La sfida infinita

L’impressione è che non è mai successo quello che invece potrebbe accadere oggi. Roma-Inter è una sfida infinita non tanto per aver deciso più trofei nell’ultimo decennio in Italia, piuttosto perché ha in sé qualcosa di non compiuto, appunto di non finito, almeno vissuta da questa parte. Dal 2005, con l’arrivo di Luciano Spalletti, l’uomo che ha fatto di Milano un campetto di periferia, a oggi, l’impressione è che non abbiamo mai messo la testa davanti a loro riuscendogli veramente a fargli vedere – pardon – il culo. Gli abbiamo dato fastidio, soprattutto quando gli abbiamo rovinato la festa del loro primo scudetto sul campo apparecchiata a San Siro il 18 aprile 2007, gli abbiamo fatto male tante volte, soprattutto con un 6-2 storico in Coppa Italia, ma rimanendo il lupo di rincorsa.

Proprio per questo la fame è tanta, forse per questo Ranieri non troppo tempo fa ha parlato di lupi famelici. Oggi c’è la cena. Oggi è tutto questo che può cambiare, tutti quei secondi posti, più di un paio di Supercoppe buttate e un paio di coppe Italia perse, quei punti di distacco che ci danno ogni tanto: la storia di una sfida infinita. E’ esattamente così: da quando c’è Roma contro Inter per qualcosa di grosso noi non li abbiamo mai battuti in campionato a casa nostra. Mai. Sono duemiladuecentoundicigiorni che non lo facciamo all’Olimpico in serie A. Esattamente dal 7 marzo 2004 a oggi: 2211 sere fa. Nei numeri ci sono sempre un po’ di verità: 2211, sembrano allo specchio, una formazione e tutti i giocatori in campo. 2211, speculare.

Il concetto del doppio, un trattato di psicanalisi. Roma contro Inter, Inter contro Roma e mai come stavolta si potrebbe fare. Vista da qui l’ultima vittoria sembra preistoria, quasi fantasma, come i tre gol tutti buoni che ci annullò ingiustamente Rosetti: ecco lui non è mai cambiato rispetto a quell’epoca. Che poi sia capitata Calciopoli vuol dire poco: ha sistemato Juve, Milan, ma ha lasciato campo libero proprio a loro. Tre gol annullati eppure vincemmo 4-1, con Cassano che era Cassano e Amantino un brasiliano giovane entusiasta di giocare con la maglia più eccitante del mondo. Il totale avrebbe fatto 7-1, un risultato col quale noi dovremmo sempre fare necessariamente i conti, almeno con l’inconscio: ma se oggi dovesse succedere che… Oggi si potrebbe saldare tutto.

Per il resto tutto è cambiato, tranne la Roma: in quel tabellino ci puoi leggere i nomi di Francesco Totti, in campo e in gol, e di Daniele De Rossi in panchina. La Roma. De Rossi oggi ci sarà, Totti oggi si vedrà. Totti all’Inter ha fatto il suo gol numero 100, De Rossi in quella stessa partita segnò e si strappò la pelle sotto la Sud, era la prima partita di Delneri, non preistoria, qualcosa di più lontano: ottobre 2004.

È l’anno dopo che ebbe inizio tutto con l’arrivo a Roma di Luciano da Montespertoli. La prima volta fu un 26 ottobre del 2005, una serata strana preceduta da una confessione anonima di chissà quale giocatore della Roma (probabilmente di chi un giorno andrà a vestire proprio la maglia numero 26 dell’Inter e che quel giorno festeggiava il compleanno) e Totti regalò all’umanità un capolavoro degno di un particolare di Masaccio in qualche cappella fiorentina. Vinse l’Oscar per quel gol, campo-campo, terra-cielo all’Inter e a Julio Cesar, l’Oscar non solo dell’Associazione Italiani Calciatori, ma proprio quello di Hollywood. Giuro. E’ stato uno spettacolo, un film quel gol, perché se lo rivedi te ne freghi pure del finale tanto è bello quell’andare del pallone: un viaggio alla Verne.

Lì cominciò a cambiare la storia, ma quella della Roma a San Siro, perché Spalletti bissò anche l’anno dopo. L’anno dopo ancora, invece, fu un certo Rosetti a toglierci una vittoria e lo scudetto, all’ultimo minuto, dopo averci espulso dal campionato insieme a Mexes. Quella era la stagione degli aiutini e di quell’aiutone di San Siro, tutti neologismi di Francesco Totti (un padre della nostra lingua: ite, ite).

Insomma a Milano ce la siamo comandata e questa è una goduria quasi morale che niente e nessuno ci può levare. Un risarcimento a Rocco e ai suoi fratelli, e a tante emigrazioni tristi in quella terra così in e così grigia. Il senso di tutto questo, forse – perché no? – di una vita, è Roma Roma suonata al Meazza mentre diecimila persone alzavano più in alto del Duomo la coppa Italia insieme al Capitano. Avete mai visto alzare una coppa da un popolo? Chi c’era quel pomeriggio (come oggi? sarà pomeriggio questa sera) ha pianto. Tre mesi dopo si realizzò addirittura un sogno di fine estate: la Supercoppa con gol di De Rossi mentre Totti faceva quello che gli pareva, anche non tirare un rigore (ve lo ricordate il colpo di tacco piantato come un esclamativo sulla faccia di Materazzi?). Era il 19 agosto, tutto sembrava possibile, di stelle cadenti ne passavano ancora tante. Esprimetelo adesso il desiderio, perché quello che non è mai successo potrebbe accadere stasera. Perché tutti i sogni di questi anni se ne sono andati proprio quando erano qui vicino, proprio qui accanto, a casa nostra: stadio Olimpico di Roma.

Fu proprio Materazzi a farci male all’ultimo minuto in un’altra sera di marzo, il 5 del 2006, arrivavamo da undici vittorie consecutive: aveva segnato Taddei, saremmo andati a un punto dall’Inter, e quindi dallo scudetto che poi Guido Rossi gli avrebbe impacchettato sul tavolino. Sarebbe stata la nostra dodicesima notte. Un minuto, solo un minuto. Il 44’ della stagione dopo bastò a Crespo a vincere, poi negli ultimi due anni due brutte quaterne che non è proprio il caso di ricordare se non per dire che sul 4-0 per loro si sentiva solo la nostra gente cantare. Ecco: è questa Roma, tutto quello che loro non saranno mai.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 27 marzo 2010, in Articoli con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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