La rivoluzione di Maradona, una religione senza santi

Qualcuno ha scritto che Dio s’è ripreso la sua mano. Può darsi. I piedi no, perché almeno il sinistro così non ce l’ha mai avuto. Se è blasfemo va bene, perché Maradona non è stato solo il più forte, ma una religione. Forse perché semidio (e come fai a vivere con tutta quella grandezza nel quotidiano?) o perché irriducibilmente umano ha passato una vita a sfidare tutti i santi in paradiso. Era nato senza. Povero, con un’arancia buona per palleggiare prima ancora che da mangiare.

Si parla spesso di calcio e vita, Maradona è il caso in cui va coniugato il verbo essere: il calcio è vita. L’ha praticata questa adiacenza, come un poeta maledetto ha praticato la poesia. «Non si fa un capolavoro, si è un capolavoro», diceva Carmelo Bene e diceva bene. La scrittura, l’arte, il calcio, per i poeti, per gli artisti, per Maradona, non sono scelte, non sono lavori, non sono opzioni, non sono passatempi, non sono possibilità, non sono riconoscimenti: sono necessità. Condizioni. Obblighi. Non potresti farne senza. Aria, Sangue. Piscio. Fango. Cielo. Non sai far altro che dover esprimere “quello” (van Gogh che dipingeva sempre le scarpe, Monet le ninfee, Cezanne il Monte). Vale per tutti quelli che hanno un qualche segno speciale di speciale disperazione, qualunque esso sia, un marchio, un talento, una benedizione, una maledizione, che ti porta a vivere la vita succhiandola, ma senza avere la minima corazza per quella sensibilità spudorata che ti fa vivere e non vivere così.

Parlare di Maradona calciatore è ridicolo quasi come i paragoni che si sono fatti e si faranno sempre con lui. Messi, Pelè sono campioni assoluti, Maradona è una religione. Maradona non è stato all’altezza di se stesso pensa gli altri che possono essere al suo confronto. Da romanista ci ho sempre tifato contro sia chiaro, sia col Napoli sia con l’Argentina, poi è capitato proprio nel mezzo della rottura del gemellaggio; ho tifato tanto Voeller nella finale Mondiale di Roma ovviamente, gli preferivo Mimmo Oddi ovviamente. Ma questo è scontato, questo è secondario, questo fa parte del suo stesso gioco. Maradona non fa parte della storia del calcio, fa parte della storia.

Maradona è stato una rivoluzione. Maradona è un nome che ha già un destino dentro. Nemmeno è santo è Santa Maradona. È la linguaccia dei Rolling Stones. È più della Gioconda coi baffi di Duchamp. È quasi il nome di una curva, sarà il nome di tanti stadi, è stato il marchio di tanti scugnizzi di Napoli e dei “bosteros” di Buenos Aires che non solo hanno sognato ma che si sono visti essere lui.

Nella sua religione Maradona ha incarnato il popolo, s’è fatto popolo e non lo ha tradito. Perché quando è risorto dalla povertà non l’ha dimenticata. Maradona è stato una rivoluzione. Quella dei Sud del mondo. Ci è nato. Ci è andato a giocare e persino a vincere. A Napoli dove non aveva vinto nessuno prima, il Mondiale battendo l’Inghilterra dopo averci perso una guerra. Ha lottato contro la Juve, la Fiat, Agnelli, la Fifa, il capitale, ogni potere lui che sapeva non poter essercene di buoni. È stato dalla parte dei Carmando non dei Platini, dei premi partita per i massaggiatori, non dei sorrisi preconfezionati dei vincitori. Gliel’hanno fatta pagare, lui che continuava a non perdonarsi di essere se stesso.

«Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto» scrisse Galeano di lui. Meglio non si può. Anche perché di Maradona oggi dovrebbero parlare i napoletani. Perché sì un mostro del genere appartiene all’umanità, ma di più a Napoli. De André ha scritto nelle sue agende conservate all’Università di Siena che Maradona avrebbe potuto giocare solo a Napoli; probabilmente per lo stesso motivo per cui Pasolini scrisse che una rivoluzione in Italia sarebbe potuta partire solo da Napoli. Pasolini non ha mai visto Maradona. Questo è un rimpianto. Ma niente al confronto di tutte quelle persone che hanno visto veramente arrivare il loro messia e sono state felici. Maradona ha fatto felice la gente, questa è stata semplicemente la sua grandezza. Ed è questo quello che dovrebbe fare un dio.

Pubblicato su “Il Romanista” del 26 novembre 2020

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Non tiriamo giù la maschera

Testa al Napoli, anzi prima c’è il Cluj. Forse un po’ esagerato metterla immediatamente così senza godere nemmeno un po’ del tanto che si è visto ieri all’Olimpico, però sicuramente non è sbagliato. La vittoria di ieri è più bella del risultato non solo perché poteva finire tanto di più a niente, ma perché a memoria di romanista una vittoria così tranquilla in una gara così importante si perde nella notte dei tempi. Pur con tutta la dovutissima scaramanzia e l’ancor più necessaria attenzione, dal primo minuto del secondo tempo forse non c’era un romanista timoroso che l’avremmo sprecata: rilassarsi mentre gioca la Roma è qualcosa più di un’ipotesi irrealistica, è peggio di un paradosso o di un ossimoro, è un unicum se mancano 45′ e ti stai giocando tipo la testa della classifica. 

Strane, belle sensazioni cresciute durante la partita grazie alla Roma che ha saputo prendersela sorseggiando: palleggio paziente, verticalizzazioni al momento giusto, rischi zero (0, o) la capacità di abortire abbozzi di ripartenze al maestro della libertà Gervinho, poi un gol bellissimo, un altro da bocca aperta almeno quanto l’azione che ha portato al terzo. E più che gli applausi giustissimi a Mkhitaryan (che je voi dì?) le sottolineature vanno ai cosiddetti comprimari: Borja Mayoral quasi per definizione e Villar a cui sta bene il 14 sulle spalle. E a tutti gli altri, perché non sono altri.

Pensare al Napoli, anzi al Cluj e non spellarsi le mani per i tenori, sembra uno sguardo più prolifico, più simile a quello equilibrato del suo allenatore. Fonseca, sostituito con Allegri prima della Juve, affiancato dal tutor prima di quella partita, ieri non ha vinto ma ha stravinto senza Smalling-Pellegrini-Dzeko, cioè senza la spina dorsale della squadra. Più o meno fa così dall'”altro” Roma-Parma: 16 partite, 12 vittorie, tanti gol fatti, pochi subiti, 4 pareggi di cui 3 con Milan, Juve e Inter, l’altro una sconfitta a tavolino (perché qualcuno s’era scordato la “tacchia”). E il valore migliore, più della sua capacità di cambiare mantenendo la sua idea di gioco, anzi affinandola col cambio (dalla difesa a 4 a quella a 3, dai ragazzini esterni d’attacco a inizio della scorsa stagione – Kluivert e Ünder – a Pedro e Mkhitaryan, da Mancini a centrocampo a Cristante interfaccia dappertutto) è proprio questo suo profilo tranquillo, equilibrato, elegante che fa tanto bene a Roma e ai romanisti. Soffriamo già tanto di noi, che un allenatore calmo ci aiuta. Sa quello che fa più di noi.

È paradossale (apparentemente) che il commento dominante sulla vittoria di Genova era stata la staffetta nel ruolo di attaccante fra Borja e Mkhitaryan: ieri se c’è stato un asse (ce ne sono tanti in questa casa in costruzione) è proprio quello fra Mayoral e Mkhitaryan – fanno pure rima – col primo che ha sempre cercato la profondità, fatto sponda per la squadra e fatto l’assist a quel fulmine del 2-0. Chissenefrega, fa parte del gioco, va bene se la Roma vince e non ci deve essere spazio per i “telavevodettisti” e nemmeno per i “telavevodettisti dei telavevodettisti”, però ssst, profilo non basso, ma tranquillo. Pensiamo al Napoli, anzi al Cluj, meglio una Roma che non butta giù la maschera soprattutto di questi tempi e soprattutto se è come quella che hanno indossato ieri i Friedkin.

Pubblicato su “Il Romanista” del 23 novembre 2020

Gigi Proietti, la Roma più bella

Si dice che Ettore Petrolini poco prima di morire fece una battuta. Un modo supremo per far vincere la vita. Quello definitivo. Una battuta sul letto di morte e così la morte è battuta. Gigi Proietti (il più Petrolini di tutti i Petrolini che sono seguiti a Ettore Petrolini) che se ne va il giorno del suo compleanno è sì – come hanno scritto già tanti – la mandrakata finale. Un’uscita di scena teatrale. Sicuramente semplicemente una coincidenza, omaggio del destino o scherzo del caso a un gigante della nostra cultura. Andarsene il giorno in cui si era arrivati.

Pier Paolo Pasolini ha scritto che l’inizio e la fine coincidono (si torna al punto di partenza; la ripetizione inaugurale; la circolarità del suo Edipo cinematografico eccetera), Pasolini che pure lui è morto proprio ieri ma di 45 anni fa (era il 2 novembre del 1975), Pasolini un “morto che s’è ammazzato”. Pasolini più di ogni altro è stato l’intellettuale che ha messo in mutande l’arte, intesa come qualcosa che si produce dall’alto, in un altrove, in una torre d’avorio per pochi pseudo eletti; e ferocemente massacrato l’idea della cultura intesa come nozionismo o ostentazione borghese, roba soltanto da pelliccia e da Prima alla Scala o da circoli radical chic. Pier Paolo Pasolini è stato il primo a dire compiutamente, dal punto di vista filosofico, «nun me rompe er ca». L’ha strillato.

Gigi Proietti oltre a essere per sempre Mandrake, e quello delle barzellette che fanno davvero ridere, per me ha fatto soprattutto questo: ha portato Shakespeare a Villa Borghese e lo ha fatto come i padri “ce” portano i ragazzini la domenica mattina. Ha fatto scuole di teatro e sfornato, modellato e dato una via ai talenti. Ha studiato. Ha lavorato. Dietro a un “aho”, a un fischio maschio senza raschio, ci stanno sudore, studio, impegno, letteratura con tanti rischi.

Gigi Proietti è stato Mandrake ma anche Otello, Dumas padre e amico del Pomata fijo de ‘na mignotta. L’alto e il basso. L’aristocratico e il popolare. Lo sberleffo e il pensiero. La bocca che si apre per ridere e la fronte che si corruccia per riflettere. Un mostro teatrale.

Gigi Proietti non è solo quello che «al cavaliere nero non je devi rompe’ er cazzo» e non lo è proprio perché al cavaliere nero devi portare un certo rispetto. È un cavaliere vero.

Il Globe Theatre al centro di Roma è stata una felicissima rivoluzione. Che poi prima ancora della storia di Romeo e Giulietta, o di Iago, o di Puck, o di Rosencratz e Guildestern spediti da Amleto da qualche parte, già il solo far andare in quel teatro di legno la gente è far conoscere Shakeaspeare: il teatro elisabettiano è stato soprattutto teatro popolare, senza quarta parete, senza arco di proscenio, senza divisioni fra platea e palco, con la gente che ci si metteva direttamente ai margini o sopra al palco a vedere anche Shakespeare recitare. E Shakespeare, il primo a mettere in discussione la fatalità e l’ineluttabilità dei Greci (gli è bastato far sorgere un dubbio a un Figlio alla solita richiesta di vendetta del Padre per allontanare questi fantasmi) è stato il tutto che ancora è, anche perché per esempio per primo portò le puttane e il loro linguaggio a corte, vicino alle regine, i porri gallesi accanto alle gemme della corona, il beone Falstaff accanto a un Re capace di vincere “con un manipolo di pochi” l’esercito di troppi francesi. L’alto e il basso. L’aristocratico e il popolare. Per questo Gigi Proietti è stato e resterà per sempre Roma.

L’ha onorata e trasmessa non solo per l’idioma o il dialetto, ma per lo spirito. Roma sta qui da prima di tutti, va saputa raccontare: non basta una parlata sguaiata, anzi Roma è tutt’altro. Roma è colta pur non volendo e non puoi non farci i conti. È il portiere di Cinecittà che Federico Fellini incontra per la prima volta quando viene qua che gli chiede «che va cercanno signori’?». E visto che qui s’è sempre trovato di tutto, tu devi saper rispondere. Altrimenti “nun me rompe er ca”. Altrimenti conta l’esistenza se devi fare finto esistenzialismo. L’autentica arte è popolare, la cultura è semplicemente un modo di stare con gli occhi aperti in mezzo al mondo. Occhi ben aperti e puliti, questo solo si esige: per guardare la vita. Occhi belli come quelli di Gigi Proietti. La sostanza che svuota la posa, la sostanza diventata arte che è una delle definizioni pressoché perfette di Roma. Che è carne, strada, bellezza, sogno, saliva, sanpietrini, rabbia, dolore, cuore, ma sempre cuore. Per questo è stato popolare ma non populista, romanesco ma non “romanaccio”, Romanista nel senso che a Roma si è della Roma come un tratto, un costume, un dovere, una condizione, non si può essere altro.

Socrates scrisse che sognava di morire la domenica in cui il Corinthians diventava campione, gli è successo. Proietti se ne è andato dopo la partita che per tutti è stata quella dei tre tenori. Invece almeno per oggi, Dzeko, Pedro e Mkhitaryan sono King, Soldatino e D’Artagnan solo perché così Mandrake prende finalmente la tris e vince. Pensa, per sempre.

Uscito su “Il Romanista” del 3 novembre 2020

Quelle tre sassate per terra

Il rammarico di Romagnoli col numero del suo idolo Nesta dopo aver sprecato l’occasione al 96′ per il 4-3 è forse la cosa più bella di una partita strana, senza capo (visto i gol immediatamente presi all’inizio dei tempi) ma con coda (visto il triplice pareggio strappato vicino al triplice fischio).

Però, “tifosismi” a parte, c’è un’immagine più bella di questo strano Milan-Roma 3-3 che un po’ lo racconta meglio: l’esultanza di Dzeko al gol di Kumbulla. Guardatela. L’attaccante sta al centro dell’area e vede il difensore segnare, è tutto capovolto, il Cigno si trasforma in Leone, pare persino farsi più basso (potrebbe sembrare Veretout) quando per tre volte schiaccia a terra con un pugno la sua gioia, la sua rabbia, la sua voglia. La “rincarca”. Tre pugni non al cielo ma in terra. Tre sassate d’aria. Puro derossismo. Splendido. Il Girasole, l’attaccante magistrale ma che ogni tanto si assenta, tira fuori un repertorio tutto sangue e vecchie maniere che fa ben sperare per lui, che è il capitano della Roma, e per noi, che ne siamo tifosi. Ed è quello che è successo ieri, in una partita dove la Roma non è stata magistrale per niente perché è imperdonabile subire un gol dopo un minuto e mezzo e ancora più imperdonabile la recidiva del secondo tempo (anche subendo il medesimo protagonista: Leao).

Tutto vero, come le occasioni del Milan, ma, come quell’esultanza di Dzeko, per tre volte la Roma non s’è messa le mani sui fianchi e s’è ripresa la partita. Tre volte non è poco, soprattutto in casa del Milan imbattuto fin da prima del Covid e che in questo campionato aveva preso solo un gol, soprattutto dopo l’oscenità inventata da Giacomelli per il non intervento di Mancini (almeno sul nostro ‘na mezza cosa si poteva pure equivocare). La Roma che rimonta è una Roma romanista, tre volte ieri e tre volte in pochi giorni: col Benevento, con lo Young Boys e in parte, ma anche di più per quantità e qualità, a San Siro. Un paio di stagioni fa c’era riuscita una volta in un anno più o meno. Qualcosa è cambiato, da questo punto di vista l’esame di San Siro è in parte superato. Anche qualcos’altro almeno ieri è cambiato, cose più strettamente romaniste: nella nostra storia abbiamo sempre pagato dazio al secondo portiere avversario, da Ciucci-Negretti (il maledetto paradigma) ad Avramov, passando per troppi dodicesimi diventati Jascin contro la Roma. Ieri senza Donnarumma ha sbagliato Tatarusanu. L’altra cosa è la prima e l’ultima, Marash Kumbulla che sbaglia all’inizio di tutto ma che alla fine si e ci ripaga dell’errore. Rimonte e risarcimenti, concetti per noi molto importati e troppo spesso desueti. Eldoradi. Certo l’idea – e forse l’odore alla vigilia si annusava – era quella di vincere in faccia al Milan dei 21 risultati consecutivi che sembravano proprio 21 modi per dirti ti batto; una vittoria avrebbe aperto scenari forse spudorati, ma questo pareggio non li chiude. Anzi li tiene stretti nei pugni di Dzeko.

Pubblicato su “Il Romanista” del 27 ottobre 2020

Fatto il nostro, ora Milano Europa

Quello che doveva succedere è successo: dovevamo vincere e abbiamo vinto, doveva sbloccarsi Dzeko e si è sbloccato, ne ha fatti addirittura due, la Roma persino cinque.

Messa così va bene, malgrado le sofferenze che pure ci sono state contro il Benevento, e infatti va bene. Hai vinto 5-2. Abbiamo vinto 5-2. La classifica ha una decenza dopo l’indecenza iniziale di Verona. Certo non va bene andare sotto e soprattutto farsi riprendere una volta che sei andato sopra, non va bene soprattutto prestare il fianco alla cosiddetta matricola, ma è pure vero che il Benevento è veramente una cosiddetta matricola, perché gioca bene, è arrivata qua con 6 punti, ha trovato la leggerezza e il vantaggio psicologico del vantaggio dopo 5′, poi quella di essersi ritrovata in partita prima col Var che annulla il 3-1 a fine primo tempo e poi con un rigore comunque regalato da una nostra leggerezza. Aveva vinto pure a Marassi contro la Samp e noi sappiamo che la Samp a Marassi ultimamente fa cose belle, anzi bellissime.

Sicuramente si è sofferto troppo ma gli aspetti positivi, oltre i 2 gol di Dzeko (che fa 108 il 18/10 che è il giorno di quel gol allo Stamford), i 3 punti e le 5 reti della Roma sono superiori alle criticità. A proposito di numeri, Fonseca ha ritirato fuori la difesa a 4, spiazzando tutti ancora e ancora dimostrandosi un tecnico che sa pensare le partite, sa cambiare le sue strategie, stavolta anche in corsa perché i cambi spagnoli, soprattutto Villar e Perez, hanno portato immediatamente a belli e succosissimi frutti. Avrà anche i suoi difetti (ne vedo sostanzialmente solo uno, ma grande: Duisburg, la non partita col Siviglia) ma un allenatore straniero che al primo anno si ritrova in un altro paese, in un altro campionato che per antonomasia è il più difficile, con una media di 10 giocatori infortunati nella sua prima parte di stagione, l’infortunio del suo più forte giocatore a inizio anno, la pandemia, il cambio di proprietà, un altro infortunio e sempre al suo più forte giocatore, fa 70 punti, e vince 9 delle ultime 12 (e le altre 3 le pareggia meritando di vincerle) non si capisce proprio perché debba stare sulla graticola.

Come si dice. Ma si dicono tante cose, basta non sentirle. Pure che ieri non c’era il rigore per la Roma e per il Benevento sì, e addirittura sembra dar fastidio quando persino Inzaghi, che si era “spiazuto” del rigore contro, poi ammette che allora nemmeno quello del Benevento c’era. Allora spiaze un po’ di più. O di meno. Dipende dai punti di vista. Problemi loro. Stanotte qui già si comincia a pensare a Milano. Anzi no, c’è l’Europa.

Pubblicato su “Il Romanista” del 19 ottobre 2020

“Peccato”

Liedholm diceva che si giocava meglio in 10 contro 11. Era uno dei suoi paradossi che servivano ad anestetizzare qualsiasi polemica o semplicemente a divertirsi, ieri però purtoppo l’antico adagio del Barone è stato un’altra volta vero.

Fino all’espulsione la Roma è stata dominante, bella, vincente. Vinceva, giocava meglio, soffriva (poco) e ripartiva (tanto), sprecava su un palo tutta la bellezza partorita in campo. E toccava proprio a Dzeko incarnare questo karma: assist, passaggi col petto, aperture da Girasole e poi, invece, non riuscire a fare la stanghetta elementare. Più che mai Albatros che con le ali da gigante non riesce a camminare. Ma l’anima ce l’ha messa, questa è una risposta. E ieri la Roma qualche altra l’ha data.

È evidente che dopo il rosso la Roma si è sentita oltremodo responsabilizzata, come a dirsi «ora non possiamo non vincerla». Ed è quando ti prefiguri un «no», che ci sbatti contro. Questo è stato il limite di ieri, un grosso limite di personalità su cui bisognerà lavorare. Chiamatelo braccino, è una sintesi sicuramente giusta ma non restituisce l’interezza della partita della Roma. Perché questa è stata sicuramente un’occasione persa, sicuramente la notte è passata male, pensando a quanto abbiamo sprecato, a quel che sarebbe potuto essere e non è stato, ma ieri è finita con Ronaldo e Pirlo a festeggiare in tv un pareggio strappato alla Roma.

Sì, proprio quella squadra senza ds, in mezzo a un mercato ancora da finire, che da poco più di un mese ha semplicemente cambiato tutto, che da qualche giorno ha perso la prima del campionato a tavolino, con il suo giocatore migliore che era praticamente andato e che ieri si ritrovava a giocare immediatamente contro il suo futuro mai accaduto, con tre quarti di Roma (forse mezza) che chiedeva la testa di Fonseca e che dava per scontato oggi l’arrivo di Allegri, e potremmo continuare… eppure questa cosa qua – si chiama Roma – strameritava di vincere contro i campioni d’Italia. È finita con la Juve a dire in tv che è «un punto benedetto».

Al di là del rosicamento (e mica passa), degli errori, dei cambi (forse) ritardati, prendiamoci la realtà di una squadra che ha sicuramente dei valori alti (Veretout, Pedro per esempio) e che è sicuramente all’inizio di una nuova avventura. C’è ancora il tempo per migliorare l’organico e per ritrovare una fiducia che non ha perso solo la squadra, ma un po’ tutti noi e che forse potremmo ritrovare. Stamattina stiamo maledicendo un 2-2 contro la Juve, e non è un paradosso del Barone.

Pubblicato su “Il Romanista” del 28 settembre 2020

Roma-Juve 3-0, 16 marzo 1986: ecco come è nato quel capolavoro

Il giorno dopo Roma-Avellino inizia il capolavoro di Roma-Juventus. Si pensa a qualcosa di mai visto prima in nessuno stadio in Italia e d’Europa. Qualcosa che renda omaggio a quella che, in quel momento, è forse la miglior Roma di sempre, almeno dal punto di vista del gioco; qualcosa che l’avvolga e la sproni, qualcosa che lasci a bocca aperta tutti. Si pensa a uno stadio tutto giallorosso, a una coreografia per tutto l’Olimpico.

Lo slogan per le partite che contavano, nei volantini, nei comunicati, nei passaparola, nel cervello era sempre lo stesso in quegli anni: «Almeno oggi tutto lo stadio come gli ultrà». E partiva sempre almeno una volta il coro dalla curva: «Tutto lo stadio». Era l’epoca in cui si ricercava costantemente comunione. La regia di tutto è di Fausto Iosa e dei suoi ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud.

Pruzzo fa 5 gol all’Avellino, il giorno dopo riunione e primo sopralluogo all’Olimpico. Ne seguiranno tanti altri: lo stadio va misurato in tutte le sue dimensioni, settore per settore. Si va. Si va a Firenze dove pareggiamo sotto la pioggia, e c’è una sorta di prova nel settore. Ogni sera una riunione, prove, paure e speranze. La Roma dopo la stecca di Firenze, perde a Verona: fa male, ma chissenefrega. A 5 punti dalla Juve lo Scudetto è praticamente andato, l’idea e la voglia no. La Roma merita il più grande riconoscimento possibile, questa è la nostra partita, di fronte abbiamo “loro”.

Bisogna avere ancora tutte le autorizzazioni per una cosa del genere: la società non è un problema, la Questura insomma, di sicuro serve la dichiarazione di “idoneità” dei materiali dalla ditta che li forniva. Il giorno dopo il Bentegodi arriva il camion con i chilometri di plastica colorata. Ma non è ritagliata, le misure non sono suddivise per settore, i rotoli vanno tutti srotolati, rimisurati e ritagliati, in più il rullo che li tiene non va bene perché è impossibile da gestire. Ci saranno nuovi rulli, messe nuove bobine. Si rimisura, si ritaglia, si continuano i sopralluoghi dell’Olimpico, servono i pass per andare nei diversi settori da dove si coordinerà lo spettacolo: Tevere, Monte Mario, Distinti Nord, Sud, curve.. E poi tutti in Sud.

Sarebbe un paradosso che lo spettacolo più grande mai allestito in uno stadio si svolga con la Sud orfana di chi lo ha creato. O forse no. Estremo esempio dell’altruismo di quei tempi: si fanno le cose per la Roma e per gli altri tifosi, non per sé. Le strisce rosse vanno bene, quelle gialle sono indietro nella lavorazione.

E’ sabato, bisogna portare tutto il materiale dentro massimo per le 10.30. Alle 8 una decina di rotoli non hanno il cavo tirante, si va comunque, si finirà il lavoro direttamente domenica mattina. Domenica. Quando “sonano” le campane il Commando è già dentro, alle 7.30 ci stanno tutti, coi pass, le istruzioni avute e quelle da dare, i volantini, i megafoni, le raccomandazioni, la Monte Mario sembra in ritardo poi sono le 14.30. Mario Iosa ha un bandierone della Svezia, omaggio a Eriksson, col quale darà il via allo spettacolo non appena dal tunnel sbucherà Agnolin. Eccolo. Guardate. 16 marzo 1986, Roma-Juventus 3-0.

Pubblicato su “Il Romanista” del 26 settembre 2020

“Dzeko, Milik o Pruzzo. Forza Roma”

L’agenda del cuore impone sempre la Roma, ma oggi anche quella normale. Proprio nel bel (brutto?) mezzo del mercato, prossimi a una definizione grossa, grossa qual è la cessione di Dzeko e l’acquisto di Milik, a tre settimane soltanto dalla fine di una stagione che non sarebbe dovuta nemmeno ricominciare, a un mese da un cambio storico di proprietà, semplicemente gioca la Roma.

E allora (chi ne avesse bisogno) recuperi facilmente la bussola in questo Nord-Sud-Ovest-fiera dell’Est di chiacchiere, piagnistei, sogni o rassegnazioni. Dzeko, Milik o Pruzzo, Friedkin, Pallotta o Marchini, Mascetti, Fienga o Baldissoni, pre o post Covid, con o senza tifosi (questa personalmente è l’unica cosa difficile da accettare) gioca la Roma. Conta la Roma. Scende in campo la Roma. Riscende in campo la Roma. Si accendano i riflettori, sia quelli virtuali, metaforici, sia quelli effettivi, ci si focalizzi sull’unica cosa che se sei tifoso “tutto move”: la Roma. Stasera inizia il campionato a Verona in una partita che è sempre stata per definizione romantica (col Verona l’ultima di Ago, di Pruzzo, di Tancredi, l’ultimo gol di Bruno Conti, soprattutto l’ultima partita del muretto della Curva Sud prima dell’abbattimento per i Mondiali del ’90: basta?) sarà che da queste parti Shakespeare c’ha ambientato una storia d’amore piuttosto in voga, sarà che qui Dzeko (convocato ma oggi ci sarà?) ci ha giocato la prima con questa maglia, sarà quel che sarà, quello che conta è la Roma. Come dire, sembra fatto tutto apposta.

Sembra quasi un richiamo evidente ai tifosi: c’è un vuoto emotivo, occupatelo. Com’è la canzone? «Passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti, ma noi saremo qua…», sembra proprio fatta apposta. Sembra essere stato un canto profetico perché partorito nella stagione scorsa (nella lontana epoca in cui gli stadi erano aperti), ecco l’unica cosa è che non potremo essere sul balcone del Benetegodi, ma noi saremo qua, cioè dove sta la Roma. Dentro. Sia con Dzeko – che è stato splendido, che è stato Goldrake, che è stato un girasole di van Gogh, che è stato notte di coppe e gol al Chelsea o esultanze a Torino – ma che è semplicemente stato, sia con Milik – che potrà essere anche di più o di meno uguale o diverso, anche tutto – sia con l’armeno o con Pruzzo veramente, meglio forse per l’occasione Maurizio Iorio per via della legge del gol dell’ex (e per via di quel pallonetto qui nell’83); con la difesa a 3 o a 4, con Smalling che arriverà sicuramente o per niente, con gli aerei di Friedkin che volano tra New York, Mosca e Ladispoli, gioca la Roma – conta la Roma. Solo questo.

E oggi questo è quello che ricomincia. È il nostro Capodanno, quel mai troppo inflazionato monologo per cui tutto questo finisce a maggio e ricomincia a settembre (stavolta non è proprio andata così, ma quello è) quell’emozione pura pure di fronte alla tv, a telecronisti parziali o sbagliati, a racconti sciatti o esagerati, a mezze seghe o a stracampioni, c’è la Roma prima di ogni altra considerazione (una soltanto tecnica la faccio: non siamo malaccio) come quella canzone. Solo questo. Più o meno tutto.

Pubblicato su “Il Romanista” del 19 settembre 2020

“Anche all’inferno”

Illustrazione di Fabio “Hot Stuff” Redaelli

Una botta secca, uno stumf, uno stoc, un rumore sordo insieme a un’incredulità che forse è solo un meccanismo di autodifesa quando capitano cose a cui non vuoi credere. Qualcosa che si è rotto dentro insieme al crociato di Zaniolo.

Una corda recisa fra bocca e pancia che ti lascia senza parole e il giorno dopo pure perché non passa. E infatti non c’è niente da dire. Ognuno – calcisticamente parlando – si rincuori da solo perché di fronte a queste situazioni qualsiasi incoraggiamento suonerebbe inutile, necessariamente dovuto quindi scontato e retorico. Che devi dì?

I tifosi della Roma hanno le stigmate, sono segnati dalla loro storia. Forse tutti i tifosi di qualsiasi squadra (ma non è vero!), sicuramente quelli della Roma di più. La più grande è quella di Francesco Rocca, una bandiera lacerata che dovremo sempre sventolare.

L’ingiustizia enorme che ha colpito il più forte e il più giovane, che si è accanita per anni su quello che per noi era Kawasaki, non un marchio, nemmeno la moto, ma il vento. Persino la Roma più solare e felice di sempre, quella dei primi Anni 80, quella di Falcao, dell’Olimpico bianco e dell’epoca della gente ha le sue cicatrici, stanno sulle due ginocchia di Ancelotti: il 25 ottobre 1981 (Roma-Fiorentina) e il 4 dicembre 1983 (Juventus-Roma), nelle due partite in cui forse la Roma ha segnato i suoi gol più belli o iconici (quello di Pruzzo sul tacco di Falcao alla Fiorentina e la rovesciata di Pruzzo all’ultimo minuto a Torino), ci sono le urla e le ferite di Carletto. E Sebino Nela, correndo correndo…

Come un assurdo contraltare, un’ombra pure in quell’era in cui c’era sempre il sole. In mezzo vinse lo Scudetto, ma non potè giocare la Partita, prima di prendersi la coppa e la vendetta col Liverpool da un’altra parte. Ma per noi non vale. Anche la Roma del 2001 ha lo sgarro di Emerson in estate, e le sue lacrime in tribuna prima di bagnare (e rinnegare) lo Scudetto; e quella forte come progetto, come illusione, l’assurdo dei due infortuni di Kevin Strootman, sfregi non sul suo profilo tagliente e dominante, ma su un ginocchio martoriato e fragile. Queste cose un romanista le sa, se le porta dietro, impresse. Ma forse proprio per questo, questa seconda volta di Zaniolo non è digeribile. Non si può iniziare un racconto con «C’era una seconda volta…», non si può digerire una recidiva nel momento in cui è ancora estate, e deve ancora arrivare la primavera della stagione e di un’altra Roma.

Dateci almeno il tempo di sorgere. Quest’infortunio dal punto di vista tifoso è troppo, dà persino ragione al mainagioismo che da queste parti è sempre di ritorno (perché forse non se n’è mai andato) e appunto lascia il tempo che trova ai «tornerai più forte». Anche a considerazioni giuste, tipo che questa cosa possa unire la squadra, scuoterla, compattarla, spronarla alla battaglia eccetera, ma insomma uno – almeno adesso, chissà domani – è stanco di immaginarsi sempre di avere un agnello sacrificale, soprattutto se poi questi nostri sacrifici non hanno mai tolto i nostri (presunti) peccati dal mondo. Continuiamo a espiare, ma siamo stanchi di farlo. Per questo ai tifosi non c’è niente da dire, sanno, ma a Zaniolo sì.

C’è tempo Nicolò, tu ce l’hai perché sei giovane, perché il destino quello che t’ha tolto, da qualche parte te lo restituirà. Per forza. C’è il tempo e se non dovesse essercene abbastanza prenditi tutto quello che ti serve, semplice. Ormai per i romanisti sei “cosa nostra”, perdona la presunzione, ma questo è. Sei romanista per come giochi. Perché sei un calciatore inedito, ribelle, un’onda in contropiede, anarchico nel tocco e nella corsa, perché corri più di tutti e perché guai a chi quella palla te la tocca. È tua come fanno i ragazzini, come è tua la maglia che a Roma hanno la maggioranza dei ragazzini. È un’enormità questa. Ari il campo col pennello. Sei trattore e violino. Sei cuore acciaio jimba (che in verità era Jeeg va). Perché ormai hai capito che significa avere a che fare con questa maglia, quanto sia tosta, in tutti i sensi, ma anche cosa ti sa far provare in certi momenti. Unici. Solo lei. Unica. Pensa di nuovo al ritorno in campo. Immagina, devi.

Il lockdown sembrava almeno averti restituito l’opportunità di perdere poche partite, pensa adesso che quando tornerai probabilmente, almeno con più probabilità di adesso, troverai il pubblico ad aspettarti. Probabilmente salterai solo un derby… Solo uno. Ti aspettano tutti, ma non per giudicarti: per abbracciarti. Ecco, tutto il tempo che hai davanti è solo quello che ti separa da un grande abbraccio, che è quello di Roma. Non c’è fretta. C’è tutto. E al di là di certi post d’amore per Roma forse persino esagerati, come dire, “imperiali”, tu lo sai che Roma è un’altra cosa, che è speciale, che è Roma. E se per ora non ti ha potuto offrire trofei, e adesso nemmeno il campo, avere il suo amore è un privilegio ancor più grande. «La gente ci amava è questo l’importante» cantava il poeta quand’era poeta. Siccome lo stai provando, sai che è vero. Tu eri la nostra speranza e la nostra certezza quest’anno e non smetti di esserlo. Il tempo resta quello. I ragazzini a Roma quella maglietta non se la toglieranno.

E noi saremo sempre qua, come cantava il Commando Ultrà, «perché la Roma è la squadra del mio cuor». Che alla fine malgrado quel tonfo, quel qualcosa che si è rotto, è già pronto alla battaglia, perché è più grande e più forte di tutti i sacrifici, di qualsiasi agnello sacrificale che toglie tutti i peccati del mondo tranne che ai romanisti. Ma tanto, uno ci va pure all’inferno con la Roma, soprattutto se il paradiso è senza.

Uscito su “Il Romanista” del 9 settembre 2020

È la trasferta

E sì che Milano quel giorno era Giamaica“. Quel giorno che canta Antonello Venditti in “Piero e Cinzia” era il 27 giugno 1980, a San Siro c’era il concerto di Bob Marley. Quel giorno è ieri, per licenza poetica oggi, visto che anche oggi Milano per il caldo sembrerà Giamaica e proprio oggi 40 anni e un giorno esatti dopo la Roma gioca su quel prato. Che poi proprio oggi il Meazza di San Siro sarà completamente vuoto sembra servire soltanto a ricordare bene a tutti quando “lo stadio era pieno” insieme ai 33 gradi, non i 41 all’ombra previsti, nel pomeriggio mentre si giocherà la partita. Il reggae rischia di essere nei ritmi della partita anche se nessuna delle due squadre si può permettere di non vincere. Del Milan non ce ne importa, della Roma sì, tanto: bisogna vincere per cercare di raggiungere un traguardo che appare forse persino più lontano anche dopo la vittoria da due perle e una notte contro la Sampdoria di mercoledì sera. Fonseca lo sa, lo ha detto. La squadra speriamo lo dimostri sul campo. Per via del caldo e del calendario post-Covid, Fonseca cambierà abbastanza, speriamo il giusto.

Il Milan sembra, insieme al Napoli, una delle squadre rientrate meglio in questo folle mese e mezzo di pallone estivo. Non avranno ancora Ibrahimovic, che è sempre meglio non avere contro, ma è pure vero che in queste due partite sembrano aver trovato una dimensione tattica consolidata: non hanno preso un gol dalla Juve a Torino in 10 contro 11 quasi tutta la partita e ne hanno fatti 4 in trasferta al Lecce. Non sarà facile. L’anno scorso per noi fu pieno inverno anche se era appena inizio campionato: in giallo perdemmo palla con Nzonzi e partita con Cutrone e Higuain all’ultimo minuto capendo che i tempi della semifinale Champions di pochi mesi prima erano già lontanissimi. Qui a San Siro ci abbiamo spesso perso, poi per un ventennio non ci abbiamo mai vinto, poi ci abbiamo vinto spesso e volentieri, magari è l’ora di riprendere la felice abitudine. Non sarà facile, farà caldo in tutti i sensi, la Roma dovrà dimostrare di tenerci e credere veramente come ha detto ieri il suo e nostro allenatore in conferenza stampa differita. Poi qui a Milano è sempre speciale. Milano è la trasferta. Giamaica e anniversario reggae o meno. Qui a Milano per certi versi è un dovere.

Uno ce n’è anche in queste righe, ricordare Antonio De Falchi. Era il 4 giugno 1989 quando fu ucciso, da quell’anno è la prima volta che la Roma in campionato gioca a giugno a San Siro col Milan. Solo un modo per ricordare un ragazzo che tutta Roma ha nel cuore. Nel cuore poi parlando di Milan-Roma o Roma-Milan o semplicemente di Roma, ci sta per forza un giocatore da ricordare. Che non è un giocatore. Agostino Di Bartolomei. Proprio l’altro ieri – il 26 giugno – ricorreva il giorno della sua ultima partita con la sua maglia prima di essere costretto ad andare a Milano, sponda rossonera. Con Liedholm. Ci segnò pure qua ed esultò di rabbia e amore. Solo un altro modo – doveroso – per ricordarlo. E come lui Aldo Maldera altro campione nostro per sempre, uno nato a Milano e col Milan campione della stella ma che pur una volta e per sempre poi è diventato romanista. Aldo alè, Aldo Maldera.

Di doppi ex ce ne stanno tanti che fanno strano: TancrediCudicini, Ancelotti, Cafu, Capello e almeno una ventina di nomi veri, giusto di corsa per arrivare a Pierino Prati. Se ne è andato prima della Samp e oggi giocano la partita le sue squadre. Noi dovremmo cercare di vincere per noi in questo pomeriggio ancora più strano se è vero come dicono che la Roma giocherà con la maglia color blu Europa. Sperando che poi l’Europa sia giallorossa, sia ad agosto sia nella prossima stagione. Giochiamo anche per questo e per avere quella sensazione che c’è quando vince la Roma che è «quando tutto il mondo sembra buono». La nostra ora e mezza di religione.

Pubblicato su “Il Romanista” il 28 giugno 2020