Super Toni ci regala sensazioni uniche

Luca Toni per i tifosi della Roma è una sensazione nuova. Una scoperta semplice ma fatta da adulti, cioè che si può giocare anche con il pallone alto e, soprattutto, che si può farlo bene. Anderson, Hoennes, Brio… il gioco lassù l’abbiamo sempre sofferto, semplicemente perché non ci arrivavamo, non ce l’avevamo.

La sponda, la spizzata, la torre, la carambola infame, il rimpallo zellato, ’ste cose così le abbiamo sempre prese, anche quando eravamo una grande Roma. Gioco sporco, ma sensazione limpidissima.

Luca Toni sabato pomeriggio – già sa di canzone – è stato innanzitutto un bagno di freschezza, l’impressione di poter riavere a che fare con un futuro non scontato. Qualcosa di tonico, di punk alla Joe Strummer (the future is unwritten) proprio perché nel nostro passato non ci sono precedenti identici.

In principio era Roberto Pruzzo, e in principio c’è rimasto, nel senso che nessun attaccante della Roma sarà mai come Pruzzo. E’ lui che si chiama Bomber. Punto. Pruzzo sapeva volare, una volta riuscì a farlo dando completamente le spalle alla terra, all’ultimo minuto rigirando sottosopra la Juventus a Torino. Pruzzo volava con la testa, lo fece pure quella notte… Pruzzo non si muoveva, era persino più statico di Romario, più di chiunque altro, era alto un metro e settantotto e si teneva di sé tutto e così segnava. Era tecnica esplosiva, capacità totale di rubare l’attimo che pesa al tempo, un adorato rompicoglioni che faceva il suo lavoro di fare gol meglio di tutti. Giocava in una Roma che il pallone se lo coccolava (apposta in casa lo sceglieva tutto bianco), non poteva nemmeno poter essere il fenicottero compassato che è Toni. Era un altro calcio e lui un altro giocatore.

In seguito è stato Rudi Voeller. Lui volava per definizione e pure lui faceva reparto da solo (glielo cantava la Curva Sud: “er tedesco sta a giocà da solo“). Giocava come trascinandosi dietro un mantello immenso, uno di quei Re che incontra il Piccolo Principe, ma soltanto buono: si portava dietro tutta la squadra. Potenzialmente non c’è stato un giocatore più sprecato in una squadra. Voeller e Toni sono due mondi diversi, nemmeno l’accenno di ingobbimento prima di scattare li può accostare.

Tantomeno Abel Balbo, uno che sapeva fare gol e basta, centra qualcosa con Toni a parte quel senso di opportunismo feroce per entrambi.

Di Gabriel Omar Batistuta ci può essere qualche somiglianza con la chioma, ma nemmeno. Batistuta andava per verticale e basta, era potenza applicata al chilometro, era sublime prepotenza, non era il lungagnone, la giraffa, il cartone oblungo che è Luca Toni.

Luca Toni negli ultimi trent’anni (1980-2010) la Roma non ce l’ha mai avuto, ed è questa la sensazione sublime. E’ l’ultima libidine romanista, e quello che aspetti e che arriva – come i palloni che cadono dall’alto puntualmente sulla sua testa – e che ti dà di più di una certezza: ti dà la speranza. Intanto Marta Cecchetto è a Roma, lui sta cercando casa – finora è stato in un albergo all’Eur – e crede di restarci più dei sei mesi di contratto che ha. E questa è più di una sensazione.

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Informazioni su Tonino Cagnucci

Romanista. Papà di Lorenzo

Pubblicato il 11 gennaio 2010, in Articoli con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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