Una bandiera sul balcone

È stato difficile riuscire a scrivere. Quando la Roma ti fa felice così balli non scrivi, t’abbracci qualcuno non scrivi, te metti a non fa’ niente non scrivi… Mourinho alla Roma è uno spettacolo di arte varia che ti mette in uno stato d’ebbrezza adolescenziale, anzi infantile, l’arrivo vero della Primavera – di quelle che profumavano veramente da ragazzino e che veramente arrivavano con le rondini – insieme al primo Goldrake regalato a Natale e un buono più o meno infinito di meme da mandare a go-go a chiunque.

Ma che voi scrive’? Passi il tempo ad aprire i siti della Gazzetta, di Marca, della BBC, de L’Equipe, di Sky Marte per vedere che tutti aprono su Mourinho alla Roma, che parlano sulla RomaSu di te. Su di noi. Nemmeno una nuvola no. È bello citare pure Pupo oggi, anche se c’hanno appena dato un biglietto da 7 milioni più bonus l’anno per un concerto dove i Led Zeppellin e i Pink Floyd sono i gruppi spalla (quello principale sceglietelo voi, a me va sinceramente bene pure Pupo stasera). E poi pensieri che non puoi scrivere. Oh sì, che dolce sorriso affiora. Non si tratta di filosofia, magari – citando sempre il professor Heidegger – sull’impossibilità di rendere l’essenza del linguaggio con il linguaggio, ma proprio il pensiero stupendo del tuo rivale sportivo in questo momento che sta rosicando. Il pensiero stupendo degli altri (legenda: altri =non romanisti) gli stessi che ancora stavano gongolandosi dell’Old Trafford dopo aver comunque scampato il pericolo di una Roma in finale (non dimentichiamo sempre chi è il protagonista e chi lo spettatore). E che ora, et voilà, con un colpo solo, sono cortocircuitati, spettatori (ancora) loro dell’enorme spettacolo di arte varia che è sempre la Roma.

Il pensiero stupendo immaginando le sue conferenze, le sue massime così insopportabili quando ce l’avevi contro e che invece per te adesso saranno inni, trattati da introiettare nel romanismo, esagerazioni, iperboli da tatuarti nell’animo, una scarica di adrenalina che mica passa. Il gesto delle orecchie, i “porqué?”, le manette, la “prostituzione intellettuale”, il rumore del nemico, le corse con l’indice verso il settore, tutta una comunicazione a difesa della tua squadra. Sogno corsi universitari del professor José Mourinho, non di Heidegger, e suoi trattati sul nome di Roma. Magari alla vigilia del derby. Mamma mia. Mamma mia.

È ancora difficile scrivere, si è ancora tecnicamente, come dire, sotto botta: di Roma. Una schicchera. Poi all’improvviso così senza dire niente, quando tutti quelli che hanno sempre detto tutto dicevano altro. Quando stavi per forza familiarizzando con la rassegnazione del periodo, con il grigio, grigio, grigio momento di questi giorni dopo l’Inghilterra. Mourinho è il monolite di 2001 di Odissea dello Spazio che apre un orizzonte nel 2021. Il film di Kubrick mai fatto. Eyes wide shut, occhi ben aperti su quell’annuncio della Roma che pare incredibile ancora adesso. Quello che non pensavamo di poter vedere.

C’hanno svegliato col sole ieri pomeriggio, con lo shining e c’hanno detto che “guardate che è passata”, e tu: “ma davvero?”. Sì, siamo oltre. Il pomeriggio del 4 maggio ha l’oro in bocca. Mourinho alla Roma ha tanti tanti significati, tutti importanti: è un segnale, una scelta di personalità enorme della proprietà, una dichiarazione di intenti, di programma, di comunicazione, di leadership, di atteggiamento in campo e fuori. È uno zittire tutti i brusii che erano montati, è la risposta a chi chiedeva – anche comprensibilmente – una parola, e invece è arrivato non un discorso ma un atto storico. Parafrasando Moretti e il suo “dì qualcosa di sinistra!” rivolto a D’Alema, qui è come se avessero risposto suonando l’Internazionale. O quello che vi pare.

Mourinho alla Roma è una bandiera messa sul balcone. Quel secondo tempo dell’Old Trafford ci aveva fatto male. Fa ancora male. Il solo ricordo del 2-1 a fine tempo insopportabile, perché la felicità perduta fa più male rispetto a quella non conosciuta. Feriti nell’orgoglio. Con tutto il mondo superficiale attorno che ti ricordava (col ghignetto di chi non sa minimamente cosa va a toccare) le sconfitte, i gol presi, pure da qualcuno che si dice della Roma ma a cui evidentemente viene troppo facile non averne cura e premura. Per me la Roma è paragonabile all’amore filiale: tuo figlio lo puoi o devi anche punire (come ultimissima opzione), redarguire, mettere in guardia, non esaltare facilmente e quello che volete secondo il protocollo della giusta misura, ma mai, mai, mai, sbeffeggiare. MAI. Questa mossa è perfetta perché è andata assolutamente, puntualmente, persino chirurgicamente a intervenire proprio lì su quel punto profondissimo di orgoglio ferito che faceva malissimo. È come un sondino nell’anima.

È la mossa che spariglia, che cambia i corsi, la sensazione che abbiamo tutti è come quella dell’arrivo di Bastistuta. La felicità del momento, al di là di quello che sarà. Avevamo chiesto: “Dateci futuro”, e ce lo hanno dato; gli avevamo chiesto che non fosse da buttare lì, ma di considerare per costruirlo anche, se non soprattutto, quel dolore di Manchester, e loro hanno messo una bandiera sul balcone dopo un 2-6Hanno avuto cura dei romanisti. Non ci hanno ridato dignità e orgoglio perché i romanisti certe caratteristiche non le perdono, anzi, ma hanno avuto cura della nostra dignità e del nostro orgoglio. Questo è. Ed è tanto. Persino più di quel che sarà. Forse Mourinho non è “tatticamente” il miglior allenatore del mondo, ma adesso Mourinho era l’unica risposta da dare ai romanisti che avevano quasi smesso di immaginare … “pensa se un giorno uno come Mourinho allenasse la Roma”. Sembra fatto apposta per noi. La spocchiaLa faccia impunitaGli occhi vispiIl profilo da paraculo. La propensione ad andare contro ma anche un’umanità che non riesce a venir nascosta da tutto questo.

Forse non è nemmeno importante se vinceremo o no. Noi campiamo per questi momenti, l’emozione è l’ossigeno di un romanista: ieri a una città è tornato il sorriso. È la nemesi del suo stesso anatema: zero tituli. Qui, oggi l’uomo delle vittorie è soprattutto l’uomo del sogno. C’è un’immagine di un bambino in braccio al padre che stende la sciarpa verso il pullman della Roma in partenza per Manchester, poi inconsolabile dopo la partita. È come se la Roma si fosse ricordata di questo, e avesse preso in braccio pure il papà. Non sai quanto pesavano quelle lacrime.

Pubblicato su “Il Romanista” del 6/5/2021

Il giorno di dolore

L’auspicio più condivisibile – almeno credo – è che il futuro cominci subito. Prima ancora dei nomi l’importante è che ci sia la consapevolezza delle scelte che vengono fatte, con uno sguardo che avvisti il fine ultimo e che quindi sia capace di superare gli ostacoli che naturalmente si frapporranno alla sua realizzazione. La stagione è sostanzialmente finita all’Old Trafford. Resta una partita vera da giocare in campionato e quella di ritorno con “questi” che va affrontata con dignità. Oddio, ogni partita della Roma andrebbe non onorata, ma santificata, pure le amichevoli, però si è capito da un po’ che queste sono diventate (nei fatti) chiacchiere vuote. Forse se ci fossero stati gli stadi aperti gli innamorati della Roma avrebbero (nei fatti) fatto vedere che significa tifare per la Roma e basta. Cantare per la Roma e basta. Essere della Roma a prescindere. Ma è un mondo che non esiste. Quindi parlare di futuro, reclamarlo, non solo si può ma si deve, per portare di corsa via i tifosi da questo presente. Solo che oggi pure il futuro sembra solo una parola. E non solo perché sono tre anni che è l’anno zero.

Oggi solo una parola non è una parola: il dolore che prova il tifoso della Roma dopo Manchester. Personalmente è così. Quello vince sul futuro. Non si tratta di sconforto, di mettersi dalla parte del problema e non della soluzione, il futuro deve iniziare, per forza, per dovere, per amore, per rabbia, per programma, semplicemente per il tempo che passa inizierà. E passerà anche questo dolore come passa (quasi) sempre. È qualcosa di più simile all'”oggi voglio stare spento” solo che non si tratta nemmeno di volontà: è la realtà. Quella che ci hanno portato via giovedì notte: abbiamo perso quella, non un sogno. Perché il 2-1 all’Old Trafford a fine primo tempo è cronaca, tabellino non il principio di piacere infantile del tifoso: è irreale che finisca 6-2. Vedere il risultato di fine primo tempo fa quasi più male di quello finale, come quell’immagine bellissima dei giocatori della Roma che si abbracciano dopo il secondo gol con Dzeko che dà istruzioni e rassicurazioni a tutti che tutti raccolgono vicendevolmente: sembravamo avere l’attimo che contava e il mondo in mano. Per come è finita, quella scena soltanto di mezz’ora prima sembra un’altra epoca, sembra un miraggio. Non fa male il sogno che non diventa realtà, fa male la realtà che si trasforma in illusione. Fa male Manchester e quel dolore va ascoltato (per esempio, ripartite dalla faccia avvelenata di Spinazzola in tribuna, e dalle quasi lacrime di Veretout, è lì che c’è il futuro, non nelle parole). Mettete questo tipo di realtà in primo piano. Si legge sui social: “Oggi essere romanisti è difficile”, ma de che?? Oggi è ancora più facile, ‘ste cose ti permettono di far vedere di che pasta sei, quale sia la differenza fra te e qualsiasi altro tifoso di qualsiasi altra squadra del mondo, ‘ste cose so’ nate alle elementari, quando dopo che hai perso una Coppa dei Campioni andavi il giorno dopo a scuola solo per andarci con la sciarpa della Roma. L’infinito enorme orgoglio di essere romanista. Niente è più appagante come tifoso di vedere lo stupore negli occhi di chi aspetta la tua resa e invece vede uno ancora più convinto e innamorato della Roma. Li cortocircuiti, levi loro tutte le gioie che pensavano di avere in tasca. So piccole le tasche di chi fa i conti ma non vive le cose. Tra i derby che più adoro a livello di tifo c’è quello perso 2-0 nel ’95 con solo la Sud in festa perché je stavamo a festeggia’ davanti agli occhi ancora quello dell’andata. Ma non era una posa, non era una forzatura, non era come quando vince il ragazzino più prepotente su un altro che magari c’ha ragione, era proprio il sentimento di chi considerava gli altri al massimo come teatro, pubblico, sponda del nostro folle innamoramento verso la Roma. Comunque e davvero con i romanisti “non se passava”. Era così. Credo che sarà sempre così per chi è della Roma.

Essere della Roma non è nemmeno facile, ma nel senso che “è” e basta. O lo sei o non lo sei. È come l’amore, o sei innamorato o no, le vie di mezzo sono truffe, patologie, menzogne che ti racconti, nodi che verranno al pettine, come chi si dice disamorato (disamorato della Roma????). Io dico però che questo dolore va considerato anche e soprattutto per costruire il futuro. È quello che sta dietro al nostro orgoglio di essere fieramente romanisti, perché solo fieramente si è romanisti. E non ci si vergogna mai. Mai. Mai. Mai. È un privilegio. Sono cose facili. È pure facile reagire, ma quello che si è perso giovedì notte all’Old Trafford non deve essere facilmente dimenticato da chi costruirà la Roma: perché il futuro non sia una parola deve essere riempito di sentimenti, anche di questo dolore che sicuramente un giorno sarà passato e avrà cimentato e cementato ragazzini al romanismo e il nostro rapporto assolutamente morboso, malato, splendido, ineludibile, puro con la Roma. Rispettatelo tutti. Non affogatelo nemmeno in frasi stereotipate, (“quando vinci sei di tutti quando perdi sei solo mia”), che hanno perso per inflazione la loro forza originaria (motivo per cui una volta l’immenso Edoardo De Filippo non chiuse “Napoli milionaria” con la celeberrima “ha da passa’ a nuttata” perché “a forza di dirlo ‘sta nottata non passava mai”). Quelle frasi per essere vere hanno passato le forche caudine della sofferenza (sportiva s’intende eh, tranquilli infedeli evitate il benaltrismo). Vivetela la Roma sempre. Oggi il dolore può fare da ponte fra il passato e il futuro; bisogna rispettare e coltivare quello della sconfitta, ricordarsi i momenti in cui hai stretto i pugni, in cui non hai dormito, in cui solo per un attimo (ma deve essere stato un attimo) hai urlato dentro “adesso basta!”. Non buttiamoli via a colpi di slogan, né con un futuro affrettato purché un qualsiasi futuro arrivi. Il futuro che verrà nasca dal germe dei nostri sentimenti, (da quella stessa lunga partita che non smettiamo di giocare dall’84 in un modo o nell’altro) non sia fatto in laboratorio e buttato via tanto per… Un “amore così lungo tu non darglielo in fretta”. Oggi è primo maggio, l’anniversario del 2-0 con l’Avellino nel 1983io so’ 38 anni che voglio essere Ancelotti per correre ad abbracciare Agostino.

Pubblicato su “Il Romanista” del 1/5/2021

La supercazzola prematurata a mezzanotte

Io ho assorbito male l’abolizione del retropassaggio al portiere, mi ha privato prima ancora che di una regola confortante quando la Roma è in vantaggio, di tutta un’estetica insopprimibile: il rimbalzo del pallone fatto fare da Tancredi dopo esserselo portato al petto, quell’uno-due da melina che serviva a frustrare gli avversari e a fregare il tempo. Anche se penso a Zoff o ad Harald Toni Schumacher mi immagino un uno-due con Scirea o Stielike, palla da terra al petto e poi rinvio lontano. Dove gettavi le speranze. L’Europa League non riesco a non chiamarla Coppa Uefa, ed è solo in parte per snobismo “vintagistico” o melensa sterile borghese colpevole nostalgia, ma proprio perché non mi viene. La Champions con tanto di musichetta da tempo la trovo una truffa visto che la Coppa dei Campioni la dovrebbero fare solo i Campioni, non i terzi e i quarti perché quelli dovrebbero fare la Uefa, che personalmente sogno quanto uno Scudetto. Sulla Coppa Coppe soprassiedo solo per ovvie romanistissime ragioni e non scherzo: ho trovato giusta la sua cancellazione. La Superlega sembra un Superscherzo, un super salto in avanti che merita aggettivi roboanti e dannunziani, discorsi da Oscar, di iperboli e di turbocapitalismi. Non è più una battuta da Caterina Guzzanti ma mera cronaca. Una supercazzola prematurata a mezzanotte in punto da quattro per tre dodici amici al bar delle multinazionali che siccome hanno finito di pasteggiare con champagne e salmone s’inventano un altro mercato, un’altra (la stessa) soluzione. Dodici apostoli del dio capitale che organizzano tipo calcetto un Torneo Anglo-Ispanico-Italiano (e voi che mi ridimensionate l’Anglo-Italiano del ’72, maledetti!!) una coppa recupero crediti visto che per davvero non ci sono nemmeno più i soldi per affittare i campetti. Oligarchia: non si retrocede, siamo solo noi e solo uno su mille ce la fa; oligarchia, la più sfrenata che al confronto quella neonata in Russia dopo il crollo del muro pare un’allegra confraternita tipo setta dei Poeti estinti. “Oh Capitale, mio Capitale”. La Superlega è una supercaxxata che è già realtà o forse lo diventerà per davvero, ma al di là dello stupore per le tempistiche (un po’ da “sorci” di mezzanotte) stupisce lo stupore di tutti. La Superlega è prima della Superlega, forse per questo è super. La Superlega è in Neymar pagato 222 milioni da uno Stato, è nei Mondiali del Qatar che solo in pochi hanno il coraggio di boicottare e che magari si giocheranno la notte di Natale, nelle partite giocate sempre, ogni giorno, in ogni dove, in ogni condizione, nei diritti tv che sono jackpot interstellari da dividere con criteri di classe, negli scambi di mercato inventando valori e cifre per un bilancio che quasi per esigenza dev’essere sbilanciato. La Superlega è già nel tifoso che dice “ma a me che me frega della Coppa Italia, io penso solo alla Champions”; già in un calcio che ha fatto del quarto posto un trofeo, della vittoria a tutti i costi l’unica ragione di vita, che contesta (anche comprensibilmente) le plusvalenze ma poi pretende solo campioni, che s’inventa per sopravvivere iper valutazioni e mette sempre in quel bilancio sbilanciato sbilanciate sponsorizzazioniBolleChe sono esplose. Plusvalenze. E tutto questo non è nato ieri e non solo per colpa delle 12 sorellastre. Il vero stupore è lo stupore di tutti, mentre andrebbe conservato lo stupore guardando i soggetti dello sdegno. Perché fa quantomeno strano leggere la Uefa, la Fifa, tutti i media mainstrem, nazionali e supernazionali, le istituzioni, i governi, i draghi e le principesse dire di no. Loro a parlare di favole, di calcio del popolo, di ritorno all’antico. Ma fino a ieri chi lo ha condotto questo pallone? Chi lo ha portato lontano dalle persone? Sembra che prima di ieri notte il pallone fosse quello del retropassaggio (oh a me piace) o di chissà quale tempo andato, forse un vero tempo mitico che non c’è mai stato ma dalla cui idea sicuramente siamo progressivamente dipartiti, i primi responsabili sono proprio quelli che da ieri sono sdegnati: il governo del calcio, nazionale e internazionale, le leghe private e nazionali, e pure la narrazione fatta veicolare. Ceferin che parla di sputo in faccia non è Che GuevaraBoris Johnson non è Robin Hood, chi ha lodato qualsiasi cosa di InterJuve e Milan, dell’operazione e degli addominali di Ronaldo, dei vecchi adagi e dei rutti di Ibrahimovic, chi ha bloccato la costruzioni di nuovi stadi perché sullo sport non si deve investire bene, chi ha fatto leggi contro il tifoso a partire da quella della Tessera per andare allo stadio fino a proibirlo completamente lo stadio, oggi si vede solo tolto il giocattolo dalle mani. Ma era già fallato. La Superlega è un esito di chi non lo aveva previsto. Il nuovo giocattolo da chi il giocattolo è sfuggito di mano: club potenti e organizzazioni (in)competenti. Ma non è un’anomalia del sistema, è il suo perfetto prodotto. E tutto questo è nato dal momento in cui il tifoso non è stato più messo al centro del sistema calcio. Più esattamente, da quando lo si è cominciato ad allontanare fisicamente dallo stadio. Si è portata in questura gente per un fumogeno. Si sono multati striscioni per Aldrovandi. Gli esempi sono milioni.

Non è un caso che questa decisione arrivi nel primo momento della storia del calcio in cui gli stadi sono vuoti. La pandemia ha messo a nudo tutto: gli iper interessi economici e le bolle speculative, le sovrastrutture e i movimenti finanziari creativi… alla fine restano gli scheletri: stadi vuoti come carcasse, come ritrovamenti di mammut, come città sotterranee di una volta. Il nostro calcio oggi è Atlantide. L’odore di fumogeni e di sigarette da stadio, come incensi rari per oracoli in templi di tempi mitici. Il giorno in cui il sole e le arance illuminavano la pista dell’Olimpico oggi sono una visione sotto LSD. Blade runner e il suo “ho visto cose” è per gli umani non più per i replicanti. Viviamo un tempo non augurato. Distopico si dice. Da Superlega invece che da Superboys e da Supersantos. E dovremmo anche finirla di attaccare la retorica della retorica del passato perché oggettivamente era meglio Shingo Tamai di Holly e Benji e il pallone di Palanca e Maiellaro a questo qua. Farla finita di aver paura di parlare di sentimenti: fino a prova contraria il tifoso è una persona che nutre dei sentimenti verso dei colori e una squadra. Se non crediamo a questo, amen. Fanno bene loro. Perché tutto questo non è solo un discorso: se io tifo solo Roma o solo Cagliari o solo Arezzo o solo Sambenedettese o solo Liverpool o solo quello che vi pare, io la seconda squadra non ce l’ho e non ce la voglio avere, se io ho un senso di appartenenza che racconta visceralità, tradizione e sangue riconosco quei valori in Cagliari-Parma 4-3 con Kurtic in mezzo al campo e Joao che gli si siede accantoLo preferisco a Real-LiverpoolDi tanto. Preferisco gli spareggi della Lega Pro (casomai mi dà fastidio se non la chiamano C) a una partita della Superlega fra Spurs e Barcellona, ma a me che me frega? Io quando sono andato a vedere Roma-Barcellona sono andato a vedere Juan Jesus che gli faceva fallo, non Messi. Io mi vanto della Coppa Coni del 1928, del Torneo Anglo Italiano del 72 festeggiato a Piazza del Popolo, ci tengo di più che al 3-0 col Barcellona, perché sono le mie ragioni, i miei filamenti di dna, sono la mia Roma. Per me quello da salvare è proprio soltanto l’amore sperticato verso la squadra del cuore, talmente incontrollabile che la tiferei ovunque. E la questione credo sia qui: siamo arrivati a questo perché se ne sono approfittati di questa passione oppure è stata la mancanza di passione – l’averla ostacolata in tanti modi – che ha portato a questo situazione? Io la Roma la tiferei ovunque: in Serie C e in una Super o mini lega fatta solo di tre squadre, forse pure di due. Forse è meglio un retropassaggio al portiere adesso.

La rivoluzione di Maradona, una religione senza santi

Qualcuno ha scritto che Dio s’è ripreso la sua mano. Può darsi. I piedi no, perché almeno il sinistro così non ce l’ha mai avuto. Se è blasfemo va bene, perché Maradona non è stato solo il più forte, ma una religione. Forse perché semidio (e come fai a vivere con tutta quella grandezza nel quotidiano?) o perché irriducibilmente umano ha passato una vita a sfidare tutti i santi in paradiso. Era nato senza. Povero, con un’arancia buona per palleggiare prima ancora che da mangiare.

Si parla spesso di calcio e vita, Maradona è il caso in cui va coniugato il verbo essere: il calcio è vita. L’ha praticata questa adiacenza, come un poeta maledetto ha praticato la poesia. «Non si fa un capolavoro, si è un capolavoro», diceva Carmelo Bene e diceva bene. La scrittura, l’arte, il calcio, per i poeti, per gli artisti, per Maradona, non sono scelte, non sono lavori, non sono opzioni, non sono passatempi, non sono possibilità, non sono riconoscimenti: sono necessità. Condizioni. Obblighi. Non potresti farne senza. Aria, Sangue. Piscio. Fango. Cielo. Non sai far altro che dover esprimere “quello” (van Gogh che dipingeva sempre le scarpe, Monet le ninfee, Cezanne il Monte). Vale per tutti quelli che hanno un qualche segno speciale di speciale disperazione, qualunque esso sia, un marchio, un talento, una benedizione, una maledizione, che ti porta a vivere la vita succhiandola, ma senza avere la minima corazza per quella sensibilità spudorata che ti fa vivere e non vivere così.

Parlare di Maradona calciatore è ridicolo quasi come i paragoni che si sono fatti e si faranno sempre con lui. Messi, Pelè sono campioni assoluti, Maradona è una religione. Maradona non è stato all’altezza di se stesso pensa gli altri che possono essere al suo confronto. Da romanista ci ho sempre tifato contro sia chiaro, sia col Napoli sia con l’Argentina, poi è capitato proprio nel mezzo della rottura del gemellaggio; ho tifato tanto Voeller nella finale Mondiale di Roma ovviamente, gli preferivo Mimmo Oddi ovviamente. Ma questo è scontato, questo è secondario, questo fa parte del suo stesso gioco. Maradona non fa parte della storia del calcio, fa parte della storia.

Maradona è stato una rivoluzione. Maradona è un nome che ha già un destino dentro. Nemmeno è santo è Santa Maradona. È la linguaccia dei Rolling Stones. È più della Gioconda coi baffi di Duchamp. È quasi il nome di una curva, sarà il nome di tanti stadi, è stato il marchio di tanti scugnizzi di Napoli e dei “bosteros” di Buenos Aires che non solo hanno sognato ma che si sono visti essere lui.

Nella sua religione Maradona ha incarnato il popolo, s’è fatto popolo e non lo ha tradito. Perché quando è risorto dalla povertà non l’ha dimenticata. Maradona è stato una rivoluzione. Quella dei Sud del mondo. Ci è nato. Ci è andato a giocare e persino a vincere. A Napoli dove non aveva vinto nessuno prima, il Mondiale battendo l’Inghilterra dopo averci perso una guerra. Ha lottato contro la Juve, la Fiat, Agnelli, la Fifa, il capitale, ogni potere lui che sapeva non poter essercene di buoni. È stato dalla parte dei Carmando non dei Platini, dei premi partita per i massaggiatori, non dei sorrisi preconfezionati dei vincitori. Gliel’hanno fatta pagare, lui che continuava a non perdonarsi di essere se stesso.

«Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto» scrisse Galeano di lui. Meglio non si può. Anche perché di Maradona oggi dovrebbero parlare i napoletani. Perché sì un mostro del genere appartiene all’umanità, ma di più a Napoli. De André ha scritto nelle sue agende conservate all’Università di Siena che Maradona avrebbe potuto giocare solo a Napoli; probabilmente per lo stesso motivo per cui Pasolini scrisse che una rivoluzione in Italia sarebbe potuta partire solo da Napoli. Pasolini non ha mai visto Maradona. Questo è un rimpianto. Ma niente al confronto di tutte quelle persone che hanno visto veramente arrivare il loro messia e sono state felici. Maradona ha fatto felice la gente, questa è stata semplicemente la sua grandezza. Ed è questo quello che dovrebbe fare un dio.

Pubblicato su “Il Romanista” del 26 novembre 2020

Non tiriamo giù la maschera

Testa al Napoli, anzi prima c’è il Cluj. Forse un po’ esagerato metterla immediatamente così senza godere nemmeno un po’ del tanto che si è visto ieri all’Olimpico, però sicuramente non è sbagliato. La vittoria di ieri è più bella del risultato non solo perché poteva finire tanto di più a niente, ma perché a memoria di romanista una vittoria così tranquilla in una gara così importante si perde nella notte dei tempi. Pur con tutta la dovutissima scaramanzia e l’ancor più necessaria attenzione, dal primo minuto del secondo tempo forse non c’era un romanista timoroso che l’avremmo sprecata: rilassarsi mentre gioca la Roma è qualcosa più di un’ipotesi irrealistica, è peggio di un paradosso o di un ossimoro, è un unicum se mancano 45′ e ti stai giocando tipo la testa della classifica. 

Strane, belle sensazioni cresciute durante la partita grazie alla Roma che ha saputo prendersela sorseggiando: palleggio paziente, verticalizzazioni al momento giusto, rischi zero (0, o) la capacità di abortire abbozzi di ripartenze al maestro della libertà Gervinho, poi un gol bellissimo, un altro da bocca aperta almeno quanto l’azione che ha portato al terzo. E più che gli applausi giustissimi a Mkhitaryan (che je voi dì?) le sottolineature vanno ai cosiddetti comprimari: Borja Mayoral quasi per definizione e Villar a cui sta bene il 14 sulle spalle. E a tutti gli altri, perché non sono altri.

Pensare al Napoli, anzi al Cluj e non spellarsi le mani per i tenori, sembra uno sguardo più prolifico, più simile a quello equilibrato del suo allenatore. Fonseca, sostituito con Allegri prima della Juve, affiancato dal tutor prima di quella partita, ieri non ha vinto ma ha stravinto senza Smalling-Pellegrini-Dzeko, cioè senza la spina dorsale della squadra. Più o meno fa così dall'”altro” Roma-Parma: 16 partite, 12 vittorie, tanti gol fatti, pochi subiti, 4 pareggi di cui 3 con Milan, Juve e Inter, l’altro una sconfitta a tavolino (perché qualcuno s’era scordato la “tacchia”). E il valore migliore, più della sua capacità di cambiare mantenendo la sua idea di gioco, anzi affinandola col cambio (dalla difesa a 4 a quella a 3, dai ragazzini esterni d’attacco a inizio della scorsa stagione – Kluivert e Ünder – a Pedro e Mkhitaryan, da Mancini a centrocampo a Cristante interfaccia dappertutto) è proprio questo suo profilo tranquillo, equilibrato, elegante che fa tanto bene a Roma e ai romanisti. Soffriamo già tanto di noi, che un allenatore calmo ci aiuta. Sa quello che fa più di noi.

È paradossale (apparentemente) che il commento dominante sulla vittoria di Genova era stata la staffetta nel ruolo di attaccante fra Borja e Mkhitaryan: ieri se c’è stato un asse (ce ne sono tanti in questa casa in costruzione) è proprio quello fra Mayoral e Mkhitaryan – fanno pure rima – col primo che ha sempre cercato la profondità, fatto sponda per la squadra e fatto l’assist a quel fulmine del 2-0. Chissenefrega, fa parte del gioco, va bene se la Roma vince e non ci deve essere spazio per i “telavevodettisti” e nemmeno per i “telavevodettisti dei telavevodettisti”, però ssst, profilo non basso, ma tranquillo. Pensiamo al Napoli, anzi al Cluj, meglio una Roma che non butta giù la maschera soprattutto di questi tempi e soprattutto se è come quella che hanno indossato ieri i Friedkin.

Pubblicato su “Il Romanista” del 23 novembre 2020

Gigi Proietti, la Roma più bella

Si dice che Ettore Petrolini poco prima di morire fece una battuta. Un modo supremo per far vincere la vita. Quello definitivo. Una battuta sul letto di morte e così la morte è battuta. Gigi Proietti (il più Petrolini di tutti i Petrolini che sono seguiti a Ettore Petrolini) che se ne va il giorno del suo compleanno è sì – come hanno scritto già tanti – la mandrakata finale. Un’uscita di scena teatrale. Sicuramente semplicemente una coincidenza, omaggio del destino o scherzo del caso a un gigante della nostra cultura. Andarsene il giorno in cui si era arrivati.

Pier Paolo Pasolini ha scritto che l’inizio e la fine coincidono (si torna al punto di partenza; la ripetizione inaugurale; la circolarità del suo Edipo cinematografico eccetera), Pasolini che pure lui è morto proprio ieri ma di 45 anni fa (era il 2 novembre del 1975), Pasolini un “morto che s’è ammazzato”. Pasolini più di ogni altro è stato l’intellettuale che ha messo in mutande l’arte, intesa come qualcosa che si produce dall’alto, in un altrove, in una torre d’avorio per pochi pseudo eletti; e ferocemente massacrato l’idea della cultura intesa come nozionismo o ostentazione borghese, roba soltanto da pelliccia e da Prima alla Scala o da circoli radical chic. Pier Paolo Pasolini è stato il primo a dire compiutamente, dal punto di vista filosofico, «nun me rompe er ca». L’ha strillato.

Gigi Proietti oltre a essere per sempre Mandrake, e quello delle barzellette che fanno davvero ridere, per me ha fatto soprattutto questo: ha portato Shakespeare a Villa Borghese e lo ha fatto come i padri “ce” portano i ragazzini la domenica mattina. Ha fatto scuole di teatro e sfornato, modellato e dato una via ai talenti. Ha studiato. Ha lavorato. Dietro a un “aho”, a un fischio maschio senza raschio, ci stanno sudore, studio, impegno, letteratura con tanti rischi.

Gigi Proietti è stato Mandrake ma anche Otello, Dumas padre e amico del Pomata fijo de ‘na mignotta. L’alto e il basso. L’aristocratico e il popolare. Lo sberleffo e il pensiero. La bocca che si apre per ridere e la fronte che si corruccia per riflettere. Un mostro teatrale.

Gigi Proietti non è solo quello che «al cavaliere nero non je devi rompe’ er cazzo» e non lo è proprio perché al cavaliere nero devi portare un certo rispetto. È un cavaliere vero.

Il Globe Theatre al centro di Roma è stata una felicissima rivoluzione. Che poi prima ancora della storia di Romeo e Giulietta, o di Iago, o di Puck, o di Rosencratz e Guildestern spediti da Amleto da qualche parte, già il solo far andare in quel teatro di legno la gente è far conoscere Shakeaspeare: il teatro elisabettiano è stato soprattutto teatro popolare, senza quarta parete, senza arco di proscenio, senza divisioni fra platea e palco, con la gente che ci si metteva direttamente ai margini o sopra al palco a vedere anche Shakespeare recitare. E Shakespeare, il primo a mettere in discussione la fatalità e l’ineluttabilità dei Greci (gli è bastato far sorgere un dubbio a un Figlio alla solita richiesta di vendetta del Padre per allontanare questi fantasmi) è stato il tutto che ancora è, anche perché per esempio per primo portò le puttane e il loro linguaggio a corte, vicino alle regine, i porri gallesi accanto alle gemme della corona, il beone Falstaff accanto a un Re capace di vincere “con un manipolo di pochi” l’esercito di troppi francesi. L’alto e il basso. L’aristocratico e il popolare. Per questo Gigi Proietti è stato e resterà per sempre Roma.

L’ha onorata e trasmessa non solo per l’idioma o il dialetto, ma per lo spirito. Roma sta qui da prima di tutti, va saputa raccontare: non basta una parlata sguaiata, anzi Roma è tutt’altro. Roma è colta pur non volendo e non puoi non farci i conti. È il portiere di Cinecittà che Federico Fellini incontra per la prima volta quando viene qua che gli chiede «che va cercanno signori’?». E visto che qui s’è sempre trovato di tutto, tu devi saper rispondere. Altrimenti “nun me rompe er ca”. Altrimenti conta l’esistenza se devi fare finto esistenzialismo. L’autentica arte è popolare, la cultura è semplicemente un modo di stare con gli occhi aperti in mezzo al mondo. Occhi ben aperti e puliti, questo solo si esige: per guardare la vita. Occhi belli come quelli di Gigi Proietti. La sostanza che svuota la posa, la sostanza diventata arte che è una delle definizioni pressoché perfette di Roma. Che è carne, strada, bellezza, sogno, saliva, sanpietrini, rabbia, dolore, cuore, ma sempre cuore. Per questo è stato popolare ma non populista, romanesco ma non “romanaccio”, Romanista nel senso che a Roma si è della Roma come un tratto, un costume, un dovere, una condizione, non si può essere altro.

Socrates scrisse che sognava di morire la domenica in cui il Corinthians diventava campione, gli è successo. Proietti se ne è andato dopo la partita che per tutti è stata quella dei tre tenori. Invece almeno per oggi, Dzeko, Pedro e Mkhitaryan sono King, Soldatino e D’Artagnan solo perché così Mandrake prende finalmente la tris e vince. Pensa, per sempre.

Uscito su “Il Romanista” del 3 novembre 2020

Quelle tre sassate per terra

Il rammarico di Romagnoli col numero del suo idolo Nesta dopo aver sprecato l’occasione al 96′ per il 4-3 è forse la cosa più bella di una partita strana, senza capo (visto i gol immediatamente presi all’inizio dei tempi) ma con coda (visto il triplice pareggio strappato vicino al triplice fischio).

Però, “tifosismi” a parte, c’è un’immagine più bella di questo strano Milan-Roma 3-3 che un po’ lo racconta meglio: l’esultanza di Dzeko al gol di Kumbulla. Guardatela. L’attaccante sta al centro dell’area e vede il difensore segnare, è tutto capovolto, il Cigno si trasforma in Leone, pare persino farsi più basso (potrebbe sembrare Veretout) quando per tre volte schiaccia a terra con un pugno la sua gioia, la sua rabbia, la sua voglia. La “rincarca”. Tre pugni non al cielo ma in terra. Tre sassate d’aria. Puro derossismo. Splendido. Il Girasole, l’attaccante magistrale ma che ogni tanto si assenta, tira fuori un repertorio tutto sangue e vecchie maniere che fa ben sperare per lui, che è il capitano della Roma, e per noi, che ne siamo tifosi. Ed è quello che è successo ieri, in una partita dove la Roma non è stata magistrale per niente perché è imperdonabile subire un gol dopo un minuto e mezzo e ancora più imperdonabile la recidiva del secondo tempo (anche subendo il medesimo protagonista: Leao).

Tutto vero, come le occasioni del Milan, ma, come quell’esultanza di Dzeko, per tre volte la Roma non s’è messa le mani sui fianchi e s’è ripresa la partita. Tre volte non è poco, soprattutto in casa del Milan imbattuto fin da prima del Covid e che in questo campionato aveva preso solo un gol, soprattutto dopo l’oscenità inventata da Giacomelli per il non intervento di Mancini (almeno sul nostro ‘na mezza cosa si poteva pure equivocare). La Roma che rimonta è una Roma romanista, tre volte ieri e tre volte in pochi giorni: col Benevento, con lo Young Boys e in parte, ma anche di più per quantità e qualità, a San Siro. Un paio di stagioni fa c’era riuscita una volta in un anno più o meno. Qualcosa è cambiato, da questo punto di vista l’esame di San Siro è in parte superato. Anche qualcos’altro almeno ieri è cambiato, cose più strettamente romaniste: nella nostra storia abbiamo sempre pagato dazio al secondo portiere avversario, da Ciucci-Negretti (il maledetto paradigma) ad Avramov, passando per troppi dodicesimi diventati Jascin contro la Roma. Ieri senza Donnarumma ha sbagliato Tatarusanu. L’altra cosa è la prima e l’ultima, Marash Kumbulla che sbaglia all’inizio di tutto ma che alla fine si e ci ripaga dell’errore. Rimonte e risarcimenti, concetti per noi molto importati e troppo spesso desueti. Eldoradi. Certo l’idea – e forse l’odore alla vigilia si annusava – era quella di vincere in faccia al Milan dei 21 risultati consecutivi che sembravano proprio 21 modi per dirti ti batto; una vittoria avrebbe aperto scenari forse spudorati, ma questo pareggio non li chiude. Anzi li tiene stretti nei pugni di Dzeko.

Pubblicato su “Il Romanista” del 27 ottobre 2020

Fatto il nostro, ora Milano Europa

Quello che doveva succedere è successo: dovevamo vincere e abbiamo vinto, doveva sbloccarsi Dzeko e si è sbloccato, ne ha fatti addirittura due, la Roma persino cinque.

Messa così va bene, malgrado le sofferenze che pure ci sono state contro il Benevento, e infatti va bene. Hai vinto 5-2. Abbiamo vinto 5-2. La classifica ha una decenza dopo l’indecenza iniziale di Verona. Certo non va bene andare sotto e soprattutto farsi riprendere una volta che sei andato sopra, non va bene soprattutto prestare il fianco alla cosiddetta matricola, ma è pure vero che il Benevento è veramente una cosiddetta matricola, perché gioca bene, è arrivata qua con 6 punti, ha trovato la leggerezza e il vantaggio psicologico del vantaggio dopo 5′, poi quella di essersi ritrovata in partita prima col Var che annulla il 3-1 a fine primo tempo e poi con un rigore comunque regalato da una nostra leggerezza. Aveva vinto pure a Marassi contro la Samp e noi sappiamo che la Samp a Marassi ultimamente fa cose belle, anzi bellissime.

Sicuramente si è sofferto troppo ma gli aspetti positivi, oltre i 2 gol di Dzeko (che fa 108 il 18/10 che è il giorno di quel gol allo Stamford), i 3 punti e le 5 reti della Roma sono superiori alle criticità. A proposito di numeri, Fonseca ha ritirato fuori la difesa a 4, spiazzando tutti ancora e ancora dimostrandosi un tecnico che sa pensare le partite, sa cambiare le sue strategie, stavolta anche in corsa perché i cambi spagnoli, soprattutto Villar e Perez, hanno portato immediatamente a belli e succosissimi frutti. Avrà anche i suoi difetti (ne vedo sostanzialmente solo uno, ma grande: Duisburg, la non partita col Siviglia) ma un allenatore straniero che al primo anno si ritrova in un altro paese, in un altro campionato che per antonomasia è il più difficile, con una media di 10 giocatori infortunati nella sua prima parte di stagione, l’infortunio del suo più forte giocatore a inizio anno, la pandemia, il cambio di proprietà, un altro infortunio e sempre al suo più forte giocatore, fa 70 punti, e vince 9 delle ultime 12 (e le altre 3 le pareggia meritando di vincerle) non si capisce proprio perché debba stare sulla graticola.

Come si dice. Ma si dicono tante cose, basta non sentirle. Pure che ieri non c’era il rigore per la Roma e per il Benevento sì, e addirittura sembra dar fastidio quando persino Inzaghi, che si era “spiazuto” del rigore contro, poi ammette che allora nemmeno quello del Benevento c’era. Allora spiaze un po’ di più. O di meno. Dipende dai punti di vista. Problemi loro. Stanotte qui già si comincia a pensare a Milano. Anzi no, c’è l’Europa.

Pubblicato su “Il Romanista” del 19 ottobre 2020

“Peccato”

Liedholm diceva che si giocava meglio in 10 contro 11. Era uno dei suoi paradossi che servivano ad anestetizzare qualsiasi polemica o semplicemente a divertirsi, ieri però purtoppo l’antico adagio del Barone è stato un’altra volta vero.

Fino all’espulsione la Roma è stata dominante, bella, vincente. Vinceva, giocava meglio, soffriva (poco) e ripartiva (tanto), sprecava su un palo tutta la bellezza partorita in campo. E toccava proprio a Dzeko incarnare questo karma: assist, passaggi col petto, aperture da Girasole e poi, invece, non riuscire a fare la stanghetta elementare. Più che mai Albatros che con le ali da gigante non riesce a camminare. Ma l’anima ce l’ha messa, questa è una risposta. E ieri la Roma qualche altra l’ha data.

È evidente che dopo il rosso la Roma si è sentita oltremodo responsabilizzata, come a dirsi «ora non possiamo non vincerla». Ed è quando ti prefiguri un «no», che ci sbatti contro. Questo è stato il limite di ieri, un grosso limite di personalità su cui bisognerà lavorare. Chiamatelo braccino, è una sintesi sicuramente giusta ma non restituisce l’interezza della partita della Roma. Perché questa è stata sicuramente un’occasione persa, sicuramente la notte è passata male, pensando a quanto abbiamo sprecato, a quel che sarebbe potuto essere e non è stato, ma ieri è finita con Ronaldo e Pirlo a festeggiare in tv un pareggio strappato alla Roma.

Sì, proprio quella squadra senza ds, in mezzo a un mercato ancora da finire, che da poco più di un mese ha semplicemente cambiato tutto, che da qualche giorno ha perso la prima del campionato a tavolino, con il suo giocatore migliore che era praticamente andato e che ieri si ritrovava a giocare immediatamente contro il suo futuro mai accaduto, con tre quarti di Roma (forse mezza) che chiedeva la testa di Fonseca e che dava per scontato oggi l’arrivo di Allegri, e potremmo continuare… eppure questa cosa qua – si chiama Roma – strameritava di vincere contro i campioni d’Italia. È finita con la Juve a dire in tv che è «un punto benedetto».

Al di là del rosicamento (e mica passa), degli errori, dei cambi (forse) ritardati, prendiamoci la realtà di una squadra che ha sicuramente dei valori alti (Veretout, Pedro per esempio) e che è sicuramente all’inizio di una nuova avventura. C’è ancora il tempo per migliorare l’organico e per ritrovare una fiducia che non ha perso solo la squadra, ma un po’ tutti noi e che forse potremmo ritrovare. Stamattina stiamo maledicendo un 2-2 contro la Juve, e non è un paradosso del Barone.

Pubblicato su “Il Romanista” del 28 settembre 2020

Roma-Juve 3-0, 16 marzo 1986: ecco come è nato quel capolavoro

Il giorno dopo Roma-Avellino inizia il capolavoro di Roma-Juventus. Si pensa a qualcosa di mai visto prima in nessuno stadio in Italia e d’Europa. Qualcosa che renda omaggio a quella che, in quel momento, è forse la miglior Roma di sempre, almeno dal punto di vista del gioco; qualcosa che l’avvolga e la sproni, qualcosa che lasci a bocca aperta tutti. Si pensa a uno stadio tutto giallorosso, a una coreografia per tutto l’Olimpico.

Lo slogan per le partite che contavano, nei volantini, nei comunicati, nei passaparola, nel cervello era sempre lo stesso in quegli anni: «Almeno oggi tutto lo stadio come gli ultrà». E partiva sempre almeno una volta il coro dalla curva: «Tutto lo stadio». Era l’epoca in cui si ricercava costantemente comunione. La regia di tutto è di Fausto Iosa e dei suoi ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud.

Pruzzo fa 5 gol all’Avellino, il giorno dopo riunione e primo sopralluogo all’Olimpico. Ne seguiranno tanti altri: lo stadio va misurato in tutte le sue dimensioni, settore per settore. Si va. Si va a Firenze dove pareggiamo sotto la pioggia, e c’è una sorta di prova nel settore. Ogni sera una riunione, prove, paure e speranze. La Roma dopo la stecca di Firenze, perde a Verona: fa male, ma chissenefrega. A 5 punti dalla Juve lo Scudetto è praticamente andato, l’idea e la voglia no. La Roma merita il più grande riconoscimento possibile, questa è la nostra partita, di fronte abbiamo “loro”.

Bisogna avere ancora tutte le autorizzazioni per una cosa del genere: la società non è un problema, la Questura insomma, di sicuro serve la dichiarazione di “idoneità” dei materiali dalla ditta che li forniva. Il giorno dopo il Bentegodi arriva il camion con i chilometri di plastica colorata. Ma non è ritagliata, le misure non sono suddivise per settore, i rotoli vanno tutti srotolati, rimisurati e ritagliati, in più il rullo che li tiene non va bene perché è impossibile da gestire. Ci saranno nuovi rulli, messe nuove bobine. Si rimisura, si ritaglia, si continuano i sopralluoghi dell’Olimpico, servono i pass per andare nei diversi settori da dove si coordinerà lo spettacolo: Tevere, Monte Mario, Distinti Nord, Sud, curve.. E poi tutti in Sud.

Sarebbe un paradosso che lo spettacolo più grande mai allestito in uno stadio si svolga con la Sud orfana di chi lo ha creato. O forse no. Estremo esempio dell’altruismo di quei tempi: si fanno le cose per la Roma e per gli altri tifosi, non per sé. Le strisce rosse vanno bene, quelle gialle sono indietro nella lavorazione.

E’ sabato, bisogna portare tutto il materiale dentro massimo per le 10.30. Alle 8 una decina di rotoli non hanno il cavo tirante, si va comunque, si finirà il lavoro direttamente domenica mattina. Domenica. Quando “sonano” le campane il Commando è già dentro, alle 7.30 ci stanno tutti, coi pass, le istruzioni avute e quelle da dare, i volantini, i megafoni, le raccomandazioni, la Monte Mario sembra in ritardo poi sono le 14.30. Mario Iosa ha un bandierone della Svezia, omaggio a Eriksson, col quale darà il via allo spettacolo non appena dal tunnel sbucherà Agnolin. Eccolo. Guardate. 16 marzo 1986, Roma-Juventus 3-0.

Pubblicato su “Il Romanista” del 26 settembre 2020