Anche contro il mondo

21372_782bfkd

Ci sono partite che hanno fatto la storia della Roma. Non dico soltanto le notti di coppa, le gare tricolori, le grandi rimonte in Europa, le vittorie a Torino o a Milano, i 5 gol a quelli (per inciso: è successo più di una volta), i trofei… Ci sono altre gare che hanno fatto la storia della Roma per quello che la Roma è. Una di queste è stata giocata a Brescia nel 1936.

La Roma è piena di infortuni, va a a Brescia dove non ha mai vinto, ed è una partita che deve vincere perché potrebbe significare Scudetto. Il primo della nostra storia appena nata e, si sa, nata grande. La notte fra il 18 e il 19 aprile il vicepresidente romanista Manzolini viene avvicinato da un calciatore bresciano che chiede 30.000 lire per agevolare il nostro successo. La proposta arriva alle orecchie di Fulvio Bernardini: se l’accordo va in porto non scenderà in campo, fa sapere. Scenderà in campo perché la Roma dirà no. La Roma dice no. La partita finisce 1-1, la Roma arriva seconda a un punto, un punto soltanto dal Bologna campione perdendo un tricolore per un punto, ma guadagnando per sempre un punto d’onore. Quella partita ci ha definito romanisti. Così come quando dicemmo no al Modena che voleva “smezzare” la Coppa Coni dopo l’ennesimo pari: meglio perdere che non provarci, meglio giocare e vivere da romanisti piuttosto che vincere sicuramente.

Quest’Udinese-Roma di un turno infrasettimanale che doveva essere il più anonimo possibile è diventato il mercoledì di una notte da lupi, e Halloween non c’entra niente. È una partita che fa parte di quella razza di partite: le nostre. Confina con tutto quel rossocuore di domenica col Milan, ma sconfina nel di più. A quelle in cui diciamo no, quelle in cui ci crediamo sempre, quelle in cui le parole non vanno pensate, quelle in cui la Roma la vivi. Questa partita è una medaglia da appuntare sulla nostra maglia. È un racconto che potrai fare un giorno a tuo figlio per dirgli cos’è la Roma. “Sai, a papà, la Roma è una squadra che con 10 giocatori fuori e con 10 giocatori in campo, dopo che pochi giorni prima aveva subito un’ingiustizia brutta da far vedere a chi ha gli occhi belli come te, giocando sempre con quegli stessi uomini, contro tutto e contro tutti ha vinto e poi è andata ad esultare insieme a tante persone che stavano lì per lei pure se era mercoledì sera.”

A pensarci bene la Roma è quella cosa lì, è voler vivere quel momento e per farlo sei disposto a superare veramente tutti gli ostacoli, che per andare ad abbracciare la tua gente puoi andare anche contro il mondo veramente. E tu una squadra simile, con quei colori così belli contro il grigiore che sta un po’ ovunque, che riempi di ideali, la seguirai e non ti verrà mai di abbandonarla perché sarebbe come rinunciare a qualcosa di te. A quel no detto appena nati, a quel no detto per crescere, a quel no detto alla rassegnazione e alle ingiustizie. A un sì gigantesco ed enorme che hai dentro al cuore. Per Lei. Per la Roma. Ieri la Roma ha vinto più di una partita, ha vinto il rispetto della sua gente ieri. Questa partita va appuntata sul petto perché sanguina sentimento, spurga fierezza, e brilla, brilla nella notte e contro l’immondizia, brilla in faccia agli Irrati e ai superbi, brilla come la Roma nostra che vincerà. Brilla come gli occhi tuoi quando l’hanno vista per la prima volta. E per sempre. Anche contro il mondo.

La Roma che riconosco

21266_780s15h.jpg

Tutto quello che un tifoso della Roma può chiedere alla Roma lo ha avuto ieri. Il cuore. Che è una parola troppo breve e anche troppo vuota per capire tutto quello che c’è dentro. Tipo un armadio dei giocattoli d’infanzia. Nel pacchetto ci trovi la spavalderia e l’incoscienza di Cetin, il primo dribbling da “matto” e quell’entrata subito da “Meret di Roma” a centrocampo, la faccia solare di Smalling che dopo il Borussia è ancora più pulita e ancora più Smiling, la cattiveria con i calzettoni tirati su di KolarovVeretout che è sempre e dappertutto tutto vero, il bacio di Zaniolo che uno lo sa che non ci si deve troppo affezionare a questa cosa, anzi deve persino guardarla con un po’ di distanza, ma che intanto un bacio me l’ha dato.

È stato bello. Dzeko che è DzekoFazio che una volta, e forse pure adesso, era soprattutto lento ma ieri a un certo punto è diventato un flipper, Antonucci coi suoi interventi anche sghembi mixati a anticipi giusti e controlli un po’ lunghi, Mancini che quando tornano DiawaraPellegrini e Cristante se lo dovranno sudare il posto. Poi, si fa per dire poi, Fonseca che in tre mesi ha fatto la rivoluzione trasformando quella che non era neanche lontanamente una squadra in un’altra cosa: nella Roma. Che non è mai solo una squadra, è un’altra cosa. Così con quattro stracci, l’anima sdrucita, i calli agli scarpini, la Roma ha dato tutto e per questo ha vinto. Prima ancora di vincere. Nuda. Prima ancora di togliersi la maschera. Un manipolo di giocatori. So’ rimasti una dozzina, che non è sporca, ma ti ci puoi specchiare per quanto ti rassomiglia. Questa è Roma non solo nel senso retorico, ma è la Roma in cui me ce riconosco, questo nient’altro quello che io tifoso della Roma spero, cerco, voglio. Poi la vittoria un giorno arriverà. Ieri è arrivata anche per questo. Il mainagioismo non abita qui, perché la Roma che dà tutto mentre il fato o i campi o la preparazione o quello che volete le tolgono 7-8-10 giocatori, e gli arbitri invece tolgono a noi e danno agli altri i rigori, come fai a non sentirtela più vicino?! Più close to me possibile. Anzi, addirittura, come fai a a non trovare tutto questo straordinariamente galvanizzante se sei romanista? Altro che rassegnazione, altro che rosari della sfiga, … sì lo sappiamo ma se la Roma risponde presente, se la Roma non ce sta, se la Roma va in puzza tutto questo per noi è esaltante. Noi. Questo è esaltante: noi.

Non sentirsela addosso, perché la Roma è una cosa che se ce l’hai dentro non puoi tirartela via sennò significa che non ce l’hai mai avuta, nemmeno dopo i 7-1, nemmeno dopo prestazioni imperdonabili come quelle dell’anno scorso, ma vedertela là davanti. Ieri eravamo 11 noi in campo. Più i 3 entrati. Più i 7 assenti. Più 40.000 presenti. Più Antonio De Falchi. Strano pensare al Roma-Milan dell’anno scorso quando praticamente mezzo stadio se ne andò dopo aver onorato il ricordo di Antonio e dopo lo scempio di Firenze. Anche quello era un Roma-Milan, anche quella volta segnò Zaniolo, anche quel pomeriggio-sera sotto la Sud. L’anno scorso non c’era nessuno (in campo soprattutto) ieri eravamo tutti. La Roma è un’associazione sportiva che quando è nata ha scelto un nome perché quel nome è già un brivido.
La Roma è un’emozione. Tutto quello che un tifoso della Roma può chiedere alla Roma lo ha avuto ieri. Il cuore. Che è una parola troppo breve e anche troppo vuota solo se non ci metti la Roma dentro.

Uscito su “Il Romanista” del 28 ottobre 2019

Viva noi, abbasso tutti

21165_77za5cf.jpg

È l’enormità di un forza Roma che deve sommergere lo schifo che ci hanno fatto. Solo così se ne esce dalla rabbia che non deve passare per un’ingiustizia troppo grande da dimenticare in fretta, anzi da dimenticare e basta. O con una prestazione gigante a Monchengladbach, o come si chiama, perché sarebbe appena giusto, come un dovere, come una distrazione, come una cosa santa, prendersi in faccia a loro la qualificazione che adesso s’è pure complicata.

Fanno pure i meme su twitter. Zaniolo s’è tappato le orecchie per non sentire le cattiverie, i pregiudizi, le discriminazioni dozzinali, stupide, banali che gli sono piovute addosso da quando ha scelto la Roma e non la Juve (differentemente dall’ex allenatore in questione che le ha “elargite”), ci sarebbe da chiudere gli occhi di fronte allo scempio di ieri oppure trovare il modo di farli aprire ai signori della Uefa. Sono Var Games con noi. Era finita con l’eliminazione di Oporto decisa da un arbitro per un rigore rivisto da una parte, e per un altro non visto né rivisto dall’altra; l’anno prima Alexander ma cosa mi dici mai Arnold aveva giocato a pallavolo in una semifinale di Champions League a mezz’ora dalla fine ma era rimasto in campo senza nessun rigore.

La Uefa che chiede Respect lo dia a tutti. La Roma si faccia sentire il più possibile in Europa come ha cominciato a farlo in Italia, si fermi il signor, si fa per dire, William Collum perché non è proprio cosa, ma detto questo bisogna andare oltre e non solo perché tanto il signor, si fa per dire, Collum stamattina è tornato in Scozia e se ne frega di noi, ma proprio per l’ingiustizia subita dalla Roma. Non se la meritava mai una cosa simile la Roma. Mai. Non se la meritava per niente una cosa del genere una Roma del genere.

Una Roma ridotta dall’emergenza in un pugno di giocatori guidati da un Girasole in maschera che ha fatto di tutto per cercare di prendersi una vittoria tanto importante quanto meritata. Ha giocato da formichina, ha giocato da leonessa, ha giocato con ardore, ha giocato attenta ma spavalda nel cuore, è stata sempre più lucida sotto la pioggia, non ha sbagliato praticamente niente, senza 6-7-1000 titolari stava pienamente vincendo contro i primi di Germania e questi s’inventano al 95millesimo un rigore che non avrebbero dato nemmeno a Moggi sotto Calciopoli! Davanti a una cosa simile bisogna mettersi tutti in cerchio: attorno alla Roma.

Sta lì il cuore del discorso, e il cuore e basta. Fonseca ha detto che i giocatori sono devastati, ma invece no: i giocatori si devono prendere la rabbia di tutto quello che sta capitando e metterla in campo per devastare sportivamente il Milan domenica. Quello che è successo ieri non può far restare indifferenti i romanisti: hanno toccato la Rometta nostra (nel senso di vezzeggiativo, perché per me non è mai esistita nessuna Rometta nel senso di squadra piccola, la Roma è la Roma e basta), l’hanno fatto nel peggiore dei modi quando tutto era finito, dopo una partita giocata bene malgrado le mille e mille difficoltà, inventandoselo il modo per non farcela vincere.

Domenica dovremmo scendere in campo insieme alla squadra, e fare una carezza alla faccia offesa della Roma dicendole che mai come adesso va tenuta in alto. Sono gli altri che l’hanno persa, magari, invece, noi in questo senso d’ingiustizia che non ti fa dormire, qualcosa di noi l’abbiamo ritrovata. Come se fa a non voleje più bene alla Roma adesso?

Uscito su “Il Romanista” del 25 ottobre 2019

Quando col Moenchengladbach nacque il coro per Ago

21102_77yf7xq.jpg

Se non fai caso al tabellone e confronti una foto della Curva Nord il TrentaMaggio con quella del 25 maggio 1977 difficilmente sapresti distinguere la data: è piena di tifosi del Liverpool che stanno lì per cantare e per vincere la Coppa dei Campioni. Attenzione questa è la storia di una nascita alla rovescia, entriamo direttamente e segretamente dentro la più grande fucina d’arte della storia del tifo e quindi della storia dell’uomo tout court.

Il nostro TrentaMaggio nasce sì all’Olimpico ma sette anni prima. È il 1977, l’anno in cui nasce e rinasce tutto, rivoluzioni punk, studentesche e il Commando Ultrà. Anni di piombo e di illusioni, anni di grandi ideali e di amicizie, di fiori e di fiori nel fango. E sempre di sogni forse non così grandi come quelli che stavano per nascere.

È il 9 gennaio quando succede. È storia nota in quel Roma-Sampdoria finito 3-0 in cui però occorre ripeterlo Agostino Di Bartolomei segna una doppietta, due gol come la sua doppia “b” di Dibba. Agostino Di Bartolomei segna il giorno in cui nasce il cuore della Curva Sud che è sempre stato il cuore della Roma. Agostino Di Bartolomei, il cuore, la Roma. Agostino Di Bartolomei, il cuore, la Roma.

Il Liverpool era un mito. Lo è ancora. Non tanto e non solo una squadra che stava vincendo coppe e campionati e che aveva un giocatore enorme come Kevin Keegan e tutto il fascino che trovi in una qualsiasi mezza diapositiva di una partita della First Division, il mito del Liverpool erano i suoi tifosi. E la loro Curva che si chiama Kop a ricordare la collina dove tanti inglesi, quasi tutti provenienti da Liverpool, persero la vita a inizio del Novecento nella battaglia contro i boeri. La Kop era sinonimo di stadio. La Kop era sinonimo di canto. Di follaDi follia («Roma è magia, la Sud è una follia»). Era sinonimo anche in parte di mistero.

Espressioni come tifo all’inglese già c’erano nell’aria ma occorre ricordarlo non c’erano telefonini, smartphone, app varie, televisioni, le partite del calcio italiano le vedevi allo stadio o al massimo le sentivi alla radio, quelle dall’estero arrivavano direttamente dalla luna, e dal suo lato oscuro. Eppure il canto del Liverpool e della Kop era così forte da arrivare fino a qua. Così come una volta Fabrizio De André disse che Maradona non poteva che andare a giocare a Napoli, si può dire che i Beatles non potevano che nascere a Liverpool.

La rivoluzione musicale. La rivoluzione che canta. Credo nel mondo che solo un’altra squadra sia i suoi tifosi come il Liverpool: la Roma. Credo che non potesse esserci un’altra finalista mai quel TrentaMaggio, un’altra finalista che il Liverpool. Credo che non sia un caso che il Liverpool abbia fatto la sua prima finale della storia all’Olimpico il 25 maggio 1977.

E sicuramente non è un caso che quella notte, in quella curva, nella Kop a Roma, c’erano i ragazzi del CUCS. C’era Vittorio Trenta, c’era Antonio Bongi, c’era Stefano Malfatti, c’erano Roberto, Angelo e tanti altri, praticamente tutto il Commando. Erano appena nati come gruppo ultrà e stavano assistendo alla loro prima partita internazionale: una finale. E a Roma. E della Coppa dei Campioni. Insieme alla Kop, dentro la Kop.

Antonio Bongi che parlava bene l’inglese grazie alla mamma americana, e che qualcuno dovrebbe valutare la possibilità di considerarlo come Giovanni Battista (ha dato il nome al CUCS e ai Boys non vi basta?!) mi ha detto che «sì, stavamo con loro ma non è che ci fu un abbraccio, non furono esattamente simpatici, neanche ostili, stavamo lì. I laziali avevano scelto di andare con quelli del Borussia perché essendo tedeschi pensavano fossero di destra». Fatto sta che il Commando Ultrà stava dentro la Kop in Curva Nord all’Olimpico a vedere la finale di Coppa dei Campioni.

Credo che la cosa possa anche bastare qua per chi quando va allo stadio, o andava alla stadio, la prima cosa che guarda, o guardava, è la Curva e non il campo. E anche l’ultima cosa che guarda. I ragazzi della Sud non stavano là a guardarsi le magie di Simonsen e di Keegan, né a studiare il modulo di Paisley, la durezza di Stielike eccetera, stavano là da Ultrà, e da Ultrà della Roma.

Se guardate bene quella curva quella notte ci sono anche bandiere della Roma. Il giallorosso è un abbinamento cromatico proprio anche dei Reds, ma quella sera c’erano bandiere della Roma. La prima trasferta internazionale del Commando è stata fatta a Roma con quelli del Liverpool. Credo che paradossochiasmoossimorocortocircuito, termini simili possano aiutare solo un po’, solo un po’ per definire i contorni di questa storia. Perché adesso si colora di più. Adesso s’alza. Adesso canta.

Sono tanti gli inglesi è la loro prima finale ci devono stare, si sentono, si sente: You’ll never walk alone, alone… walk on, walk on… Se non hai i brividi non sei umano, vedi d’andartene: non m’interessi. Walk on, Walk on. Questo non si può imitare, è un inno e noi abbiamo il nostro. Continuano a cantare e non smettono dopo il pareggio di Simonsen, poi è anche più facile sul 2-1, sul 3-1 di Neal.

Ah sì, un certo Phil George Neal segna su rigore all’Olimpico in finale di Coppa dei Campioni davanti al Commando Ultrà, e questo accade il 25 maggio 1977, non il 13′ del TrentaMaggio di sette anni più tardi. Ditelo voi se è un futuro già scritto o no negli anni in cui i Clash cantano che il futuro non lo è.Qui non c’è da dire, c’è da cantarla questa storia. Cantano ancora i Reds che Oh when the Reds go marching in, poi cantano per il loro idolo There’s only one Kevin Keegan, one Kevin Keegan… ma non solo per il loro idolo.

C’è anche un motivetto per un giocatore poco noto, sconosciuto ai più, razza Katsche e Orazio, che poi ha giocato nel Wrexham, che ancora adesso sta nel Wrexham, non è inglese, nemmeno scozzese come tradizione Reds, ma gallese. Si chiama Joey Jonessarà per la doppia “J”, come la doppia “b”…, per la brevità del nome e del cognome, perché corre tanto che la Kop ha un coro tutto per lui. Fa così: Oh Joey Jones, Joey-Joey-Joey Jones go.

I ragazzi della Sud, il Commando, hanno visto e hanno sentito quella notte. La notte intera dico. Le bandiere. Le atmosfere. I vittoriosi e gli sconfitti. Le attese e le preghiere, le attese diventare illusioni, le preghiere bestemmie. Ha visto Kevin Keegan abbracciare Ray Clemence e dietro i raccattapalle con la divisa giallorossa con la scritta «Basilica San Lorenzo» (io stavo alla Spes da ragazzino, ero rivale). Ha sentito quei canti.

Forse con Antonio ci siamo scordati di parlare del «Noi vogliamo la Roma tricolor, la Roma tricolor…» che probabilmente nacque quella sera ascoltando e vedendo così da vicino il loro Yellow submarine, sicuramente però quella notte nacque «eh facci un gol ehh, e facci un gol ehh, e dai Roberto facci un gol, la Curva Sud te lo grida in coro e dai Roberto facci un gol»; sicuramente quella sera nacque «Un Bruno Conti, c’è solo un Bruno Conti, un Bruno Conti, c’è solo un Bruno Conti».

E sicuramente quella sera di Coppa e di Campioni è nato il coro più struggente adesso, e che divenne già il più struggente allora, quella notte di maggio e dopo quella notte di maggio: «Ohhh Agostino Ago Ago Agostino gol». Sì, sulle note di Joey Jones nato da qualche parte in Galles il 4 marzo 1955 e che adesso sta da qualche parte in Galles a svolgere qualche ruolo per il Wrexham è nato il canto più alto.

Qualcuno glielo dovrebbe dire al signor Jones il privilegio indiretto che ha avuto e che indirettamente continuerà ad avere. Il suo coro è diventato quello del nostro Capitano. Una canzone per lui è diventata quella del Capitano della Roma di sempre. Quella notte quel giocatore che sentiva quel coro ha vinto una Coppa dei Campioni a Roma. «Ohhh J…». No…«Ohhh Agostino Ago Ago Ago Agostino gol». Sì capitano questo coro e questo cuore sono per te. Tutta questa storia è solo un canto.

Uscito su “Il Romanista” del 23 ottobre 2019

Oh Rizzitelli

20640_77pyizp.jpg

Il commento migliore l’ha fatto Rizzitelli a Roma TV: s’è alzato e se n’è andato. Anche perché quello che c’è stato dopo Massa è stato peggio dell’arbitraggio stesso. Hanno cominciato presto a spostare il tiro sul fatto che Petrachi non può parlare così e che Fonseca sbaglia nelle proteste. Dalla luna al dito, senza dire dove finisca quel dito e cosa ci hanno fatto vedere da ieri pomeriggio da quella prospettiva. Un’espressione poco felice di Petrachi “sul calcio che non è delle signorine” diventa l’oggetto critico dell’intelligenza pallonara invece dello scempio arbitrale. Salotti tv silenziosi e compiacenti verso le solite grandi, che diventano addirittura sarcastici e quasi scocciati di fronte alle proteste della Roma. Tweet sdegnati sullo sdegno della Roma. Tv e giornali che per anni non hanno detto una mezza parola su Petrachi ma da ieri sera s’impegnano a chiosare sulla centralità del bon ton, gli stessi che hanno catalogato come “gaffe” le parole sulla pelle di Lotito! Dite e fate tutto ok, però, perlomeno, dopo aver informato che la Roma è stata penalizzata. Sennò siete tanati, almeno come commentatori di parte. Roba che manco Il Romanista eh (è autoironia, nessuna ammissione).

Massa non ha preso alcuna decisione, non ha indicato il centrocampo, non ha fischiato il fallo, anzi ha detto due volte che non c’era fallo ai giocatori del Cagliari. Ha sfruttato il tempo dei calciatori a terra per farsi dire dal Var se c’era spinta o no. Ma l’unico dei componenti arbitrali di una partita deputato a valutare l’entità di una spinta è l’arbitro in campo. Di fatto ha annullato un gol che non era annullabile perché non era ancora convalidato, ha usato il Var senza utilizzarlo, siamo a paradossi temporali al limite di una serie Tv dozzinale: ha semplicemente violato il protocollo Var (principio 2) per cui “all’arbitro non è consentito omettere una decisione e poi utilizzare il Var per assumerla”. Tutto questo è già Cassazione, ma in tv non è stato minimamente raccontato. Tutto questo è già storia senza nemmeno entrare nel merito per cui Kalinic ha preso il tempo al difensore, Olsen è andato addosso a Pisacane, Pisacane è caduto a terra solo dopo il gol della Roma.

Niente di tutto questo. Solo la fretta di ingigantire il dito e offuscare la luna, di zummare sul movimento della spinta dimenticando tutto il resto. Che è anche LecceBologna, che è anche una punizione ridicola fischiata contro Diawara prima del rigore. Tutto questo sarebbe ancora calcio (anche se con la Var è più difficile accettarlo) la cosa proprio insopportabile è che ti vogliono fare la morale, con la miopia di fronte alle grandi ingiustizie e la solerzia verso i fastidi dei potenti: dopo Barcellona Conte è stato raccontato come un allenatore defraudato di una squadra che aveva quasi vinto a Barcellona (letterale), ieri Fonseca un coglione da zittire, quando invece è stato lui a zittire tutti con i suoi coglioni e la sua eleganza. Personalmente s’è preso un pezzetto di cuore, a vederlo così infuriato per un’ingiustizia subita dalla sua Roma. Dalla mia Roma. Dalla nostra Roma. Spero che la partita di ieri serva a questo: a confonderci i pronomi per la Roma. A sentire dentro quella cosa che una volta ci univa e che anche nella rabbia era un modo per dire non toccatecelo l’amore nostro. È la Roma. Se servisse a sentirci uniti quello che è successo ieri i due punti persi sarebbero niente di fronte a quello che avremmo ritrovato: noi. Con la forza di alzarsi, lasciare vuoti gli studi, riempire gli stadi e cantare “Oh Rizzitelli”.

Pubblicato su “Il Romanista” del 7 ottobre 2019

Il senso della squadra di Fonseca

20108_77h8v5b.jpg

Bologna. Bologna, pensare subito e soltanto al Bologna. Ieri è andata, ora testa, gambe e cuore al Dall’Ara. Semplice. Ma è così. Punto. Questa è la lezione di ieri e proprio quella che arriva dal secondo tempo perché ha raccontato di una squadra che quando si è messa di buzzo buono a fare quello che doveva fare è diventata bellissima. Sono solo l’impegno e il dovere che ti fanno volare. Dietro l’ispirazione c’è solo il sudore, non il caso, né il talento.

Poesia del pane. Pare (pare eh) che la Roma lo stia capendo: perché più degli strappi prepotenti finiti non nell’inerzia dello slancio, ma nella lucidissima controsterzata di un assist, di Zaniolo, più della corsa sghemba, anarchica e morbida diventata utile, produttiva e funzionale di Kluivert, della luminosità ritrovata in campo e sul volto di Dzeko, e di tante altre cose (ci sono pure un paio di ricami di Pastore alla Pastore, un lancio che è pallone, che è uno squarcio nel buio, un tocco fatto con le sinapsi prima che con lo scarpino di Pellegrini, e la rinomata – oramai – poesia proletaria di Cristante) c’è il senso di squadra di questa Roma di Fonseca.

L’immagine più bella di ieri è una provocazione: Juan Jesus che dal suo posto in difesa si appassiona con l’arbitro chiedendo un tocco di un turco per un calcio d’angolo non dato sul tiro deviato di Pellegrini col risultato che stava sul 3-0. Questo è. Questo fa la differenza. Dzeko che cerca di far fare gol a Cristante piuttosto che smaniare per la doppietta personale. Questo è. Questo conta: la Roma. Certo una mezza cosa in più su Zaniolo va scritta: un anno fa esordiva a Madrid tra lo scetticismo generale, prima ancora era arrivato nell’indifferenza e quasi tra le pernacchie, solo l’altro ieri era già obbligato a riprendersi la Roma perduta per colpa di Mkhitaryan dopo che quest’estate era stato già servilmente venduto alla Juventus.

Stronzate. Zaniolo (e in parte Kluivert) sembra – finora – il risultato più bello di Fonseca. Anche il suo ingresso giusto col Sassuolo va in questa direzione: la trasformazione di un talento in un giocatore. La forza ragazzina che non esplode e basta ma che diventa trama, pausa, pallone. Che poi a noi del pallone ci frega il giusto, conta la Roma. E ieri è stato molto romanista: lo stadio vuoto ma la Sud piena di giovedì sera e strainnamorata della Roma e di questa coppa. Sono serate così che fanno la differenza. W la Coppa Uefa, abbasso chi va a vedere Messi. Nessuna patente a nessuno, è così. E comunque tutti a Bologna. Sta pure vicino a Ferrara, dalle parti di Cluj.

Il colore della coppa

20069_77grjsr.jpg

Ha abbastanza stufato sentir chiamare l’Europa League Coppa Uefa da quelli che lo fanno perché hanno capito che in certi ambienti sta cosa fa un po’ vintage e fico, mentre adoro chi la chiama Coppa Uefa perché praticamente (nel senso di averla praticata, vissuta, sognata) non ha altro nome per questa coppa. La Coppa Uefa è forse nel pallone la più coppa di tutte. Da ragazzino era sicuramente la più difficile, iniziava dai 128millesimi di finale. Sull’album c’era quasi l’elenco telefonico ai nastri di partenza per i primi accoppiamenti. Ci si qualificavano le seconde, le terze, le quarte, poi al massimo le quinte, vincerla era un’impresa.

E poi era la “nostra” Coppa, uno perché era quella più praticata (nel senso di averla vissuta, giocata, sognata), due perché nel 1961 l’abbiamo vintaCoppa Uefa già delle Fiere. In ogni Albo d’Oro che si rispettava la Roma era inserita come vincitrice. Faceva orgoglio. Fa orgoglio. Sbagliato coniugare al passato così come è sbagliato sottolinearne l’importanza: chi non “sente” questa coppa come obiettivo primario semplicemente non lo capisco, e ho usato il massimo di rispetto e tutto l’eufemismo possibile. Io ce moro pe’ sta coppa. E non solo perché per vincere devi prima vincere, non solo perché la mentalità o ce l’hai o ce l’hai, non solo perché chi non si “appaga” sta male pure se perde la famosa partitella d’allenamento, ma perché c’è poco di meglio. C’è la Coppa Campioni, e va da sé, come tutti i nostri sogni e le nostre notti di lacrime e preghiere, c’è lo Scudetto che sono attese di 41 anni e feste ininterrotte di un mese, ma c’è anche più o meno alle stesse altezze la “nostra” Coppa Uefa. Ed è ora di toglierle quelle virgolette.

Era una festa già andare a giocarla. Andare in Coppa Uefa significava che avevi fatto benissimo. Significava semplicemente Europa ed era europeismo vero, puro. La sigla dell’Eurovisione. Lo stomaco che si chiudeva. Le attese per i gol in tardissima serata di partite che da ragazzino erano scoperte e sbarchi sulla luna, e poi l’adrenalina del vedere semplicemente la Roma in televisione. In campionato mica le trasmettevano. «Esclusa la zona di Roma», salvo poi vederla sempre perché l’Olimpico si riempiva sempre. La Coppa Uefa significa lo stop, il tiro, il gol, la corsa, l’esultanza, la follia, la magia di Paulo Roberto Falcao e del suo popolo contro il Colonia. La carrellata più delirante degli Anni 80. L’urlo a 2′ dalla fine (era l’88’, non l’ultimo minuto).

E poi quella coppa che col «nostro amore, il vostro cuore» la dovevamo alzare, finita su un palo, o su un fischio sbagliato di un arbitro sbagliato a San Siro e che era stata veramente Coppa Campioni: il Benfica vicecampione d’Europa al primo turno, i 3 gol di Rudi a Bruxelles, i 5 al Bordeaux tutti insieme (con la doppietta del mitico «Gerolin Gerolin Gerolin»), il secondo turno superato a fatica col Valencia, anche perché Dino Dino Viola alé stava male e poi se ne sarebbe andato sulle stelle a vedere quell’altro gol a poco dalla fine fatto quasi in cooperativa da cartone animato fra Rizzitelli e Rudi Voeller. Un altro urlo infinito. Che non era ancora notte. La nostra Coppa Uefa è stato il colore delle nostre notti blu elettriche, quello dei nostri sogni e oggi mi piace pensare che la Roma indossi come maglia quelle emozioni. Carica Ragazzi.

THE CURE

Dressed in red and yellow - Tonino Cagnucci