Una scalata mai vista

Siccome una rimonta del genere nessuno l’aveva mai vista, un’immagine bisogna inventarsela.

Viene prima in mente un sonoro: “Ma che hai fatto?”. Non è né un gol, né un passaggio, e non è contenuta nemmeno in nessun discorso, ma è un’esultanza: la rimonta è una rincorsa. Quella di De Rossi a Okaka che diventa matto prima di diventare londinese e va spiaccicare la sua potenza nera addosso al vetro della Sud dopo aver segnato col tacco nella sua ultima partita da romanista all’ultimo minuto il gol dell’ennesima vittoria. Proprio così, senza una virgola, tutto d’un fiato. Roba talmente forte che qualche screanzato ha scomodato l’ultimo minuto di Cerezo contro la Sampdoria.

Forse è meglio. Ma poi, appena succede tutto questo deve ancora succedere tutto: De Rossi gli esplode dietro, comincia a rincorrerlo e a ripetergli – lo avrebbe fatto all’infinito non ci fosse stata la cancellata gialla della Curva – “Ma che hai fatto? Che hai fatto?” mentre gesticola, si scompone, si smaterializza, si ricompone, lo azzanna, lo vampirizza, se lo mastica, gli sale a cavacecio, urla e spalanca le tonsille che la curva sembra risucchiata in gola. Questo è solo il tono di quello che la Roma ha fatto da cinque mesi e mezzo. E questa intensità la Roma l’ha saputa tenere in ogni giorno di questi cinque mesi e mezzo andati alla storia come quel tempo in cui la Roma ha rimontato 14 punti all’Inter. È un’attualità S così schiacciante che va scritto in corsivo. Quello che ha fatto la Roma è così grande perché l’ha fatto col cuore e l’entusiasmo dei ragazzini e con il lavoro degli specialisti. Il primo, il più bravo si chiama Claudio Ranieri, lui ha programmato tutto. Sapeva tutto dall’inizio. Quanto sia bravo e grande lo si scriverà un giorno in qualche libro, adesso – come a seguire ancora le indicazioni del vero allievo di Nils Liedholm (questo già se lo merita) – bisogna dare merito ai suoi giocatori. Motivarli, fargli anche il mazzo, purché poi arrivi mezza carezza e la fiducia sincera mandandoli in campo. Tanto fuori ci pensano lui e Gian Paolo Montali, arrivato a Roma apposta (e da quando è arrivato è iniziata la rincorsa, è talmente evidente dov’è il segreto…). La rincorsa inizia da un Principe. Dal principio: era il primo novembre del 2009.

VUCINIC E’ il primo novembre, la Roma dà l’impressione di essere tornata nel coma della mediocrità. La risalita dopo l’addio di Spalletti vista da qui, quando all’Olimpico arriva il Bologna – sembra un’illusione. Milan. Livorno e Udine hanno fatto male a tutti e a uno in particolare, Mirko Vucinic che coi toscani e al Friuli aveva sbagliato gol che neanche Pacione col Barcellona era mai riuscito a tirare fuori. Arriva il Bologna in un Olimpico mezzo deserto, dopo una settimana passata tra il ritiro e le bombe carta di notte a Trigoria, e va pure in vantaggio. Poi la Roma vince, Vucinic segna e lo stadio fischia, il mondo è chiaramente capovolto e va rimesso in sesto. Vucinic non segnava da 154 giorni, da quel momento non sbaglierà più niente, farà vincere la Roma in quasi tutte le partite, segnerà col pennello e col violino, sfornerà capolavori con una serialità da supermercato. Gli cresceranno pure i baffi, le scarpette gli si coloreranno di viola, resterà pure incinta, diventerà il vero insostituibile di Ranieri. In quei giorni si comincerà a parlare a sproposito di tridente, con Menez e Totti, e poi con l’arrivo di Toni, quasi tutti nelle probabili formazioni escludono il montenegrino: Ranieri non ci ha mai rinunciato, è a lui che deve l’inizio della rimonta. Trovato il gol, bisogna ricominciare da capo. Dopo Bologna si va a San Siro. Contro l’Inter.

JULIO SERGIO La partita dà una nuova impressione: la Roma non la vince ma meriterebbe di farlo, la pareggia ma manda chiaro un messaggio a chi sa guardarla, a chi la conosce: questa squadra ha un’anima. E ha pure un’altra cosa che non si vedeva da tempo: un portiere. Per capovolgere il mondo Claudio Ranieri comincia dal principio, dalla porta, e lì che si entra e che si esce dalla storia: mette in panchina per sempre Doni e sceglie Bertagnoli. Nel paradiso di Testaccio i terzi diventano i primi. Mai come con questa scelta Ranieri segna un distacco dal passato e dal fantasma delle tre coppe e del bel giocodi Spalletti. In fondo tutte le Rome più belle della nostra storia nascono dopo un 1-1. Questa è già diventata grande. Dopo l’Inter c’è il Bari e col Bari c’è Totti. Non vale. Non c’è niente da dire. In questa rimonta che ogni volta (ri)comincia dal principio il Primo per definizione non si discute, ma bisogna recuperare Juan. Dopo il Bari si va a Bergamo.

JUAN In quel tempo il brasiliano era visto quasi come un fastidio, si facevano i pezzi di mercato ipotizzando – e auspicando – scambi con Collovati. Montava la polemica: Juan è quello che gioca solo a casa sua mentre qui si fa male. Però vestito di bianco in un posto brutto e senza sole fa una cosa importante: gioca tutti e 90’, da quel momento diventa quello che – si vedeva – era sempre stato: un mostro. Trova la cura agli infortuni con una dieta speciale, parla con Dunga e soprattutto con Ranieri. Il dialogo è più o meno questo: «In difesa sei il più forte del mondo, vai e non far passare più nessuno».

La risposta: «Sì». Sì, la Roma ha un portiere, un centrale, un attaccante che sa fare l’ala, il trequartista e i capolavori, e poi il più forte giocatore della storia. A questo punto per volare manca solo una cosa: volare. 6-12-2009 Roma-Lazio 1-0, Marco Cassetti. E quasi passa in secondo piano il ricordo del più grande romanista di sempre: Paolo Negro. Quello che succede è di una bellezza sconvolgente. Che poi in quella giornata la Roma recuperi i suoi primi 3 punti all’Inter (sconfitta 2-1 dalla Juventus…) passa quasi inosservato ma sembra quasi una conseguenza dell’amore. La Roma sa che qualcosa è cambiato: l’ultimo anno e mezzo sbagliato di Spalletti è cancellato, quando Ranieri dà il “cin que” a De Rossi che nel frattempo balla con Totti e i suoi pollici versi, si capisce che la Roma è la Roma per davvero. Che un giorno ci potrebbe essere un’altra volta una Genova per noi. La settimana dopo si va lì: a Sampdoria.

BURDISSO Al Ferraris, Ranieri trova un altro tassello. Al derby ha perso Mexes, uscito per infortunio abbattendo una panchina, coi blucerchiati non riesce a vincere, ma continua a giocare bene e soprattutto non prende gol: il merito è soprattutto di un giocatore. Lo chiamano Il Bandito. Era considerato quasi lo scarto dell’Inter, da quel giorno Nicolas Burdisso diventa titolare della Roma e – forza di questa rimonta che capovolge il mondo – contro il Parma, nella partita successiva, diventa goleador. Quel giorno la Roma è quarta, in zona Champions. Già per tutti è un mezzo miracolo, ma Gian Paolo Montali nello spogliatoio parla di qualcos’altro. La scusa è “riprendiamo la Juve”, l’obiettivo è un altro: quello. Per quello prendiamo dal Bayern Luca Toni. Lui è il Numero 1 per definizione.

TONI L’esordio a Cagliari, nel nuovo anno, sembra un’alba sbiadita e amara. Da 2-0 a 2-2 nel recupero. Ma è l’eccezione che conferma la regola, la discesa ardita per la risalita, e anche un errore dell’arbitro Rocchi. Toni gioca solo qualche minuto, qualcuno parla già di acquisto sbagliato. Il tempo di prendere il traghetto, perché all’Olimpico ci aspettano Chievo e Genoa, e Luca Toni fa scoprire ai tifosi della Roma l’ultima libidine. L’arrapamento passa per la piacevolissima sensazione di avere un fratellone là davanti, una gru, una giraffa, un muro che si muove, uno che prende tutti i palloni che noi – per decenni – non prendevamo mai. La sensazione facile e goduriosa di buttare la palla avanti perché così è palla nostra. Meglio dei regazzini prepotenti. Col Chievo non segna, ma fa di più, col Genoa ne fa due, entra nella nostra storia passando sotto la Sud. L’ingresso migliore. Si va a Torino e si fa male dopo due minuti. Ok stop. Stop. Perché è proprio così che la Roma non si ferma.

DE ROSSI-TOTTI-LA SUD Guardate che hanno fatto i campioni del Mondo della Roma in questi cinque mesi e mezzo. Guardate! A Daniele De Rossi hanno prima spaccato la faccia e poi l’hanno ricoverato per un problema ai reni, a Francesco Totti gli hanno dato le solite botte a caviglie e ginocchia, gli hanno fatto la pulizia (al ginocchio) proprio per togliere un certo tipo d’inquinamento: la vigliaccheria e l’invidia. Toni, che è un amico anche per questo, è rientrato quando lui è riuscito e viceversa. Sono stati all’ospedale e la Roma continuava a rimontare. Capito perché succedeva? Perché loro rimontavano, perché la Roma è nei suoi uomini, nella stessa pelle dei suoi tifosi. Sono loro che hanno preso la Roma per mano anche quando non c’erano. Anche quando giocavano con una gamba. Quando Riise segna al novantamillesimo a Torino per un successo totale sulla Juve, Totti era entrato in campo solo per pareggiare e fare “zitti e casa agli juventini”. E gli juventini ci sono andati.

Quando Vucinic ha battuto Firenze a Firenze, l’ultimo pallone della partita se l’è preso De Rossi che poi ha portato la squadra sotto l’angolo di Paradiso del Franchi, così come poi sotto la Sud a Bari. Quando la Roma ha battuto l’Inter Totti s’è preso sulle spalle De Rossi (più che altro è Daniele che gli è saltato addosso) per portarlo fin sotto la Curva Sud. E’ lì che tutto va a finire, anche contro l’Atalanta prima di iniziare. Il Capitano è andato là sotto e si è battuto tre volte il cuore.

Capito perché la Roma ha rimontato? No? Meglio. Perché non è finita qui. Adesso non si può dire tutto.

Annunci

Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 13 aprile 2010, in Articoli con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: