La partita del Trinche

44039_7b7l8hz

Nils Liedholm aveva fatto sapere che non avrebbe partecipato alla tournée in Sudamerica del Milan appena diventato campione d’Italia. Il Barone aveva vinto lo Scudetto della Stella e aveva deciso di onorare una vecchia promessa andando ad allenare la Roma: avrebbe vinto uno Scudetto più bello di quello della Stella, atteso 41 anni. Quarantuno anni sono una vita. Il Milan partì guidato dall’allenatore in seconda Alvaro Gasparini, 41 anni amato da tutto il gruppo e da Gianni Rivera in particolare; giocò tra il 20 e il 30 maggio contro il Boca, il River, il Talleres Cordoba, l’Uruguay e l’Olimpia dopo aver annullato per black-out una partita con l’Estudiantes che sapeva quasi di epica rivincita per la Coppa Intercontinentale del 1969 di botte e di calcioni. Buio. Non si giocò. Buia pure quella tournée, nessuna vittoria e Rivera espulso due volte: in carriera non gli era mai successo. Manca da giocare una partita in programma il 7 giugno 1979Oggi, 41 anni fa.

La squadra da affrontare è quella delle Andes Talleres, a Mendoza, città del sole circondata dai vigneti e a i piedi della Cordigliera delle Ande, la più lunga catena montuosa del mondo. C’è di tutto: laghi, vulcani, deserto, ghiacciai, foreste. Anche in questa storia. Le Andes sono seconde in classifica nel campionato mendozino, una buona squadra locale e nulla più, che per questo viene integrata per l’occasione con diversi elementi nazionali. L’occasione era la sfida nella terra dei neo campioni del mondo (1978) alla squadra campione d’Italia (1979) guidata da Gianni Rivera. Il talento italiano, il Pallone d’Oro del 1969, che aveva vinto un campionato giocando solo 13 partite. Per la stampa locale un evento. Per quella italiana no, forse solo non sapeva quello che avrebbe significato. Tra i rinforzi della squadra di Mendoza ce n’è uno in particolare, ha un cognome slavo, croato, la pancia, un dribbling con cui camminava anche nella vita, i capelli lunghi per raccontare e nascondere storie vere e la mania del tunnel, tipico ci chi ama uscire alla luce da certe situazioni ingarbugliate: si chiama Tomas Felipe Carlovich.

Per gli argentini era già un mezzo mito, famoso non per il tunnel, ma per il doppio tunnel: lo faceva “avanti e indietro” all’avversario, più che deflorazione, la quintessenza dell’onanismo, del dono e del gratuito fatto sistema, contro la capitalistica e noiosa e stupida “realizzazione” di gol nella vita. Carlovich si realizzava così: giocando. Perfetto. Speranza per i bambini. Un affaccio sulla possibilità di essere liberi. I tifosi andavano a vederlo soprattutto per questo, c’è chi dice esclusivamente per questo, di sicuro la sua squadra della vita, il Central Cordoba (due promozioni dalla serie C: il massimo del bottino borghese della sua carriera) prevedeva dei bonus legati al numero dei doppi tunnel. Ora Carlovich lo è diventato un po’ (tanto) famoso da quando l’8 maggio 2020 è morto per colpa di ladri di biciclette che lo hanno fatto cadere spedendolo in coma e poi chissà dove adesso. Più che neorealismo, infamità e basta. Si è scritto di lui, si è fatta giusta e alta letteratura, soprattutto ricordando l’amichevole organizzata dall’Argentina contro una rappresentativa di calciatori nati a Rosario per i Mondiali del 1974: dopo il primo tempo contro Carlovich, rosarino, la nazionale albiceleste perdeva 3-0! Lo fecero uscire dal campo per limitare l’imbarazzo e consegnarlo direttamente nello spogliatoio della leggenda.

Si dice che lui se ne fosse andato a pescare, non sembra vero, forse sì. Chissenefrega: il mito era tratto. Sicuramente il 7 giugno 1979Tomàs Felipe Carlovich era in campo contro il Milan di Gianni Rivera, non più di Liedholm, ma già non più di Alvaro Gasparini. Il vice del Barone era morto due giorni prima. Infarto il 5 giugno a Buenos Aires. La sua ultima partita da allenatore il 30 maggio contro l’Olimpia. Il 30 maggio, la notte delle eclissi. Rivera gli stette vicino all’ospedale fino all’ultimo possibile insieme al dottor Monti. Tutto il Milan venne sconvolto ovviamente, Rivera di più. Gasparini aveva appena 41 anni e tre figlie, Rivera e il Milan cercarono di rientrare in Italia subito, ma non c’erano voli diretti da Baires. Si doveva giocare.

La squadra così scese in campo il 7 giugno di 41 anni fa con Rivera nelle vesti di allenatore e giocatore. Un altro unicum. Estadio Malvinas Argentinas, con tremila spettatori soltanto, tutti italiani, perché questa partita era un omaggio ai nostri emigranti. Nessuno aveva voglia di giocarlaCarlovich stava in panchina, aveva già dimostrato al mondo di saper battere da solo i futuri campioni del mondo. Il Milan era passato in svantaggio con Turatti, poi aveva rigirato la gara con De Vecchi e un rigore di Chiodi prima di perdere 3-2 per un altro gol di Turatti e di FunesCarlovich avviò l’azione e poi fece un assist per le reti del pari e della vittoria. In quel tabellino ci sono anche Giorgio Morini, Aldo Bet, Roberto Antonelli e Fabio Capello. Cioè un po’ di Roma.

Di Capello si sa tutto, di Bet e Bet-Santarini si deve sapere per forza qualcosa se sei della Roma e di Morini anche. Antonelli, detto Dustin Hoffman, forse nei numeri è stato veramente una meteora nella nostra storia ma per chi la lupa ce l’ha dentro no: ha segnato soltanto un gol in 5 gare giocate: alla lazio, il 24 marzo 1985. Primavera appena iniziata, con la Sud che aveva fatto il mare per la coreografia. La Roma è sempre una poesia. Morini, Bet, Capello e Antonelli, questa è anche la storia di quando quattro ex romanisti hanno giocato contro Carlovich, questa è la storia dell’ultima partita di Gianni Rivera, perché il giorno dopo il Milan rientrò in Italia e pochi giorni dopo Rivera annunciò il suo addio. Probabilmente avrebbe preso la stessa decisione, ma quella tournée con la morte del suo amico allenatore lo segnò dentro e per sempre. La decisione fu per forza conseguente.

Quando gli artisti fanno simili gesti, anche inconsapevolmente, tracciano solchi: la sua ultima partita è quella in cui Carlovich battè i campioni d’Italia senza il loro allenatore. Uno in cielo, l’altro – Liedholm – a Roma dove avrebbe vinto lo Scudetto non della stella ma di tutto il cielo, dopo 41 anni di attesa. Forse questa storia è quella di Carlovich che batte i campioni d’Italia, o quella dell’ultima partita di Rivera, o è l’una e l’altra cosa: quando Carlovich battè Rivera nel giorno del suo addio. Quella di quattro ex giocatori della Roma che hanno giocato contro quello che Maradona ha definito il più grande di sempre, poco prima che la Roma diventasse la più grande di sempre grazie a Liedholm che mantenendo una sua promessa ci allenerà e ci farà campioni dopo 41 anni. Perché quella è l’età di un giovanissimo allenatore sconosciuto al mondo, Alvaro Gasparini che ha guidato una squadra campione per poche partite non appena vinto lo Scudetto della Stella dove sono finiti i suoi di 41 anniProprio quanto è passato fino a oggi. Il 7 giugno 1979. Forse questa è solo la storia sua.

Uscito su “Il Romanista” del 7 giugno 2020

Ago-Ago-Agostino

43268_7b3ilnd

Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere… Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l’inizio? (…) Il Trenta Maggio è una ferita che non si rimarginerà perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l’amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita, di sbeffeggiarla.

Quantomeno lo deve al nostro Capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel Capitano pure. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete l’attaccamento che può nascere da una perdita? È la vita che lo insegna e il Trenta Maggio è un giorno della nostra vita. Non l’abbiamo persa quella partita: contro l’avversario più grande, fino all’ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90′ e poi dopo 120′. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera, tutti rigoristi, abbiamo perso la Coppa ai rigori, dopo essere stati campioni d’Europa per 55 secondi, quelli passati fra il rigore sbagliato da loro e quello segnato da Ago. Roma-Liverpool 3-5 dcr, Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Tenetelo nel cuore, c’è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un’immagine della curva Sud di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c’è qualcosa di più grande. Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande. Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l’ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l’amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un’altra versione.

Cinquantacinque secondi dopo, una specie d’inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l’altro prima di fare quel coro. “Roma! Roma! Roma!”. Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostro ricordi? Per quelle notti? Per Katsche? Per l’Atletico? Per il Borussia? Per un giocatore? Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo “Roma! Roma! Roma!”. Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma. “Roma! Roma! Roma!”.
Roma mia. T’ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce lo ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c’è vittoria che t’appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per 55 secondi.

Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno. E lui voglio vederlo sorridere.  Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. (…). Era il fratello maggiore che non ho avuto e mi dava sicurezza, la tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d’angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c’era lui in campo io avevo meno paura. Se c’era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per Capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte Lui ci ha fatto campioni d’Europa per 55 secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore.  Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. È un vanto. È un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. (…). Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male, ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene.

È l’unica cosa che posso fare (…) e quando saremo felici, quel giorno vorrò allo stadio gli “olè” per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì anche Bonetti) Falcao, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani… uno un po’ più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c’era. Poi la portiamo ad Ago la Coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo 55 secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita.
Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c’è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l’ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare”.

(Da “55 secondi”, Tonino Cagnucci, Pagine, 2014)

Se questo è calcio

41621_7aworzv

La giornata del calcio in Germania che avrebbe dovuto avvicinare tutti al pensiero di una ripresa, consegna invece a più di qualcuno la strana sensazione che il ritorno alla “normalità” del pallone sia lontano. Perché quello che si è visto ieri (e lo scrive chi ha tolto la Play alla prole per vedere questo ritorno della Bundesliga) è una cosa triste. Un gol non festeggiato è un mare senz’acqua.

Se la gioia fa parecchio rumore (grazie Sandro) il silenzio degli spalti fa parecchia tristezza, non è un preambolo per un’apologia degli ultras (quella a metà articolo) è una constatazione condivisibile credo pure da un misantropo. Il già di per sé tremendo balletto di Haaland è diventato quasi grottesco nel momento in cui i suoi compagni gli si sono avvicinati per non abbracciarlo: ho girato canale. «Gioca alla Play», fa più sociale.

La teutonica rappresentazione dell’efficienza, del rispetto del protocollo e della sicurezza messa in scena con i giocatori distanziati in panchina, è diventata subito una commedia dell’arte di fronte ai falli, agli abbracci non per il gol ma per un tentativo fisiologico di marcatura dentro all’area su un calcio d’angolo o una punizione o un qualsiasi pezzo di azione di questo gioco che si chiama calcio ed è fatto di rumore, gioia, sudore e contatto. Il massimo è stato un portiere che si è sputato sui guanti con la regia che si è affrettata a cambiare inquadratura (oddio, forse è stata solo educazione).

Sarà l’unico modello possibile (e non lo è), sarà il meglio possibile da fare (è da vedere) ma non è calcio, o se è il calcio che possiamo vivere dopo il Covid, è una cosa triste. Prima di ogni speculazione o analisi più o meno di parte e più o meno lucida, è una sensazione netta. Per questo però non lo chiamo calcio. Quello di ieri. Il calcio è quello di domani di cui non è ancora ora, è rumore e quel mare di cui sopra. Di cui sempre.

È roba anche grossolana, ridanciana, è anche arte. CantonaBest, Falcao, Maradona, Carlovich, Meroni, Vendrame eccetera sono mondi e filosofie (Carmelo Bene e Pasolini su tutti ce lo hanno insegnato). Il calcio è soprattutto un abbraccio, che sia fra giocatori e giocatori o fra tifosi e tifosi, il calcio diventa un rapporto d’amore quando il giocatore s’infrange nella curva dei tifosi o i tifosi franano nell’abbraccio con la squadra.

Sono i momenti che ci hanno fatto innamorare del pallone, che ci hanno fatto anche giornalisti, e che hanno dato al calcio la possibilità di diventare un’industria. Senza quel sangue non c’è alcun corpo da sfruttare o da esaltare. Il calcio e il ritorno al calcio possono non essere in contrapposizione, anzi non devono essere in contrapposizione.

Ecco, ci sono due pregiudizi che non sopporto e che spessissimo si usano in questi giorni, quando si argomentano le diverse posizioni ormai polarizzate in un sistema binario (il «se non si riprende finisce tutto» oppure «non bisogna riprendere mai»). La prima è quando si dice che il calcio è terra di privilegi e basta, quando lo si dipinge con la solita consumatissima e quindi stupidissima immagine di 22 uomini che in mutandoni corrono dietro al pallone, che è la prima delle cose inutili eccetera. Non condivido nulla: una cosa che è vissuta innanzitutto con sentimento da tanta e tanta gente non può essere la prima delle cose inutili, una cosa che riguarda il sociale e coinvolge tanti, più che importante è addirittura fondamentale.

Il calcio va rispettato e va rispettato anche come filiera che dà lavoro non solo a dirigenti, procuratori e giocatori miliardari e viziati (ce ne sono tanti non così) ma a magazzinieri, cuochi, fisioterapisti, impiegati in amministrazione, in biglietteria, portieri, staff di vari ordini, generi e categorie eccetera, financo a chi lavora nei media (radio, tv, giornali). Non sarà il 2% del Pil nazionale come si dice (forse è lo 0,5) né la terza o la quinta industria del paese, ma qualcosa che dà del lavoro a tante persone sì. E quindi in questa discussione ci vuole rispetto per chi pensa alla difesa del proprio posto del lavoro, così come si fa per qualsiasi altra categoria altrimenti si farebbe lo stesso errore di cui si accusa “l’industria-calcio”. No, c’è un cuore, oltre che una ragione, anche in questa posizione.

Così come c’è una ragione anche in chi vive il calcio con l’anima e si sente – ben che va – accusato di “sentimentalismo”, populismo o – che ne so – bovarismo. Così come va rispettato il calcio che dà lavoro, vanno rispettati quelli per cui il calcio non è né un lavoro o una professione (a volte le cose – anche qui – possono comunque coincidere) ma lo vivono con totale trasporto, amore, fede, passione. Trovo inascoltabile la condanna a priori (e anche a posteriori) delle posizioni di tutti gli ultras di Italia e di Europa contro la ripresa del calcio così come (non) si è visto ieri.

Troppo facile fare generiche accuse di violenza a quel mondo lì e anche altrettanto sbagliato: proprio perché la violenza va sempre condannata bisogna fare dei distinguo. Di sicuro non ci possono essere interessi in chi dice no a un calcio che dell’anima, del sangue, delle atmosfere, del senso del calcio non ha niente. Poi nessuno può parlare a nome del popolo (appunto!) ma se tutte le tifoserie organizzate sono schierate, un qualche indice questo lo costituisce, almeno un campione statistico su cui riflettere, oltre alla considerazione che anche tra “i normali” tutta ‘sta voglia di vedere applaudire il balletto di Haalaand a distanza non sembra proprio esserci.

Il calcio resta mare, gioia e rumore, abbraccio. Non c’è niente di diverso. Sarà una frasetta buona o uno slogan per i diari delle elementari, ma il calcio quello è: una bellezza elementare. Uno di questi slogan i “tifosacci” tedeschi (lì il grado di opposizione dei gruppi organizzati alla ripresa è del 100%) sono riusciti a infilarlo anche nel calcio che rinizia in vitro: ieri le telecamere non hanno potuto non inquadrare uno striscione che diceva: «Il calcio vivrà. Il vostro business è malato»Il calcio vivrà, perché non è il calcio a essere malato. O no?

La domanda è proprio questa: siamo sicuri che in Italia se non riusciamo a giocare 124 partite ogni tre giorni, in stadi vuoti, in piena estate, in regioni chiuse, col rischio non solo dell’epidemia, ma anche di infortuni che pregiudicherebbero la stagione successiva, il calcio italiano imploderà e andrà in fallimento?

E se sì, che sistema è quello che se non gioca in un mese e mezzo 124 partite ogni tre giorni, in stadi vuoti, in piena estate, in regioni chiuse, col rischio non solo dell’epidemia, ma anche di infortuni che pregiudicherebbero la stagione successiva, va in fallimento?

Tra il dire «ripartiamo subito e per forza» e il «non ripartire mai» c’è un mare, e tanto rumore da ascoltare. Non è il caso di reinventarsi tutto? Se poi la risposta vera, pratica, reale è: no, non c’è tempo, né modo, altrimenti va veramente tutto a monte, ok ripartite. Ma in silenzio e senza parlare non solo in nome dei tifosi, ma nemmeno in nome del calcio. Perché quello sì, farebbe parecchio rumore.

15 maggio 1983: il giorno della luce

41448_7avsbyp

Quant’è grande il cielo sopra Roma-Torino? È talmente grande che ci sono entrate tutte quelle bandiere. L’8 maggio era già successo tutto – la Roma aveva vinto lo Scudetto, era Campione – il 15 maggio cos’altro sarebbe dovuto o potuto capitare? Cosa puoi aggiungere alla gioia di Genova per noi? Si può? Sì. Se sei romanista e hai vinto lo Scudetto, trasformi la tua città nel colore del tuo cuore, festeggi per mesi, balli a Testaccio, improvvisi concerti, disegni murales, pitturi facce e facciate, e non finisce mai, strappi al tempo il tempo per fermarlo. E non finisce mica il cielo dopo Genova, e quello sopra Roma-Torino è una bandiera. Ce n’erano, come non ce n’erano mai state di bandiere quel giorno allo stadio. Con uno sguardo, per difetto: centomila. «Ogni persona ce ne aveva una», dirà Ancelotti. Almeno una.

Eravamo tutti ragazzini, anche i più anziani: è come se avessero abbonato a qualsiasi romanista 41 anni. Facevamo non enghé, ma olè da una settimana, eravamo appena nati campioni. Anche il papa… festeggerà la Roma: «Mi congratulo con i campioni della Roma che non vedo l’ora di accogliere», sono parole di Woityła. Vedo la Santità del Cuppolone e la maestà del Colosseo sdraiate vicino al Circo Massimo, che contiene trecentomila persone per il concerto da “Grazie Roma” di Antonello Venditti. Grazie Roma, cos’altro può succedere? L’8 maggio era già successo tutto, il 15 maggio 1983 bisognava solo festeggiare la Roma, e bisogna farlo ogni 15 maggio della nostra vita (anche perché nel 1989 a Bangui è nato Yanga Mbiwa). Il 15 maggio è la data ufficiale della Roma Campione d’Italia 1982/83, la data da Albo d’Oro, eppure la cerimonia, eppure anche quel giorno – fra presidenti e papi – è stata soprattutto cuore. La sintesi è nel volantino che gli Ultrà della Roma avevano fatto e distribuito: «RINGRAZIAMO I CAMPIONI per la grande gioia che ci hanno regalato NON INVADENDO IL CAMPO. Abbracciamoli anche a nome della città. Tutta Italia ci guarda».

Gli Ultrà erano la forma perfetta quel giorno. (…) Il presidente Viola dagli altoparlanti invita i centomila dell’Olimpico, ma l’impressione è che non ce ne fosse nemmeno bisogno. Gli ultrà erano i cerimonieri, Viola lo speaker. Dirà queste parole ai tifosi: «Vi ringrazio, vi abbraccio, voi siete la grande forza di questa squadra. Non invadete il campo, non guastate questo sogno cullato per tanti anni». Nessuno nemmeno lo riga col pensiero quel sogno. È tutto perfetto, la Roma ha vinto anche quest’ultima con il Torino, 3-1, rigore di Pruzzo, uno in allungo di Falcao, poi Conti dopo un gol di Hernandez a Superchi senza guanti; la Roma è Campione, era come se quello stadio si trovasse in un altrove. In un posto sospeso e incantato, dai colori della luce, perché più del rosso, è il giallo delle bandiere che si fa vedere. Il cielo sopra Roma-Torino è incantato, al punto che la sera, il servizio della “Domenica Sportiva” si apre solo con immagini e suoni dal vivo, prima di entrare col commento dopo 2′ e 21”, tempi geologici per la tv. Le parole, accompagnate dal sottofondo di “Grazie Roma”, hanno anche queste come la premura di non invadere il campo, basta quello che si vede: “Alla fine c’era gente che si abbracciava e piangeva di felicità, a proposito l’organizzazione ha funzionato a meraviglia; l’invasione del campo non c’è stata, tutti i centomila dell’Olimpico sono rimasti al loro posto per permettere il giro d’onore alla squadra, accompagnata dal grido campioni-campioni. In un’atmosfera surreale i giocatori giallorossi alla fine della partita hanno ringraziato il pubblico percorrendo anche il giro di campo con la bandiera tricolore”.

In testa c’è Agostino Di Bartolomei, che prende a bordo campo non un fiore, ma un vaso pieno di fiori, e lo lancia ai tifosi. Era il troppo che aveva dentro Agostino, era la troppa attesa, la troppa gioia, forse il troppo amore di ogni tifoso della Roma per la Roma, e in particolare per quella Roma. In quel giro di campo non c’è Nils Liedholm: «Ho preferito lasciare la scena tutta ai miei ragazzi. È stato perfetto così». Uno dei paradossi meglio riusciti del Barone, forse primo artefice di uno Scudetto che ha avuto mille artefici. Una curiosità: la mattina Liedholm era andato al Francesco Gianni per festeggiare la Lodigiani in C2. Non c’era al giro di campo, ma al Francesco Gianni sì. Straordinario. Unico. Indimenticabile, come ogni cosa quel giorno. Si trova il tempo anche per questo (pagina 2 del «Corriere dello Sport» del 16 maggio 1983): «Arriva anche la notizia della Lazio che perde a Milano: com’è possibile dimenticare? Si alzano centomila braccia per festeggiare». Sì, tutto era perfetto, anche se poi si parlava di premio Scudetto (150 milioni) e Falcao diceva: «Non so se rimarrò, devo guardarmi dentro, ma lo spettacolo di questo stadio rimarrà tra le cose più belle della mia vita. Per due ore sono stato in Brasile».

Per due ore la Roma ha giocato chissà dove. Che poi questo 3-1 che nessuno racconta mai per la splendida inutilità del risultato (quasi la definizione di bellezza secondo Kant) è arrivato con Pruzzo che si fa il segno della croce prima di tirare il rigore che non voleva tirare. Ma perché? Qui c’è solo da festeggiare. È proprio questa la risposta: Pruzzo non vuole rischiare di graffiare quest’opera d’arte, non vuole nemmeno una macchiolina piccola in questo giorno grande. E poi, perché lui, lui che è Falcao, quando segna il 2-0 esulta sotto la Sud andando incontro al suo Brasile come dopo il gol con l’Avellino? Forse era il suo pegno d’amore, il suo punto d’onore. Aveva detto che avrebbe portato lo Scudetto a Roma in tre anni e quella era una liberazione: l’aveva fatto. Era stato di parola, ma ora non aveva le parole: «Quando sono arrivato a Roma un giornalista in conferenza stampa mi ha detto che era impossibile vincere uno scudetto a Roma, io gli risposi che era impossibile non vincere uno scudetto in una città come Roma».

Sotto al cielo di Roma-Torino l’impossibile e il possibile diventano concetti relativi: quel giorno in Curva Sud ritorna lo striscione del Commando Ultrà Curva Sud dopo tanto, troppo tempo. E grazie a Gilberto Viti, davanti a quello striscione, quel giorno, abbiamo rivisto Francesco Rocca. E tutti applaudivano a un quarto d’ora dalla fine di questa partita senza fine l’ingresso in campo di Paolo Giovannelli, giovane di assoluto talento e soprattutto l’autore del gol vittoria di un derby sentitissimo nel 1980, che si era rotto il crociato posteriore del ginocchio sinistro il 27 gennaio 1982 in allenamento a Trigoria, e in questo 15 maggio diventava anche lui campione d’Italia. Come Ancelotti, che in campo ripeteva: «Quante bandiere! Quante bandiere». In tribuna Pertini faceva tre con le dita come a Madrid. Aveva scherzato con Viola e si era complimentato, guidato nelle presentazioni da Agostino Di Bartolomei con ogni giocatore della rosa (anche con i “piccoletti” di Bruno Conti). Sembrava una benedizione. Sembrava una processione, quella fatta dai tifosi la notte prima al Pantheon da Mamma Azise (obrigadi per sempre) in tailler blu e camicia da seta, raccomandandosi di non far partire il figlio. Altro che parabole, quel giorno. Miracoli nel giorno del miracolo.

In tribuna c’era anche un tifoso non vedente, Bartolomeo Cossu, pensionato delle telefonie dello Stato. In curva il primo a entrare alle 9:53 di una partita che sarebbe iniziata alle 16 era stato un ragazzo di 17 anni, Claudio Fiocchetti. Alle 10 non c’era più posto. Tutti fermi a guardare la Roma Campione d’Italia che tiene per mano il drappo appena vinto. «Vanno correndo con la bandiera, piano, più piano: perché quel giro non finisca mai. Ci saranno altri giorni, altri trionfi; ma nessuno avrà il sapore di questo: il sottile tormento di un’attesa lunga quasi mezzo secolo», scriverà il giorno dopo Giorgio Tosatti sul Corsport. E scriverà bene. In quel giorno, in un’atmosfera surreale in cui i giocatori giallorossi alla fine della partita hanno ringraziato il pubblico percorrendo anche il giro di campo con la bandiera tricolore, in testa hanno Agostino Di Bartolomei, che lancia quel vaso pieno di fiori. Molti di noi stanno ancora cercando di raccoglierne i cocci.

Uscito su “Il Romanista” del 15 maggio 2020

Il nostro 10 maggio

40741_7at7mnx

Quel ramo del lago di Como… è un bell’inizio ma anche un anagramma che per ogni romanista è il principio di un altro romanzo. Fatelo: ramo-Roma, lago-goal, Como resta Como e le preposizioni danno il la: quel goal della Roma a Como… La vita di ogni romanista è cambiata per sempre da quel momento, da quando Paulo Roberto Falcão ha dato il la giocando la sua prima partita nel campionato italiano. Era il 14 settembre del 1980. A Como. La Roma vinse 1-0 per un’autorete nel primo tempo di Volpi. Minuto 25. Natale. Dopo quell’esordio nulla fu come prima: intere generazioni di romanisti vennero educate all’arte da un calciatore sbarcato a Fiumicino, accanto al mare, direttamente dal sole, tanto era luce. Arrivarono le coppe in una città povera di vittorie, magliette bellissime, insieme antiche e nuove, vinaccia e porpora, indossate anche dai ragazzini sui sampietrini abituati da sempre a stracci e bandiere care e sgualcite. Era una Roma che tornò colta e bella, era la città di un’altra società che credeva di avere ancora molto da sognare: la Roma stava dappertutto. Finire la rivoluzione del 1977 e vincere lo scudetto era la stessa cosa, soltanto che era molto più probabile il sovvertimento dell’ordine sociale rispetto al tricolore, d’altronde l’ultimo era stato vinto prima della Resistenza. La Democrazia Cristiana sembrava meno solida della Juventus di Trapattoni: nella vita civile non si arrivò a un momento così basso come col gol annullato a Turone a Torino, un 10 maggio che pioveva. Un’ingiustizia che costrinse a crescere almeno quella generazione di romanisti. Si aveva a che fare sempre con un’emozione.

Andare allo stadio era un privilegio di tutti: l’Olimpico era il paese dei balocchi, ma nessuno era più pinocchio. Le favole non avevano bisogno di morale. Era il tempo del sogno. La Roma era dappertutto. Era un fenomeno del pallone, della vita sociale, della musica, del cinema, un sottofondo quotidiano. Una compagna veramente. Se c’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere è stato quello, quando si arrivò a dire in uno stadio: ti amo. Arrivò lo scudetto. Si festeggiò in un Roma-Torino finito 3-1. Nel 1983. E tutto questo ebbe inizio dopo quel goal della Roma a Como. Misteriose corrispondenze fra poeti. Secolari alchimie fra iniziati. È storiografia che Manzoni prima di scrivere i Promessi Sposi ebbe l’apparizione del Santo Vero: il Divino. Da quel momento contro il Como in trasferta in serie A con la Roma ci ha esordito soltanto un altro giocatore: Daniele De Rossi, il 25 gennaio 2003.  C’era la notte quel sabato sera, non perché era inverno, ma per far vedere meglio quel ragazzo biondo. Non aveva nemmeno vent’anni, lui che è nato quando tutto venne alla luce: d’estate. Nel 1983. Campo neutro di Piacenza, ma Como-Roma in schedina, negli almanacchi, nella storia. La sua stava ufficialmente per iniziare: quel giorno la Roma non segnò, ma soltanto perché De Rossi avrebbe dovuto aspettare un altro momento, un altro segno del tempo: un 10 maggio, che non pioveva ma c’era il sole, in un Roma-Torino finito 3-1. Magici appuntamenti del destino. Déjà-vu di Dio. Un doppio sogno. Come un’altra chance concessa dalla storia alla storia, un secondo esordio.

Quello di De Rossi, rispetto al mito di Falcão, è un altro romanzo giocato davanti alla difesa, un altro modo di intendere la vita fra le due linee, di abitare l’orizzonte, lì nel mezzo, sospeso tra ciò che hai e ciò che vuoi, nella zona di tutti i dilemmi del mondo: il centrocampo. Amleto sarebbe stato sicuramente un grande regista, ecco perché soffriva a fare il personaggio. Colpa di Shakespeare che gli ha sbagliato ruolo. Merito di Capello se ha fatto esordire Daniele De Rossi lasciando in panchina uno che si chiama Pep Guardiola. De Rossi ha iniziato a giocare a calcio facendo vedere i tacchetti degli scarpini a uno dei più grandi centrocampisti di sempre. Soprattutto, lo ha fatto con nonchalance. quel pomeriggio fu proprio Guardiola a comunicarglielo: «Giochi tu, Daniele», nello stesso giorno in cui era stato deciso l’addio del catalano alla Roma. Investiture. Se, insieme a Pier Paolo Pasolini, Paolo Roberto Falcão è stato il più grande pensatore del Novecento, Daniele De Rossi è tutta l’energia che manca a questo secolo spento, l’unico antidoto alla crisi: una specie di fresco sopravvissuto, un nato vecchio, un saggio punk, un viaggio a Mompracem e il rifugio domestico, stornelli e Metallica, lui che sull’Ipod sente R&B e Lando Fiorini, sintesi riuscita di ragione e sentimento. Certi grandi uomini si riconoscono subito per un marchio di natura: Falcão lo era dalla fronte alta (ci si specchiavano il sole e la luna, nei pomeriggio nelle serate di coppa), Daniele De Rossi per quel biondo sfacciato e lucente dei capelli. è una specie di shining che si porta dietro. Una luce in mezzo al campo. Un fuoco d’artificio di giorno. Un miracolo maya. Una mattinata tedesca. Un girasole di van Gogh. Un solco in mezzo al campo e al viso. Una specie di sorriso. (…)

Daniele De Rossi è una promessa di rivoluzione. Riuscita. È romanista che gioca per la Roma da romanista, rappresenta gli altri quando è se stesso; è l’unico caso in cui la gioia più intima esprime quella degli altri: daje Roma daje urla dopo aver segnato. Non si indica il numero di maglia, né tanto meno il nome sulla maglia: non potrebbe mai, lui appartiene a un calcio che non ce li aveva scritti. Non sa cosa siano. Non si celebra mai, lavora. Risorge ogni volta dai contrasti come se non li avesse mai fatti, asciutto appena uscito dalle cascate del Niagara. Lui è il Frank Sinatra della foga, l’eleganza della sua lotta è la lealtà. Non è mai banale pure se il suo compito è quello di cucire, tessere la tela, fare la grammatica, non cercare l’acuto, il do di petto, il salto carpiato in alto. È poesia della prosa perché è sostanza che arriva fino agli spigoli: fa i ricami con l’utile, è surplus reinvestito per la Casa del popolo. Sa spolverare in frack, lui nato per essere un re popolano. È fresco e spigliato come una promessa di partenza su una mongolfiera alla Verne, o un video notturno degli Smashing Pumpkins, eppure è sinceramente umile, sa di pane, della domenica Diamante cantata da Zucchero, colloquiale come il vociare nei pomeriggi della Toscana, di un tramonto placido senza retorica sin dalla preistoria. Daniele De Rossi è un’intera giornata di vita, tra divertimento e fatica. (…) Lui è diga e fiume, l’interfaccia della Roma che sta qua e là, chiude e apre, segna e sogna. Art-attack. è la classicità della Madonna col bambino di Raffaello, ma sanguina di spontaneità come un’opera di Pollock.

Daniele De Rossi è veramente come un’opera d’arte che sa ancora parlare al cuore ogni volta che lo vedi. La versione ultras della sindrome di Stendhal. I tifosi che lo guardano provano gli stessi sentimenti che provavano venti-trent’anni prima; i figli le stesse sensazioni dei padri e i padri quelle dei loro padri. La Roma era dappertutto quando è nato Daniele De Rossi. De Rossi è il sopravvissuto di quell’epoca di sogno. Ha colto la prima mela ma è rimasto nel giardino incantato a vedersi un Roma-Liverpool dal finale sbagliato. Quella Coppa… altro che paradiso perduto! Milton, a confronto, è soltanto un mediocre giocatore del Como. quella Coppa… De Rossi non lo hanno cacciato da quel sogno, apposta ogni tanto lo fanno gli arbitri: invidia. è un replicante anni Ottanta. Ha riportato all’Olimpico quell’Eden fatto di olio canforato, magliette dall’uno all’undici, partite in contemporanea la domenica pomeriggio alle 14 e 30 (massimo fino alle 16 per l’ora solare), esultanze spontanee… che s’era smarrito dietro ai trenini per Bari. è di un biondo spaziale perché negli occhi ha impresse quelle immagini ancestrali che ogni romanista ha dentro.

Un Rutger Hauer trasteverino che ogni volta che va in campo, giocando, racconta una vecchia filastrocca: «Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E lo stadio pieno, quel marmo bianco sdraiato sotto la madonnina d’oro quando l’Osservatorio non era un organismo del Viminale ma guardava le stelle da Monte Mario; la cometa del 3-0 al Göteborg, l’abbraccio pianto di Agostino con Ancelotti dopo il gol all’Avellino, la parata di Tancredi a Zaccarelli, le radioline, le trombette a gas, i fischietti, la maglietta pouchain, quella luce bianca senza sponsor nella notte col Liverpool, i tamburi in Curva Sud, il loro odore più che la loro musica, il senso di luminosità che dava Falcão, l’eleganza della corsa di Maldera. Ho visto Ciccio Graziani diventare Pelé contro il Dundee, i capelli lunghi, il bianco e nero prepotente di Attilio Ferraris, Thomas Milian che oltre a non essere romano parlava poco l’italiano con il Cucs in un Roma-Toro di campionato dell’84, le invasioni di campo contro Michelotti, i risultati attesi dentro a un cinema nel ‘50 quando la radio trasmetteva ancora una canzone di Testaccio e i tre uruguaiani se ne erano già andati via… Ho visto una spalla rotta di Losi diventare la spalla per tutti i tifosi della Roma. E un cuore. Il più grande che ci possa essere. Ho visto immaginandola cadere nel verso giusto la monetina col Gornik, la sigla di Fantastico a colori, Grazie Roma presentata a Domenica in…, il Lecce, la sostituzione Ciucci-Negretti, l’errore di Bonetti, l’esodo a Pisa, un tempo di partita più una sintesi sulla Rai, Roma- Modena dentro Ladri di biciclette, vite e profumi di quartiere, lo stadio sempre pieno…». Insomma tutte quelle cose che noi romanisti abbiamo visto e che gli altri non possono nemmeno immaginare, noi che «quel 30 maggio eravamo in Curva Sud abbracciati alla Roma e guardavamo il mondo dalla cima di un’emozione che tutti gli altri non potranno scalare mai». Daniele De Rossi tutte queste cose le sa. Gli arrivano da molto lontano, anche prima di quel goal della Roma a Como. E’ da sempre che sono promessi sposi: «Il mio amore per la Roma nasce prima di aver cominciato a giocare in questa squadra, e lontano da questa squadra io non mi ci vedo. Non sarei altrettanto felice a giocare con un’altra squadra. Non sapete Roma che significa: la Roma è un orgoglio».

(Tratto da “Il mare di Roma”, di Tonino Cagnucci)

Genoa-Roma, 8 maggio 1983: il nostro giorno più bello

40534_7as6oub

Dovete metterci quarantuno anni prima di questa riga, per cercare di capire questo Scudetto. Lo Scudetto 1982/83 della Roma Campione d’Italia. Quarantuno anni d’attesa. Quante vite ci sono in quarantuno anni? Quante Roma dentro? Quanti sogni? Quanto tutto?

Eppure nulla paragonabile al momento in cui poi è successo. Sì, è successo, l’abbiamo vinto. Lo Scudetto del post Mondiale 1982, lo Scudetto contro la Juve sulla carta più forte di sempre, agli inizi di questi anni Ottanta che sembrano i più belli per definizione, per antonomasia, gli anni delle maglie belle, degli stadi pieni, gli anni delle nostre canzoni. I migliori della vita di tutti i romanisti. E in questi anni, c’è questo giorno iniziato quarantuno anni e una notte prima.

Io la ricordo la notte prima di Genova. Si andava a Genova, che per noi non era città ostile. Genova per noi era un gemellaggio che già c’era da qualche anno, Genova per noi era sempre stato un altro Nord, un Nord a parte, sicuramente introverso ma non ostile. Da lì era arrivato Pruzzo, da lì Nela, lì aveva giocato Bruno Conti, in fondo da quella terra era arrivato persino Viola. Genova per noi era anche la coincidenza più felice possibile: ai rossoblù sarebbe bastato un punto per la salvezza aritmetica, esattamente quanto mancava alla Roma per il tricolore. Mai come per questa partita l’X sarebbe stata la sintesi perfetta. L’incrocio fra tutto. Abbiamo avuto anche l’incredibile tempo per gustarcelo, questo Scudetto, persino il paradossale tempo – per chi aspetta già da quarantuno anni – di spizzarselo e mandare i pensieri più intimi ai luoghi e alle persone più care.

Alle 10 dalle parti di San Lorenzo a Genova, a piazza De Ferrari già ci sono i primi tifosi della Roma con le bandiere. A mezzogiorno è previsto alle stazioni di Brignole e Porta di Principe l’arrivo dei treni dalla Capitale. Sono tanti i romanisti che scendono. Sono tanti quelli che stanno per arrivare. La partita inizia alle 16 allo stadio Ferraris, zona Marassi, quella delle carceri. C’era solo aria di libertà quel giorno. Alle 13 arrivano “quelli di Testaccio”, con un bandierone di 80 metri per 10: saranno tanti i lenzuoli con cui sarà avvolta e in cui dormirà per giorni e giorni Roma. Un’ora dopo un giornalista della «Gazzetta» segnala l’arrivo della famiglia Rossi da Fiumicino con una Ford Taunus: marito, moglie e quattro figli. Gli anni Ottanta erano anche queste famiglie, questi viaggi. C’è praticamente tutto il Commando Ultrà: c’era sempre stato, c’è sempre stato.

Dentro lo stadio le gradinate sono gonfie, le tribune (che a Genova si chiamano Distinti) ancora no: in campo i ragazzi della Sud e quelli della Fossa dei Grifoni rinnovano il gemellaggio, con un giro da porta a porta, un bandierone rossoblù tenuto da quattro mani in orizzontale, e due bandieroni romanisti a sventolare. Non manca niente. Si inizia. La radiocronaca di “Tutto il Calcio minuto per minuto” la fa Enrico Ameri, che in quegli anni passa anche per juventino e invece era un autentico genoano. Per il commento della Rai, che avrebbe trasmesso le prime immagini nel pomeriggio per la partita registrata (un tempo), c’è la voce di Nando Martellini. Inviato, Gian Piero Galeazzi.

Alle 15:45 la sciarpata unisce tutto lo stadio, in molte zone i tifosi sono mischiati. Manca un quarto d’ora e ci si potrebbe perdere in quel mare. In tribuna c’è Masetti, che è primo portiere, perché lui c’era quarantuno anni prima e ci dev’essere anche adesso. Ecco le 16. Vediamo che succede: nessuno pensa a sorprese, però in certi momenti l’animo umano fa vedere quanto è umano e immagina cose che non si sarebbe mai sognato prima. Ecco, forse è questo: è arrivato il momento del sogno. La Roma splendidamente in bianco non delude, trotta ma è il suo ritmo, mantiene il pallone ma è il suo gioco, e affonda. La prima azione pericolosa parte da sinistra con Nela che serve in profondità Bruno Conti: cross e Pruzzo viene anticipato in angolo. Sembra fatto apposta, tre ex genoani. È il 20′, calcio d’angolo di Conti dalla nostra destra, palla respinta fuori area dove c’è il Capitano, Agostino Di Bartolomei. Un tocco per prendere il pallone, un altro per aggiustarselo e il terzo per lo spiovente leggermente spostato da sinistra verso il centro. E al centro c’è il 9, c’è l’attaccante che ha sempre fatto gol e il primo della sua vita in serie A proprio col Genoa, alla Roma. Al centro “Ecce Bomber” salta e gira di testa una traiettoria perfetta che va all’angolo alto, alla destra di Silvano Martina, uno che oggi fa il procuratore di Dzeko, ma per noi rimarrà sempre il portiere del Genoa. Gol. Uno a zero.

La Roma si abbraccia il suo attaccante, fa gruppo bianco attorno a questo vantaggio che, da una parte, stra-rassicura tutti, ma dall’altra rischia di valere come un guanto di sfida, di rompere un equilibrio fra colori e sentimenti che era stato comunque perfetto. La Roma lo capisce. La Roma lo sa. I tifosi pure. Erano la stessa cosa. Per questo quasi nessuno si scompone quando Giuliano Fiorini, a due minuti dalla fine, fa l’1-1, per questo Giuliano Fiorini segna l’1-1. Adesso basta, intervallo. Adesso basta nel senso che l’intervallo è infinito. Non si ritorna in campo per giocare la partita ma per accompagnare il Genoa alla salvezza e Roma alla gioia più grande della sua vita. Nel secondo tempo Michele Nappi supera una volta la metà campo con l’intenzione di andare oltre, Onofri – romano, genoano e romanista – lo stende. Basta. Non succede più niente perché sta per succedere tutto.
Scriverà Lino Cascioli su «Il Messaggero»: “Ecco l’ora attesa per anni, in cui i fedelissimi hanno finalmente ragione. Senza osare ancora crederlo si ritrovano in migliaia sull’ultimo prato della loro interminabile attesa”. È dal 20′ del secondo tempo che i tifosi della Roma hanno cominciato a scavalcare le barriere e a entrare a bordo campo. Non in campo, a bordo campo. È diverso. Mancano quattro minuti, mancano le parole adesso. Enrico Ameri: “… È la fine! La Roma è campione d’Italia! Sono le 17:45“.

Liedholm, il “Barone”, con l’immagine sempiterna di Geppo, il “Poeta della Sud”, che si abbraccia il suo allenatore. Galeazzi è lì e dice: «Bono, bono, ohe!, boni… Mister la cerco di salvarla dai suoi tifosi questo non è amore è incredibile».  Sì è incredibile. Lo spogliatoio, i canti di Conti e Righetti, Nela con la sigaretta, Pato che abbraccia Ancelotti, il sorriso del Bimbo, Viola che ci accompagna fuori dalla prigionia del sogno. Paulo Roberto Falcao ha appena fatto la doccia ma anche, e soprattutto, in questo momento ti fa capire perché la Roma ha dovuto aspettare il suo arrivo per vincere lo Scudetto: «Questo scudetto della Roma è una cosa grandissima, per me e per tutti. È stata la migliore Roma da quando sono in Italia perché prima ci sono stati dei giocatori che hanno fatto del meglio, e allora io vorrei in questo momento dedicare e dire che la vittoria è pure di quella gente che era il primo anno con me qui, tanta gente non vorrei dimenticare qualcuno però come Turone, Scarnecchia, Santarini quella gente che con noi ha costruito questa squadra. Il merito non è di questa squadra, il merito è del campionato 80/81 e 82/83 (dice così sbagliando, ma siccome il dubbio che Falcao possa sbagliare lo lasciamo, lasciamo anche il presunto errore, nda), sono due campionati giocati bene senza vincere Scudetto, abbiamo appreso in esperienza e senz’altro quei giocatori senz’altro quasi la stessa cosa di questi giocatori che hanno vinto lo Scudetto».

Così, testuale. Non correggete niente. È tutto a posto. Agostino Di Bartolomei è con l’accappatoio, sorride. Di Bartolomei sorride. Gli chiedono di tirare lo somme di questo Scudetto perché è il Capitano. E lo fa: «Le somme sono che la Roma in tre campionati è la squadra che è stata più in testa di tutti quanti, la squadra che in tre campionati ha espresso il miglior gioco, ha colto lo Scudetto forse nel suo anno migliore quando c’è stata una sintesi un po’ di tutte le cose. Ovviamente c’è grande entusiasmo per una città che arriva a questo titolo dopo quarantuno anni. È anche giusto». Ovviamente c’è anche l’uscita dallo stadio alle 19, l’arrivo all’aeroporto alle 19:30, l’arrivo a Ciampino con 30.000 tifosi alle 21:15. “Paese Sera” è già uscito con l’edizione straordinaria (Ore 17:45 Campioni). Ma è anche giusto finire con le parole di Agostino. È anche santo. È santo quel sorriso. Dopo quarantuno anni, metteteci l’eternità alla fine.

(Testo tratto da “Le cento partite che hanno fatto la storia della Roma” di Tonino Cagnucci e Massimo Izzi)

La partita più grande

38646_7alh9uh

È poco chiamarla partita. Sarà poco pure parlare di quello che ha fatto il Bomber. Che paura, dentro. Ma quanta Roma di più. I ragazzini fanno tre con le dita della mano, gli sbandieratori del Commando il sole, uno striscione dice: «Roma oltre la leggenda»; un altro era stato portato in giro dentro lo stadio e fatto leggere a tutti: «Almeno una volta tutto lo stadio come gli ultrà». Fu qualcosa di superiore. Il primo gol annullato a Bruno Conti, e nessuno capiva perché; la doppietta di Pruzzo, con la testa e col destro, mai così Bomber, mai così grande, mai così necessario; Graziani che gioca da Pelè, e finisce in mutande; il rigore realizzato da Agostino Di Bartolomei perché era giusto che quella finale, la finale delle finali, la prendesse il Capitano. Quel Capitano.

Un altro gol annullato a Conti, l’ammonizione da squalifica a Maldera di Vautrot, la gioia esplosiva e di rivincita di Nela e di Agostino verso McClean, l’allenatore scozzese che all’andata aveva definito «bastardi» gli italiani. Pochi si ricordano che sullo 0-0 il Dundee, non si sa come, non aveva segnato. Forse perché davanti a quella Roma non poteva segnare. No. Quel Roma-Dundee resterà per sempre solo nostro. Stavolta le parole dei calciatori (ma erano solo calciatori quelli di quel giorno?) non sono solo parole: «Ora posso dirlo, questa gioia per me è stata superiore persino a quella dello Scudetto», firmato, come nel tabellino, Roberto Pruzzo. Di Bartolomei: «Ho tirato il rigore più importante della mia vita, non ho mai avuto paura di sbagliarlo». Graziani in mutande: «Il primo gol lo ha segnato il pubblico. Io ho dato tutto non potevamo deludere questa gente: avete visto che roba?».

E mentre Falcao raccontava di non stare bene e cominciava già un altro conto alla rovescia verso la finale, sono le parole di Michele Nappi, cioè di un cosiddetto comprimario, che restituiscono meglio il senso di cosa è stato Roma-Dundee: «Non ho parole. Dico che è una cosa meravigliosa, immensa questo pubblico che canta la gloria della squadra. Sentirmi strappare la maglia e la pelle… ho dovuto aspettare 33 anni per provare questa cosa». Era la sua età. Roma-Dundee è stata l’età più bella della nostra vita romanista. Ci ha portato a giocare l’ultima partita possibile. Se non l’abbiamo vinta, è forse anche perché nessun’altra partita poteva essere così bella.

Uscito su “Il Romanista” del 25 aprile 2020

Il boato che chiude 90 minuti e apre gli Anni 90

38429_7akvm8d

Quarantadue minuti e quarantasette secondi di Roma-Broendby. In rima. O a coppia, come un cartone animato dei Superboys e di Holly e Benji, si avventano sul pallone Rudi Voeller e Ruggiero Rizzitelli. Non si sa chi tira, non si sa chi prende il pallone, l’uno o l’altro o tutte e due insieme, come la fotografia che immortala la borraccia fra Coppi e Bartali (chi l’ha passata a chi?). Ma siccome poi al 42′ e 48″ lo stadio scoppia, vola e s’innamora, è il Tedesco con la mezza girata che ha rigirato la partita, la qualificazione, la semifinale, la Coppa UEFA, tutto lo stadio.

Perché in quel Roma-Broendby del 24 aprile 1991, semifinale di ritorno della Coppa UEFA per club (andata a Copenaghen, 0-0, rassicurante solo sulla carta) in quel momento c’è stato uno dei boati più grandi mai fatti in uno stadio. Forse il più grande dei nostri anni Novanta.

La Roma attaccava, la Sud cantava, la Roma segnava nel primo tempo con Rizzitelli, poi per un’autorete di Nela il pareggio. La Roma attaccava e la Sud cantava di più, ma non segnava. Giocavamo alla grande ma non segnavamo, fino a quel momento, in cui ci stavamo giocando la terza finale europea della nostra storia.

Pomeriggio e non notte di Coppa UEFA, ma che pomeriggio! Che attesa! Che partita! La cosa più bella in quei giorni di vigilia la dirà il giorno prima Stefano “Ciccio” Desideri: «È sicuramente la partita più importante della mia carriera. Ero in Curva Sud il 25 aprile 1984 per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni contro il Dundee. Stavolta potremmo regalare ai nostri tifosi emozioni simili».

E le hanno regalate sempre in quella stagione di coppe senza troppi campioni, ma mai così come fino a quel momento, il momento di una percussione di Pellegrini, un colpo di testa di Berthold, un tiraccio al volo di Desideri ribattuto da “Super” Peter Schmeichel proprio sui piedi di Voeller e Rizzitelli, anzi di Voeller e di ogni romanista. «Gooool. Gooooool». E aggiungeteci tutte le o che volete, non saranno mai troppe.

In quell’attimo – come scrive il giorno dopo Massimo Gramellini su «La Stampa» – «il più grande e coraggioso centravanti al mondo gonfia la rete mentre Ottavio Bianchi fugge commosso negli spogliatoi, a gustarsi solitario le emozioni di una serata indimenticabile».

E mentre sta accadendo tutto e lo stadio continua a urlare, Alicicco entra in campo ad abbracciare i suoi ragazzi, Nela ha le braccia al cielo e lo sguardo estasiato di un San Sebastiano non sofferente, ma finalista della Coppa UEFA.

Voeller s’era stirato il 14 aprile, la Roma era a pezzi, orfana di tanti e di uno in particolare. L’Olimpico si stringe attorno alla sua squadra, colorando lo stadio con fumogeni alternati gialli e rossi per tutto l’impianto fino all’ingresso in campo, ma mai ha saputo scaldare la sua squadra come con quel boato al minuto 42 e 47 secondi. Per arrivare sicuramente lassù, dove stavano un’altra volta la Roma di Dino Viola e Dino Viola stesso. Insieme.

(Tratto da “Le cento partite che hanno fatto la storia della Roma” di Tonino Cagnucci e Massimo Izzi)

Dino Dino Viola Alé

38144_73zq7l7

Viola ha amato la Roma più di qualsiasi altra cosa, da quando ragazzino la scoprì su un tram verso Testaccio fino a quando se l’è stretta per sempre il 19 gennaio 1991. Persino in guerra. Nel 1942 era a Pontedera, nelle campagne di Curigliana, come ufficiale della regia aeronautica militare, addetto ai collaudi dei P. 1088B Piaggio, l’unico bombardiere strategico quadrimotore italiano della seconda guerra mondiale. C’era la guerra. Ma c’era la Roma che giocava a Livorno e Pontedera dista 37 chilometri. Ci andò in bicicletta con la Signora Flora. Era il 7 giugno. Si erano sposati il 30 aprile di quell’anno, quattro giorni prima era andato a Venezia che quel giorno era romantica soprattutto perché ci giocava la Roma. Trentasette chilometri in bicicletta per vederla, trentasette anni per sposarla: nel maggio del 1979 diventa presidente. Diventa tutto.

Se è vero che c’è stata una Roma prima e dopo Falcao, cos’è stata la Roma prima e dopo Viola che Falcao lo ha portato qui? L’Ingegnere è stato l’architetto del nostro sogno, e insieme il suo custode più feroce e dolce: faceva tutto, da comprare Falcao fino a spegnere le luci di quella che considerava casa sua per darle la buonanotte. Sognavamo tutti e quando dopo 41 anni ci risvegliammo da quella che lui stesso definì “una prigionia”, era tutto vero. Era la Roma campione. Era la Roma più bella e grande. Era una continua emozione. Più che i campioni e i trofei, ve lo ricordate lo stadio? Le luci? Le bandiere? La Roma?

Ci sono uomini che votano l’intera vita a una causa, Viola l’ha dedicata alla Roma. Pure troppo. Pure tutto. Puro amore. Questione di sangue, tigna, piglio. Ci ha litigato anche, ci ha sofferto. L’acquisto di Manfredonia fu una ferita. Così come le cessioni di Di Bartolomei, Cerezo, Ancelotti e la querelle legale con Falcao. Quando e se ha sbagliato lo ha fatto per eccesso di amore, proprio per quel senso di appartenenza totale e feroce alla causa, alla squadra, alla sposa. Quando è stato contestato è stato fatto solo per eccesso di amore, perché Dino Dino Viola alè, è andato oltre a certi canti degli ultimi anni, è andato oltre perché lui era lui anche per noi: il più grande. Forse troppo anche per quei tempi: ha visto prima degli altri la Roma che avrebbe costruito e prima degli altri anche quella che avrebbe potuto ancora costruire.

Tante immagini che restano lo ritraggono di profilo, come a guardare chissà quale punto, ma sempre fisso, sempre lontano. La più bella è quella in tribuna il giorno di Roma-Juventus del 16 marzo 1986, con uno stadio intero che si stava colorando e lui – unico in quel parterre in piedi – assiso a fissare uno spettacolo mai visto primo. Mai come in quel momento era il Presidente di tutta quella gente. Si stagliava dal contesto ma era proprio così che quella diventava la sua gente. Dopo il terzo gol nella prima di Campioni col Goteborg disse: «Mi sono alzato e mi sono messo a guardare il pubblico». Mentre tutti guardavano la più forte e bella Roma di sempre in campo, lui guardava Roma guardare la sua Roma.

Credo che si ricaricasse facendo questo, guardando la Sud spesso, perché nel frattempo per la Roma lui aveva sfidato tutto. E contro la smisurata arroganza e i centimetri del potere, ha vinto lo Scudetto più bello, cinque Coppa Italia, è arrivato tre volte secondo, due volte terzo, in finale di Coppa Uefa e nella finale della Coppa dei Campioni. Ha insegnato a scriverci in corsivo, a capire che eravamo grandi, che la nostra storia “non so du’ coppette”. Che dobbiamo sentirci destinati a esserlo. Non sopportava che la Roma la chiamassero Rometta e aveva ragionela Roma è la Roma. Sempre. Dopo di lui l’autostima del tifoso romanista non è stata più la stessa. Ci ha condotto lì dove nessuno ci aveva nemmeno sperato di portare eppure la sensazione che ha lasciato – e si è lasciato- è persino quella di un qualcosa di incompiuto: quella Coppa, lo Stadio, comunque un qualcosa che racconta una misura incolmabile. Forse bastano quei 37 chilometri tra Pontedera e Livorno o lo striscione della Sud il giorno dopo la sua morte per provare a dirla: “In 12 anni hai dato molto, ieri tutto”. Per lui non sarebbe stato ancora abbastanza. Giocavamo col Pisa quel giorno. Col Pisa, che si trova tra Pontedera e Livorno.

Uscito su “Il Romanista” del 22 aprile 2020

Core de sta città

37779_7aj2x73

Di Bartolomei, Ferraris IV, Bernardini, Amadei, De Sisti, Guarnacci, Rocca, Conti, Giannini, Totti, De Rossi… Basterebbe uno di questi nomi a riempire di Roma la Roma e viceversa. Ma che la Roma e la Roma siano la stessa cosa lo sanno tutti, soprattutto quelli che cercano di convincersi in qualche maniera di non so cosa visto che “basterebbero” il nome, i colori e il simbolo che hanno città e squadra. Però lasciamoli riposare i Figli di Roma, capitani e bandiere della nostra storia. Prendiamo un’altra strada. Iniziamo dalla Stazione Termini. Campionato 1929/30, il primo a girone unico.

La settimana del primo derby di sempre, giocato l’8 dicembre 1929. Settimana infuocata: la Lazio andò in ritiro a Grottaferrata, a Villa Cicerone, la Roma invece non fece nessun ritiro fuori porta perché secondo il suo presidente Renato Sacerdoti «tutta la città è con la Roma». Mentre gli altri erano a Grottaferrata, la squadra andò a preparare il primo derby della storia a via Gaeta 64, Villa delle Rose, a fianco della Stazione Termini. Poi ci fu la partita. A proposito di come si presentò lo stadio Rondinella, sulla carta casa della Lazio, quel giorno si legge da wikilazio (non da Il Romanista): «La tifoseria della Roma è più numerosa e accesa avendo un profilo sociale più popolare, mentre quella laziale è per lo più di estrazione borghese, con atteggiamenti da snob che non attirano troppe simpatie… In termini numerici vuol dire che mediamente per ogni tifoso laziale ce ne sono almeno cinque della Roma». 1 a 5. Ci sta come numero da derby.

Da Il Littoriale del giorno dopo: «Sapevamo che a Roma la maggioranza del pubblico volge le sue simpatie ai giallorossi, credevamo tuttavia che anche gli azzurri avessero messe di simpatie. Ci siamo dovuti ricredere: i nove decimi dell’immenso pubblico che ha gremito lo stadio della Rondinella agitavano bandierine giallorosse… Si può dire obiettivamente che la Lazio ha giocato in campo avversario».

In ritiro a Grottaferrata e a Roma in trasferta. La partita la Roma l’ha vinta ancora prima che in campo (1-0 gol di Volk al 73′) sugli spalti, cioè in città, fuori perché fuori (dallo stadio) e dentro era la stessa cosa. La Roma è nata per dare alla città una squadra che finalmente ne avesse non “solo” nome, simboli e colori, ma l’anima: aristocratica e popolare, stradarola e papalina. In un’intervista del 1979 Sandro Ciotti chiese a Bernardini: «Perché la Roma fu subito così popolare?». «Eravamo quasi tutti romani», la risposta del Professore. Quasi tutti romani: il 29 maggio 1930 era letteralmente così.

A Testaccio contro il Modena la Roma scese in campo così: Ballante, Mattei I, De Micheli, Ferraris IV, Degni, Bossi, Benatti, Fasanelli, Bernardini, Preti, Eusebio. A parte Benatti, nato a Mirandola e cresciuto nella Reggiana, tutti gli altri erano romani. Pensate, Testaccio – stadio pensato e costruito per la simbiosi fra tifoseria e squadra in un quartiere in simbiosi con la strada (i serci) – la Roma in campo aveva dieci romani. La partita finì 4-2 con l’ultimo gol di Fasanelli che si chiamava Cesare AugustoLa Roma si è sempre chiamata come Roma. E l’ha vissuta così, anche quando l’ha vissuta male. Anzi in quei momenti ancora di più si è vista l’adiacenza fra Roma e la Roma, la necessità di aiutarsi, perché è quella di aiutar se stessi. Stagione 1950/51: la Roma sta andando in B, nelle ultime giornate viene guidata da Guido Masetti, il Capitano dello Scudetto di nemmeno 10 anni prima.

Contro la Samp allo stadio a tifare la Roma c’è quello che è il volto più rappresentativo e bello di Roma: Anna Magnani. La faccia di questa città sempre, pulita ma non da mulino bianco, pulita per la grandezza, la bellezza, le rughe, le pieghe, la veracità, la scintilla, la carnalità, la vividezza, e ancora la bellezza di una donna che non poteva che diventare a un certo punto Mamma Roma. Ci sono anche i filmati di Anna Magnani che si fa vedere allo stadio proprio perché la Roma ne aveva bisogno. Il rapporto fra Roma e la Roma è carne, anima, pelle. Il ritiro alla Stazione Termini per il primo derby di sempre, dieci romani in campo su undici romanisti a Testaccio contro il Modena, Nannarella a tifare Masetti e la sua Roma sull’orlo della B.
Poi metteteci Di Bartolomei, Totti, De Rossi, Bernardini eccetera eccetera. Poi o prima è uguale: oggi è la festa di chiunque ami Roma, non solo necessariamente di chi ci è nato, ma di chi la ama e non ha nessun imbarazzo a bearsi, commuoversi, starci dentro il nome, i colori, la faccia, il simbolo di questa città che profuma.

THE CURE

Dressed in red and yellow - Tonino Cagnucci