, proprio contro tutta l’inerzia del mondo, con queste premesse e quel primo tempo e un calcio di rigore contro, la Roma ha vinto. I vecchi romanisti lo sapevano che domenica finiva così. C’era nell’aria. Stavolta non poteva che finire così.

Lo sapeva pure la Curva Sud che quasi per caso, quasi per coincidenza non ha srolotolato la coreografia all’entrata in campo, ha mancato il rito più sacro di sempre e lo ha fatto quasi apposta. Era come un grande disegno, era uno specchio: la Roma e i suoi tifosi avevano iniziato tardi la partita. Avevano ritardato il momento. Come per assaporarlo meglio, anche se la gioia è arrivata in tutta la sua forza bruta, come la sassata di Vucinic. Come a dirsi, e magari a dirgli a quegli altri, che mai come stavolta il derby noi lo giocavamo insieme, che eravamo la stessa cosa. Il popolo e la squadra, la squadra che era fatta da figli del popolo. La stessa cosa. Questo era il derby nel nome di Roma e così è stato. Mai come questa volta avevamo lo schieramento che rispecchiava la storia.

DESTINI il presidente (e la Sensi era a sorpresa presente), l’allenatore, il capitano e il vicecapitano. Tutti romani e romanisti. Era il derby della romanità e soprattutto all’intervallo lo è stato. Soprattutto quando c’è stato il doppio cambio lo è stato, perché è stato letteralmente un cambio doppio. Allo specchio. Non solo perché Ranieri ha marcato una volta e per sempre la sua grandezza (la sua romanità, appunto), ma perché in un derby del genere, in cui la squadra comincia a giocare in ritardo contemporaneamente al “ritardo tecnico” della sua gente ci voleva un ulteriore collante: due giocatori in Curva Sud. Totti e De Rossi che sono la Sud in campo, se ne sono andati sugli spalti e a quel punto è il settore che è sceso in campo. La romanità è una categoria e una filosofia e fa soprattutto rima con generosità. Totti e De Rossi quello hanno dimostrato. Nel momento in cui sono stati sostituiti hanno cominciato a giocare.

L’Olimpico è diventato il paese delle meraviglie. Non è stato un caso che la Curva Sud abbia fatto una seconda coreografia – e stavolta puntuale all’ingresso delle squadre – all’inizio del secondo tempo: c’erano Francesco e Daniele che srotolavano lo striscione, che alzavano i cori, che incoraggiavano i giocatori. E’ stato tutto un gioco di specchi. Nuvole e sole. E tutto questo ha avuto un inizio.

C’è stato un punto, il momento in cui Alice ha attraversato lo specchio, in cui il derby nel nome di Roma ha finalmente risposto a tutte le domande. Il calcio di rigore di Floccari. Lui contro Bertagnoli. Lì i destini si sono guardati e hanno girato nella parte giusta, s’è deciso l’attimo dello sliding doors. Allo specchio. Pochi se ne sono accorti, ma nel derby del nome di Roma, in quel momento, c’erano due giocatori, Bertagnoli e Floccari che avevano lo stesso nome: Sergio. Da ieri forse Vucinic ha deciso come chiamerà suo figlio.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 20 aprile 2010, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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